Gli uomini e le donne della sesta generazione: il fattore umano dimenticato della rivoluzione strategica

Da alcuni anni il dibattito strategico e militare è dominato da un’espressione che ricorre con crescente frequenza: sesta generazione. Si parla di caccia di sesta generazione, di sistemi autonomi, di intelligenza artificiale, di droni collaborativi, di cloud militari, di sensori distribuiti e di reti multidominio.

L’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle piattaforme e sulle tecnologie. Molto meno si discute di una questione probabilmente ancora più importante: chi governerà tutto questo?La vera domanda strategica non riguarda soltanto quali sistemi saranno disponibili nei prossimi vent’anni, ma quali esseri umani saranno in grado di comprenderli, integrarli e impiegarli efficacemente.

Se la quinta generazione ha richiesto nuovi strumenti, la sesta generazione richiederà soprattutto nuovi uomini e nuove donne. La storia insegna che ogni rivoluzione tecnologica è stata preceduta o accompagnata da una rivoluzione culturale. Le innovazioni che hanno trasformato la società e la guerra non sono state rese possibili soltanto dall’invenzione di nuove macchine, ma dalla formazione di persone capaci di comprenderne le implicazioni e di utilizzarle in modi innovativi. In fondo, la storia del progresso umano è anche la storia della formazione delle élite civili e militari che hanno saputo interpretare e governare il cambiamento. 

L’eredità più preziosa che riceviamo dal passato non è dunque la tecnologia, ma la consapevolezza che il progresso dipende dalla formazione dell’essere umano. Per oltre un secolo le organizzazioni militari hanno costruito la propria identità attorno alle piattaforme. Esistevano piloti, sommergibilisti, carristi, artiglieri e comandanti navali. Le competenze erano definite principalmente dal sistema impiegato e dal dominio operativo di appartenenza. La trasformazione attualmente in corso sta modificando radicalmente questa impostazione. 

Nel modello tradizionale della kill chain, il processo era relativamente lineare: un sensore individuava il bersaglio, l’informazione veniva trasmessa a un centro di comando e successivamente a una piattaforma incaricata dell’ingaggio. Oggi stiamo entrando nell’era della kill web, una rete distribuita nella quale sensori, piattaforme, algoritmi, sistemi autonomi e decisori umani interagiscono simultaneamente in tempo reale. La differenza non è soltanto tecnologica ma è soprattutto cognitiva e organizzativa. Il valore operativo non deriva più dalla singola piattaforma ma dalla qualità delle connessioni tra i diversi nodi della rete. Un F-35 isolato resta un eccellente velivolo di quinta generazione.

Un F-35 integrato con satelliti, droni collaborativi, sensori navali, sistemi terrestri e algoritmi di intelligenza artificiale diventa parte di un sistema di sesta generazione. La stessa logica vale per gli esseri umani.Nell’era della kill web, il personale della sesta generazione non sarà identificato dalla piattaforma di appartenenza, ma dalla capacità di operare come nodo cognitivo di una rete multidominio.Sarà definito dalla sua capacità di integrare sistemi diversi, comprendere reti complesse e operare simultaneamente in più domini. 

Non sarà semplicemente un pilota, un marinaio o un ufficiale terrestre. Sarà necessariamente un professionista interforze. La sua principale competenza non sarà l’impiego di una specifica piattaforma, ma la capacità di collegare sensori, informazioni, effetti e decisioni all’interno di architetture operative sempre più distribuite. Dovrà comprendere tutti i domini operativi, compreso il nuovo dominio cognitivo che sta emergendo come terreno decisivo della competizione strategica contemporanea.

La sua formazione non potrà più essere costruita esclusivamente attorno alle tradizionali competenze specialistiche, ma dovrà possedere una cultura cosiddetta sistemica.

Più che uno specialista di una singola funzione, dovrà essere un integratore di capacità in grado di comprendere le interdipendenze tra tecnologia, organizzazione, informazione e processo decisionale. L’immagine tradizionale del comandante richiama spesso quella di un leader che impartisce ordini a una struttura gerarchica. Nella conflittualità contemporanea questa rappresentazione rischia di diventare insufficiente. Il comandante di sesta generazione assomiglierà sempre più a un direttore d’orchestra. Non controllerà ogni singolo elemento del sistema ma coordinerà una rete composta da esseri umani, algoritmi, piattaforme autonome, sistemi di intelligenza artificiale e organizzazioni distribuite. Non sarà più soltanto un decisore, ma un orchestratore di effetti distribuiti all’interno di una rete multidominio.

Il suo compito non sarà semplicemente decidere ma soprattutto comprendere prima degli altri cosa stia accadendo e adattare continuamente il sistema alle mutate condizioni operative.

In altre parole, il vantaggio competitivo non deriverà soltanto dalla superiorità tecnologica, ma dalla capacità di trasformare informazioni distribuite in comprensione condivisa e decisioni tempestive.

La superiorità militare dipenderà sempre meno dalla capacità di eseguire procedure e sempre più dalla capacità di interpretare situazioni complesse. Nell’era della complessità, il comando tenderà progressivamente a trasformarsi da esercizio dell’autorità a esercizio della comprensione.

Esiste una narrazione secondo la quale l’intelligenza artificiale ridurrà il ruolo dell’uomo nei processi decisionali. Potrebbe accadere esattamente il contrario.

Più cresce la complessità tecnologica, maggiore diventa la necessità di figure umane capaci di comprenderne limiti, rischi e implicazioni.

L’intelligenza artificiale potrà accelerare l’elaborazione delle informazioni, individuare correlazioni invisibili all’occhio umano e suggerire corsi d’azione alternativi, ma non potrà sostituire il giudizio strategico. Soprattutto non può assumersi la responsabilità politica, morale e giuridica delle decisioni. La decisione finale continuerà a essere un atto umano, perché soltanto l’essere umano può assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte.

Il rischio reale non è che l’intelligenza artificiale sostituisca l’uomo. Il rischio è che uomini insufficientemente preparati smettano progressivamente di comprenderla. In quel momento il problema non sarebbe l’autonomia delle macchine, ma la perdita di controllo cognitivo da parte degli esseri umani. Se ciò dovesse accadere, i sistemi di sesta generazione diverrebbero progressivamente non governabili. Paradossalmente, più aumenterà la potenza degli algoritmi, maggiore sarà il valore strategico della formazione umana. La vera sfida del futuro non sarà quindi solo costruire algoritmi sempre più sofisticati, ma formare esseri umani capaci di mantenere il controllo cognitivo del sistema. La superiorità militare nel mondo contemporaneopotrebbe dipendere meno dall’intelligenza artificiale in sé e più dalla qualità degli uomini e delle donne chiamati a governarla.

La trasformazione in corso non riguarda soltanto le organizzazioni militari. Le guerre contemporanee coinvolgono ormai l’intera società.

Le infrastrutture energetiche, le reti digitali, le catene logistiche, i sistemi finanziari, l’informazione, l’industria e la ricerca sono diventati elementi essenziali della sicurezza nazionale.

L’Ucraina lo ha dimostrato in modo evidente. La capacità di resistere non dipende esclusivamente dalle forze armate ma dall’interazione tra industria, innovazione, università, finanza, infrastrutture e opinione pubblica.

La competizione strategica si è trasformata in una competizione tra ecosistemi nazionali.

In questo scenario emerge una domanda ancora più importante.

Se gli ufficiali di sesta generazione dovranno possedere una cultura multidominio e sistemica, quale profilo dovranno avere i decisori politici e amministrativi?

Nel passato come nel presente, le amministrazioni pubbliche sono organizzate secondo una logica verticale, ogni ministero, ogni amministrazione e ogni apparato dello Stato presidiano infatti uno specifico settore di competenza. Ogni competenza è confinata entro confini relativamente definiti.

La complessità contemporanea sta però dissolvendo queste separazioni.

Una crisi energetica può avere conseguenze economiche, sociali, militari e geopolitiche.

Un attacco cyber può produrre effetti finanziari, industriali e strategici.

Un algoritmo sviluppato in una società privata può influenzare la sicurezza nazionale quanto un sistema d’arma. Le nuove conflittualità non coinvolgono più soltanto le Forze Armate, ma investono l’intero sistema-Paese: istituzioni, imprese, università, infrastrutture, reti digitali, sistema finanziario e opinione pubblica.I decisori pubblici del futuro dovranno quindi sviluppare competenze che tradizionalmente non appartenevano alla loro formazione.

Dovranno comprendere la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la geopolitica, l’economia, le infrastrutture critiche, la gestione della complessità e il dominio cognitivo,

non per diventare specialisti di ogni settore, ma per comprendere le connessioni tra i diversi settori. La loro funzione non sarà quella di possedere tutte le risposte, ma di comprendere come decisioni assunte in un settore possano generare conseguenze inattese in molti altri.

In un mondo caratterizzato da interdipendenza e complessità crescente, la qualità del decisore dipenderà sempre meno dalla profondità della sua specializzazione e sempre più dalla capacità di leggere il sistema nel suo insieme. Per molti decenni l’alfabetizzazione è coincisa con la capacità di leggere e scrivere.Nella contemporaneità sta emergendo una nuova forma di alfabetizzazione che potremmo definire “alfabetizzazione strategica della complessità”. Essa consiste nella capacità di comprendere reti, interdipendenze, vulnerabilità sistemiche e dinamiche emergenti.

Sarà questa competenza a distinguere gli ufficiali di sesta generazione, ma anche i dirigenti pubblici, gli imprenditori, i ricercatori e i leader politici del futuro. Perché la vera rivoluzione della sesta generazione non riguarda soltanto le piattaforme, gli algoritmi o i sistemi autonomi: riguarda soprattutto gli esseri umani chiamati a governarli. Le piattaforme potranno essere acquistate, gli algoritmi potranno essere sviluppati, i sistemi autonomi potranno essere prodotti in serie.

La risorsa più rara e preziosa continuerà però a essere quella che è sempre stata nella storia del progresso umano e della competizione tra le nazioni: donne e uomini capaci di comprendere la complessità, governare il cambiamento e prendere decisioni responsabili nell’incertezza.

 

Pasquale Preziosa

 

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