Tregua prorogata, guerra continua: Israele-Libano e il cessate il fuoco svuotato

Sarebbe dovuto scadere il 17 maggio tuttavia, sabato 16, i governi di Israele e Libano hanno deciso di prolungare di 45 giorni il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 16 aprile. È stato il portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ad annunciare che i negoziati politici riprenderanno – sempre negli Stati Uniti– il prossimo 2 e 3 giugno.  Ma il cessate il fuoco tra i due Paesi resta altamente controverso: dalla sua entrata in vigore, Israele ha proseguito con scontri e bombardamenti quasi ogni giorno. Proprio ieri, il ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio dei morti, precisando che in sole 24 ore 18 persone sono rimaste uccise e 124 ferite dagli attacchi di Tel Aviv.

Se sulla carta, dunque, si programmano negoziati politici per l’inizio di giugno, la realtà materiale racconta una storia diversa. Una storia che si presenta come l’ennesima dimostrazione di un cortocircuito geopolitico: l’assoluta incapacità di far rispettare gli accordi sul campo.

Il dato più allarmante che emerge dall’attuale scenario mediorientale è la sistematica svalutazione del caesefire come strumento diplomatico. Per Israele, la tregua sembra essere più diventata un mezzo utile a mantenere il dialogo con l’alleato americano, mentre sul terreno si persegue una strategia di creazione del fatto compiuto.

La continuazione dei raid aerei a sud del fiume Litani, l’evacuazione forzata di Tiro e la sistematica distruzione delle infrastrutture libanesi evidenziano tre criticità geopolitiche fondamentali. Primo, il logoramento del diritto internazionale. Se uno Stato sovrano accetta una tregua mediata dalla superpotenza globale – gli Usa– e, contemporaneamente, intensifica le operazioni militari provocando decine di vittime civili– tra cui circa 200 bambini dall’inizio del conflitto–, il valore dei trattati internazionali viene implicitamente azzerato. Poi, c’è la scomoda posizione di Washington che agisce da garante di un accordo che viene giornalmente violato dal suo principale alleato. Questo indebolisce la posizione globale degli Stati Uniti, descritti dai portavoce “ottimisti su una pace duratura”, ma smentiti dai fatti meno di 24 ore dopo. Infine, il problema della destabilizzazione regionale permanente. Il mancato rispetto della tregua impedisce qualsiasi stabilizzazione istituzionale in Libano, offrendo a Hezbollah e ai suoi alleati regionali l’argomento retorico perfetto: l’intrinseca inaffidabilità di Tel Aviv.

Ad aggravare ulteriormente la posizione geopolitica di Israele è l’escalation di tensioni con i caschi blu dell’ONU. I colpi di mortaio caduti a Rumaysh e Al Bayyadah, uniti ai carri armati israeliani che puntano il cannone contro i convogli Unifil che scortano la Croce Rossa, non sono semplici incidenti di percorso. Questo atteggiamento isola Israele anche dai suoi alleati europei– molti dei quali forniscono i contingenti per la missione Unifil– e dimostra come il governo di Netanyahu consideri la comunità internazionale non come una garanzia di sicurezza lungo il confine, ma più come un ostacolo tattico alle proprie operazioni on the ground.

A complicare la situazione, si aggiunge la riaccensione del fronte di Gaza. I raid nel quartiere Rimal contro Izz al-Din Haddad –il leader di Hamas– accompagnato dai toni trionfalistici di Netanyahu – “Israele vi raggiungerà” – rischia di far saltare anche le più remote prospettive di distensione nella Striscia. Questo attivismo militare risponde a una logica politica ben precisa. Con un governo interno descritto dagli analisti prossimo alla caduta, la leadership di Netanyahu sembra legare la propria sopravvivenza politica alla perpetuazione dello stato di guerra.

La proroga di 45 giorni non è, dunque, una vittoria della pace, ma una dilazione del tempo bellico. Finché i cessate il fuoco non rispettati vivranno nell’impunità, la diplomazia internazionale verrà svuotata di significato, e il rischio di un’esplosione ancora più devastante nel Golfo Persico rimarrà drammaticamente elevato.

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