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TEATRO

‘La chiave’ al Teatro Tor Bella Monaca

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Con l’adattamento e la regia di Tiziana Biscontini è andato in scena in questi giorni al Teatro Tor Bella Monaca lo spettacolo ‘La chiave’, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore giapponese Jun’ichiro Tanizaki, romanzo diventato popolare anche grazie a Tinto Brass che lo portò sul grande schermo nel lontano 1983.

Le interpretazioni di Rosmunda D’Amico e Fausto Cassi hanno dato vita sul palcoscenico ai coniugi Alberto e Iris.

Lui un signore maturo, feticista, ansioso di esplorare nuovi orizzonti sessuali con la giovane moglie.
Desideri carnali che Alberto è incapace di confessare alla moglie e che descrive e raccoglie nel suo diario nascosto in un cassetto chiuso a chiave.

Lei donna passionale che non riesce a soddisfare le proprie pulsioni con il marito che non ha mai amato.
I due annotano i loro desideri nascosti su un diario. La donna trovando la chiave del cassetto di Alberto leggerà il suo diario scoprendo quelle verità.

Ambientata nell’era fascista, ‘La chiave’ è una storia di sesso torbida e dai risvolti tragici, concludendosi con la morte di Alberto, ma allo stesso tempo piena di ironia.

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MUTA-MORFOSI di e con Sara Lisanti al Teatro T

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Alle spalle di Porta Portese, in una piccola traversa a due passi dal Tevere, si trova il piccolo Teatro T. Open space, ma anche teatro e laboratorio artistico, recentemente questo spazio ha presentato al pubblico romano la singolarissima e suggestiva body performance di Sara Lisanti: MUTA-MORFOSI.
Pochi elementi scenografici: un bozzolo, due terrari in legno, una bambola rivestita di pelle di rettile, scaturiti dalla creatività dell’artista stessa, ad accompagnare la performance incentrata sul tema della metamorfosi individuale.
Ad introdurre l’azione performativa vera e propria, in apertura, le letture poetiche di Giangiacomo della Porta, il quale, attraverso il trittico di componimenti intitolato La nave dei folli (parte 1, 2 e 3), introduce lo spettatore ai temi del cambiamento e della mutazione, utilizzando la metafora di una nave in viaggio verso l’ignoto, in fuga dal presente, e alla ricerca di un futuro diverso.

MUTA-MORFOSI, body performance di 55 minuti circa, racconta dunque il tema della metamorfosi individuale, assimilandolo al processo di muta del mondo rettile e rappresentandolo in scena attraverso le sue varie fasi.
Lo spettacolo, può essere descrittivamente suddiviso in tre momenti: HI, AHI, I. Di saluto, di dolore, di conquista. Parole graficamente inserite all’interno della performance per fornire una sorta di mappa interpretativa agli spettatori.


Nella prima fase (fase HI) l’ artista è racchiusa all’interno di un bozzolo di tessuto, che ricorda quello di una crisalide. Man mano che il processo di mutazione e crescita inizia a compiersi, il bozzolo si schiude e la performer, in quella che è la seconda fase (fase HI), riallacciandosi metaforicamente al mondo rettile, si rinchiude nel terrario della propria sofferenza.
All’interno del terrario, come i rettili, la protagonista cresce, muta, si spoglia di strati di pelle, abitandone ogni volta di nuovi, per poi abbandonarli ed assumerne altri ripartendo infine da un ideale punto zero: punti di partenza e di arrivo continui, accompagnati ogni volta da sofferenza e travaglio.
Dopo questa seconda fase della mutazione, in uno stadio ormai a metà tra rettile e umano, la Lisanti esce dal terrario, strisciando per raggiungere uno specchio dal quale si alzerà infine in piedi, come assumendo una nuova forma, per poi farsi dipingere interamente da una truccatrice, in un bodypainting totale che si conclude con una colata color oro sulla fronte. Rituale dai toni battesimali, che ancora una volta riporta al tema di una nuova vita, di una rinascita in forma “altra”, questa volta gioiosamente colorata e brillante.
Nella fase conclusiva infine (fase I), l’artista si avvicina al proprio alter ego scenico, una bambola adulta, ricoperta di una vera e propria muta di un rettile. Anche la bambola esce dal suo proprio terrario, come fosse la proiezione dell’artista, e la voce off dell’autrice, accompagna gli spettatori con un monologo conclusivo, spiegando la cura di cui necessita ogni fase di muta, ogni nuova pelle, ogni transeunte dimora delle varie mutazioni individuali.


La performance di Sara Lisanti coinvolge lo spettatore in un viaggio altamente simbolico ed emozionante. I movimenti fluidi dell’artista danno vita alle varie fasi della rappresentazione in maniera estremamente convincente, trasmettendo emozioni, travaglio, ma anche gioia nella rinascita e amore soffuso. Uno spettacolo veramente particolare, che ben si sposa con le parole introduttive del poeta Giangiacomo Della Porta, e si conclude, nel suo essere una rappresentazione di MUTA-MORFOSI, con un unico, ben preciso manifesto vocale dell’artista stessa. La Lisanti comunica con naturalezza estrema attraverso il movimento, l’espressività, la creazione artistica, e forse per questo, in chiusura, sceglie di affidare la sua voce ad un registratore, invece di recitare in scena, trasformando anche la sua voce in simbolo ed in un certo senso in un artificio scenico.
Performance bellissima, coraggiosa e densa di significati. Assolutamente da non perdere.

𝘿𝙤𝙥𝙥𝙚𝙡𝙜𝙖̈𝙣𝙜𝙚𝙧 – 𝗖𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗶𝗮 𝗔𝗯𝗯𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝘇𝗮/𝗕𝗲𝗿𝘁𝗼𝗻𝗶

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Il doppio, la dualità come differenza, l’opposto che dà origine al mistero: questo lavoro parla e dà forma soprattutto all’incontro tra i corpi dei due interpreti, Francesco Mastrocinque, attore con disabilità, appartenente all’esperienza del Laboratorio Permanente di Nerval Teatro e Filippo Porro, danzatore.

Il progetto presenta anche la “prima volta” di una collaborazione tra due nuclei artistici differenti, che si incontrano nel solco tra arte e diversità, portando reciprocamente la propria esperienza e poetica della scena che, pur nella lontananza del segno, si alimenta e sviluppa attraverso la medesima sensibilità e passione.

Fin dai primi giorni abbiamo cercato di cogliere nello sguardo dei due interpreti, soprattutto un riconoscersi e attraverso questa reciproca ri-conoscenza, restare in ascolto di questa loro fase germinale. È seguito poi, diremmo in maniera naturale e quasi esclusivamente autogestito da loro stessi, uno sviluppo simbiotico dell’azione fino ad arrivare alla solitudine e al groviglio di arti e luce, di suoni e silenzi; il tutto attraverso un processo di relazione quasi esclusivamente somatico.  

Un ossimoro in danza, un tentativo di svelare, tra sapiente ignoranza e disarmonica bellezza, il doppio viso della sfinge: due corpi diversi che cercano sulla scena l’origine della possibilità di esistere, una dirompente vitalità e un candore disarmante, attraverso l’astrazione della realtà che diventa visione. 

Due corpi uguali che si riconoscono e non smettono l’abbraccio, il mandala, la cellula che li lega. Due esseri primi, primati, ai loro primi passi; tra evoluzione e involuzione, scelgono l’inesistente “voluzione”: uno stare vicini senza l’andare. Senza il destino forzoso del crescere e del diminuire.

Un percorso di gesti, sguardi; piccole, grandi tenerezze; beffardi e spietati tradimenti.  Sempre in un precario equilibrio: funamboli, sospesi tra vita e morte, tra ascesi e caduta. Nel mezzo: le loro forme, colte nella fragilità dell’inestinguibile enigma della sospensione.

Estratto dal comunicato stampa

Le fotografie dello spettacolo “𝘿𝙤𝙥𝙥𝙚𝙡𝙜𝙖̈𝙣𝙜𝙚𝙧” della Compagnia Abbondanza/Bertoni in scena al Teatro Palladium di Roma per la manifestazione di Orbita Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza sono di Giulio Paravani.

“Una relazione per un’accademia” di Franz Kafka al Teatro Argot

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La scorsa settimana, il piccolo ed intimo teatro dell’Argot Studio, nel cuore di Trastevere, ha ospitato uno spettacolo davvero molto originale: Una relazione per un’accademia.
Tratto dall’omonimo racconto breve di Franz Kafka, del 1917, questo spettacolo vede come protagonista e narratore unico, Pietro il Rosso, uno scimmione ferito e catturato da un gruppo di uomini, e successivamente imprigionato. Durante il corso della sua prigionia, mentre rinchiuso all’interno di una cassa raggiunge l’Europa in nave, Pietro tuttavia intuisce che la sua innata capacità di imitare, o piuttosto verrebbe da dire “scimmiottare”, gli umani, può fargli riguadagnare una certa forma di libertà, seppur solo quella di esibirsi nei teatri. l racconto prende vita nel momento in cui, Pietro il Rosso, dopo quasi cinque anni di esibizioni, viene invitato da un gruppo di antropologi all’accademia per narrare loro la sua storia in prima persona.


È il camaleontico Tommaso Ragno a dar vita sul palcoscenico dell’Argot alla figura di Pietro il Rosso, utilizzando come unico elemento scenografico una sorta di alto sgabello con leggio. Seduto su questo sgabello, ma mai immobile, l’attore si fa interprete dei travagli di quello che ormai è a tutti gli effetti un uomo scimmia, domina la scena e mesmerizza il pubblico, rappresentando magistralmente la commistione di rabbia repressa e malinconia che caratterizza il protagonista del racconto.
Nel corso di un monologo di quaranta minuti Tommaso Ragno coinvolge i presenti, suscitando al contempo empatia per il suo personaggio ed amara riflessione sul valore della libertà individuale. Una relazione per un’accademia, tuttavia, non si riduce solamente a questo. Il testo si presta a molteplici interpretazioni e riflessioni, e Ragno, attraverso la sua interpretazione, ne estrapola ed amplifica abilmente anche le nuances satiriche. Il pubblico si trova così ad assistere ad una performance che alterna la riflessione profonda alle risate; un viaggio attraverso la storia di Pietro il Rosso che affascina e coinvolge perfino i più scettici. La riprova definitiva che anche un autore a volte ostico per molti, come Kafka, può risultare pienamente accessibile e godibile, se presentato con le giuste chiavi di lettura.


Uno spettacolo davvero da non perdere, valorizzato ulteriormente dalla cornice raccolta dell’Argot, perfetta nel suo illuderci di poter quasi prendere parte in prima persona alla storia che va in scena. Una performance impeccabile e sentita da parte di Tommaso Ragno, che grazie ad una mimica vivacissima e capacità istrioniche di alto livello, regala ancora una volta al suo pubblico un caleidoscopio di emozioni estremamente efficace e coinvolgente.

Michela Lucenti e Balletto Civile in scena al teatro Palladium

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Il nuovo spettacolo di Michela Lucenti e Balletto Civile, tratto da Re Lear di William Shakespeare, che nelle mani del collettivo si trasforma in una drammaturgia coreografica ficcante, spigolosa, capace di inserirsi come un cuneo nelle pieghe della realtà, un duello fisico fra corpo e parola, movimento e spazio scenico. Il punto di partenza del lavoro è l’eredità dei padri, della quale si analizzano il peso che grava sulle scelte personali, la necessità di rinnegarla e allo stesso tempo di nutrirsene per rifondare la propria identità. l’immaginario dei padri contamina i bisogni e le aspettative dei figli, la nostalgia si trasforma in slancio prospettico, mentre la danza – eclettica, in assoli, in coppia o in gruppo, esplosiva o raggelata in movimenti stilizzati – fa da collante proponendosi, in definitiva, come elemento rigenerante.”

Balletto Civile Gruppo nomade per definizione, animato da una forte tensione etica, Balletto Civile nasce nel 2003 fondato da Michela Lucenti. L’approccio creativo è una ricerca basata sul movimento che emerge dalla profonda relazione scenica tra gli artisti. Lavora su un linguaggio totale dove il teatro, la danza e il canto originale interagiscono naturalmente.

Regia e coreografia: Michela Lucenti

Drammaturgia: Balletto Civile

Creato e interpretato da: Attilio Caffarena, Maurizio Camilli, Loris De Luna, Maurizio Lucenti, Michela Lucenti, Alessandro Pallecchi, Matteo Principi, Emanuela Serra, Giulia Spattini

Assistente alla creazione: Ambra Chiarello

Disegno sonoro: Guido Affini

Luci: Stefano Mazzanti

Assistente alle luci: Chiara Calfa

Scene e costumi: Alessandro Ratti/Balletto Civile

Una produzione: Balletto Civile – Estate Teatrale Veronese / Comune di Verona In collaborazione con Teatro degli Impavidi (Sarzana) Dialoghi/Residenze delle Arti Performative Villa Manin Codroipo

Con il sostegno di: MIC / Ministero della Cultura

Durata 80′

(Dal Comunicato stampa del Teatro Palladium)

Ringraziamo GDG Press nella persona di Alessandro Gambino.

Le fotografie sono di Giulio Paravani.

L’uomo calamita, illusionismo, musica e letteratura.

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Si conclude in Auditorium Parco della Musica la rassegna dedicata al circo contemporaneo, tre spettacoli che hanno portato sul palcoscenico della sala Petrassi la bellezza e la difficoltà di un mondo purtroppo poco considerato.

Un plauso ai direttori artistici dello Stabile di Innovazione Circense, Fabiana Ruiz Diaz e Giacomo Costantini per la capacità di unire arte, musica e letteratura con la maestria circense riconosciuta dal Ministero Italiano della Cultura.

Ieri sera abbiamo assistito a “L’uomo calamita“, un supereroe funambolico nell’azione e nel parlato, un misto di acrobazie, musica e racconto.

Ringraziamo Giorgio Enea Sironi dell’ Auditorium Parco della Musica.

Le fotografie sono di Giulio Paravani.

Il Teatro Necessario in Auditorium Parco della Musica

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Il Teatro Necessario, compagnia di Parma fondata più di venti anni fa, diverte il pubblico della sala Petrassi con uno spettacolo dal titolo “Nuova Barberia Carloni”, un mix di arti circensi e teatro attraverso le quali Leonardo Adorni, Jacopo Maria Bianchini e Alessandro Mori ci dimostrano che il mondo clownesco può convivere tranquillamente con una scrittura teatrale che in questo caso ci accompagna all’interno di un salone di barbiere con l’obiettivo di farla rinascere ai fasti di un tempo.

Con questo secondo spettacolo l’Auditorium Parco della Musica riporta la gente a vedere il circo contemporaneo e non solamente per il divertimento dei bambini ma anche dei tanti adulti presenti.

I nostri ringraziamenti a Giorgio Enea Sironi e allo staff intero di Musica per Roma.

Le fotografie sono di Giulio Paravani.

La compagnia Mauri Sturno in ‘Il Riformatore del Mondo’

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La compagnia teatrale Mauri Sturno è andata in scena negli ultimi giorni del 2022 al Teatro Tor Bella Monaca di Roma con ‘Il riformatore del mondo’ di Thomas Bernhard.

Lo spettacolo del drammaturgo austriaco, autore tra i più importanti di fine ‘900, è firmato dal regista Andrea Baracco e coprodotto dalla compagnia Mauri Sturno.

La serata ha visto l’indisponibilità di Glauco Mauri, con il ruolo del protagonista interpretato da Roberto Sturno. Interpretazione intensa, quella di Sturno, che ha dato vita al vecchio intellettuale misantropo, che vive in profonda solitudine nella sua casa/bunker e che ritiene che per migliorare il mondo occorra eliminare gli uomini dalla faccia della terra.

Sul palcoscenico, oltre a Sturno e a Stefania Micheli, quest’ultima interprete della donna che è compagna e che accudisce senza poter reagire il “riformatore”, presenti anche Federico Brugnone e Zoe Zolferino.

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A tu per tu con Alessandro Bergonzoni

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Alessandro Bergonzoni, di recente a Roma all’Auditorium con suo spettacolo di successo “Trascendi e sali”, e la performance artistica “Tutela dei beni: corpi del (c)reato ad arte – Il valore di un’opera, in persona”, ci parla di sè stesso e del suo lavoro artistico in questa intervista per European Affairs.

CL: Sono ormai alcuni anni che porti in giro il tuo spettacolo “Trascendi e Sali” in giro per l’Italia, ed è uno spettacolo che cambia in continuazione. Puoi dirci come è nato?

 AB: Duecento repliche in quattro anni, Covid compreso, per la precisione.  Tendenzialmente io non ho mai un tema o un argomento. Molti dicono: “Mi dedico a questo… Il tema sono le donne, la politica, la denuncia…”, io ho cercato sempre di lavorare, anche dagli inizi, su una massa, su una quantità, su una mole di lavoro in cui io compongo lo spettacolo precedente al nuovo quindi questo spettacolo, Trascendi e Sali è nato proprio dall’idea del comporre vari pensieri, varie idee che io avevo già elaborato. Poi, al momento di fare le prove, le idee le ho portate in teatro ed abbiamo cominciato a sviscerare e lavorarci su con il regista Riccardo Rodolfi per arrivare ad una stesura. Un testo di partenza che nasce stando magari un mese in un luogo per prepararlo non c’è, non esiste mai, si tratta sempre di incastri che vanno a montare e si sviluppano come una valanga nata da una piccola pallata di neve. Questo spettacolo era nato da un’idea di partenza che comunque c’era, e che era quella di trascendere. Trascendere, nel senso di non accettare più di trasecolare o trasalire davanti alle notizie del mondo, o davanti alla vita, ma di trascendere, di fare un salto in altro, di fare un salto quantico, per poter cambiare dimensione. Stanco, molto, stanco vivo non stanco morto, di una condizione di accettazione di media e di accettazione di stampa, di accettazione di social, avevo la necessità di invadere anche un altro continente interiore dell’agente, dello spettatore. L’ossessione, perché proprio di questo tratta, è proprio quella del lancio continuo, del non lasciare stare mai chi ascolta, non lasciare stare mai le orecchie, non lasciare stare mai la pelle, non lasciare stare mai lo sguardo, gli occhi, proprio perché deve essere una maratona, molti dicono sulla parola, ma non mi piace, è una maratona sul pensiero, una maratona sull’immaginato, una maratona sulle visioni.

CL: Allora proprio su questo tema, possiamo dire che lo spettacolo si sia adattato ai tempi e alle situazioni oppure i suoi mutamenti sono una sorta di crescita naturale?

Brava è importantissimo fare questa distinzione e la voglio fare. Stranamente, ad esempio, io parlai di vaccini di medicina e di cura, quando, in tempi non sospetti cominciai a fare lo spettacolo. Quattro, cinque anni fa il Covid non c’era, e io, quando ho cominciato a studiare il testo, a pensarlo, avevo comunque dentro una frase del genere: “Hanno scoperto il vaccino che fa per me quello che devo fare io”, inteso però nel senso che anch’io devo fare la mia parte, quindi la scienza non può prevaricare il mio mestiere, il mio lavoro, il lavoro di fare gli altri lavori, gli altri mestieri, di essere non soltanto io ma di entrare nelle altre biografie, e questo ha cominciato ad essere visto subito con gli occhiali del Covid, con gli occhiali della pandemia. Io parlavo già di differenze nei diritti, di mancanza di diritti, e la gente ci ha visto immediatamente e dichiaratamente il tema delle prigioni, il tema soprattutto dei migranti, che era già nato in nuce, proprio perché c’erano già le mie prime partecipazioni ad incontri, a manifestazioni, a cortei anche di denuncia su questo.  Io avevo già questi argomenti che per me erano forti e dominanti, ma non sono il tema degli spettacoli perché nessuno può uscire da un mio spettacolo dicendo: “ah è uno spettacolo sull’uguaglianza, è uno spettacolo sulla difesa delle donne”, perché non è così. E poi c’è il tema comicità, quando si trascende per me la comicità è fondamentale per salire, per andare in alto, per innalzarsi.

CL: Che ruolo riveste la comicità quindi all’interno dei tuoi lavori?

AB: Io quando parlo di risata non parlo di umorismo, di spirito – al massimo di spiritualità – o di teatro brillante, perchè quello non mi è mai interessato. A me interessa la risata grossa, non crassa ma grossa, è una risata anche molto contagiosa, ossessiva, continua, quasi da togliere il respiro, che lo spettatore non possa dirsi: “adesso mi rilasso un attimo” ecco, perché altrimenti quello sarebbe intrattenimento, a me in teatro l’intrattenimento non è mai interessato. Se fai arte, se scrivi, se fai lo scrittore, si arriva tutti ad un punto in cui la realtà accetta e deve sopportare e supportare altre dimensioni, perché altrimenti fai informazione, fai giornalismo, ripeto, fai intrattenimento, che è tutto un lavoro che a me interessa molto meno. A me più che la comunicazione interessa la conoscenza oppure l’andare al di là perché altrimenti, farei un altro mestiere, farei l’enigmista se volessi giocare con le parole e basta, farei quello che lavora sulla semantica. Certamente, io sono composto da queste molecole, ma sono molecole che fanno muovere un corpo, non sono le molecole in quanto tali che mi interessano. E quindi: frequenza, luce, onda, vibrazione… sono temi quasi musicali – come mi ha detto qualcuno dopo aver visto lo spettacolo e io l’ho apprezzato molto – un jazz continuo, e una sinfonia proprio orchestrale che raggiunge se uno si lascia andare la seconda o la terza volta che lo vede. È capitato a persone che l’hanno visto anche tre volte di poter dire: “Io alla fine sono entrato dentro un movimento acustico, a un movimento di sonata, senza dover per forza ridere sempre o capire tutto quello che dicevi, e mi sono lasciato trasportare in questa specie di opera”.

CL: Sei sempre stato un artista ed un autore molto libero e indipendente, che sperimenta varie modalità e varie forme espressive e che non scende a compromessi. Quanto è importante per te tutto questo?

AB: Questo mio saltellare mi ha sempre dato proprio un’idea di autonomia e di libertà che mi aiuta: il non lavorare con gli abbonati in teatro, il non prendere sovvenzioni dallo Stato, queste sono sempre scelte di libertà che noi abbiamo fatto per poter dire: “Guadagniamo molto meno, facciamo forse meno date, però non ci troviamo un pubblico che viene a vedere chissà chi perché ha preso l’abbonamento dalla A alla Zeta e non sa neanche chi sono”. Mi piace che la gente scelga, che la gente in teatro venga per un determinato spettacolo. Adesso il teatro mi sta un po’ stretto, non te lo nego, nel senso che l’arte spinge, il sociale spinge ed è una forma che io cerco di rendere con un connubio abbastanza ravvicinata e abbastanza contemporanea. È un po’ il cruccio di Riccardo, che seguendo il tutto, vede che la mole di lavoro oltre quella teatrale è aumentata in maniera smisurata, fino quasi al non controllo.

CL: In che modo hanno un’influenza i social adesso ad esempio?

Sono tantissime le cose che circolano ora, e pur non avendo Instagram o Facebook, io appaio però molto su YouTube. Le persone filmano, condividono filmati, video delle lezioni, degli incontri, e allora si è mosso e si sta muovendo uno stranissimo pubblico di tredicenni e quindicenni che vedono dei miei pezzi su YouTube ma non hanno mai visto uno spettacolo in teatro, non sanno neanche che io faccio teatro, vedono queste cose e le acquisiscono con i video, con i social, mentre io invece no non le vivo e non le abito, e quello è un pubblico di ritorno stranissimo. Non essendo sui social, non ho i follower o quelle robe lì, ma la gente si rimanda queste cose, le moltiplica, le quintuplica, le decuplica, e poi trovo della roba con quattrocento, cinquecentomila contatti, di persone che hanno preso frasi, pezzi di spettacolo, incontri nelle piazze, e si forma un pubblico che non è il mio pubblico teatrale, ma un pubblico assolutamente bilaterale. Si tratta un pubblico completamente nuovo, che vede nel mio linguaggio un linguaggio che non riconosce, perché oggi un dodicenne, un quindicenne che viene a teatro a vedermi – perché alcuni osano, e con i licei abbiamo tante volte delle professoresse che portano le classi a teatro –  entra in un mondo in cui quando le prof gli dicono: “Questo è un attore, uno scrittore nato nel cinquantotto” loro rispondono: “Ma questa è roba futuribile, cioè non mi sembra… mi sembra più proiettata in avanti che in indietro perché non è il teatro classico”. Loro vedono questo slancio in avanti perché gli manca una fetta di vocaboli, pensieri e correlazioni, che nella comicità televisiva non trovano.  

CL: Ti è mai capitato di lavorare anche nel cinema?

Finora ho fatto pochissime incursioni cinematografiche: due, una in un cameo nel Pinocchio di Benigni, uno dei suoi film meno fortunati, e poi un’altra nel Don Chisciotte di Mimmo Paladino, insieme a Servillo e Dalla, esperienza stupenda,veramente di grande piacevolezza con cui siamo andati al festival Nuovi Orizzonti a Venezia, ma le cose che mi sono state chieste per il cinema erano sempre parti un po’ o di caratterista o caricaturali, di un logorroico, di un personaggio che avesse queste caratteristiche mie così da sfruttare il mio taglio.

Non è assolutamente facile in questo momento poter parlare di cinema col mio linguaggio, perché il cinema ha bisogno di tempi diversi, ha bisogno anche di una riconoscibilità dell’attore. Mi dicevano: “Se tu fai della televisione, delle serie o della fiction, noi possiamo permetterci di investire sulla tua figura, ma così tu sei conosciuto da una fetta di persone che non è interessata”. Poi sai io non faccio neanche le pubblicità intese nel senso del volto che vedi per la tal telefonia, il volto per il tal prodotto, e spesso il cinema, soprattutto quello italiano, invece ti chiede proprio una riconoscibilità. Poche sono state le proposte cinematografiche di partecipazione puramente attoriale che ho ricevuto e non ho accettato, per via di copioni che non mi soddisfacevano. Non avevo voglia di fare l’attore puro, l’interprete di un personaggio, che è anche un mio limite, grosso limite, perché l’attore, come mi hanno  spiegato alla scuola che non mi diplomò, l’attore deve fare tutto, sennò fai il Gaber fai il Fo, che hanno fatto per tutta la vita sé stessi. Infatti io non mi sento un attore, e anche per questo motivo quando parlo di teatro ci sto stretto, perché il mio ambito d’opera come artista è diciamo quadridimensionale, e se io dovessi fare teatro e basta forse smetterei di fare questo lavoro.

CL: Quindi come artista quale potrebbe essere la tua modalità di espressione ideale in questo momento?

La mia modalità ideale è: attraverso l’arte, poter portare l’arte in teatro, e far sì che una performance, un’installazione, un modo di essere sul palco, sia anche un modo di essere artistico, che non ci sia solo la lingua, ma ci sia anche la figura, il segno, il tratto, la demarcazione proprio di un qualche cosa che ricordi anche un’opera, e che sia, non ti dico musicale, ma mi piacerebbe fare un qualche cosa che stesse stretto stretto nel teatro e largo largo nell’arte. Attenzione, mi piacerebbe andare in questa direzione, perché anche le mostre che ho fatto, non tantissime ma ne ho fatte, mi hanno sempre un po’ limitato. Appoggi il quadro, appoggi l’opera, la gente viene, la guarda, la osserva e se ne va. Mi prendi in un momento di grande trapasso un momento di progress proprio, in cui ho bisogno di trovare uno status che ancora non mi delimiti per l’ennesima volta nella maniera più assoluta. Certo la scrittura, anche la scrittura vista, non solo la scrittura del libro, di un giornale, o del teatro ma la scrittura vista, la scrittura appesa, la scrittura segnata, la scrittura per strada, il site specific, l’opera urbana, mi stanno dando un grosso impulso. Vediamo, aspettiamo.

CL: Allora grazie infinite per questa bellissima chiacchierata e in bocca al lupo per il tuo lavoro artistico presente e futuro!

 

Bergonzoni Trascendi e sali

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Alessandro Bergonzoni e “Trascendi e sali” in programma con due date a Roma all’Auditorium Parco della Musica è stato la conferma di un turbinio di genialità che viene partorita dalla mente dell’artista bolognese.

Ci si siede in poltrona e, dal momento in cui si spengono le luci e lui appare in cima ad una impalcatura di tubi innocenti fino all’uscita di scena, ripetuta più volte come a non voler finire mai, si rimane inghiottiti da un fiume di parole lungo due ore che ci svela e ci interroga allo stesso tempo di questioni quotidiane, il tutto confezionato da ironia e indignazione.

Si parte cioè dal ridere, e non si smette, e si esce anche consapevoli che uno spettacolo a teatro serve sempre anche per pensare.

Un ringraziamento all’ufficio stampa nella persona di Licia Morandi.

Le fotografie di Giulio Paravani

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Giulio Paravani
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