Come il conflitto Usa-Iran sta dilagando nel Golfo 

Lo annuncia il Comando Centrale degli Stati Uniti –Centcom– sul profilo X.  “Durante l’ottava notte consecutiva di attacchi statunitensi, le forze del Centcom hanno colpito con successo strutture militari iraniane di sorveglianza costiera e di difesa aerea, mezzi navali e siti di stoccaggio di missili e droni, al fine di continuare a indebolire le capacità militari iraniane.

Mentre il Centcom prosegue da otto notti consecutive un’offensiva aerea mirata a scardinare la logistica dei Pasdaran e i loro depositi nell’Iran meridionale, Teheran reagisce allargando il raggio d’azione ai paesi del Golfo alleati di Washington. La dottrina dei Guardiani della Rivoluzione adesso si sposta ora su obiettivi economici e logistici sensibili, sanzionando duramente quei Paesi che ospitano basi militari occidentali. 

In Kuwait, un raid missilistico iraniano ha colpito una centrale strategica di produzione energetica, innescando diversi incendi e costringendo l’Aeroporto Internazionale a sospendere temporaneamente i voli. In Bahrein e in Giordania – presso la base di al-Azraq– Teheran ha rivendicato attacchi contro nodi radar e infrastrutture logistiche americane confermati anche dalle autorità di difesa locali che, tuttavia, non sono state in grado di quantificarne i danni effettivi.

Il contagio del conflitto ha riacceso anche il fronte meridionale nello Yemen, spezzando di fatto la tregua che sopravviveva– seppur a singhiozzo– dal 2022. Le forze ribelle Houthi –pilastro fondamentale dell’Asse della Resistenza legato a Teheran– hanno denunciato un bombardamento saudita contro l’aeroporto della capitale Sana’a per impedire il rientro della delegazione yemenita dai funerali di stato della Guida Suprema Khamenei, a Teheran. Ma la rappresaglia degli Houthi non si è fatta attendere, concretizzandosi nell’attacco dell’Abha International Airport, in Arabia Saudita.

Questa fiamma riaccesa minaccia direttamente anche il secondo collo di bottiglia marittimo del globo: lo Stretto di Bab al-Mandeb. Se dopo i massacri del 2024 gli yemeniti avevano mantenuto un basso profilo operativo, la riapertura di questo fronte espone l’Arabia Saudita a rischi enormi. Gli investimenti principali di Riyad, infatti, riguardano ora il trasporto via terra e la diversificazione verso i terminali del Mar Rosso– proprio per evitare lo Stretto di Hormuz, controllato da Teheran.

La postura bellicosa e iraconda di Teheran si sviluppa sullo sfondo di una profonda e inedita crisi della sua struttura interna. La scomparsa di Ali Khamenei e l’ascesa del figlio, MojitabaKhamenei, hanno acceso una dura faida all’interno del Paese. L’ala oltranzista dei radicali accusa l’esecutivo del presidente Pezeshkhian e il Ministro degli Esteri Abbas Argachi di aver perpetrato un “golpe bianco”, indebolendo i valori ideologici del regime. E le contestazioni in piazza durante i funerali di stato del 9 luglio scorso sono stati l’esempio più emblematico di un Paese strutturalmente spaccato.

Nel frattempo, l’Iraq sta provando a sfruttare la crisi geopolitica per divincolarsi da Teheran, firmando a Washington un’architettura di 48 accordi strategici con alcuni consorzi occidentali. L’obiettivo sarebbe quello di ridisegnare la mappa energetica del Paese, ripristinando l’antico oleodotto trans-siriano verso il porto di Baniyas sul Mediterraneo. Così facendo, il greggio iracheno godrà di un’autonomia slegata dalle dinamiche di Hormuz.

Nonostante l’intensificazione degli attacchi terrestri e marittimi, gli analisti dell’Istituto per lo Studio della Guerra (ISW) rilevano come le operazioni attuali mantengano, seppur a fatica, una scala geometricamente inferiore rispetto ai picchi dei conflitti aperti della primavera precedente. Il dietrofront strategico di Donald Trump in merito alla provocatoria proposta di applicare un “pedaggio commerciale del 20%” sui transiti a Hormuz suggerisce la volontà della Casa Bianca di non esasperare il prezzo del greggio sui mercati globali, preferendo la via del logoramento mirato delle capacità navali e infrastrutturali dei Pasdaran. L’allineamento operativo dell’aviazione israeliana a Tel Aviv indica tuttavia che la deterrenza regionale si regge ormai su un equilibrio estremamente precario, destinato a ridefinire permanentemente i confini della sicurezza energetica europea.

Previous Story

Einstein Telescope, Italia e Germania rilanciano la candidatura congiunta: accordo tra Sardegna e Sassonia per il futuro osservatorio europeo

Next Story

Dall’Ucraina al Medio Oriente: le nuove lezioni strategico-Militari

GoUp