GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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L’accordo definitivo sul bilancio pluriennale dell’UE

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Il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’UE hanno trovato un accordo sull’approvazione del bilancio pluriennale per il periodo 2021-2027. Dopo una lunga e complessa trattativa, Polonia e Ungheria hanno rimosso il proprio veto ed hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto, ma con alcune limitazioni. Il meccanismo di condizionalità economica, invero, entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. Inoltre, nel caso in cui uno Stato membro decida di fare ricorso contro il meccanismo, bisognerà aspettare una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea prima di attivarlo. Il 16 dicembre è altresì giunta l’approvazione da parte del Parlamento europeo, prevedendo ulteriori 15 miliardi di euro per i principali programmi UE rispetto alla proposta originaria del Consiglio «per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei».

L’approvazione da parte del Consiglio e la revoca del veto di Ungheria e Polonia

Dopo 10 settimane di intense negoziazioni, il 10 dicembre, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles, hanno trovato un accordo sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027. Un mese fa, Polonia e Ungheria, due Stati a guida semi-autoritaria, avevano posto il loro veto al bilancio in disaccordo con il nuovo meccanismo che vincola l’erogazione dei fondi UE al rispetto dello stato di diritto e che metteva i due paesi ad alto rischio di sanzioni. Il 10 dicembre entrambi i Paesi hanno accettato un compromesso che prevede il mantenimento del suddetto meccanismo di condizionalità economica ma con alcune limitazioni: entrerà in vigore soltanto a partire dal primo gennaio e soltanto in relazione al budget appena approvato. I due Paesi hanno ritirato il proprio veto dopo che gli altri 25 si sono impegnati a firmare una dichiarazione d’intenti in cui spiegano che il meccanismo verrà applicato senza pregiudizi, che sarà legato esclusivamente ai fondi europei, e che entrerà in vigore dopo una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, che molto probabilmente sarà interpellata da Ungheria o Polonia o dalla stessa Commissione europea.

Dopo l’approvazione dell’accordo, i due Paesi hanno affermato di considerare la dichiarazione di intenti una vittoria. Tuttavia, il testo dell’accordo, redatto un mese fa, non è stato modificato e il meccanismo entrerà effettivamente in vigore assieme al nuovo bilancio il 1° gennaio 2021. I Paesi Bassi hanno inoltre ottenuto che il meccanismo sarà retroattivo: riguarderà infatti anche le violazioni dello stato di diritto compiute prima della sentenza della Corte di Giustizia. Quanto a quest’ultima, vi sono pochi dubbi che la Corte possa respingere il nuovo meccanismo.

Se non fosse stato trovato un accordo sul bilancio pluriennale entro il 31 dicembre, l’Unione Europea sarebbe entrata in una fase di esercizio provvisorio, ipotesi finora senza precedenti. Per quanto riguarda, invece, l’approvazione del Recovery Fund da 750 miliardi di euro per la ripresa dopo la crisi provocata dal Covid-19– incluso nel Quadro finanziario pluriennale approvato – sarebbe stato possibile aggirare il veto di Polonia e Ungheria e procedere senza di loro, ma molti leader europei, tra cui la cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno preferito una soluzione di unanimità.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha accolto la notizia complimentandosi con la presidenza di turno del Consiglio, detenuta dalla Germania, ed affermando che “L’Europa va avanti”. Quanto all’Italia, in seguito al raggiungimento del compromesso, il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha scritto su Twitter che l’accordo consente di sbloccare 209 miliardi di euro destinati al nostro Paese.

L’approvazione del Parlamento europeo

Il 16 dicembre è giunta altresì l’approvazione del Parlamento Europeo al Quadro finanziario pluriennale (QFP). Rispetto alla proposta iniziale del Consiglio sono stati previsti ulteriori 15 miliardi di euro per finanziare dieci programmi che hanno a che fare con sanità, ricerca, cultura e politica comune su migrazione e asilo «Per proteggere meglio i cittadini dalla pandemia COVID-19, fornire opportunità alla prossima generazione e preservare i valori europei». Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo triplica la dotazione per EU4Health, assicura l’equivalente di un anno supplementare di finanziamento per Erasmus+ e garantisce che i finanziamenti per la ricerca continuino ad aumentare.

I negoziatori hanno accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine per ripagare il debito che genererà il Recovery non devono essere coperti a scapito dei programmi di investimento del QFP. Pertanto, è stata elaborata una tabella di marcia per introdurre nuove “risorse proprie” – vale a dire delle tasse riscosse direttamente dall’UE – da inserire nel bilancio nei prossimi sette anni e far fronte così a tali costi aggiuntivi.

L’Europarlamento ha altresì approvato il regolamento che introduce il meccanismo di condizionalità economica e con riguardo alla spesa dei fondi del Next Generation EU ha garantito l’occorrenza di incontri regolari tra le tre principali istituzioni europee, al fine di valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione. In aggiunta, vi sarà una migliore tracciabilità per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’UE sostenga gli obiettivi di protezione del clima, e che il 7,5% della spesa annuale sia dedicata agli obiettivi di biodiversità a partire dal 2024, e il 10% dal 2026 in poi. Infine, last but not least, la parità di  genere sarà ora prioritaria nel QFP, attraverso un’approfondita valutazione dell’impatto di genere e il monitoraggio dei programmi finanziati.

 

L’ accordo sui fondi dell’UE per le politiche comuni in materia di asilo, migrazione e integrazione

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Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027. Il rinnovato Fondo “Asilo, migrazione e integrazione”, ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori.

Il Fondo asilo migrazione e integrazione

Il “Fondo asilo migrazione e integrazione” (Fami)” è uno strumento finanziario istituito con Regolamento UE n. 516/2014 avente l’obiettivo di promuovere una gestione integrata dei flussi migratori, sostenendo tutti gli aspetti del fenomeno: asilo, integrazione e rimpatrio. Tutti gli Stati membri dell’Unione europea, tranne la Danimarca, partecipano all’attuazione del Fondo. Nel dettaglio, quest’ultimo è gestito dalla Commissione europea tramite la sua Direzione Generale Migrazione e affari interni, con l’ausilio delle Autorità Responsabili del Fondo, vale a dire gli organismi pubblici degli Stati membri interessati. In Italia tale Autorità corrisponde al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno.

Oltre ad avere una dimensione interna il Fami ha altresì una dimensione esterna, supportando azioni condotte in Paesi terzi, purché queste siano nell’interesse della politica dell’Unione in materia di immigrazione e degli obiettivi UE di sicurezza interna ed è inoltre impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, attraverso procedure che permettano di concedere finanziamenti in un breve lasso di tempo.

Il Fami nel quadro finanziario 2021-2027: l’accordo tra Parlamento e Consiglio

Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno raggiunto un accordo politico sulle priorità di bilancio per le politiche di asilo, migrazione e integrazione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2021-2027: il rinnovato Fami ammonterà a 9,882 miliardi di euro a prezzi correnti. Rafforzare la politica comune in materia di asilo, sviluppare la migrazione legale in relazione alle esigenze socioeconomiche degli Stati membri, promuovere un’efficace integrazione e inclusione sociale, contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi principali del fondo prefissati dai colegislatori. Altri obiettivi includono la garanzia di rimpatri e riammissioni sicure e dignitose per coloro che non hanno diritto a rimanere nell’UE, nonché il supporto nel processo di reinserimento nei paesi terzi. Su richiesta del Parlamento europeo, il fondo dovrebbe altresì mirare a rafforzare la solidarietà e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, in particolare nei confronti di coloro che sono più colpiti dalle sfide dei flussi migratori e dell’asilo, come Italia e Grecia, attraverso una cooperazione pratica.

La maggior parte dei fondi, circa il 63,5%, sarà destinata a programmi in gestione concorrente tra l’UE e gli Stati membri, le cui assegnazioni varieranno a seconda del numero di cittadini di paesi terzi residenti nel paese, domande di asilo ricevute, decisioni di rimpatrio prese e rimpatri effettuati. Il restante 36,5% sarà gestito direttamente dall’UE e sarà impiegato per rispondere rapidamente alle emergenze, all’ammissione umanitaria da paesi terzi e al reinsediamento di richiedenti asilo e rifugiati in altri Stati membri dell’Unione, “come parte degli sforzi di solidarietà”.

I negoziatori hanno altresì assicurato che i fondi potranno essere assegnati alle Autorità locali e regionali che implementano misure per sostenere il processo di integrazione nella loro comunità.

Gli europarlamentari sono riusciti ad aumentare la somma che i paesi dell’UE riceveranno per ogni persona reinsediata: 10.000 euro, contro i 7.000 euro previsti dal Consiglio, la stessa cifra che riceveranno per ogni persona ricollocata da un altro Stato membro. Inoltre, mentre nell’ambito del precedente quadro finanziario pluriennale 2014-2020 i paesi non hanno ricevuto fondi per l’ammissione umanitaria, ora riceveranno 6.000 € per ogni persona accolta con questo meccanismo, 8.000 € se si tratta di una persona vulnerabile.

Dichiarazioni e prossimi step

“Rinforzato, il nuovo fondo diventerà uno strumento chiave dell’UE per gestire la migrazione, l’asilo e l’integrazione in modo efficace e umano. La solidarietà non sarà solo una frase vuota, perché i paesi dell’UE riceveranno un generoso sostegno finanziario, anche attraverso il reinsediamento e il trasferimento. Le autorità locali e regionali avranno anche un accesso più facile ai fondi da spendere per l’integrazione e maggiori garanzie limiteranno la spesa al di fuori dell’UE, che è stata la priorità per il Parlamento” ha dichiarato la relatrice slovena Tanja Fajon – appartenente al gruppo dei Socialisti e democratici – in seguito al raggiungimento del compromesso.

Quanto ai prossimi passi, l’accordo tra il Parlamento e il Consiglio sarà ora finalizzato a livello tecnico, entrambe le istituzioni europee sono quindi chiamate ad adottarlo formalmente.

L’Unione europea tra terrorismo e sicurezza

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Il Covid-19, la crisi economica e quella sanitaria non hanno spostato l’attenzione europea da due dei temi cruciali per l’Europa di oggi: terrorismo e sicurezza continuano ad essere centrali nelle politiche europee, anche a causa degli attacchi dell’ultimo periodo in Francia e in Austria. Nell’ambito dell’Unione della sicurezza, la Commissione europea ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo e per un Europol più forte, al fine di potenziare la resilienza dell’UE. Allo stesso tempo, è stata presentata una relazione sulla sicurezza, rispettando l’impegno di riferire periodicamente sui progressi compiuti in tale ambito.

L’Unione della sicurezza 2020-2025

Il 24 luglio scorso la Commissione europea ha adottato la strategia dell’UE per l’Unione della sicurezza 2020-2025 ed ha presentato una serie di iniziative con l’obiettivo di creare un approccio multidisciplinare, coordinato e integrato alla sicurezza, rispettando i diritti fondamentali. Nella strategia sono state stabilite le priorità strategiche interdipendenti in materia di sicurezza europea sulla base dell’Agenda 2015-2020 e che verranno portate avanti tra il 2020 e il 2025. Tra le iniziative presenti vi è la strategia dell’UE per una lotta efficace contro gli abusi sessuali, un piano d’azione in materia di droga e il piano sul traffico di armi da fuoco.

Il programma di lotta al terrorismo

Tra le iniziative che rientrano nell’Unione della sicurezza è compreso anche il nuovo programma di lotta al terrorismo e per sviluppare la resilienza europea nei confronti delle minacce terroristiche. Tale programma è stato ideato con il fine di aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire la minaccia terroristica, imparando anche a reagire in modo più efficace. A tal proposito, risulta essenziale il ruolo dell’Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto al terrorismo: con il nuovo programma proposto, l’agenzia fornirà un migliore sostegno alle indagini degli Stati membri.

Molteplici sono gli obiettivi previsti dal programma per prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo. Innanzitutto, individuare le vulnerabilità e sviluppare una capacità di previsione delle minacce: la ricerca in materia di sicurezza diviene qui essenziale, insieme al potenziamento della resilienza delle infrastrutture critiche e delle missioni consultive organizzate dalla Commissione per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni dei rischi. In secondo luogo, è importante prevenire gli attentati e combattere la radicalizzazione, contrastando la diffusione delle ideologie estremiste e dei contenuti terroristici online. Inoltre, verranno elaborate delle linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico e verrà rafforzata l’azione preventiva delle carceri, soprattutto per quanto concerne la riabilitazione e il reinserimento. Particolarmente considerevole sarà poi promuovere la sicurezza e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione: l’Unione europea garantisce una maggiore protezione fisica degli spazi pubblici sin dalla loro progettazione, rendendo più resilienti le infrastrutture critiche. Infine, si ha l’obiettivo di rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati: la cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire agli attentati in modo efficace. La Commissione europea proporrà nel 2021 un codice di cooperazione di polizia dell’UE, al fine di rafforzare la cooperazione di contrasto al terrorismo.

Al fine reagire al meglio al terrorismo, sarà fondamentale per l’UE coinvolgere i paesi partner, dal vicinato al resto del mondo, collaborando attivamente anche con le organizzazioni internazionali. A tal proposito, la Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo che avrà lo scopo di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo.

La relazione sull’Unione della sicurezza

Quando nel luglio 2020 la Commissione ha presentato la nuova strategia, si è impegnata a riferire periodicamente sui progressi compiuti nel settore della sicurezza. Il 9 dicembre la Commissione europea ha presentato la sua prima relazione in tale ambito, evidenziando le azioni intraprese a livello europeo: assicurare un ambiente della sicurezza adeguato alle esigenze future; affrontare le minacce in evoluzione; proteggere i cittadini europei dal terrorismo; costruire un forte ecosistema della sicurezza. La relazione copre il periodo che va da ottobre 2019 a dicembre 2020 e illustra i principali progressi fatti in materia.

La Commissaria europea per gli Affari interni Ylva Johansson ha dichiarato: “La sicurezza interna è il cuore della strategia sulla sicurezza dell’Unione. Oggi e nelle prossime settimane mi concentrerò sulle esigenze individuate, tra cui figurano il miglioramento della risposta dell’UE ai contenuti terroristici online, l’interoperabilità tra i sistemi informatici e l’individuazione, la segnalazione e la rimozione di materiale pedopornografico online”. In merito al programma di lotta al terrorismo ha invece affermato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta le comunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati”.

Eurogruppo, il sì alla riforma del MES e i nodi da sciogliere

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Lunedì 30 novembre, l’Eurogruppo, l’organo informale che raccoglie i ministri degli Stati membri di economia e finanze dell’eurozona, ha trovato un accordo sulla riforma del MES, il “Meccanismo Europeo di Stabilità”. I ministri hanno approvato la modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del MES, al fine di prevenire le crisi e non curarle con rigide condizionalità. Il Commissario all’economia Paolo Gentiloni ha definito l’incontro un vero “successo”, anche perché la riforma è stata avviata due anni fa e, anche a causa del Covid-19, era attesa da oltre un anno. Per entrare in vigore però, avrà bisogno della conferma del Consiglio europeo e del via libera dei Parlamenti nazionali.

La necessità di una riforma del MES

Il MES è un’istituzione intergovernativa che non rientra tra le istituzioni dell’Unione europea ma che, tuttavia, è stata istituita al fine di aiutare i paesi dell’eurozona che si trovano in difficoltà. Nasce nel 2012 proprio con lo scopo di mettere in comune i fondi dei paesi dell’area euro e utilizzarlo per aiutare gli stati membri in grave crisi, come fu per la Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda. Tuttavia, da anni si parla della necessità di una riforma del trattato dell’organizzazione in quanto, per ricevere l’aiuto, ogni Stato avrebbe dovuto accettare un rigido piano di riforme – con misure quali tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni – ed essere sottoposto alla sorveglianza di un comitato costituito da Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Nato come tentativo di rendere l’eurozona economicamente unita e solidale nell’affrontare le crisi, questo meccanismo è stato oggetto di numerose critiche, anche opposte tra loro, con la solita contrapposizione di paesi. Se per i paesi del Nord Europa si tratta di un incentivo dato ai paesi del Sud per spendere più di quanto possiedono, molti paesi criticano le rigide misure previste in cambio degli aiuti. A partire dal 2018 dunque, si è iniziata a discutere la riforma del meccanismo e l’approvazione definitiva è arrivata solo a fine 2020.

Cosa prevede la riforma

Si tratta di un allargamento delle competenze del MES in quanto contempla una serie di nuovi compiti per il Meccanismo. In particolare, si prevede un ulteriore sviluppo degli strumenti del MES, il rafforzamento del ruolo del Meccanismo nella progettazione, nella negoziazione e nel monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria. Poi, si annuncia la creazione di un sostegno per il Fondo di risoluzione unico, che potrà essere finanziato dal MES quale rete di protezione per le banche a rischio. Quest’ultimo è un importante passo in avanti verso l’Unione bancaria e, vista la sua rilevanza, entrerà in vigore nel 2022 invece che nel 2024. Il presidente dell’Eurogruppo Donohoe considera tale sostegno comune come una rete di sicurezza che “rafforzerà e integrerà il pilastro di risoluzione dell’unione bancaria” garantendo che “il fallimento di una banca non danneggi l’economia in generale”. La riforma elimina, inoltre, il Memorandum previsto per imporre le condizioni di aiuto per i paesi che richiedono l’attivazione del Meccanismo, e lo sostituisce con una lettera d’intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità. I Paesi potranno ottenere i prestiti usufruendo di linee di credito precauzionali, senza concordare misure economiche particolari, se rispettano pienamente i parametri del trattato di Maastricht: rapporto deficit/Pil sotto il 3%, rapporto debito/Pil al 60%. Al momento, dieci Paesi, tra cui l’Italia, non rientrano in tali parametri.

Seppur di fondamentale importanza, il via libera dell’Eurogruppo alla riforma del MES non è vincolante né definitivo. Al contrario, è il punto di partenza e la base dell’accordo che dovrà essere oggetto del prossimo Consiglio europeo, per il quale la decisione finale passerà dai ministri dell’economia e delle finanze ai capi di Stato e di governo dell’eurozona. In caso di immediata intesa nel Consiglio europeo, si potrà procedere con l’atto che rende davvero operativo il consenso: la firma del trattato potrà avvenire con tutta probabilità a gennaio 2021. Tuttavia, il MES rimane un’organizzazione intergovernativa: necessita dunque dell’approvazione, in via definitiva, dei Parlamenti nazionali e solo allora potrà entrare in vigore.

Le reazioni in Italia

Il ministro dell’Economia italiano Gualtieri, nell’approvare la riforma del MES, ha specificato un elemento importante da sottolineare: la riforma del MES non riguarda la linea di credito approvata per lo scoppio della crisi da Covid-19, quella del “MES sanitario”. Il ministro ha dunque precisato che l’approvazione della riforma non equivale all’attivazione del MES da parte dell’Italia e, anche una volta approvata in via definitiva dal Parlamento, la modifica non comporta obblighi per l’Italia. Tuttavia, questa continua a dividere la maggioranza italiana, mentre il ministro dell’Economia ha affermato che si tratta di “un risultato positivo e importante su un testo equilibrato che ha richiesto un negoziato intenso”. Proprio per queste divergenze e poiché il MES è da almeno un anno al centro del dibattito politico italiano, la posizione dell’Italia ha avuto una rilevanza particolare. “Vorrei ringraziare Roberto Gualtieri per il suo coraggio politico poiché l’unico Stato della zona euro in cui questa questione è diventata un’importante questione di politica interna è stato l’Italia”, ha detto a tal proposito il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire. Se per il commissario all’Economia Gentiloni si tratta di una “buona notizia per cittadini e imprese”, il capo politico del Movimento 5 Stelle ha sottolineato che “la riforma del MES e il suo utilizzo sono due elementi totalmente distinti”, e parte del Movimento continua ad essere contrario anche alla riforma stessa.

L’approvazione della riforma è dunque ancora lontana e necessita del doppio vaglio Consiglio europeo – dove il Primo ministro Conte non mancherà di riportare anche la visione del primo partito al governo – e Parlamento nazionale, dove la maggioranza è divisa.

UE-ASEAN: il partenariato strategico e la cooperazione nella gestione del Covid-19

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Il 1° dicembre, la 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE ha riunito i Ministri degli Esteri dell’Unione europea e i loro omologhi dei 10 Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello regionale e globale, dando vita ad un partenariato strategico che sigla l’evoluzione delle relazioni. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In virtù del suo ruolo di primo piano tra tutti i partners del Sud-est asiatico, l’UE ha, inoltre, annunciato un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19.

Le relazioni UE-ASEAN

Le relazioni tra l’Europa e il Sud-est asiatico sono state ufficialmente avviate nel 1972. Tuttavia, è solo di recente che questo rapporto ha subito dei cambiamenti significativi.

Attualmente l’UE e l’ASEAN intrattengono efficaci rapporti di cooperazione in vari campi: dalla politica all’economia, dal commercio agli investimenti, dalla difesa alla sicurezza ed alla connettività tra i popoli. L’Unione europea ha istituto vari programmi per i Paesi membri dell’ASEAN-Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia, Sultanato del Brunei, Vietnam, la Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia-al fine di aiutarli a fronteggiare le sfide non convenzionali legate alla sicurezza, ai cambiamenti climatici ed alle catastrofi ambientali, guadagnandosi un posto di primo piano tra tutti i partners dell’ASEAN.

Oltre a cooperare con l’ASEAN come organizzazione, l’UE mantiene altresì relazioni bilaterali con i singoli Stati membri, concretizzatesi ad esempio nell’Accordo di Libero Scambio UE-Singapore e in quello tra UE e Vietnam (EVFTA).

Nonostante l’esistenza di alcuni ostacoli, derivanti dalle differenze culturali, dalle distanze geografiche e politiche, nonché dalle differenze economiche e sociali, le due organizzazioni sono determinate nel trovare le strategie adatte per beneficiare dei vantaggi offerti dalla cooperazione internazionale, al fine di costruire un rapporto duraturo ed efficace.

La 23ª videoconferenza ministeriale: l’avvio del partenariato strategico

Il 1° dicembre, nell’ambito della 23ª videoconferenza ministeriale ASEAN-UE, le due organizzazioni hanno aperto un nuovo capitolo nella loro relazione di lunga data, diventando partners strategici.

Entrando nel merito della videoconferenza, quest’ultima è stata copresieduta dall’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e dal Ministro degli Affari esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, in qualità di paese coordinatore per le relazioni del dialogo ASEAN-UE. Al vertice hanno partecipato i Ministri degli Esteri o i loro rappresentanti di tutti gli Stati membri dell’ASEAN e dei 27 Stati membri dell’UE, oltre al segretariato dell’ASEAN e alla Commissione europea, rappresentata dalla Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen. I ministri hanno ribadito il ruolo significativo svolto dall’ASEAN e dall’Unione europea nel plasmare l’agenda politica, socioeconomica e di sicurezza a livello locale e globale. Riconoscendo l’unicum rappresentato della connettività e dall’ integrazione regionale dell’ASEAN e dell’UE, è stato ribadito l’impegno reciproco a promuovere la connettività all’interno e tra le due organizzazioni. In tale ottica di rafforzamento della cooperazione attraverso la connettività è stato istituito un partenariato strategico, siglando l’evoluzione delle relazioni, con l’impegno a tenere regolari vertici tra i rispettivi leader.

La connettività tra i popoli è così promossa nello spirito di pace, inclusività, sviluppo, cooperazione, sostenibilità economica, fiscale, finanziaria, sociale e ambientale, fondandosi su condizioni di parità nonché su norme di mutuo vantaggio, in conformità agli standard internazionali pertinenti.

“Questo partenariato strategico rappresenta due elementi fondamentali: in primo luogo il riconoscimento del fatto che, davanti alla crescente insicurezza geopolitica e alle sfide al multilateralismo, l’UE e l’ASEAN avvieranno relazioni più strette. In secondo luogo, l’opportunità per un maggiore dialogo tra i leader così da tenere d’occhio e dare forma alle possibilità di una cooperazione più approfondita in materia di commercio, sicurezza e difesa, come anche di sviluppo sostenibile” queste le parole di Josep Borrell a conclusione della videoconferenza.

Il programma di aiuti per la gestione della pandemia da Covid-19

Oltre ad aver inaugurato un nuovo capitolo nell’ambito delle relazioni reciproche, l’Unione europea ha altresì annunciato, tramite la Commissaria per le partnerships internazionali, Jutta Urpilainen, un nuovo programma da 20 milioni di euro per sostenere la preparazione e la capacità di risposta degli Stati membri dell’ASEAN nella gestione della pandemia da Covid-19, migliorando il coordinamento regionale e rafforzando la capacità dei sistemi sanitari nel sud-est asiatico, con particolare attenzione alle popolazioni vulnerabili. Il programma di aiuti, che si inserisce nell’ambito della risposta globale dell’UE alla pandemia da coronavirus, ha una durata di 42 mesi e sarà attuato dall’Organizzazione mondiale della sanità, in stretta collaborazione con le autorità nazionali e il segretariato dell’ASEAN.

“Il programma di risposta e preparazione alla pandemia del sud-est asiatico fa parte della risposta di solidarietà da 350 milioni di euro dell’Unione europea per sostenere i nostri partner ASEAN nell’affrontare la pandemia COVID-19. Un forte coordinamento regionale sull’accesso a informazioni, attrezzature e vaccini è essenziale per superare questa crisi. Siamo in questo insieme e, come partner, più forti insieme ” ha dichiarato Jutta Urpilainen.

L’impegno dell’UE per la parità di genere e l’emancipazione femminile

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Il 25 novembre 2020, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Unione europea ha presentato un ambizioso piano per promuovere la parità di genere e l’emancipazione femminile in tutte le azioni dell’Unione europea. Si tratta di un importante e, vista la giornata, simbolico passo in avanti compiuto dall’UE, sempre più attenta a tali dinamiche. I diritti delle donne sono al centro dell’azione UE da tempo ma, con l’elezione di Ursula Von der Leyen quale prima presidente donna della Commissione europea, nonché di Angela Merkel quale presidente di turno del Consiglio dell’UE, la strategia per la parità di genere subisce l’accelerazione che da tempo si aspettava.

La strategia dell’UE per la parità di genere

Lo scorso 5 marzo, la Commissione europea ha presentato la strategia per la parità di genere 2020-2025, “Verso un’Unione dell’uguaglianza”. La volontà della presidente Von der Leyen di impegnarsi in materia è presente già negli orientamenti politici e nel programma presentato quando era ancora la candidata alla carica di presidente. Una volta eletta, ha mantenuto la propria posizione presentando questa strategia al fine di compiere progressi significativi entro il 2025 per giungere ad un’Europa garante della parità di genere. L’obiettivo finale è uno solo: far si che donne e uomini siano liberi di perseguire le proprie scelte di vita con pari opportunità di realizzazione. La strategia presentata è basata sul duplice approccio dell’integrazione della dimensione di genere combinata con azioni mirate e con il principio dell’intersezionalità. È in tale contesto che si inserisce il nuovo piano d’azione sulla parità di genere.

Il piano d’azione sulla parità di genere

Il piano d’azione presentato il 25 novembre ha una portata simbolica non indifferente. In occasione della giornata internazionale dell’eliminazione della violenza sulle donne, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione europea hanno reso la parità di genere e l’emancipazione femminile una vera e propria priorità dell’UE: l’obiettivo è far sì che le donne possano esercitare pienamente i loro diritti ed aumentare la propria partecipazione. Il nuovo piano d’azione per il periodo 2021-2025 mira ad accelerare i progressi nell’emancipazione delle donne, salvaguardando i risultati conseguiti. Dall’analisi fornita si evince, infatti, che nessun paese al mondo è sulla strada per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione. Inoltre, le conseguenze socioeconomiche della crisi da Covid-19 hanno colpito la popolazione in maniera sproporzionata, gravando principalmente sulle donne: la perdita dei posti di lavoro è superiore di 1,8 a quella degli uomini, con conseguente aumento del tasso di povertà. In estrema sintesi, il piano d’azione rende la promozione della parità di genere una priorità di tutte le politiche europee; delinea una tabella di marcia per la collaborazione con tutti i portatori di interessi; intensifica l’azione in tutti i settori strategici; invita le istituzioni a dare il buon esempio, garantendo la trasparenza dei risultati.

I cinque pilastri d’azione

Il piano d’azione presentato fornisce un quadro politico con ben cinque pilastri per accelerare i progressi verso l’adempimento degli impegni internazionali in materia. Il primo pilastro afferma che l’85% di tutte le nuove azioni nell’ambito delle relazioni esterne contribuiranno a conseguire la parità di genere e l’emancipazione femminile entro il 2025. Il secondo pilastro disciplina una visione strategica condivisa e una collaborazione con gli Stati membri e i partner a livello regionale, nazionale e multilaterale: è necessario un approccio comune per tutti gli attori dell’UE per ogni livello, dalla società civile ai giovani, dai portatori di interessi ai governi nazionali. Il terzo pilastro è un invito ad accelerare i progressi, concentrandosi sulle principali aree tematiche di impegno: la lotta contro la violenza di genere, la promozione dell’emancipazione economica, sociale e politica; l’accesso universale all’assistenza sanitaria e ai diritti delle donne; la parità nella partecipazione e nella leadership. Il quarto pilastro invita l’UE a dare il buon esempio in materia di parità di genere ed emancipazione femminile, anche attraverso l’istituzione di una leadership equilibrata. Infine, ci si impegna nel monitoraggio dei risultati al fine di verificare sempre i miglioramenti apportati dal piano d’azione.

Le reazioni nell’UE

Il nuovo piano è stato presentato con un forte entusiasmo da parte delle istituzioni europee. L’Alto Rappresentante Josep Borrel ha affermato che “la partecipazione e la leadership delle donne e delle ragazze è essenziale per garantire democrazia, giustizia, pace, sicurezza, prosperità e un pianeta più verde”, ed ha aggiunto che “grazie a questo nuovo piano d’azione intendiamo accelerare e incentivare i progressi verso la parità di genere”. Anche la Commissaria per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, ha affermato “un maggiore impegno nella parità di genere è fondamentale per una ripresa sostenibile dalla crisi Covid-19 a livello mondiale e per la costruzione di società più eque, inclusive e prospere. Le donne e le ragazze sono in prima linea di fronte alla pandemia e devono essere anche al timone della ripresa”.

Meno entusiasti sono apparsi invece i paesi dell’Est Europa: parte del gruppo Visegrad, dopo il veto sul Recovery Fund, ha mostrato la propria contrarietà verso il piano d’azione. Polonia e Ungheria, in particolare, non sembrano condividere con gli altri Stati membri l’insieme dei valori che l’UE intende promuovere nelle proprie relazioni con i Paesi terzi, tra cui figura anche la parità di genere. I due paesi, pur affermando di sostenere la parità uomo-donna, non intendono fare in modo che il riferimento all’uguaglianza di genere allarghi il campo anche alla comunità LGBTIQ.

Francia: il violento sgombero della polizia e la contestata legge sulla sicurezza

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Gli eventi francesi tornano ad essere al centro dei dibattiti dell’opinione pubblica. Il 23 novembre la polizia francese ha sgomberato in modo violento centinaia di migranti che avevano allestito un accampamento in Place de la République, a Parigi. Le immagini del violento sgombero, diffuse dai media, hanno suscitato le proteste dei partiti di sinistra, ma anche di quelli che sostengono la maggioranza di governo, delle Ong e dei sindacati. Il giorno successivo, in un clima politico già compromesso da simili tensioni, si sono aggiunte nuove contestazioni in seguito all’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una controversa proposta di legge sulla sicurezza, presentata dal partito del Presidente Emmanuel Macron, La République En Marche. Nel mirino i diritti civili e la libertà di stampa: se la legge sarà approvata anche dal Senato renderà più complicato per i giornalisti raccontare le azioni violente o illegali della polizia, con il rischio che queste diventino più frequenti e diffuse. I due eventi risultano essere, dunque, strettamente connessi, in una Francia già provata dal secondo confinement nel tentativo di gestire l’aumento dei contagi da Coronavirus.

Lo sgombero a Place de la République

Il 23 novembre, con l’aiuto di volontari, circa 400 migranti – la maggior parte originari dell’Afghanistan – si sono accampati in Place de la République, piazza simbolica di Parigi, sede di numerose manifestazioni. Soltanto un’ora dopo le forze dell’ordine sono intervenute rimuovendo in modo violento le loro tende, in alcuni casi con le persone ancora all’interno, tra le proteste degli attivisti e degli stessi migranti, utilizzando gas lacrimogeni e granate assordanti per disperdere gli occupanti, i quali si sono rifugiati nelle vie adiacenti alla piazza.

I migranti, secondo l’associazione umanitaria “Utopia 56”, provenivano dal campo di Saint-Denis, sgomberato lo scorso 17 novembre. Il Prefetto della polizia di Parigi, Didier Lallement, all’inizio dell’anno ha deciso, infatti, di applicare il principio della “tolleranza zero” nei confronti dei campi di migranti nella capitale francese e da allora molti migranti si erano spostati proprio a Saint-Denis. Tuttavia, in seguito allo sgombero del 17 novembre, una parte dei essi era stata trasferita in centri di accoglienza o palestre nell’Ile-de-France, ma tra le 500 e le 1000 persone vagavano per le strade della periferia parigina.

Le immagini del violento sgombero, diffuse dai quotidiani e dai social network, hanno suscitato le proteste dei partiti di sinistra, ma anche di quelli che sostengono la maggioranza di governo, delle Ong e dei sindacati. Lo stesso Ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, ha scritto su Twitter di essere rimasto «scioccato» dalle immagini dello sgombero. «Ho appena richiesto al capo della polizia un rapporto dettagliato su cosa sia realmente successo, entro mezzogiorno di domani – ha aggiunto – Prenderò le decisioni del caso non appena lo avrò ricevuto». La Prefettura di Parigi e quella dell’Ile-de-France, che hanno gestito lo sgombero, hanno replicato che «la costituzione di tali campi, organizzata da alcune associazioni, non era accettabile» e hanno ricordato che «tutte le persone bisognose di alloggio sono invitate a venire nei centri diurni dove vengono loro offerte soluzioni adatte alla loro situazione».

Le Ministre della Cittadinanza e dell’Edilizia abitativa, Marlene Schiappa ed Emmanuelle Wargon, in un comunicato congiunto diffuso il giorno successivo, hanno dichiarato che i migranti dovrebbero essere trattati «con umanità e fraternità» e hanno assicurato che il Prefetto della regione Ile-de-France ha individuato «240 posti nei centri di accoglienza e nelle strutture ricettive di emergenza» e che «4.500 posti aggiuntivi per i richiedenti asilo saranno finanziati dal governo nel 2021».

La controversa legge sulla sicurezza

Il 24 novembre, in un clima politico già molto teso a causa degli eventi di Place de la République, si sono aggiunte nuove contestazioni in seguito all’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una controversa proposta di legge sulla sicurezza, presentata dal partito del presidente Emmanuel Macron, La République En Marche. I critici sostengono che, se sarà approvata anche dal Senato, colpirà i diritti civili e la libertà di stampa. L’Articolo 24, il più contestato, introduce un nuovo reato per chiunque diffonda immagini in grado di «danneggiare l’integrità fisica e morale» degli agenti di polizia, con condanne che possono arrivare ad un anno di carcere e al pagamento di 45mila euro di multa. La legge renderebbe più complicato per i giornalisti raccontare le azioni violente o illegali della polizia, con il rischio che eventi come quelle di Place de la République diventino più frequenti e diffusi.

Tra le altre cose, la legge in questione stabilisce le regole per l’uso di droni, restringe la vendita di fuochi d’artificio usati spesso dai manifestanti durante le proteste, e dà maggiori poteri agli agenti della polizia locale.

Si tratta dell’ultima di una serie di iniziative avviate negli ultimi mesi dal governo di Macron con l’obiettivo di contrastare il crimine e il terrorismo.

La nuova legge ha raccolto parecchi consensi a destra, ma allo stesso tempo ha suscitato l’indignazione della sinistra, che ha accusato Macron di voler andare incontro alle richieste della destra radicale in vista delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel 2022.

A dicembre il Parlamento francese esaminerà un’altra proposta di legge voluta dal partito di Macron, avente l’obiettivo di contrastare quello che il Presidente, in un discorso tenuto ad ottobre, aveva definito «separatismo islamista», termine impiegato per indicare il fatto che molti membri della comunità musulmana vivrebbero in una «società parallela», porosa al fondamentalismo islamico e contraria ai valori secolari della Repubblica francese. Il discorso di Macron è stato seguito dal ritorno del terrore in Francia, pertanto, nei prossimi mesi, il Governo francese sarà chiamato ad agire con cautela e a ponderare le proprie azioni, in una Francia già provata dal secondo confinement nel tentativo di gestire l’aumento dei contagi da Coronavirus.

 

Unione europea e Stati Uniti: di nuovo amici?

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Il 3 novembre si sono tenute le elezioni più importanti e più seguite del 2020, le presidenziali americane, il cui esito è arrivato solo dopo qualche giorno: Joe – Joseph Robinette – Biden, il candidato del Partito Democratico, è stato eletto 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato democratico ha sconfitto il presidente in carica, Donald Trump, sia in termini di voto popolare che nel voto dei collegi elettorali. L’elezione di Biden a Presidente ha molteplici risvolti e significati e dà luogo a numerose questioni, tra cui: cosa cambierà per l’Europa? L’Unione europea non sarebbe nata senza gli Stati Uniti d’America, paese che da sempre considera alleato e amico. È con l’ultimo mandato presidenziale che i rapporti sono divenuti più tesi ed è per questo che è importante comprendere che piega prenderanno ora. Vecchio e Nuovo continente torneranno ad essere veri alleati?

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L’accordo sul bilancio pluriennale dell’UE in ostaggio del veto di Polonia, Ungheria e Slovenia

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L’iter di approvazione del bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027 si conferma lungo e complesso. Il 16 novembre, nell’ambito di una riunione del Consiglio dell’Unione europea, Ungheria e Polonia, come preannunciato, hanno posto il proprio veto sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, opponendosi al meccanismo di condizionalità che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Pochi giorni dopo, anche la Slovenia si è detta contraria a tale meccanismo: la presa di posizione è giunta alla vigilia di una riunione dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri tenutasi il 19 novembre in videoconferenza. In tale sede è emersa la volontà degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora, al contempo si è ribadita la necessità di giungere ad un nuovo compromesso il prima possibile. Il compromesso sul nuovo bilancio si trova dunque in ostaggio e nel mezzo di una corsa ad ostacoli.

Il veto di Ungheria e Polonia

Il 16 novembre, in seno ad una riunione del Consiglio dell’Unione Europea – l’istituzione europea che comprende i rappresentanti dei governi dei 27 stati membri – Ungheria e Polonia hanno posto il veto su uno dei pilastri del nuovo bilancio pluriennale europeo per il periodo 2021-2027, vale a dire sull’aumento delle risorse proprie dell’UE, che richiede un’approvazione all’unanimità. Si tratta di un pilastro che permetterà all’Unione Europea di emettere titoli comunitari da collocare sul mercato e finanziare così il Recovery Fund nonché altre importanti sezioni del nuovo bilancio pluriennale. Nel dettaglio, i due Paesi a guida semi-autoritaria si oppongono al meccanismo di condizionalità economica che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Il loro veto era stato preannunciato allorché il Consiglio e il Parlamento hanno trovato un accordo sul bilancio pluriennale: con l’entrata in vigore del nuovo meccanismo di condizionalità – il quale è stato comunque approvato nella riunione del Consiglio dell’UE, in quanto non è stata costituita una minoranza di blocco – entrambi otterranno, infatti, quasi sicuramente sanzioni o riduzioni dei propri fondi. Varsavia e Budapest si oppongono da anni all’introduzione di controlli più stringenti sui fondi europei, che ricevono in quantità ingente e utilizzano per rafforzare il controllo sull’economia e sulla politica esercitato dalla propria classe dirigente.

Il “no” arriva anche dalla Slovenia

Il 18 novembre anche la Slovenia si è detta contraria all’accordo tra Parlamento e Consiglio relativo al meccanismo che vincola l’erogazione di fondi comunitari al rispetto dello stato di diritto. In una lettera indirizzata fra gli altri al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il Premier sloveno, Janez Jansa, ha spiegato che ai suoi occhi solo “una istanza giudiziaria indipendente può spiegare cosa è lo stato di diritto, non una maggioranza politica”. Nella sua lettera di quattro pagine, il premier sloveno denuncia un’operazione basata “su due pesi e due misure” e sostiene che il meccanismo non sarebbe in linea con l’accordo politico raggiunto dai 27 Stati membri a luglio sul quadro finanziario per affrontare la pandemia da Covid-19. Janša ha poi aggiunto che la Slovenia si richiama al “rispetto incondizionato dello stato di diritto in tutti i casi e senza doppi standard”.

Intestatari della lettera sono anche la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’UE, e il capo del governo portoghese, Antonio Costa, prossimo presidente nel primo semestre 2021, prima di passare il testimone proprio alla Slovenia. Nei mesi scorsi Lubiana, a più riprese, si è allineata alle posizioni del Gruppo di Visegrad, in particolare sul tema dei migranti, partecipando anche in qualità di Paese ospite a riunioni del quartetto che comprende Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

Il Consiglio europeo e le prospettive future

Il 19 novembre i Capi di Stato e di Governo hanno tenuto una riunione in videoconferenza, come ormai avviene una volta al mese da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria ed economica. “Dobbiamo continuare le discussioni per trovare un compromesso” ha dichiarato in una conferenza stampa alla fine della riunione il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Secondo le informazioni raccolte a margine dell’incontro, sia il Premier polacco, Mateusz Morawiecki, che la sua controparte ungherese, Viktor Orbán, hanno preso la parola. La discussione è stata però breve, impegnando i leader per 30 minuti circa. Ciò che è emerso è il desiderio degli altri Stati membri di “lasciare sbollire i riottosi” per ora.

Diversi funzionari europei sono convinti che il veto dei tre Paesi potrebbe decadere dinanzi alla prospettiva di ottenere ancora più fondi, in virtù del fatto che le loro economie non possono permettersi di ricevere i fondi del nuovo bilancio in ritardo. Altri ritengono che soprattutto Ungheria e Polonia non cederanno finché il nuovo meccanismo di condizionalità economica non sarà modificato e diluito, dato che con il compromesso attuale rischiano seriamente di perdere il diritto a ricevere parte dei fondi. Una terza opzione sul tavolo è che gli altri Stati membri minaccino di separare il Recovery Fund dal bilancio pluriennale, istituendolo con un trattato intergovernativo simile a quello con cui nacque il MES. In questo modo Polonia e Ungheria verrebbero tagliate fuori: esclusione che non possono permettersi, data la loro dipendenza dai fondi europei.

Nei prossimi giorni emergerà la strategia dei governi europei più influenti, fra cui soprattutto quello tedesco che ha lavorato attivamente per il raggiungimento di un accordo sul bilancio europeo.

«Il potere di veto è obsoleto per l’UE e dannoso per chi la esercita» ha commentato il Ministro italiano per gli Affari Europei, Enzo Amendola, aggiungendo che sul Recovery Fund e il nuovo bilancio «non si può perdere tempo».

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Francesca Scalpelli
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