Cristina Borella: amare come manifesto di llibertà

Cristina Borella racconta “Fusa che creano mondi”, un viaggio tra gatti, ascolto emotivo, metodo scientifico, libertà e relazione uomo-animale.

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Cristina Borella attraversa il confine sottile tra metodo scientifico e ascolto emotivo e lo fa con una delicatezza che ho trovato opportuna. Ho letto “Fusa che creano mondi” non senza emozione e commozione, non senza divertimento, non senza la curiosità di scoprire nuovi mondi… qui va di scena il rapporto con i gatti come una forma di conoscenza che chiede attenzione, rispetto e misura. Attenzione: non vuole essere un manuale, ma quasi un romanzo, una cronaca dolcissima, un racconto di ciò che gli animali possono insegnarci sul silenzio, sulla libertà, sull’assenza di possesso e, in fondo, anche su noi stessi.

Tra metodo scientifico e ascolto emotivo, dove comincia per te la vera conoscenza di un animale?
Per me la vera conoscenza di un animale comincia dall’incontro tra metodo e ascolto. Il metodo scientifico è fondamentale: permette di conoscere la specie, riconoscere i bisogni, comprendere la salute, il comportamento e ciò che è oggettivamente osservabile. Ma da solo non basta. Credo che la conoscenza profonda inizi quando, accanto a ciò che sappiamo, impariamo a osservare davvero quell’animale: i suoi tempi, le sue reazioni, il modo in cui comunica, ciò che lo rassicura e ciò che lo mette in difficoltà. L’ascolto emotivo non significa attribuirgli sentimenti umani, ma imparare a leggere i suoi segnali senza forzarli dentro le nostre aspettative. In fondo, la scienza ci insegna a conoscere l’animale; l’ascolto ci insegna a conoscerlo come individuo. E penso che sia proprio nell’unione di queste due dimensioni che nasca una relazione realmente rispettosa.

Ma possiamo davvero fare a meno del nostro modo di sentire?
No, credo che non possiamo fare a meno del nostro modo di sentire, e forse non sarebbe nemmeno giusto. Il punto, però, è non confondere ciò che sentiamo noi con ciò che sente l’animale. La nostra sensibilità può essere uno strumento prezioso: ci permette di accorgerci di un cambiamento, di fermarci, di osservare meglio. Ma deve accompagnarsi all’umiltà di sapere che l’animale ha un modo di percepire il mondo diverso dal nostro. Per me, quindi, non si tratta di mettere da parte le emozioni, ma di imparare a usarle senza sovrapporle all’animale. Possiamo sentire molto, purché continuiamo ad ascoltare ciò che lui ci sta realmente comunicando.

Domanda davvero filosofica, ma alla fine, chi ha ragione, se una ragione esiste?
Io non credo che, quando parliamo di animali, debba esserci necessariamente qualcuno che “ha ragione”. Forse la domanda stessa ci porta nella direzione sbagliata. La scienza ha ragione quando ci offre strumenti per comprendere ciò che è misurabile e verificabile. La nostra sensibilità ha valore quando ci permette di cogliere qualcosa che non sempre può essere tradotto immediatamente in numeri o formule. Il problema nasce quando una delle due pretende di essere l’unica verità possibile. Forse la ragione, se esiste, sta proprio nell’equilibrio: sapere ciò che possiamo sapere, riconoscere ciò che ancora non comprendiamo e avere abbastanza umiltà da lasciare all’animale il diritto di essere diverso da come noi lo immaginiamo. In fondo, credo che non debba vincere né la scienza né l’emozione. Deve vincere il rispetto per l’animale.

Tornando ai gatti, amare senza possedere, sono stati loro a insegnartelo?
Sì. E forse è una delle cose più importanti che i gatti mi hanno insegnato. Amare un gatto significa accettare che non ci appartiene davvero. Possiamo prendercene cura, proteggerlo, accompagnarlo, costruire con lui un legame profondissimo, ma non possiamo possederlo nel senso più vero della parola. Ha i suoi tempi, le sue preferenze, il suo carattere, il suo modo di scegliere quando avvicinarsi e quando prendere le distanze. Credo che proprio questo renda il rapporto con un gatto così speciale: l’amore non si misura da quanto riusciamo a trattenerlo, ma dalla libertà che siamo capaci di lasciargli. E sì, questo me lo hanno insegnato loro. Ogni giorno

Questo significa forse assenza di ego e prospettiva del qui ed ora?
Sì, almeno in parte. Credo che vivere accanto a un gatto ci costringa a ridimensionare il nostro ego e, soprattutto, la nostra pretesa di controllare tutto. Il gatto vive molto nel presente. Non gli interessa ciò che noi pensiamo dovrebbe accadere: se in quel momento vuole osservare, osserva; se vuole giocare, gioca; se vuole stare accanto a noi, lo fa. E quando non vuole, semplicemente si allontana. Stare con loro ci insegna allora a esserci senza voler sempre intervenire, ad ascoltare senza anticipare, a godere di un momento senza trasformarlo necessariamente in qualcosa da trattenere. Forse è proprio questo il regalo più grande: imparare che essere presenti non significa possedere il momento, ma viverlo.

E qui naturalmente approfondiamo dentro il concetto del silenzio. Gli animali non parlano eppure comunicano.
Il silenzio, per me, non è assenza di comunicazione. È semplicemente un linguaggio diverso dal nostro. Gli animali non hanno bisogno delle parole per dirci come stanno. Parlano attraverso il corpo, lo sguardo, la distanza che scelgono, il modo in cui si avvicinano, un movimento della coda, un cambiamento nel respiro. E spesso siamo noi a non saperli ascoltare, perché siamo talmente abituati alle parole da dimenticare tutto ciò che viene prima e dopo di esse. Penso, per esempio, a un gatto che si avvicina senza fare rumore e si siede accanto a noi, senza cercare necessariamente il contatto. Non miagola, non chiede nulla. Eppure quella vicinanza può essere una comunicazione potentissima. Allo stesso modo, se improvvisamente si allontana, abbassa le orecchie o cambia postura, ci sta dicendo qualcosa: sta a noi avere la sensibilità e l’attenzione per accorgercene. Con i gatti ho imparato che il silenzio può essere uno spazio di ascolto. Quando smettiamo di riempirlo, iniziamo ad accorgerci di cose che prima non vedevamo. Forse è proprio questo che gli animali ci insegnano: non tutto ciò che è importante ha bisogno di essere detto. A volte bisogna semplicemente imparare a stare in silenzio abbastanza a lungo da poter ascoltare.

Con il senno di poi, questo libro è scritto da un allevatore o da una donna che ama i suoi gatti?
Io direi che è scritto da una donna che ama profondamente i suoi gatti e che, proprio attraverso l’esperienza di allevatrice, ha imparato a conoscerli. Non vorrei che le due cose fossero messe in contrapposizione. Essere allevatrice mi ha dato gli strumenti, l’osservazione quotidiana, la responsabilità e anche la necessità di conoscere la realtà degli animali in modo concreto. Ma alla base c’è una relazione personale, fatta di attenzione, affetto e ascolto. Forse, con il senno di poi, direi che l’allevatrice è il punto di partenza, ma la donna che ama i suoi gatti è la voce con cui questo libro è stato scritto. E probabilmente è proprio questo che vorrei arrivasse al lettore: non un manuale su come allevare o accudire un gatto, ma il racconto di ciò che i gatti possono insegnare a noi, se siamo disposti ad ascoltarli.

In chiusa. Cosa rispondiamo a quanti denunciano che umanizziamo i nostri amici a quattro zampe? Tanto per chiudere in bellezza.
Io risponderei che amare un animale non significa necessariamente umanizzarlo. Umanizzare significa attribuirgli automaticamente pensieri, bisogni e comportamenti umani. Conoscere un animale, invece, significa cercare di comprenderlo per quello che è, rispettando la sua natura. Io posso guardare un gatto negli occhi e riconoscere un legame, un’emozione, una scelta, senza per questo pensare che sia una piccola persona travestita da gatto. Anzi, credo che il vero rispetto cominci proprio lì: non abbiamo bisogno di trasformarli in qualcosa di simile a noi per amarli. Possiamo amarli nella loro diversità. E forse, alla fine, sono loro a ricordarci una cosa che abbiamo dimenticato: non tutto ciò che proviamo deve essere spiegato con le nostre parole per essere vero.

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