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Recovery Fund, i presidenti UE firmano il regolamento del dispositivo di ripresa e resilienza

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Il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a metà dicembre hanno approvato il testo del Recovery Fund, il principale strumento previsto per bilanciare la crisi economica provocata dalla diffusione del Covid-19 in Europa. Dopo oltre un mese, è arrivata l’approvazione definitiva: il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato e adottato il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. Si tratta dello strumento centrale, nonché della parte più cospicua, del Next Generation EU, il piano concordato lo scorso luglio dai leader europei. La presidente della Commissione Von der Leyen, il presidente del Parlamento Sassoli e il presidente di turno del Consiglio Costa, lasciano ora la palla in mano agli Stati membri, invitandoli a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse proprie, sbloccando i fondi del Recovery Fund nel rispetto dei requisiti previsti.

L’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio

Il 10 febbraio 2020, riunito in sessione plenaria, il Parlamento europeo ha dato il via libera al dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. In particolare, il regolamento sugli obiettivi, il finanziamento e le regole di accesso al Recovery and Resilience Facility, è stato approvato con 582 voti favorevoli, 40 contrari e 69 astensioni, dunque la larga maggioranza dell’Eurocamera si è espressa a favore. Il giorno seguente, l’11 febbraio, anche il Consiglio dell’Unione europea, con presidenza portoghese, ha adottato il regolamento in questione, garantendo agli Stati membri la possibilità di attuare investimenti pubblici e riforme e, dunque, aiutandoli ad affrontare l’impatto della pandemia.

672,5 miliardi di euro, concessi con sovvenzioni e prestiti, verranno messi a disposizione degli Stati membri dell’UE per finanziare le misure nazionali necessarie a far fronte alla crisi economica, sociale e sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19. I finanziamenti saranno disponibili per tre anni e i governi europei potranno richiedere fino al 13% di prefinanziamento per i loro piani di ripresa e resilienza, che assumono ora un ruolo centrale.

Requisiti di ammissibilità e misure previste

Gli Stati membri avranno accesso allo strumento di ripresa e resilienza solo se i piani nazionali previsti garantiranno il rispetto dei requisiti. In primo luogo, i piani nazionali si dovranno incentrare sulle politiche chiave dell’Unione europea: transizione verde, biodiversità, trasformazione digitale, coesione economica e competitività, coesione sociale e territoriale, occupazione e crescita intelligente, nonché politiche per la prossima generazione. Inoltre, potranno ricevere i fondi previsti da questo dispositivo solamente quei paesi membri impegnati nel rispetto dello Stato di diritto e dei valori fondamentali dell’Unione europea. A tali requisiti base, verranno aggiunte di volta in volta nuove raccomandazioni a seconda delle priorità individuate nell’ambito del semestre europeo.

Tra i requisiti fondamentali, come detto, risultano gli obiettivi verdi e digitali. Considerati delle priorità, nel regolamento è stato specificato che almeno il 37% della dotazione di ciascun piano deve sostenere la transizione verde e almeno il 20% deve essere a supporto della trasformazione digitale. Più in generale, poi, tutte le misure incluse nei piani degli Stati membri dovrebbero rispettare il principio “non arrecare un danno significativo”, al fine di rispettare in toto gli obiettivi ambientali europei. A tal fine, il 12 febbraio la Commissione ha presentato le sue linee guida sull’attuazione di tale principio, con l’obiettivo di sostenere gli Stati membri nel garantire che tutti gli investimenti e le riforme previste dallo strumento di ripresa e resilienza non danneggino gli obiettivi ambientali europei, delineando i principi chiave e una metodologia ben precisa in materia. Il rispetto di questo principio è considerato una condizione preliminare per l’approvazione dei piani da parte della Commissione europea e del Consiglio.

Da ultimo, vista l’ingente quantità di denaro che verrà fornita agli Stati, è importante garantire l’impegno anche per adeguati sistemi di controllo volti a prevenire, individuare e correggere casi di corruzione, frode e conflitto di interessi.

La cerimonia della firma e la procedura di approvazione

Il 12 febbraio si è svolta la cerimonia della firma del regolamento sul dispositivo di ripresa e resilienza. “I cittadini e le imprese non possono aspettare, per questo lanciamo un appello ai parlamenti nazionali che possono accelerare e dare subito il via libera allo strumento che inietterà nelle economie dei 27 Stati Ue 750 miliardi di euro, e assicurerà che ci sia una ripresa europea, di tutti”. Queste le parole del presidente del PE Sassoli. Antonio Costa ha invece ricordato che l’ambizione è far approvare dalla Commissione Ue i piani nazionali definitivi entro fine aprile. All’appello dei due leader si è aggiunta anche la Von der Leyen, invitando gli Stati membri a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse per dare il via libera al Next Generation EU. La presidente poi, ha sottolineato come questo sia “davvero un momento storico” e come nessuno stato membro da solo sarebbe stato in grado di gestire questa crisi economica.

Gli Stati membri, per presentare alla Commissione i loro piani per la ripresa e la resilienza, hanno tempo fino al 30 aprile 2021. Dopodiché, per i due mesi successivi, la Commissione valuterà i piani e il Consiglio, in un mese circa, dovrà adottare la sua decisione in merito all’approvazione di ciascun piano. Ad ogni modo, affinché i fondi possano diventare disponibili, i 27 Stati membri dovranno ratificare la decisione sulle risorse europee: è la decisione stessa ad autorizzare la Commissione a contrarre prestiti sui mercati dei capitali e sbloccare le risorse. Una volta terminati questi primi passaggi, ogni Stato membro otterrà un anticipo del 13% della cifra totale – per l’Italia circa 27 miliardi sui 209 totali – mentre le successive tranche saranno erogate ogni sei mesi a seguito delle valutazioni della Commissione europea sugli obiettivi stabiliti nel piano nazionale.

L’appello lanciato dai tre presidenti delle istituzioni europee è spinto dal fatto che, al momento, nessun paese europeo ha consegnato il proprio piano. 18 paesi membri hanno mandato una bozza definitiva che verrà analizzata dalla Commissione europea, ma la strada per ottenere le risorse è ancora lunga per tutti i 27 paesi dell’UE.

La crisi sanitaria in Francia: i numeri, la strategia e i punti di crisi

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La situazione epidemiologica in Francia è piuttosto fragile. Con 143 325 nuovi casi tracciati la settimana scorsa, la circolazione del coronavirus si è stabilizzata a un livello molto alto, come rilevato dal bollettino giornaliero della Santé publique France (SpF).L’esecutivo ha adottato nuove misure restrittive al fine di scongiurare un terzo confinamento, ma i punti di crisi restano gravosi.
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Fondo Sociale Europeo Plus, raggiunto l’accordo per il 2021-2027

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Il 28 gennaio il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sul progetto di regolamento che istituisce il Fondo sociale europeo Plus, parte del bilancio europeo per il periodo 2021-2027. Il FSE+ contribuisce al finanziamento dell’attuazione dei principi dei diritti sociali: sosterrà gli investimenti nella creazione di posti di lavoro, nell’istruzione e nella formazione, nonché nell’inclusione sociale, nell’accesso all’assistenza sanitaria e nelle misure volte all’eliminazione della povertà. L’attuale FSE+ riunisce il Fondo sociale europeo, l’iniziativa per l’occupazione giovanile, il Fondo di aiuti europei agli indigenti e il programma per l’occupazione e l’innovazione sociale. L’accordo politico raggiunto verrà sottoposto all’approvazione degli ambasciatori degli Stati membri presso l’UE e alla Plenaria del Parlamento europeo.

Il Fondo sociale europeo

Il Fondo sociale europeo investe nei cittadini europei da oltre 60 anni. Contribuisce all’inclusione sociale, alle opportunità di lavoro, alla lotta alla povertà, all’istruzione, alle competenze e all’occupabilità dei giovani, nonché a migliori condizioni di vita, salute e società più eque. Allo stesso tempo, i singoli progetti e programmi sviluppati devono contribuire a migliorare la coesione economica, sociale e territoriale. Si tratta dunque del principale strumento di cui si avvale l’UE per promuovere l’occupazione e l’integrazione sociale. La crisi da coronavirus ha reso necessario un cambiamento anche in tale contesto: lo scorso maggio la Commissione ha presentato i cambiamenti dei programmi di finanziamento sociale dell’UE necessari per affrontare le sfide sociali e occupazionali nell’era post crisi; è stato previsto lo strumento REACT-EU per sostenere l’occupazione e sono state presentate delle modifiche relative al FSE+ nel quadro del futuro bilancio dell’UE per il periodo 2021-2027.

L’accordo raggiunto sul FSE+

Il nuovo Fondo sociale europeo Plus, composto dal Fondo sociale europeo, l’iniziativa per l’occupazione giovanile, il Fondo di aiuti europei agli indigenti e il programma per l’occupazione e l’innovazione sociale, rientra nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027 con una somma di quasi 88 miliardi di euro circa.

La presidenza portoghese del Consiglio dell’UE e i membri del Parlamento europeo hanno raggiunto l’accordo politico sul progetto di regolamento che istituisce il FSE+: il fondo è stato proposto per la prima volta dalla Commissione europea nel 2018 proprio per essere inserito nel QFP del 2021 e con la pandemia da Covid-19 le sue misure sono state rafforzate. I gruppi negoziali che hanno discusso del FSE+ hanno concordato i requisiti relativi all’assegnazione delle risorse del FSE+ a livello nazionale in base agli obiettivi strategici del fondo, tra cui l’inclusione sociale, il sostegno ai giovani inattivi e così via.

Il supporto ai giovani e ai più vulnerabili

Il FSE+ investirà nei giovani, tra i più colpiti dalla crisi socioeconomica che ha causato il Covid-19: in molti Stati membri dell’UE, tra cui l’Italia, c’è un’alta percentuale di NEET, coloro che hanno tra i 15 e i 29 anni, non lavorano e non seguono un percorso scolastico o formativo. L’obiettivo è di destinare almeno il 12,5% delle risorse del FSE+ ad azioni concrete volte ad aiutare i giovani permettendogli di trovare un lavoro e conseguire una qualifica. A tal fine, è previsto che ogni Stato membro destini un importo adeguato ad azioni mirate a sostegno di misure per l’occupazione giovanile. Il FSE+ si occuperà, poi, di sostenere direttamente l’innovazione sociale nella sua nuova componente Occupazione e innovazione sociale, con una dotazione finanziaria di 676 milioni di euro.

Il Fondo sociale europeo plus, inoltre, sosterrà le persone più vulnerabili colpite dalla perdita di posti di lavoro e da diminuzioni di reddito: per questo motivo, è richiesto agli Stati membri di destinare almeno il 25% delle proprie risorse del FSE+ alla promozione dell’inclusione sociale. Per di più, verranno forniti prodotti alimentari e assistenza materiale di base alle persone indigenti con l’integrazione di FSE+ e FEAD, il fondo di aiuti agli indigenti. Infine, è previsto un forte investimento sui minori che hanno sofferto e soffriranno le conseguenze della crisi: la povertà infantile è un fenomeno molto diffuso negli Stati membri UE e per questo si richiede un investimento di almeno il 5% delle risorse alla lotta di questo problema in quegli Stati con un livello di povertà infantile superiore alla media europea; gli altri Stati membri dovranno comunque destinare un importo adeguato alla gestione di tale fenomeno.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il 28 gennaio scorso è stato raggiunto l’accordo politico. Ciò significa che il Parlamento europeo e il Consiglio dovranno approvare formalmente il regolamento relativo al FSE+, che dovrà passare al vaglio anche dagli ambasciatori degli Stati membri che compongono il Coreper: solo allora potrà entrare in vigore.

Le istituzioni europee hanno mostrato un forte entusiasmo per il raggiungimento di tale accordo. Il ministro portoghese della Pianificazione ha affermato che “Il Fondo sociale europeo Plus fornirà un contributo decisivo per attenuare le conseguenze negative dell’attuale crisi promuovendo l’occupazione e riducendo i livelli di povertà, creando migliori opportunità per tutti, soprattutto per i giovani e i bambini. Anche i gruppi più vulnerabili saranno favoriti dal FSE+”. Valdis Dombrovskis, il Vicepresidente esecutivo per un’economia al servizio delle persone, ha dichiarato: “Questo strumento di finanziamento segnerà il nostro principale percorso per investire nelle persone e costruire un’Europa più sociale e inclusiva nel processo di uscita dalla crisi. Il FSE+ contribuirà a creare maggiori pari opportunità, un migliore accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro più eque e una protezione sociale rafforzata”.

Mario Draghi: il retaggio dell’esperienza europea al servizio del nuovo incarico

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Economista di formazione, ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, considerato il salvatore dell’euro, ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per provare a formare un nuovo governo. Si tratta di uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo che ha avuto un ruolo cruciale nel determinare la politica economica e finanziaria dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano che aveva messo a rischio la moneta unica dell’UE, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro: divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. “Whatever it takes” è l’emblema dello spirito con cui Draghi ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica: è fondamentale fare tutto il necessario affinché l’attuale crisi di governo si risolva e l’Italia possa presentare un piano di investimenti strategici per usufruire dei fondi europei del Recovery Fund. Politica italiana e politica europea si intrecciano dunque proprio nella figura di Mario Draghi.

Chi è Mario Draghi

Nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante – il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista – orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, Mario Draghi si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione dei due premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo aver insegnato economia in alcune università italiane, Draghi iniziò una brillante carriera pubblica: divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991 e fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto; a lui si deve, infatti, tra le altre cose, la norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “Legge Draghi”. Dopo una parentesi di impiego nel settore privato in cui ricoprì la carica di vicepresidenza per l’Europa di una delle più prestigiose banche d’affari al mondo, la Goldman Sachs, nel 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia, riformandola e modernizzandola. Da governatore Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica e questa sua peculiarità lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, favorendo la sua ascesa a Presidente della BCE, avvenuta nel 2011.

Draghi nell’UE

Sin dall’inizio della sua Presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima: la crisi finanziaria del 2008 aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’Eurozona rischiasse una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta spezzare, innescando una grave speculazione sui mercati. Fu in questo contesto che, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano, Mario Draghi pronunciò il discorso più importante ed emblematico della sua carriera, nonché uno dei più importanti della storia recente dell’Unione europea. Durante un forum di investitori a Londra, il Presidente della BCE, invero, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro, aggiungendo “E credetemi, sarà abbastanza”. “Whatever it takes” divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. Le sue parole ebbero un effetto immediato: gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni di crisi. Christine Lagarde, succeduta a Draghi alla presidenza della BCE, ha definito quelle parole come “le più potenti nella storia delle banche centrali”.

Draghi mantenne fede alla sua promessa attuando una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: ridusse in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE) – ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”- vale a dire un piano, non privo di critiche, di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia.

È proprio grazie al “whatever it takes” e a tutte le misure impiegate in seguito per dare consistenza alle sue parole che Draghi è considerato oggi come il salvatore dell’euro.

Il legame tra politica italiana ed europea

In seguito al conferimento da parte del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, dell’incarico di formare un nuovo governo e mettere fine alla crisi in corso, non sono tardate ad arrivare le reazioni da parte delle istituzioni europee che accolgono con buon auspicio la possibilità di un Governo Draghi, nella cui figura si intrecciano politica italiana ed europea. “Sta al governo italiano e alle istituzioni democratiche decidere ma non è una grande sorpresa se dico che Mario Draghi è rispettato e ammirato in questa città e oltre” queste le parole del Vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

L’interesse europeo delle vicende italiane è chiaro anche al Financial Times: per il quotidiano economico britannico “se Draghi riuscirà a creare un governo di unità nazionale, diventerà premier in un momento in cui l’Italia affronta la più grande crisi economica dalla Seconda guerra mondiale e deve elaborare dei progetti decisivi per spendere 200 miliardi di euro dell’Unione europea per affrontare i danni causati dalla pandemia”.

Il braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca

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Negli ultimi giorni è in corso un braccio di ferro tra la Commissione europea ed AstraZeneca dopo che l’azienda biofarmaceutica britannico-svedese ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19 pianificate nei mesi scorsi. Tali ritardi mettono a rischio la campagna vaccinale in corso negli Stati europei, i quali avevano fatto affidamento sul vaccino di AstraZeneca a causa della sua facile conservazione nonché del suo minor costo rispetto ai vaccini prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna. Ne è derivata una dura contestazione da parte della Commissione europea che ha chiesto all’azienda di fornire maggiori dettagli sulle cause dei ritardi e in generale sulla produzione e distribuzione dei vaccini. La questione risulta, tuttavia, ancora aperta e da chiarire.

Il vaccino di AstraZeneca

Il vaccino contro il Covid-19 prodotto dall’azienda biofarmaceutica britannico-svedese AstraZeneca dovrebbe ricevere a breve un’autorizzazione di emergenza da parte dell’Unione Europea e da tempo alcuni Stati membri propongono che sia avviata in anticipo la distribuzione delle dosi disponibili, a causa della sua facile conservazione e del suo minor costo rispetto agli altri vaccini. Come avvenuto con gli altri produttori con cui aveva stretto accordi nel corso del 2020, la Commissione europea ha, pertanto, richiesto ad AstraZeneca di anticipare la produzione del vaccino, in modo da avere scorte da impiegare subito dopo la concessione dell’autorizzazione: nell’estate del 2020 la Commissione Europea ha, così, prenotato da AstraZeneca 400 milioni di dosi, confidando che il vaccino potesse diventare il più diffuso e utilizzato in Europa. Nei mesi seguenti sono emersi però dettagli poco incoraggianti sui test clinici del vaccino nonché la scoperta di un’efficacia inferiore a quanto atteso soprattutto nella somministrazione agli anziani. Si tratta di elementi prontamente smentiti dall’azienda ma nuovamente emersi negli ultimi giorni. Ciò ha rallentato l’iter di approvazione da parte dell’Unione europea, mentre, nonostante tale travagliata sperimentazione, a fine dicembre il governo del Regno Unito ha autorizzato l’impiego del vaccino prima di ogni altro Paese, seguito poi dall’Ungheria.

L’annuncio dei ritardi nelle forniture dei vaccini

In seguito alla stipulazione dell’accordo con AstraZeneca gli Stati membri dell’UE hanno organizzato la propria campagna vaccinale facendo affidamento sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese: invero, alcuni Paesi hanno scelto di non ordinare grandi quantità dei vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna, confidando di poter accelerare le campagne di vaccinazione con quello prodotto da AstraZeneca appena ottenuta l’approvazione. In tale contesto, nell’ultimo periodo, le istituzioni europee e gli Stati membri sono stati avvisati di alcuni ritardi nella fornitura di vaccini contro il Covid-19 da parte di alcune importanti aziende farmaceutiche. Nel dettaglio, dopo l’annuncio da parte di Pfizer-BioNTech, l’azienda tedesca che produce il vaccino al momento più diffuso in Europa, anche AstraZeneca ha comunicato che consegnerà tra il 60 e il 75% in meno di dosi sulle circa 80 milioni che si era impegnata a distribuire negli Stati membri entro il primo trimestre del 2021. Quest’ultimo annuncio ha suscitato maggiori preoccupazioni proprio perché AstraZeneca produce il vaccino più economico nonché quello più facile da conservare tra quelli che sono arrivati nelle ultime fasi di sviluppo e valutazione.

La reazione della Commissione europea

Il 25 gennaio, alcuni rappresentanti della Commissione Europea hanno partecipato a due incontri con i dirigenti di AstraZeneca al fine di ottenere maggiori informazioni circa le minori forniture annunciate. Al termine degli incontri, la Commissaria europea per la Salute, Stella Kyriakides, ha criticato le reticenze dell’azienda farmaceutica nel fornire spiegazioni: “Il confronto con AstraZeneca di oggi è stato insoddisfacente, con mancanza di chiarezza e spiegazioni insufficienti. Gli stati membri dell’UE sono uniti: i produttori di vaccini hanno responsabilità contrattuali e sociali da rispettare”. AstraZeneca non ha rilasciato pubblicamente una propria versione sulle cause della riduzione delle forniture di vaccini, tuttavia, sembra che l’azienda abbia comunicato alla Commissione europea di aver avuto problemi nel reperimento di alcune materie prime e nella gestione nel proprio stabilimento in Belgio. Tale spiegazione è stata, tuttavia, considerata parziale dalle autorità europee.

Rileva che il CEO dell’azienda britannico-svedese, Pascal Soriot, in un’intervista molto discussa, ha sostenuto di non avere obblighi specifici sul numero delle dosi da consegnare. La Commissaria Kyriakides ha contestato duramente tali dichiarazioni, definendo inaccettabile il comportamento dell’azienda ed ha poi fatto riferimento alle dichiarazioni di Soriot secondo cui l’Unione Europea avesse stretto un accordo con AstraZeneca tre mesi dopo il Regno Unito, che quindi avrebbe la precedenza nella ricezione delle dosi: “Respingiamo la logica del chi prima arriva meglio alloggia” questa la ferma reazione della Commissaria europea per la salute.

In aggiunta, il contratto – che non è pubblico poiché contiene diverse clausole di riservatezza – citerebbe due stabilimenti di produzione del vaccino nel Regno Unito, che dovrebbero produrre dosi per rifornire l’Unione Europea, produzione che attualmente non sta avvenendo.

Il clima è rimasto piuttosto teso tra le due parti anche in seguito alla scelta di AstraZeneca di non partecipare a una nuova riunione con i rappresentanti della Commissione, salvo poi giungere ad un ripensamento. La riunione in questione si è tenuta il 27 gennaio, Kyriakides l’ha definita “costruttiva”, ma non ha portato a grandi sviluppi. Permane, infatti, la mancanza di chiarezza sulle consegne dell’azienda.

Possibili scenari

La Commissione europea sospetta che AstraZeneca abbia scelto di vendere altrove le dosi del proprio vaccino, a paesi che avrebbero offerto maggiori quantità di denaro – come il Regno Unito – e proprio a fronte di tale sospetto ha chiesto informazioni dettagliate circa le quantità di dosi prodotte finora e le consegne effettuate. Inoltre, al fine di esercitare un maggiore controllo, la Commissione sta valutando di attivare un sistema che obblighi i produttori di vaccini nell’UE ad ottenere autorizzazioni preventive per esportare nei paesi extracomunitari, salvo che per motivi umanitari. Si tratta di un meccanismo simile a quello che era stato attivato nella primavera del 2020, quando negli Stati membri si registrò una grande scarsità di sistemi di protezione individuale contro il Covid-19.

Se, come sembra altamente probabile, la situazione non cambierà nei prossimi giorni, l’Unione europea dovrà, dunque, confrontarsi con una nuova scarsità di vaccini e le minori consegne implicheranno inevitabilmente un ritardo nell’avvio delle nuove fasi delle campagne di vaccinazione.

Caso Navalny, la condanna dell’UE e le manifestazioni in Russia

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Lo scorso agosto, il principale oppositore del presidente Putin, Alexei Navalny, è stato ricoverato in terapia intensiva per un avvelenamento di cui è accusata la sicurezza russa. L’inchiesta internazionale è durata diversi mesi e per tutto il periodo della convalescenza Navalny è stato ospitato in Germania, pronto a fare rientro in Russia una volta migliorate le sue condizioni di salute. Consapevole dei rischi a cui andava incontro, Navalny ha deciso di tornare in patria domenica 17 gennaio ma, una volta atterrato all’aeroporto di Mosca, è stato subito fermato dagli agenti aeroportuali e consegnato alle autorità giudiziarie russe. Il suo arresto ha dato luogo a molte reazioni, scatenando una serie di proteste in Russia e forti prese di posizione da parte delle istituzioni europee.

Alexei Navalny, dall’avvelenamento all’arresto

Il più noto dissidente politico dell’attuale presidente russo Vladimir Putin, nonché uno dei migliori giornalisti investigativi, è al centro dell’attenzione già da diversi anni per la sua attività politica ed è stato più volte arrestato dalle autorità russe. Dopo anni di arresti, tentati omicidi e avvelenamenti, lo scorso 20 agosto, durante un volo tra Tomsk e Mosca, ha accusato dei malori, costringendo l’aereo ad un atterraggio di emergenza a Omsk. Non senza difficoltà è stato poi trasferito a Berlino, dove l’equipe di medici che lo ha preso in cura ha confermato l’avvelenamento avvenuto con una variante del novichok, un agente nervino di produzione russa: questa versione è stata poi confermata anche da altri laboratori indipendenti, nonché dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

Navalny ha trascorso un primo periodo in coma, dopodiché si è risvegliato ed ha passato la sua convalescenza in Germania, consapevole che sarebbe voluto tornare in patria non appena possibile. Durante tutto il periodo, il governo russo ha ricevuto numerose accuse da parte della comunità internazionale e delle testate giornalistiche che hanno indagato in merito, fino a ricostruire gli spostamenti di agenti che per anni hanno pedinato l’oppositore di Putin. Sembrerebbe che degli agenti dell’FSB, il Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa, facciano parte di un gruppo clandestino specializzato nell’uso di tossine e sostanze velenose che seguiva Navalny sin dal 2017, dopo aver lanciato la sua candidatura alle presidenziali del 2018.

Pur consapevole della propria posizione rischiosa e convinto che dietro il proprio avvelenamento ci sia anche il presidente Putin, Navalny è comunque voluto tornare in Russia appena terminato il periodo di convalescenza. Fermato all’aeroporto di Mosca il 17 gennaio dalle autorità aeroportuali, Navalny è stato consegnato alle autorità giudiziarie russe che ne hanno disposto l’arresto in attesa di un’udienza che dovrà valutare l’accusa: secondo gli agenti, l’oppositore di Putin ha violato gli obblighi di una precedente sentenza detentiva che risale al 2014. Lo stesso governo russo aveva annunciato nei giorni precedenti al suo rientro che, una volta atterrato, sarebbe stato arrestato per questo motivo e nonostante la grande partecipazione popolare dei suoi sostenitori che lo attendevano in aeroporto, il suo destino è stato proprio questo, con una custodia cautelare di 30 giorni. Dopo 3 giorni, la polizia russa ha arrestato anche alcuni collaboratori di Navalny, tra cui la portavoce, gli avvocati e un altro membro dell’organizzazione.

Le reazioni dell’Unione europea

Non appena si è diffusa la notizia dell’arresto di Navalny, la comunità internazionale ha rinnovato la propria posizione in merito facendo sentire la propria voce e non sono mancate le accuse europee. In primo luogo, il Parlamento europeo ha preso una seria posizione adottando una risoluzione e richiedendo il rilascio “immediato e incondizionato” di quello che, a tutti gli effetti, è un prigioniero politico. In particolare, l’Eurocamera ha chiesto il rilascio anche di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, compresi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Poi, tutti gli Stati membri sono stati invitati ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive nei confronti della Russia”, anche sanzionando le persone fisiche e giuridiche coinvolte nell’arresto di Navalny. L’invito a tali sanzioni è stato poi allargato anche agli oligarchi russi legati al regime, nonché ai membri della cerchia di Putin. I deputati hanno anche chiesto una revisione della cooperazione con la Russia, in particolare sui progetti come il Nord Stream 2, chiedendo di fermare subito i lavori del completamento. La risoluzione è stata adottata con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni: la stragrande maggioranza degli eurodeputati ha dunque preso una posizione ben precisa.

Il 25 gennaio, la questione di Navalny è stata al centro del Consiglio Affari Esteri dell’UE. L’Alto rappresentante dell’Unione europea Josep Borrell ha informato i ministri degli Esteri in merito alla Russia e alla detenzione di Alexei Navalny: il Consiglio ha condannato le detenzioni di massa e la brutalità della polizia durante le proteste in Russia ed ha invitato il paese di Putin a rilasciare quanto prima Navalny e i detenuti. In tale contesto l’Alto rappresentante ha informato i ministri che terrà una visita a Mosca prossimamente.

Anche la presidente della Commissione europea ha espresso la propria opinione in merito, chiedendo alle autorità russe di rilasciare immediatamente e garantire la sicurezza di Navalny, poiché “la detenzione di oppositori politici è contraria agli impegni internazionali della Russia”.

Nonostante tutti gli Stati membri condannino le azioni del governo russo, gli arresti da parte della polizia e il trattamento degli oppositori, non è semplice trovare una posizione comune sulle sanzioni. I Paesi Baltici, Polonia e Romania sono favorevoli alle sanzioni, così come l’Italia. Francia e Germania hanno mostrato una posizione meno netta verso le sanzioni, aspettando a sbilanciarsi in merito.

Le proteste in Russia

Dopo essere stato arrestato, Navalny ha lanciato sui propri social network un appello per far scendere in piazza i cittadini russi e manifestare contro il governo, con il preciso invito a “non tacere e resistere”. Dando seguito alla richiesta di Navalny, per il weekend del 23 e 24 gennaio sono state organizzate manifestazioni in più di 60 città russe tra cui Mosca, San Pietroburgo, Novosibirsk, che hanno portato a più di tremila arresti. La manifestazione principale è quella svolta a Mosca, vicino alle sedi delle istituzioni russe. Oltre migliaia di manifestanti hanno occupato le piazze e le strade principali provocando una forte reazione da parte della polizia che ha arrestato oltre mille persone. Non è mancata neanche in questo caso la reazione dell’UE: l’Alto rappresentante Borrell ha condannato gli arresti di massa, l’uso sproporzionato della forza e l’interruzione di internet e della rete telefonica.

L’insediamento Biden-Harris e l’auspicio di una nuova era per le relazioni transatlantiche

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Il giorno dell’Inauguration Day negli Stati Uniti, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha affrontato il tema delle relazioni transatlantiche alla luce dell’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europarlamentari hanno affermato che il cambio d’amministrazione rappresenta un’opportunità per rafforzare i legami UE-USA ed affrontare le sfide e le minacce comuni al sistema democratico. L’Unione europea, inoltre, ha accolto con favore la decisione del presidente Biden di firmare l’ordine esecutivo che prevede il rientro degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici in nome di una responsabilità globale collettiva. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

La reazione della sessione plenaria del Parlamento europeo

L’occasione di avviare una nuova era per le relazioni transatlantiche, negli ultimi quattro anni compromesse dall’amministrazione Trump: è questo lo spirito con cui, il 20 gennaio, il Parlamento europeo riunitosi in sessione plenaria, ha accolto l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris rispettivamente come Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti. Gli europei, invero, si attendono dalla nuova amministrazione statunitense un atteggiamento di collaborazione in ambito internazionale e un rafforzamento delle relazioni UE-USA, basati sul rispetto reciproco e la reciproca comprensione dei vincoli e delle priorità della rispettiva controparte. “Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti – ha dichiarato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli -insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. Il Presidente Sassoli ha poi ricordato gli avvenimenti del 6 gennaio a Capitol Hill, dichiarando che dai quei fatti deriva un’evidenza: “le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. Ribadendo che l’Unione europea e gli Stati Uniti sono partner naturali con valori e storia condivisi nonché un impegno congiunto di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo, Sassoli ha concluso invitando il neopresidente statunitense a recarsi presso il Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria.  

In aula erano presenti anche il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. I due si sono uniti all’auspicio del Parlamento europeo circa l’avvio di una nuova fase di cooperazione transatlantica. “Questa nuova alba negli Stati Uniti è un momento che abbiamo atteso a lungo. L’Europa è pronta per un nuovo inizio. Dopo quattro lunghi anni, finalmente l’Europa avrà un amico alla Casa Bianca” queste le parole di Ursula von der Leyen, la quale ha sottolineato che il cambio di guarda sarà “un messaggio di guarigione per una nazione ferita”. La Presidente della Commissione europea, inoltre, congratulandosi con la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, si è soffermata sull’importanza del suo insediamento per le donne di tutto il mondo. Quanto al commento del Presidente del Consiglio europeo, parlando dinanzi alla plenaria del Parlamento europeo, Charles Michel ha proposto, a nome dell’Unione europea, la concretizzazione di un nuovo patto fondatore tra l’Europa e gli Stati Uniti “per un’Europa più forte, un’America più forte e per costruire insieme un mondo migliore”. Unendosi all’invito di David Sassoli anche Michel ha invitato il Neopresidente Biden in Europa per prendere parte a una riunione straordinaria del Consiglio europeo a Bruxelles che si possa tenere in parallelo ad un vertice Nato.

Il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima

Nel suo primo giorno di mandato, il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato 17 ordini esecutivi, scardinando alcune delle principali politiche del suo predecessore Donald Trump. Invero, durante le sue prime ore nello Studio Ovale, il nuovo presidente statunitense si è subito impegnato ad invertire l’agenda ambientale del Paese, abbattere le politiche anti-immigrazione, ripristinare gli sforzi federali volti a promuovere la diversità ed incentivare l’adozione di misure di precauzione contro il Covid-19.

Nel dettaglio, uno degli ordini esecutivi firmati da Biden prevede il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima ed è stato accolto con favore dall’Unione europea: in una dichiarazione congiunta, il Vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, Josep Borrell, si sono congratulati con gli Stati Uniti ed hanno dichiarato che la crisi climatica è la sfida decisiva del XXI secolo e può essere affrontata solo unendo tutte le forze. “L’azione per il clima è la nostra responsabilità globale collettiva” hanno dichiarato Timmermans e Borrell affermando che la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) che si terrà a Glasgow il prossimo novembre sarà un momento cruciale in tal senso.

Inizia la fine dell’era Merkel in Germania, Armin Laschet è il nuovo leader della CDU

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La CDU, l’Unione Cristiano-Democratica, lo storico partito tedesco guidato da Angela Merkel nonché la principale forza politica in Germania, ha scelto il nuovo leader, Armin Laschet. Governatore del Nord-Reno Vestfalia ed ex eurodeputato, è stato eletto dal congresso del partito che si è tenuto in modalità telematica, a causa della pandemia in corso, il 16 gennaio scorso. Angela Merkel sarà cancelliere della Germania fino a fine settembre, quando ci saranno le elezioni federali. Se sarà Armin Laschet il candidato a cancelliere tedesco per la CDU ancora non si sa, ma il partito ha comunque scelto la linea della continuità tra i segretari.

L’era Merkel

L’Unione Cristiano-Democratica, la CDU, è stata per 18 anni guidata da una delle più importanti donne nel panorama politico europeo, Angela Merkel. Dall’aprile del 2000 al dicembre del 2018 ha ricoperto il ruolo di leader nel partito che, al momento, è la principale forza politica in Germania. Nel 2005 è stata nominata Cancelliera a seguito delle elezioni federali, diventando la prima donna in Germania e una delle poche donne in Europa a ricoprire tale ruolo. Dopo aver governato ben quattro volte, complice anche una diminuzione di consensi del suo partito, ha annunciato nel 2018 che non si sarebbe ricandidata né alla presidenza del partito, né alle elezioni del 2021. Nello stesso anno ha lasciato il posto da leader della CDU, pur restando alla guida del governo tedesco: il 7 dicembre 2018 Annegret Kramp-Karrenbauer è stata eletta dal congresso quale leader del partito, mostrando una forte continuità con la linea politica della Merkel. Di fatto, pur avendo lasciato la guida del partito, Angela Merkel è rimasta alla guida del paese, governando secondo il proprio indirizzo politico e in continuità con la nuova leader, costretta ad annunciare le proprie dimissioni nel febbraio 2020 per uno scandalo.

Il vero passo in avanti, dunque, è arrivato con il nuovo anno. Il 16 gennaio vi sono state le elezioni del nuovo leader della CDU e l’attuale cancelliera ha già affermato di non partecipare alle prossime elezioni, rendendo il nuovo leader anche il probabile nuovo candidato a cancelliere.

Il congresso della CDU

Il Congresso dell’Unione Cristiano-Democratica si è riunito online il 15 e 16 gennaio con il compito di eleggere il nuovo leader del partito, probabile prossimo cancelliere tedesco. I candidati in lizza erano tre uomini, europeisti, centristi e nati nello Stato Nord-Reno Vestfalia. In particolare, Friedrich Merz, appartenente all’ala destra del partito e con posizioni anti-Merkel: conosciuto principalmente per il suo conservatorismo sulle questioni fiscali e per le sue posizioni dure sull’immigrazione; è vicino ai paesi frugali per quanto concerne il dibattito europeo sugli aiuti per l’epidemia da Covid-19, ma riconosce l’importanza di una politica estera europea coordinata e più efficace. Norbert Röttgen è il più giovane tra i candidati, già presidente della commissione Esteri del Bundestag, è tra i più esperti di politica estera del partito e tra le voci più credibili in materia. Da ultimo, Armin Laschet, più moderato e già primo ministro dello Stato della Renania Settentrionale: senz’altro la scelta di maggior continuità con Angela Merkel. Dopo 20 anni di leadership femminile, la competizione è stata tutta al maschile.

Il nuovo leader: Armin Laschet

Con 521 voti ottenuti al ballottaggio con Friedrich Merz, Armin Laschet, 59 anni, è stato eletto segretario dell’Unione Cristiano-Democratica. Dopo vent’anni di Angela Merkel tra partito e governo, continua a premiare il suo indirizzo politico: Laschet è infatti il candidato più in linea con l’attuale cancelliere tedesco e con la classe dirigente. Tuttavia, la votazione è stata tutt’altro che semplice e immediata. Al primo turno era in vantaggio Friedrich Merz di cinque voti, appoggiato dalla base della CDU e dalla maggior parte degli elettori. Al ballottaggio la situazione è cambiata totalmente: i voti che al primo turno sono andati sul terzo candidato, Norbert Röttgen, si sono riversati su Laschet, considerato parte dell’establishment e centrista, che è riuscito dunque a superare Merz, non senza polemiche da parte dei cosiddetti “merziani”.

Ex eurodeputato e attuale governatore del Land più popoloso della Germania, Laschet è stato appoggiato da gran parte del partito soprattutto nella competizione con il radicale Merz e da importanti figure quali Manfreb Weber, capogruppo del PPE a Bruxelles, nonché dall’ex segretaria della CDU. Dal suo programma emerge la volontà di rimanere un partito europeista e centrista, con lotta alla criminalità e al terrorismo come priorità in politica interna e promozione dell’europeismo e del multilateralismo in politica estera.

La corsa a cancelliere tedesco

Nonostante la vicinanza e la continuità tra Laschet e Merkel, non è affatto scontata la successione anche per il ruolo di cancelliere. Di norma, il leader della CDU ha accesso diretto alla corsa per cancelliere tedesco del partito ma, in questo caso, la situazione è più complessa del previsto e i nomi verranno svelati tra qualche mese. Ci sono altre figure come quella di Markus Söder, il leader della CSU in Baviera (partito fratello della CDU, con candidato in comune), o Jens Spahn, il Ministro della Salute che sta gestendo molto bene la pandemia, che risultano molto apprezzate nei sondaggi come futuri cancellieri, pur non avendo ancora confermato la loro volontà di candidarsi. Lo stesso Laschet non ha ancora sciolto le riserve e, data la situazione all’interno del partito, è difficile prevedere chi sarà a candidarsi al ruolo di cancelliere in vista delle elezioni federali del prossimo 26 settembre.

L’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti

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Il 2020 è stato molto intenso per l’Unione europea e anche gli ultimi giorni dell’anno hanno visto le istituzioni europee molto impegnate. Sebbene gran parte delle attenzioni fosse per concludere l’accordo Brexit e dar via alle campagne di vaccinazione in tutta Europa, molta importanza è stata data anche all’accordo globale UE-Cina in materia di investimenti, raggiunto il 30 dicembre scorso e passato un po’ inosservato. Si tratta di un accordo in materia di investimenti che ha una grande rilevanza economica e contribuirà a riequilibrare le relazioni commerciali tra l’UE e la Cina, basandole sui valori comuni e sui principi dello sviluppo sostenibile.

Le relazioni UE-Cina

La conclusione dell’accordo di investimenti ha fatto seguito all’incontro in videoconferenza del 30 dicembre tra Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Xi Jinping, presidente cinese. A margine dell’incontro, si è tenuto anche uno scambio di opinioni tra il presidente francese Macron, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente Xi Jinping. Tale riunione ha dato seguito al 22° vertice UE-Cina del 22 giugno scorso, nonché alla riunione dei leader in videoconferenza del 14 settembre e rientra nel più ampio approccio europeo alle relazioni con la Cina.

L’Unione europea e la Cina sono due dei maggiori attori commerciali al mondo: la Cina è il secondo partner commerciale dell’UE dopo gli Stati Uniti mentre l’UE figura come il primo partner commerciale della Cina. A fronte di ciò, è fondamentale per l’UE stabilire delle relazioni commerciali con la Cina, volte a garantire una convenienza reciproca negli scambi commerciali, che include anche la volontà di operare in modo equo, il rispetto degli stessi diritti e degli standard ambientali.

I negoziati per un accordo sugli investimenti sono iniziati nel 2013 proprio con l’obiettivo di fornire agli investitori cinesi ed europei un accesso a lungo termine, equo e prevedibile ai mercati dell’UE e della Cina, proteggendo i propri investitori. L’agenda strategica per la cooperazione UE-Cina del 2020 ha posto tale accordo al centro delle relazioni bilaterali, impegnandosi per la sua conclusione proprio entro il 2020, dopo 7 anni di negoziati e 35 round negoziali.

Gli elementi principali dell’accordo

Il Comprehensive Agreement on Investment, il CAI, è stato raggiunto come accordo “di principio” da Bruxelles e Pechino al fine di rendere più interdipendenti i due blocchi economici e rafforzare la cooperazione economica. Si tratta di un accordo di fondamentale interesse dal punto di vista commerciale: l’accordo garantisce agli investitori europei l’accesso a diversi settori del mercato cinese, dalle telecomunicazioni alla finanza e così via. L’accordo è molto importante per gli investitori europei in quando rende le condizioni di accesso al mercato per le imprese europee chiare e indipendenti dalle politiche cinesi ed altresì consente all’UE di ricorrere al meccanismo di risoluzione delle controversie in caso di violazione degli impegni. L’UE ha negoziato anche l’eliminazione di restrizioni che ostacolano l’attività delle imprese europee in Cina, garantendo un ambizioso accordo. Agli investitori cinesi ed europei verrà dunque assicurato un trattamento equo, senza condizioni discriminatorie e con condizioni di reciprocità tra investitori.

D’altra parte, l’accordo ha una valenza fondamentale anche dal punto di vista politico. Infatti, i vantaggi per la Cina sono di carattere più geopolitico: a poca distanza dalla conclusione dell’accordo commerciale con i paesi del Sud-Est asiatico, nonché Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, la Cina intensifica i propri rapporti commerciali anche con 27 paesi occidentali. Nell’ambito delle relazioni internazionali, è fondamentale che la Cina garantisca un clima più disteso con l’Europa, soprattutto alla luce dei consensi ottenuto dalla presidenza Biden-Harris nel vecchio continente.

I diritti umani e la tutela ambientale

Sebbene si tratti di un accordo commerciale e sebbene il volume degli scambi tra UE e Cina nel 2020 sia arrivato a 477 miliardi di euro, non si può ridurre tutto all’aspetto economico. Nell’ambito della negoziazione del CAI, si è parlato molto del rispetto dei diritti umani – in particolare contro il lavoro forzato – e delle disposizioni a tutela dell’ambiente e della lotta ai cambiamenti climatici. Lo stesso Parlamento europeo ha votato una risoluzione proprio per far sì che l’accordo includesse adeguati impegni in questo senso. Come tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea, anche nel CAI figurano disposizioni in materia di norme del lavoro, nonché in materia di ambiente e clima, in particolar modo per attuare efficacemente l’accordo di Parigi. I principi dello sviluppo sostenibile figurano, invero, tra i valori comuni sul quale il CAI si fonda. Tuttavia, è necessario sottolineare che, pur avendone tutte le intenzioni, non sempre l’UE riesce a garantire efficacemente il rispetto di tali disposizioni.

I prossimi passi

Il 30 dicembre è stato raggiunto un accordo “di principio”. Ciò significa che alla volontà politica europea e cinese di raggiungere tale accordo, dovranno seguire numerose fasi. Anzitutto, conformemente alle norme giuridiche, l’accordo dovrà essere firmato. Dopodiché si passerà alla ratifica dello stesso, fino alla sua conclusione effettiva. A partire dalla firma dell’accordo, le due parti mirano a concludere i negoziati entro due anni. A quel punto, entrerà in gioco il meccanismo di applicazione e monitoraggio: sarà la Commissione europea a monitorare l’attuazione degli impegni assunti dall’UE in merito all’accordo.

Per l’Unione europea l’accordo raggiunto “ha un grande significato economico e lega le due parti a una relazione sugli investimenti fondata sui valori e basata sui principi dello sviluppo sostenibile”, mentre per Xi Jinping, l’accordo “fornirà agli investimenti reciproci un maggiore accesso al mercato, un livello più elevato di ambiente imprenditoriale, maggiori garanzie istituzionali e una cooperazione più brillante”, stimolando anche “con forza la ripresa mondiale nel periodo post-epidemia”.

Politica spaziale europea: l’UE investe 300 milioni di euro per promuovere l’innovazione nel settore

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Il 13 gennaio, nell’ambito della 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI) hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore. Si tratta di investimenti in un settore cruciale per l’Unione europea: nell’ultimo decennio, invero, gli importanti risultati ottenuti in materia spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere il proprio prestigio scientifico e tecnologico, rafforzandone l’indipendenza strategica e la posizione di attore globale.

L’UE e la politica spaziale

Il tema dell’accesso allo spazio ha una rilevanza strategica alla quale i principali attori spaziali europei, e dunque l’Unione europea, l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed i rispettivi Stati membri, sono chiamati a dare un chiaro indirizzo politico, industriale e tecnologico che permetta di consolidare la Politica spaziale europea. Quest’ultima fornisce agli europei innovazioni nelle attività quotidiane sulla Terra: infatti, lo sviluppo e l’utilizzo di complessi sistemi spaziali ed i servizi ad essi associati concorrono all’efficacia delle politiche europee in ambiti come la sicurezza e la difesa, l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia. Inoltre, lo spazio offre l’opportunità di ampliare la competitività e l’innovazione dell’industria europea, di stimolare la crescita economica e di accrescere il sapere scientifico e tecnologico.

L’UE ha tre programmi spaziali faro: Copernicus, il più avanzato sistema di osservazione della Terra a livello mondiale, è un fornitore leader di dati di osservazione della Terra, aiuta a salvare vite in mare, migliora la risposta ai disastri naturali e consente agli agricoltori di gestire meglio i propri raccolti; Galileo, il sistema di navigazione satellitare globale europeo, fornisce informazioni di posizionamento e temporizzazione più accurate e affidabili per automobili autonome e connesse, ferrovie, aviazione e altri settori; EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service), infine, fornisce servizi di navigazione “safety of life” agli utenti del trasporto aereo, marittimo e terrestre in gran parte dell’Europa.

Il programma spaziale dell’Unione europea 2021-2027

Attualmente l’UE sta lavorando ad un programma spaziale pienamente integrato per il periodo 2021-2027 che riunisca tutte le attività delle istituzioni europee in un unico programma e fornisca in tal modo un quadro coerente per gli investimenti. A tal riguardo, il 16 dicembre 2020 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sulla proposta di regolamento che istituisce il futuro Programma spaziale dell’Unione 2021-2027 e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale. La proposta dovrebbe essere finalizzata a breve nel contesto del più generale del Quadro finanziario pluriennale dell’UE 2021-2027, ed applicarsi retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021.

Il nuovo regolamento intende assicurare in particolare: un ruolo più forte dell’UE quale attore di primo piano nel settore spaziale; dati e servizi spaziali di alta qualità, aggiornati e sicuri; migliori benefici socioeconomici derivanti dall’utilizzo di tali dati e servizi, per esempio maggiore crescita e creazione di posti di lavoro nell’UE; infine, maggiore sicurezza e autonomia dell’UE.

I nuovi investimenti

Nell’ambito della definizione di tale nuovo programma, il 13 gennaio, la Commissione europea e il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), in seno alla 13° Conferenza spaziale europea tenutasi a Bruxelles, hanno annunciato un investimento di 300 milioni di €, di cui 100 milioni provenienti dal bilancio dell’UE, per promuovere l’innovazione nel settore spaziale. L’investimento riguarda due fondi relativi alla tecnologia spaziale, Orbital Ventures e Primo Space, nell’ambito del primo progetto pilota di equity finanziato dall’Unione europea nel settore spaziale, vale a dire InnovFin Space Equity Pilot, specificamente dedicato a sostenere l’innovazione e la crescita delle PMI europee che operano nel settore.

Nel dettaglio, Orbital Ventures, un fondo paneuropeo dedicato alle aziende nelle fasi di avviamento e iniziali, si concentra sulle tecnologie spaziali, comprese quelle a valle (comunicazioni, crittografia, conservazione e trattamento dei dati, geolocalizzazione, osservazione della Terra) e a monte (hardware, materiali, elettronica, robotica, razzi, satelliti). Quanto, invece, a Primo Space, un investitore italiano dedicato al trasferimento tecnologico in fase iniziale, è stato il primo fondo selezionato dal FEI nell’ambito del progetto pilota; si tratta di uno dei primi fondi dedicati al trasferimento tecnologico in Europa, nonché del primo in Italia, a dedicarsi esclusivamente alle tecnologie spaziali; esso investe in progetti o imprese nelle fasi iniziali e promuoverà la commercializzazione di innovazioni pionieristiche nell’industria spaziale in Europa.

Si prevede che InnovFin Space Equity Pilot sarà pienamente implementato nelle prossime settimane e sosterrà circa 50 società di tecnologia spaziale in tutta Europa.

Le dichiarazioni

Il Commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, commentando i nuovi investimenti nel settore spaziale, ha dichiarato “Il rafforzamento della competitività nell’industria spaziale è un elemento essenziale per la ripresa del settore. Accolgo con grande favore questo investimento nelle PMI del settore delle tecnologie spaziali, che ci avvicina al nostro obiettivo di transizione digitale”. “Lo sviluppo del nostro settore spaziale ci aiuterà a rafforzare la nostra autonomia strategica, a mio avviso l’obiettivo principale della nostra generazione, che ingloba tutti i nostri obiettivi operativi” questo invece il commento del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

 

Francesca Scalpelli
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