GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Giulio Andreotti a dieci anni dalla scomparsa: la Memoria degli Archivi, tracce di un patrimonio condiviso

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Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, protagonista indiscusso della politica italiana per oltre cinquant’anni. Per ricordare la sua figura, il 17 maggio si è svolto a Roma un convegno dal titolo “La Memoria degli Archivi – Giulio Andreotti a dieci anni dalla scomparsa: tracce di un patrimonio condiviso”.

L’evento, moderato dal giornalista Massimo Franco, ha visto la partecipazione di illustri relatori, tra cui il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, i professori Antonio Varsori e Luca Micheletta, e Serena Andreotti, figlia di Giulio Andreotti.

Nel suo intervento introduttivo, Giorgio Mulè ha paragonato gli archivi storici ai “penati” eroici cantati da Virgilio nell’Eneide, custodi della memoria di un popolo. Un paragone calzante, considerata l’enorme mole di documenti che Andreotti ha lasciato e che sono ora consultabili nell’Archivio della Fondazione Luigi Sturzo.

Il professor Antonio Varsori ha sottolineato come negli archivi andreottiani si trovino fonti preziose per ricostruire un lungo periodo della storia italiana e comprendere appieno le scelte in politica estera di Andreotti, che consentirono all’Italia di uscire dall’isolamento diplomatico. Varsori ha inoltre raccontato un aneddoto rivelatore: nel 1987, alla caduta del governo Craxi, l’ambasciatore francese a Roma disse che l’Italia perdeva due veri statisti in politica estera, Andreotti e Craxi.

Il professor Luca Micheletta si è soffermato sul fitto carteggio intercorso tra Andreotti e Francesco Cossiga dal 1985 al 1992. Pur essendo entrambi esponenti della Democrazia Cristiana, emerge dalle lettere la diversità delle loro visioni sulla delicata fase di transizione che l’Italia stava attraversando, tra riforme istituzionali e partecipazione alla Guerra del Golfo.

Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Serena Andreotti. Attraverso fotografie proiettate sul maxischermo, ha ricordato momenti salienti della vita del padre: dai primi articoli per la rivista “Fucina” all’entrata nella FUCI, dai rapporti con Alcide De Gasperi e Paolo VI alle deleghe ricoperte come sottosegretario, fino ai 28 faldoni di documenti sul caso Moro. Serena Andreotti ha poi annunciato che l’intero archivio andreottiano è stato acquisito in copia da una fondazione americana, a dimostrazione dell’interesse storico del materiale.

Infine, Gianni Letta, ex direttore del Tempo, ha chiuso i lavori ricordando il suo stretto rapporto con Andreotti quando era al vertice del quotidiano.

L’incontro ha evidenziato come, a dieci anni dalla morte, la figura di Giulio Andreotti sia ancora di grandissima attualità e come il suo enorme archivio costituisca una miniera preziosa per comprenderne appieno il ruolo nella storia repubblicana. Come ha detto Mulè, “calata la polvere della cronaca, è giunta l’ora della Storia”. Ed è proprio dalla storia, e dalla memoria che ne conservano le tracce, che Andreotti continua a parlarci.

Insularità in Costituzione ma non nel DEF. Un passo indietro nel riconoscimento dei diritti delle isole?

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La Sicilia continua a battersi per affrontare i problemi legati al costo dei voli verso Roma, mentre il governo sembrerebbe aver già archiviato l’insularità, il principio recentemente inserito nella Costituzione italiana, considerato da molti come uno strumento cruciale per la rinascita della regione e un antidoto ai rischi derivanti dall’autonomia differenziata.

Il professore Gaetano Armao, delegato del rettore dell’Università di Palermo per le questioni dell’Insularità, in un suo recente post su facebook, ha sottolineato la mancanza di riferimenti alla nuova norma costituzionale nel recente Documento di Economia e Finanza (DEF). Armao, anche nella sua qualità di vicepresidente ed assessore all’Economia della Regione Siciliana nella passata legislatura del Governo regionale, è stato un protagonista della battaglia congiunta con la Sardegna per il riconoscimento del principio di insularità sia a livello nazionale che europeo.

Secondo Armao, il DEF non menziona la condizione di insularità, ora riconosciuta dall’art. 119, VI comma, della Costituzione, e non prevede alcun nuovo intervento per introdurre misure di riequilibrio a favore dei più di 6,5 milioni di italiani che vivono il divario insulare. L’intervento compensativo avrebbe potuto riguardare temi cruciali per la Sicilia, come il costo dei trasporti, delle esportazioni, del turismo, dello sport, dell’energia e degli investimenti per le infrastrutture.

Armao ha sottolineato che questi costi, solo per i siciliani, valgono 6 miliardi di euro all’anno. Tuttavia, nel DEF sono presenti solo alcuni riferimenti indiretti all’insularità, come il piano per il digitale delle isole minori e l’azzeramento dello stanziamento di 50 milioni di euro che aveva ottenuto la Sicilia mentre nulla è previsto ai sensi del rinnovato articolo 119 che prevede competenze specifiche per alleviare la condizione dell’insularità.

Armao tiene però a precisare che la sua critica non è di natura politica, ma un richiamo al rispetto della Costituzione che rischierebbe, se continuasse la disapplicazione della riforma costituzionale, di vanificare gli sforzi sinora fatti per superare l’isolamento delle isole e per affrontare i problemi legati all’insularità.

Autonomia Differenziata ed Equità Territoriale, se ne è parlato a Napoli

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Si è tenuto ieri a Napoli il convegno “Autonomia Differenziata ed Equità Territoriale”, organizzato dal parlamentare europeo e segretario nazionale del Movimento Equità Territoriale Piernicola Pedicini.
L’evento ha visto la partecipazione di numerosi parlamentari europei del Gruppo EFA/ALE (Alleanza Libera Europea) provenienti da tutta Europa, politici, esperti e intellettuali che si sono confrontati sul progetto di legge dell’autonomia differenziata.

Il convegno, tenutosi presso il Circolo Rari Nantes di Napoli, ha visto la partecipazione di importanti personalità del mondo accademico e politico.

Tra gli intervenuti: Jordi Solé, presidente del gruppo EFA/ALE al Parlamento Europeo; François Alfonsi, Parlamentare UE EFA/ALE; Adriano Giannola, Presidente SVIMEZ; Lorenzo Chieffi, Docente di Diritto Costituzionale; Pino Aprile, Scrittore e Fondatore del Movimento Equità Territoriale.

L’incontro è stato un’occasione per fare il punto sulla questione dell’autonomia differenziata e per confrontarsi sui possibili effetti che questa misura potrebbe avere sul Mezzogiorno d’Italia. L’evento ha dimostrato l’importanza del dibattito pubblico e della partecipazione delle diverse voci della società civile per trovare le soluzioni migliori per il paese.

Nel corso del dibattito, è inoltre intervenuto Paolo Pantani, sostenitore della proposta di legge di iniziativa popolare
di modifica Costituzionale in materia di riconoscimento alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia e per l’introduzione di una clausola di supremazia della legge statale, e lo spostamento di alcune materie di potestà legislativa concorrente alla potestà legislativa esclusiva dello Stato. “Come valdese e occitano – ha affermato Pantani – sono fiero delle mie radici e della mia identità etnica, linguistica e religiosa. L’autonomia differenziata potrebbe avere un impatto significativo sull’intera Italia, dando alle regioni maggiori poteri di controllo esclusivo su alcune aree politiche, il che potrebbe minacciare l’unità nazionale e la ripartizione equa del debito pubblico, oltre a causare problemi pratici in caso di disastri naturali e altre emergenze nazionali. Per questi motivi, vorrei esortare tutti a unirsi a me nella raccolta di firme per sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare che modificherebbe la Costituzione italiana in materia di autonomia regionale. Inoltre, potremmo utilizzare le delibere dei comuni come leva di volontà popolare per manifestare la nostra opposizione a questa proposta di legge. E’ importante agire per proteggere il nostro futuro e mantenere l’unità del nostro paese, quindi vi invito a unirvi a me in questa causa.”

Il convegno si è concluso con i saluti istituzionali della presidente del Movimento Equità Territoriale Rossella Solombrino, che ha ringraziato i partecipanti e sottolineato l’importanza del dibattito sul tema dell’autonomia differenziata.

Convegno alla Camera dei Deputati “Children and war”

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Lo scorso 4 Aprile, presso la Sala della Regina di Montecitorio si è svolto il convegno “Children and war”, che ha visto la partecipazione del Presidente della Camera Lorenzo Fontana e altri relatori.

Durante l’evento sono stati affrontati i temi della guerra e del suo impatto sui minori, con l’intervento della deputata Simona Loizzo, del parroco della Basilica San Marco Evangelista al Campidoglio monsignor Renzo Giuliano, della responsabile relazioni istituzionali Save the children Italia, Fosca Nomis e dell’artista Patrizia Lo Feudo.

Il convegno ha rappresentato un’importante occasione per approfondire un tema di grande attualità e fornire spunti per riflessioni e azioni a livello nazionale e internazionale. La partecipazione del Presidente della Camera e degli altri relatori ha conferito al convegno un alto valore istituzionale, testimoniando l’impegno delle istituzioni nel promuovere la tutela dei diritti dei bambini e dei minori.

 

L’Impero su cui non tramonta mai il sole

La geopolitica dell’impero di Roma venne regolata da un criterio semplice ma efficace: divide et impera!

E il successo di tale formula fu così elevato che, nel corso dei secoli, tale pratica venne adottata da molte altre potenze che giocarono un ruolo fondamentale nella costruzione dell’ordine internazionale. Quindi non c’è da meravigliarsi se anche la Cina abbia fatta sua questa formula diplomatica, adeguandola alla sua visione pragmatica di sviluppo delle relazioni internazionali basata sulla formulazione di accordi bilaterali asimmetrici.

La diplomazia cinese, infatti, ha adottato lo stesso concetto sia nel campo delle relazioni internazionali di carattere collettivo, sia in quello delle relazioni con i singoli Stati, impostando una linea diplomatica che, nel primo caso, si propone come alternativa ai valori occidentali, ricalcandone le linee concettuali generali, mentre nel secondo caso, quando si tratta dei singoli Stati, tende a impostare un rapporto bilaterale dove il membro privilegiato del rapporto è la Cina stessa.

Se gli USA hanno dato vita al Summit for Democracy, la Cina presiede l’International Forum on Democracy: Shared Human Values; quando l’Occidente si riunisce a Davos per il World Economic Forum, Pechino mette in campo il suo China Development Forum e presiede la Boao Forum for Asia Annual Conference.

In pratica, la Cina propone una versione alternativa a ciò che viene ritenuto, a torto o a ragione, l’imposizione di un modello univoco, con l’intento di presentare la propria visione di un ordine internazionale che propone valori morali e culturali simili a quelli occidentali, ma declinati in modo differente.

Tale innovazione concettuale sembra suscitare interesse anche in alcuni Paesi della Vecchia Europa, soprattutto quelli, come la Spagna, il cui retaggio storico li indirizza a sviluppare i propri interessi secondo una visione legata più verso il Nuovo Mondo che nella direzione del fronte orientale.

Ed è proprio da questo Paese che riparte l’azione cinese volta a rinforzare la politica del bilateralismo delle relazioni che ha come obiettivo l’Europa.

Infatti, il Primo Ministro spagnolo, Pedro Sànchez è il primo leader occidentale che ha ricevuto un invito per un incontro da Xi Jinping dopo il vertice di Mosca di quest’ultimo con, il quasi alleato, Putin.

I motivi alla base dell’incontro sono principalmente due, uno formale, quello di sottolineare il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatico ispano cinesi al fine di rilanciare e rafforzare i rapporti economico finanziari tra i due Paesi, già evidenziato con la partecipazione spagnola alla recente edizione del Boao Forum, e un altro, molto più sostanziale, che guarda con interesse al prossimo ruolo che la Spagna ricoprirà in luglio, quando assumerà il turno di presidenza dell’Unione Europea.

Su quest’ultimo fattore sono puntati gli interessi di Pechino in quanto Madrid è l’unico membro della NATO e dell’Unione Europea che abbia, seppure con delle riserve, considerato con favore la proposta cinese per la soluzione della crisi ucraina. Inoltre, anche se parte attiva dell’Alleanza e dell’Unione Madrid vive, comunque, l’esperienza del confronto con l’Orso Russo ovattata dalla sua condizione di retrovie strategiche lontane e, quindi, nella considerazione di Pechino potrebbe rappresentare un elemento su cui fare leva per supportare la visione di una Cina neutrale, equidistante e desiderosa di risolvere la crisi ucraina.

L’applicazione del citato concetto del divide et impera è, quantomai, attuale se consideriamo la non casualità della linea cinese che, oltre al ruolo che la Spagna è in procinto di assumere, combina altre due considerazioni importanti: la prima è la posizione particolare di Madrid che rappresenta l’ala geografica della NATO e dell’Unione che sta perdendo terreno a favore di un baricentro sempre più orientato all’area baltico-orientale; la seconda è la vocazione secolare che lega e attrae gli interessi spagnoli verso il loro vecchio impero nelle America Centro Meridionale e nel Pacifico.

In quest’area geografica la penetrazione diplomatica cinese ha già iniziato a conseguire diversi successi di rilievo, con il corteggiamento del Brasile nell’ambito dell’impulso dato al partenariato del BRIC, riorientando il supporto diplomatico di alcuni Paesi a suo favore nella disputa con Taiwan (l’Honduras è l’ultima recente dimostrazione dell’efficacia dell’azione di Pechino), oltre all’attrazione che il nuovo modello di ordine mondiale esercita su Stati di non cristallina impronta democratica. La possibilità di sfruttare positivamente la valenza un protagonista fondamentale nelle relazioni con quella parte dell’Emisfero Sud come Madrid, amplierebbe le chances di successo di Pechino nel suo programma di estensione globale della sua influenza anche nell’America del Sud.

Un ultimo criterio da considerare per comprendere la via cinese della diplomazia nei confronti dei barbari europei (che è la denominazione usata da secoli dalla Cina nel definire quelli che non sono figli del cielo come loro) e che indica quanto poco elevata sia la considerazione politica di cui gode la nostra Unione Europea a Pechino, è quello che deriva dall’attenzione rivolta ai vertici europei, che sono ammessi ai meeting con la Cina solo se accompagnati dai rappresentanti di Paesi considerati come interlocutori autorevoli.

In quest’ottica vanno interpretate sia le visita che il Presidente Macron effettuerà ad aprile in Cina, sia quella effettuata dal Cancelliere Scholz nello scorso fine anno, alle quali sono stati ammessi, nel primo caso la Presidente della Commissione Europea (che questa volta potrà contare su un posto a tavola seduta)e nel secondo caso il Presidente del Consiglio Europeo.

La considerazione che viene riservata a Francia e a Germania da Pechino non consiste però nella riconosciuta egemonia alla guida dell’Unione, come i due Paesi ancora si illudono di avere, ma probabilmente risiede nella loro importanza ai fini economico-commerciali che il binomio può avere per gli interessi della Cina ai fini di un’affermazione nel cuore economico del continente. E il fatto che questi due Paesi effettuino le visite accompagnando, di fatto, i vertici dell’Unione, sottolinea la scarsa considerazione che Pechino ha dell’Unione Europea, vista non come una organizzazione autonoma e comunitaria interprete di un sentimento condiviso di valori e cultura, ma considerata alla stregua di un’appendice locale e di contorno alle due economie principali.

Questa interpretazione assume maggior peso se si considera che l’invito ricevuto da Madrid non implica anche l’aggiunta di un qualsiasi rappresentante dell’Unione e che, dall’altra parte Sànchez si è ben guardato dal coinvolgere la stessa Unione per l’evento.

La Spagna è vista da Pechino come un interlocutore, sì utile in un contesto europeo di cui fa parte marginalmente, ma principalmente favorevole a supportare la politica verso l’America del Sud. Quindi niente connessioni con l’Unione Europea nella visita di Stato.

La Cina, come detto inizialmente, ha dato nuova vita al principio del divide et impera di latina memoria, dimostrando di essere una grande Potenza Planetaria, le cui ambizioni non sono quelle di costruire un impero territoriale come in Occidente siamo siano soliti considerare, abbinando al concetto di imperium il dominio fisico e materiale di una regione. L’impero di Pechino è un impero basato sullo sviluppo di relazioni commerciali, economiche e finanziarie bilaterali e asimmetriche dove l’interesse cinese si combina, da una posizione di forza, con quello del partner di turno e dove, però, le regole del gioco sono quelle dettate da Pechino.

Considerando la proattività del leader cinese e il progredire della espansione dell’influenza che la Cina sta proiettando nel contesto geopolitico globale Xi Jinping potrà con orgoglio affermare al prossimo Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese che la sua illuminata presidenza ha donato alla Cina un impero su cui non tramonta mai il sole!!!!

Nasce l’Osservatorio Sardegna-Sicilia per monitorare l’attuazione del principio di insularità

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Il principio di insularità è da tempo un tema centrale per le regioni italiane che abbracciano le isole. In particolare, la Sardegna e la Sicilia si sono unite per creare un nuovo organismo che mira a monitorare l’attuazione di questo principio, a partire dal DDL sul regionalismo differenziato. L’Osservatorio Sardegna-Sicilia rappresenta una tappa fondamentale per l’elaborazione di proposte concrete da sottoporre ai governi regionali e al governo nazionale.

L’osservatorio vedrà protagonisti gli atenei di Palermo, Cagliari e Sassari, oltre alle organizzazioni di categoria a livello regionale e nazionale. Il suo compito sarà quello di verificare e analizzare passo dopo passo il percorso avviato con la riforma costituzionale, fotografando l’evoluzione delle politiche nazionali e formulando proposte e chiedendo i necessari aggiustamenti.

A presentare il Comitato promotore del nuovo organismo, a Roma, sono stati Michele Cossa, del Comitato promotore per l’inserimento del principio di insularità in Costituzione, Gaetano Armao, UNIPA, Presidente dall’Associazione per l’insularità, Giannina Usai, Segretario regionale ANCIM (Associazione nazionale dei Comuni delle isole minori), oltre ad alcuni parlamentari eletti nelle Isola, sindaci delle isole minori e ai rappresentanti delle Organizzazioni di categoria.

L’obiettivo è quello di dare concretezza al principio di insularità, che finora è stato trascurato dalle politiche nazionali, come dimostrato dai modesti stanziamenti previsti nell’ultima legge finanziaria nazionale e dalla nulla considerazione delle isole nella Relazione sulla politica di coesione.

I temi che attengono al gap insulare sono molti e riguardano la continuità territoriale, la perequazione infrastrutturale, il sostegno alla competitività (fiscalità di sviluppo), le azioni specifiche dell’Unione europea per le isole e l’energia digitale. Per questo, le regioni non insulari che abbracciano isole e arcipelaghi come la Toscana, la Campania, il Lazio e la Puglia, devono sentirsi protagoniste di questo processo.

L’Osservatorio Sardegna-Sicilia rappresenta una sfida importante e un’occasione per tutte le regioni italiane che hanno a cuore lo sviluppo delle isole. Si tratta di un progetto ambizioso, ma anche di una grande opportunità per le comunità che vivono sulle isole del Mediterraneo di mandare avanti progetti di sviluppo e migliorare la loro qualità della vita.

Autonomia differenziata: non solo Nord e Sud, ci sono le isole

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Il 30 marzo 2023 si terrà una conferenza stampa presso la sala stampa della Camera dei Deputati a Roma, dedicata alle questioni dell’insularità e dell’autonomia differenziata. Il tema della conferenza è “Autonomia differenziata: non solo Nord e Sud, ci sono le isole”. L’obiettivo della conferenza è quello di lanciare un percorso per la costituzione di un osservatorio congiunto, Regione Siciliana e Regione Autonoma di Sardegna, per monitorare l’attuazione del principio costituzionale di insularità.

Parteciperanno alla conferenza: Gaetano Armao, presidente dell’Associazione per l’insularità dell’Università di Palermo, Michele Cossa, membro del comitato promotore per l’inserimento del principio di insularità nella Costituzione, Giannina Usai, segretario regionale dell’Associazione nazionale dei Comuni delle isole minori (ANCIM), parlamentari eletti nelle Isole, sindaci delle isole minori e rappresentanti delle organizzazioni di categoria.

L’autonomia differenziata è un principio che consente alle regioni italiane di avere poteri legislativi e amministrativi più estesi, sulla base delle loro specificità e delle loro esigenze.

Tuttavia, l’autonomia differenziata non riguarda solo le regioni italiane, ma anche le isole minori, che sono soggette a particolari difficoltà e sfide. Infatti, le isole sono spesso caratterizzate da problemi di accessibilità, di isolamento geografico, di ridotta dimensione territoriale e di minore sviluppo economico rispetto alle altre regioni.

In questo contesto, l’istituzione di un osservatorio per monitorare l’attuazione del principio costituzionale di insularità rappresenta un passo importante per garantire alle isole la giusta attenzione e i giusti investimenti per il loro sviluppo. L’osservatorio sarà formato da rappresentanti delle istituzioni, degli enti locali, delle università e delle organizzazioni di categoria delle Isole.

La conferenza stampa rappresenta quindi un importante momento di dibattito e di confronto sulle questioni dell’autonomia differenziata e dell’insularità. Si tratta di un tema di grande attualità e di grande importanza per il futuro delle isole e per il loro sviluppo sostenibile.

Il Dragone cambia pelle. L’evoluzione della politica estera di Pechino

 

Durante i giorni scorsi il Presidente russo Putin ha ospitato a Mosca il leader cinese Xi Jinping in visita ufficiale per una tre giorni di incontri diplomatico – politici.

Il vertice russo-cinese si è concluso con la pubblicazione di un documento congiunto nel quale sono stati ribaditi i parametri concettuali della convergenza delle posizioni geostrategiche dei due Paesi: la conferma dell’asse ideologico Mosca – Pechino quale alternativa al dominio USA, il supporto non condizionato alla Russia per l’Ucraina, la volontà di attrarre il Global SUD nella sfera di influenza russo-cinese e il consolidamento di una partnership economico finanziaria sino-russa in grado di bilanciare e annullare gli effetti del sistema occidentale delle sanzioni.

Indubbiamente, il profilo programmatico che deriva dalla formulazione di un tale documento rappresenta un elemento di estremo interesse per le conseguenze che investono lo sviluppo dello scenario internazionale, ma non risulta essere l’evento fondamentale che ha conferito un’estrema valenza geopolitica al vertice di Mosca.

Il fattore critico e di gran lunga più interessante per il prossimo futuro è risultato essere la conferma del ruolo che Pechino ha deciso di svolgere a livello internazionale con la presentazione della proposta di soluzione della crisi ucraina, che la Cina ha elaborato e discusso con il partner russo.

Anche se il documento era stato annunciato antecedentemente al meeting di Mosca, la sua presentazione durante l’incontro tra Putin e Xi conferisce un aspetto formale all’iniziativa di Pechino che si propone, non solo, come potenza neutrale interessata alla soluzione del conflitto, ma come grande potenza disposta a ricoprire il ruolo da protagonista nella gestione dell’ordine mondiale.

A sostegno di tale tesi deve essere intesa la dichiarazione di Xi di voler nei prossimi giorni contattare Zelensky per sondare la disponibilità dell’Ucraina a discutere la proposta cinese.

Questo cambiamento dell’orientamento della politica estera di Pechino risulta essere l’elemento di massima importanza che il vertice ha evidenziato, confermando che il successo del riavvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, conclusosi attraverso l’opera mediatrice della Cina, non ha rappresentato un’azione circoscritta nell’ambito di uno scenario locale, ma ha costituito il primo passo della nuova linea politica di Pechino.

Dopo la conferma della sua leadership interna con l’approvazione di un terzo mandato, il rafforzamento della cerchia di alleati fedeli con nuove nomine negli incarichi cardine del sistema politico, il superamento indenne delle critiche all’opzione Zero-Covid, adesso Xi Jinping ha intrapreso un nuovo step per condurre la Cina a imporre il proprio concetto di ordine internazionale e conquistare quel ruolo di egemonia mondiale che appartiene al DNA cinese da secoli.

Abbandonando la visione di Deng che rifiutava il coinvolgimento diretto nel contesto geostrategico mondiale, Xi ha dato inizio al nuovo corso della politica estera cinese.

Per poter consolidare la sua posizione in un tale contesto la partnership con la Russia – partnership e non alleanza, questo deve essere chiaro – risulta essere fondamentale per una serie di motivi di immediata comprensione. Innanzi tutto, questa amicizia senza limiti permette alla Cina di non dover distogliere parte delle sue risorse per fronteggiare un Paese ostile lungo le sue estese frontiere settentrionali. Successivamente, l’Orso Russo, agendo come lo spauracchio in una rinnovata Guerra Fredda, fantasticata e ardentemente rivissuta dall’Europa orientale e baltica, calamita l’attenzione di una NATO e di una Unione Europea sempre più a trazione orientale, focalizzandoli su uno scenario, oramai, di secondaria importanza, che li priva di una visione strategica globale e li costringe a concentrare le loro risorse nel punto sbagliato. Ultimo elemento di interesse, ma non meno importante, risulta essere la possibilità di usufruire delle enormi risorse naturali che la Russia possiede e che la Cina non ha, che consentirebbero a Pechino di disporre di un ulteriore vantaggio per supportare il processo di sviluppo interno.

L’elemento critico fondamentale della visione cinese nel sostenere il processo di costituzione di un ordine mondiale, alternativo a quella che viene percepita come un’egemonia occidentale, rappresenta un paradigma concettuale e ideologico certamente non originale, che, inizialmente, si è sviluppato attraverso gli schemi della contrapposizione di opposte teorie politiche basate, principalmente, sulla identificazione di sistemi economico finanziari differenti (capitalismo e socialismo).

Tale paradigma, persa questa sua connotazione ideologica, si è, quindi, trasformato in una lotta manichea tra il Bene e il Male, rappresentati dai sostenitori del sistema democratico opposto a quelli che perseguono una impostazione autoritaria.

Questa visione tipicamente occidentale si è sublimata nella narrativa che ha contraddistinto, dall’inizio, l’ultima e più attuale fase della crisi ucraina: l’Ucraina è l’ultimo baluardo della democrazia e della libertà dell’Occidente contro la barbarie autocratica che viene da oriente.

La miopia che contraddistingue questa visione geopolitica è stata usata dalla Cina per costruire la sua narrative a supporto della necessità di un nuovo ordine.

Senza dover inventare nulla ha ripreso i concetti culturali sviluppati dall’Occidente (pace, collaborazione, libero sviluppo della tecnologia a favore di tutti, benessere sociale, ruolo fondamentale delle Istituzioni Internazionali), li ha integrati con la propria visione (i concetti di democrazia e di libertà individuali non sono univoci, devono essere adattati alla realtà culturale dei vari Paesi, non ingerenza nelle tematiche interne degli Stati), li ha mischiati per bene e ha servito la propria mano, proponendo un nuovo ordine multipolare, democratico, pacifico dove le alleanze lasciano il posto alla collaborazione tra Stati, dove il Global Sud sia protagonista e non più terra di conquista e dove, soprattutto, la Cina sia la potenza dominante ed equilibratrice dell’intero sistema!

In linea di principio il discorso non fa una grinza in quanto usa e ripropone i valori culturali cari all’Occidente, anche se la loro declinazione è leggermente differente. Insiste sui principi geopolitici condivisi dall’Occidente e sulla preminenza delle Istituzioni da noi create. Fa riferimento a una pace cosmica e una collaborazione disinteressata.

Ma in realtà propone un sistema completamente differente, dove i valori culturali e i principi liberali sono stravolti a beneficio di un’organizzazione di relazioni internazionali non più guidate e sorrette da concetti universali e applicabili indistintamente al genere umano, ma adattate ai singoli casi a seconda della convenienza dello Stato.

E la Cina non ha fatto mistero di questa sua interpretazione, anzi, non ha perso occasione per propagandarla e dichiararla con documenti pubblici: la dichiarazione congiunta prima delle Olimpiadi a febbraio dello scorso anno, il documento di condanna degli Stati Uniti emanato dal Ministero degli Esteri cinese di inizio anno e adesso la dichiarazione finale del meeting appena concluso.

Tutto questo in aggiunta alla crescente proattività a tutto campo che ha contraddistinto la Cina negli ultimi anni con iniziative diplomatico-economico-finanziarie in Medio Oriente, in Africa, nel Pacifico.

Insomma, non si tratta di una operazione segreta volta a svelare all’improvviso un complotto teso a sovvertire l’ordine mondiale, ma una scelta programmatica precisa, chiara e pubblicizzata senza riserve e senza peli sulla lingua.

Ma questo non basta per un Occidente sempre più incapace di guardare al di là di un orizzonte limitato e senza profondità. Un Occidente che continua a giocare a Risiko invece di comprendere che il mondo è definitivamente cambiato, dove le regole che noi vogliamo usare non sono più accettate e condivise dagli altri, dove ancora pensiamo e ragioniamo in termini di interesse privato e nazionale, illudendoci che il Vecchio Continente sia ancora il centro del mondo.

Il sistema USA sta disperatamente cercando di tracciare una rotta da dare alla propria geopolitica, barcollando nell’illusione utopica di poter sanzionare il mondo intero, qualora questo non condivida la sua visione.

L’Europa bluffa con se stessa illudendosi di essere un modello di virtù e di valori da imitare a occhi chiusi, senza rendersi conto che ancora si rifà a un sistema di relazioni internazionali che risalgono a un concetto che ormai appartiene al passato, accanendosi nel sostenere un sistema che privilegia gli interessi delle singole nazioni a scapito di una unione europea reale e coesa.

Se non fosse estremamente pericoloso per il nostro futuro assetto nel contesto internazionale, sarebbe perfino ridicolo l’atteggiamento di paesi come la Francia e Germania, che ancora ritengono di potersi contendere la guida di un continente, o come il Regno Unito che, una volta svincolatosi dalla zavorra dell’Unione Europea, credeva di essere diventato di nuovo l’Impero Britannico.

L’Occidente, insomma, sta illudendo sé stesso, precipitato in un conflitto che non sa come fermare e che lo sta danneggiando sempre di più, travolto da una retorica che fa riferimento a un mondo scomparso (non ci darà una nuova Norimberga perché non ci sarà una resa senza condizioni), ma non è capace di fermarsi e di guardare al futuro con lucidità.

La Cina ci ha battuto sul tempo proponendosi come la Grande Potenza che dirime i conflitti, assicura la prosperità e garantisce l’ordine mondiale. Purtroppo, l’Occidente nella sua presunzione si ostina a non volerlo capire!

 

 

 

Al via comitato tecnico per sostenere la candidatura di Palermo a sede dell’Autorità europea contro il riciclaggio

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Prosegue il lavoro congiunto tra Regione Siciliana e Comune di Palermo per proporre il capoluogo siciliano come candidato italiano ad accogliere la sede dell’Amla, l’Autorità europea per la lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, di prossima istituzione. Nella sede di Palazzo delle Aquile, alla presenza del sindaco Roberto Lagalla, è stato costituito il Comitato tecnico che seguirà il percorso della candidatura. Il gruppo di lavoro è coordinato dal professore Bartolomeo Romano, ordinario di diritto penale presso l’Università di Palermo e consigliere giuridico del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ne fanno parte esperti e rappresentanti delle istituzioni, tra questi il capo della segreteria particolare del presidente della Regione Marcello Caruso, il vicesindaco di Palermo Carolina Varchi, l’assessore comunale all’Urbanistica Maurizio Carta, il professore ed ex assessore regionale all’Economia Gaetano Armao, il direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’università di Palermo Costantino Visconti e il magistrato ed ex assessore regionale Giovanni Ilarda.  

«La costituzione del Comitato – afferma il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani – rappresenta un passaggio fondamentale per rafforzare il ruolo di Palermo come città simbolo per l’affermazione della legalità, rivalutando il prezioso rapporto con l’Europa, in continuità con le premesse poste in occasione del mio recente incontro con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Siamo convinti che, se l’Autorità dovesse insediarsi in città, ciò contribuirebbe in modo determinante all’ulteriore sviluppo del nostro territorio e costituirebbe una concreta e ulteriore attestazione di vicinanza delle istituzioni alla voglia di riscatto e crescita culturale e civile di tutti i siciliani che credono nel valore del quotidiano impegno contro ogni forma di criminalità».

«Ritengo che Palermo possa concretamente aspirare a rappresentare l’Italia come sede europea dell’Amla – aggiunge il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla –  in virtù della sua storia e del fondamentale contributo che numerosi suoi figli, uomini e donne delle istituzioni e vittime del dovere, hanno dato alla lotta alla mafia. È grazie alla capacità di visione di questi eroi che, nel 2000, proprio a Palermo, è stata firmata la Convenzione delle Nazioni unite contro la criminalità organizzata transnazionale che oggi conta l’adesione di 190 Stati. La “Convenzione di Palermo”, per la quale viene universalmente riconosciuto il ruolo fondamentale del lavoro compiuto dalla magistratura palermitana e dal giudice Giovanni Falcone, costituisce oggi lo strumento giuridico più importante per il contrasto al crimine organizzato».  

La proposta di candidatura avanzata a Palazzo Chigi è stata supportata da numerosi enti pubblici e privati disponibili a contribuire, ciascuno per le proprie competenze, allo sviluppo delle attività dell’Amla: l’Università di Palermo, gli Ordini degli avvocati e dei commercialisti, il Distretto giudiziario della Corte d’Appello e le fondazioni “Gaetano Costa”, “Giovanni Falcone”, “Rocco Chinnici”, “Progetto Legalità”, “Luigi Einaudi” e “Sicilia”, “Caponnetto”, la “Fondazione Sicilia”, il Centro studi “Cesare Terranova” e il “Siracusa international institute for criminal justice and human rights”.

Redazione
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