La carica inimitabile della Bandabardò infiamma Testaccio Village

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C’è un punto, a metà concerto, in cui Erriquez (che ancora oggi aleggia potente nelle corde vocali e nei sorrisi complici di chi gli è sopravvissuto) sembra riemergere dall’aria calda e polverosa di Testaccio, come se il cuore collettivo del pubblico l’avesse evocato. È durante Cuore a metà, con Finaz che strappa la chitarra tra rabbia e dolcezza, e Don Bachi che tiene il tempo con un basso che pulsa come un tamburo di battaglia. È lì che capisci che non è solo un concerto: è una festa, un rito, un atto politico. È la Bandabardó che continua a fare la rivoluzione, anche senza gridarla.

Il set si apre con Sette Re: il ritmo è serrato, il pubblico compatto, le mani in alto. Poi arrivano Filastrocca #2 e Sempre allegri, due manifesti dell’anarchia poetica che la banda fiorentina ha cucito addosso a una generazione (o forse due). Orla sorride dietro alle tastiere, mentre Nuto pesta la batteria come se volesse svegliare l’intero quartiere romano.

Con Disegnata e Uomini Celesti il tono si fa più lirico, quasi contemplativo. Ma è una pausa solo apparente. Sans Papiers irrompe con la sua carica politica e struggente, una delle più potenti della serata. Si balla, ma si pensa. Si canta, ma si ascolta. È quella la magia della Bandabardó: mischiare il vino con la malinconia, l’attivismo con l’allegria.

Vento in faccia e Mon Dieu riportano tutto sul terreno scanzonato e carnale che è la loro cifra più autentica. Poi arriva Mojito e Testaccio diventa un’enorme balera sotto le stelle. La folla ondeggia, ride, brinda. Sciopero e Canzone blu tengono il ritmo alto, travolgente come un uragano.

Il medley Mexico/Caro Amico è un punto di non ritorno: una botta di nostalgia, ma anche una carezza, la voce di Ramòn un balsamo caldo che si spande nella notte. Seguono Ubriaco e 20 Bottiglie, che fanno scoppiare il pogo buono, quello senza gomitate ma con tanti abbracci sudati tra sconosciuti.

In W Fernandez la banda dà il meglio di sé, tra riff impazziti e cori che sembrano usciti da un film di Kusturica. Hamelin è pura energia da strada, e con Manifesto la tensione si fa politica e personale allo stesso tempo. “Né padroni, né servi”, urla qualcuno dal pubblico, e per un attimo sembra davvero che un altro mondo sia possibile.

Sul finale, Notte di luna e falò fa calare una calma struggente, quasi mistica. Sogni grandiosi e Ça Plan riportano il sorriso. E poi, inevitabile, Beppeanna. Tutti cantano. Nessuno escluso. Una celebrazione, un funerale gioioso, una dichiarazione d’amore.

La Bandabardó, anche senza il suo cuore fondatore, è ancora un animale vivo, viscerale, potentissimo. E Testaccio ha risposto presente: con la voce rotta, i piedi consumati, ma il cuore gonfio. Come dopo una notte d’amore.

In apertura della serata si è esibita la giovane artista calabrese Bambina, che ha poi raggiunto la band sul palco in chiusura di serata per concludere la festa con loro.

Si ringraziano OTR Live e Testaccio Estate.

Qui sotto le foto della serata a cura di Chiara Lucarelli.

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