GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Isolamento Qatar provocherà gravi ripercussioni

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La decisione senza precedenti del blocco di Paesi del Golfo (più le Maldive) di rompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il Qatar è forse il primo atto di un processo che produrrà effetti a catena nei prossimi mesi. Un processo che era semplicemente tenuto in silenzio dall’attesa per le prime mosse della nuova Amministrazione americana. Non è dunque un caso che la decisione saudita, ma anche di Yemen, Bahrain, Egitto, arrivi a breve distanza dalla visita di Donald Trump a Ryadh. Una visita che ha smontato il primo pezzo della strategia USA impostata da Obama nell’ultimo decennio. Il riconoscimento dell’Iran come pivot geopolitico regionale, attraverso la legittimazione del suo programma nucleare, ha cambiato per un certo periodo il paradigma di potenza nella regione. Il Qatar ha trovato utile la mossa opportunistica di dialogare con Teheran in funzione anti-saudita, continuando peraltro a sostenere i gruppi di opposizione interna ai regimi di Arabia saudita e Egitto, in particolare la Fratellanza musulmana.

Una decisione che è opportunistica nelle modalità ma strutturale nelle motivazioni. Il golpe interno al piccolo stato del Golfo, atto fondativo della fase contemporanea della monarchia, è stato forse il momento di rottura più drammatico della vita interna al Qatar. I sauditi hanno considerato sempre il vicino come un protettorato. Fino a quando Doha non si è smarcata a suon di dollari del gas, di una attiva diplomazia economica e culturale e dello shopping finanziario e bancario in giro per il pianeta. La geometria delle alleanza, a partire da quel momento, è diventata variabile. Qatarini ed emiratini si sono trovati su fronti contrapposti in Libia – non è un caso che alla rottura delle relazioni diplomatiche si sia associato anche il Governo non riconosciuto di Tobruk -; sauditi ed emiratini hanno sponsorizzato gruppi diversi di copmbattenti in Siria; Qatar e Arabia Saudita si sono contrapposte in Egitto, con Doha che ha supportato ampiamente i Fratelli Musulmani di Morsi mentre Ryadh considera il Generale Al-Sisi un presidio di stabilità. Tutte queste contraddizioni hanno però trovato un punto di sintesi nella contrapposizione del mondo sunnita, guidato dalla dinastia degli al-Saud, all’Iran sciita. Ed è su questo punto che si è consumata la frattura delle scorse ore. L’Iran combatte una guerra per procura in Yemen, contro i gruppi vicini ai sauditi, in Siria – dove peraltro è l’unico Paese con “scarponi sul terreno” contro lo Stato Islamico -, in Bahrein, dove senz’altro alimenta le proteste di piazza contro il regno della minoranza sunnita. Ma la risposta dei sauditi al tentativo egemonico di Teheran non è meno spregiudicato: in Siria come in Iraq, i gruppi che si mescolano allo Stato islamico sono finanziati da Ryadh, come sostengono i rapporti dell’intelligence americana e dei principali think tanks internazionali.

In Medio Oriente si combatte una gigantesca guerra per procura per il predominio geopolitico e identitario nella regione. L’America di Obama aveva fatto una scelta strategica precisa, puntando sull’Iran come elemento di futura stabilizzazione. Era da immaginare che questa scelta avrebbe scontentato i sauditi e i suoi alleati nel Golfo. Non era immaginabile però che il nuovo Presidente americano avrebbe agito così rapidamente e contribuito a smontare con una sola visita un paziente lavoro di cucitura diplomatica durato anni. L’Iran rischia dunque un nuovo isolamento e il Qatar, che non ha mai rotto il filo del dialogo con gli iraniani, è il primo a farne le spese.
Si è riaperto un grande gioco in quell’area del mondo – c’è da attendersi che Russia e Cina non staranno a guardare. Le cui conseguenze sono imprevedibili. C’è però da giurare che, rientrato alla Casa Bianca dopo il suo primo lungo tour internazionale, Trump abbia capito finalmente quanto sia complicato il mondo e quanto sia difficile provare a governarlo.

di Gianluca Ansalone

Unifil, cambio di comando ITALBAT, subentra il Colonnello Colizza

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Al Mansouri (Libano) 02 maggio 2017 – Ha avuto luogo questa mattina, presso la base italiana di   Al Mansouri, la cerimonia di avvicendamento del comando di ITALBATT, l’unità di manovra del Contingente Italiano della missione UNIFIL, tra il Colonnello Angelo DI DOMENICO, cedente, e il Colonnello Massimo CROCCO BARISANO COLIZZA, subentrante.

Il passaggio della bandiera ONU che sancisce il Traferimento di AutoritàIl passaggio della bandiera delle Nazioni Unite alla presenza del Gen.B. Francesco OLLA, Comandante della Joint Task Force – Lebanon Sector West su base Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”, e degli stendardi dei Reggimenti “Genova Cavalleria” (4°) e “Lancieri di Montebello” (8°), ha sancito ufficialmente l’inizio dell’operazione “Leonte XXII” per il “Montebello”.

La cedente Task Force “Genova” nel corso dell’ultimo mese ha condotto un corso di lingua italiana a favore delle giovani studentesse dell’Istituto Femminile di Tiro e uno di Information Communication Technology a favore di circa 10 donne in collaborazione con il Social Development Centre che opera nell’area a Sud del Litani. I progetti di formazione, oltre a aver contribuito ad infondere una conoscenza di base delle materie trattate, hanno volutamente coinvolto l’importante dimensione femminile nell’ottica di una prospettiva di gender, aspetto fondamentale nella condotta delle operazioni internazionali delle Nazioni Unite.

Le “redini” della Task Force ITALBATT passano, quindi a reggimento “Lancieri di Montebello” (8°), con le unità operative del proprio Gruppo Squadroni Esplorante – che esprimono nell’ambito della stessa operazione anche la riserva tattica di settore alle dirette dipendenze del Generale Comandante il Sector West – e un Battaglione del 1° reggimento “Granatieri di Sardegna”, entrambi di stanza a Roma.

I compiti operativi che i “Verdi Lancieri” saranno chiamati ad assolvere nella propria area di operazione sono definiti dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che vedono, tra i suoi obiettivi principali, la cessazione delle ostilità attraverso un costante monitoraggio della Blue Line; il supporto alla popolazione locale, attraverso la funzione operativa di cooperazione civile-militare (CIMIC); il supporto alle Forze Armate libanesi dislocate nel Libano del Sud, attraverso il coordinamento, la pianificazione e l’esecuzione di attività addestrative e operative congiunte.

I “Lancieri di Montebello” e i Granatieri continueranno ad assicurare le attività di alta rappresentanza e cerimoniale di stato nella città di Roma, così come le attività operative nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure” in Roma Capitale.

SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

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L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

La battaglia di Mosul e il dibattito sull'unita nazionale irachena

Asia/Difesa di

Le dichiarazioni e le denunce da parte di diversi attori internazionali riguardo le numerose vittime civili causate dai bombardamenti statunitensi su Mosul, hanno inevitabilmente rallentato l’avanzata nella Città Vecchia. Ad oggi le forze dell’esercito nazionale iracheno sono rallentate dai militanti dello Stato Islamico nei pressi della Grande Moschea di al-Nuri. Si valuta che circa 300.000 persone siano ancora presenti nei quartieri della Città Vecchia di Mosul, e ciò induce ad una necessaria pazienza da parte dei militari iracheni. Tuttavia la sconfitta dei terroristi e la liberazione della Moschea avrebbe una portata simbolica enorme: proprio qui infatti nel 2014 Abu Bakr al-Baghdadi proclamava la nascita di Daesh.

Alla rallentata offensiva sul fronte Ovest, fa da contraltare una accelerazione verso la normalità nella parte Orientale della città. Secondo fonti governative irachene nell’ultima settimana circa il 90% dei rifugiati sono potuti tornare nelle loro abitazioni nella parte liberata, contraddette però dal Commissario ONU per i Rifugiati secondo cui ci sono ancora 400.000 internally displaced persons (IDP).

Resta tuttavia ancora al centro del dibattito, la prospettiva politica di un Iraq unito e compatto attorno ad un governo nazionale. In particolare sul fronte curdo, vi sono state dichiarazioni che rendono nuovamente difficile pensare ad un futuro pacifico per il Paese, anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico. Dopo la decisione del governo regionale di Barzani di issare la bandiera curda sugli edifici pubblici nella città di Kirkuk, il consiglio cittadino si è proclamato a favore di un referendum per decidere sul suo futuro: aderire alla regione autonoma curda oppure rimanere legata a Baghdad. Le reazioni contro tale votazione non si sono fatte attendere, non solo da parte del governo centrale iracheno. Ankara e Teheran si sono prontamente dichiarate contrarie alla possibilità di una eventuale adesione di Kirkuk alla regione curda: il Primo Ministro turco Yildrim ha dichiarato che Kirkuk “è una città turkmena”. Anche l’Iran si è pronunciato contro il possibile referendum. Gli interessi iraniani riguardano innanzitutto l’accordo firmato recentemente tra Baghdad e Teheran riguardo la distribuzione del petrolio proveniente dai ricchi giacimenti della provincia di Kirkuk. Ma nel quadro politico generale, né Erdoğan né Rouhani possono permettersi un Kurdistan iracheno indipendente e forte, dal momento che sia in Turchia che in Iran vi sono delle importanti minoranze curde, che potrebbero guardare ad Erbil come a un modello di ispirazione politica.

Non a caso dopo la conclusione dell’operazione turca Euphrates Shield in Siria, in molti hanno analizzato la possibilità di un rafforzato impegno di Ankara in Iraq, con particolare attenzione nell’area di Shingal e Tel Afar, dove la presenza del Parito Curdo dei Lavoratori (PKK) pone rischi per tutti gli attori regionali. A tal proposito risuonano minacciose le parole del Presidente Erdoğan: operazioni militari nella regione non si possono infatti escludere.

Continua ad esserci grande incertezza sulla stabilità di un governo nazionale anche però internamente ai partiti politici ed alla corrente maggioritaria sciita. Tra questi occupa un ruolo prominente il leader del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (ISCI), Ammar al-Hakim. Egli ha incontrato il Rappresentante dell’ONU Jan Kubiš, sottolineando l’importanza di evitare le divisioni e i conflitti interni; tuttavia ha anche rifiutato la proposta di per la “riconciliazione nazionale”, criticata e ritenuta inaccettabile dal partito sciita.

È proprio riguardo il dialogo tra questi due attori che si concentra la pubblicazione del Middle East Research Institute: il blocco sciita rivestirà un ruolo decisivo per una riconciliazione politica in Iraq, eppure le differenze tra al-Hakim e al-Sadr sembrano ancora una volta irrisolvibili. Alla proposta di Historical Settlement da parte del primo, ha fatto seguito la controproposta da parte del secondo di una tabella di marcia comprendente diversi punti critici. Nonostante entrambi si dichiarino favorevolmente all’unità politica del Paese, persistono dunque degli elementi di scontro. Uno di questi riguarda certamente il rapporto con Teheran: il sostegno iraniano al partito di al-Hakim è storico. Diversamente al-Sadr ha usato spesso toni aspri verso il paese vicino, ed è il primo leader sciita a pronunciarsi contro il regime di Assad in Siria, invitandolo a farsi da parte per il bene del suo popolo. Contemporaneamente però, un punto centrale del suo “roadmap”, si basa sul ritiro immediato di tutte le forze militari straniere dal suolo iracheno.

Di certo la situazione di instabilità in Iraq non si può ritenere facilitata dalla recente decisione del Presidente Trump di intervenire con decisione nel conflitto siriano. Gli attori in gioco in Siria sono gli stessi in Iraq, ed una escalation di tensione tra Washington e Teheran, che possa coinvolgere pure Ankara e Mosca, sarebbe certamente distruttiva per ogni ipotesi di tavolo di pacificazione nazionale. Ancora una volta è necessario sottolineare l’importante ruolo che Trump deve affidare al suo Segretario di Stato Rex Tillerson e alla diplomazia statunitense.

Di Adriano Cerquetti

Trump contro tutti: tensione alle stelle con la Russia e minaccia la Corea del Nord

Asia/Difesa/Varie di

Come era prevedibile, dopo l’attacco USA del 7 aprile 2017 ad una base militare di Assad a Damasco in Siria, si stanno innescando una serie di reazioni a catena a livello geopolitico che non fanno sperare ad un futuro di pace. Riepilogando le puntate precedenti: la condanna della Russia al bombardamento voluto dall’amministrazione Trump come ritorsione nei confronti dell’attacco con armi chimiche dovuto proprio al regime siriano si è attuata con l’avvicinamento di una fregata russa a quelle statunitensi e a tutta una serie di dichiarazioni date da vari esponenti russi in pubblico. A partire dal vice rappresentante permanente alle Nazioni Unite di Mosca, Vladimir Safronkov, che sostiene con forza il fatto che a prescindere da Assad “l’aggressione degli Stati Uniti favorisce solo il terrorismo”.

In seguito al lancio dei missili da crociera la Russia ha sospeso il memorandum di collaborazione con gli Stati Uniti per scongiurare incidenti e garantire la sicurezza dei voli militari in Siria. Proprio in virtù di questo accordo non è stata attivata la difesa antimissilistica a Damasco. Le parole del vicepresidente della Commissione Difesa della Duma Yury Shvytkin sono ben chiare “… Ora, ritirandosi [gli USA ndr. ] dal memorandum potremo reagire alle varie minacce per la difesa delle nostre basi e del nostro contingente”.

 

La Corea del Nord lancia un avvertimento a Trump e Xi Jinping

Asia di

 

A poche ore dall’incontro al vertice tra il presidente USA Donald Trump e il suo corrispettivo cinese Xi Jinping , in Florida, il leader nordcoreano ha ordinato il lancio di un missile a medio raggio KN-15 che ha concluso la sua traiettoria nelle acque del Mar del Giappone, dopo un breve volo di circa 60 chilometri.

La Corea del Sud ha condannato fermamente l’ennesima provocazione di Pyongyang, mentre il Segretario alla Difesa americano, Rex Tillerson, ha commentato freddamente l’episodio: “Gli Stati Uniti hanno già parlato abbastanza della Corea del Nord. Non abbiamo ulteriori commenti”. La risposta più decisa è arrivata invece da Tokio, per bocca del Capo di Gabinetto Yoshihide Suga: “Il Giappone non potrà mai tollerare le ripetute azioni di provocazione della Corea del Nord. Il governo protesta con forza e le condanna risolutamente”.

Dopo cinque test nucleari, due dei quali condotti nel 2016, il lancio odierno ha rinnovato i timori della comunità internazionale sul programma missilistico nordcoreano. Pyongynag è ancora lontana dall’obiettivo di realizzare una testata a lungo raggio che possa recapitare un ordigno nucleare fin sul territorio americano, ma gli analisti hanno ipotizzato che il missile KN-15 sia stato sospinto da un propellente solido, facile da trattare e trasportare, che aumenterebbe le capacità di attacco rapido del regime asiatico.

La dimostrazione di forza avviene all’indomani di due avvenimenti che Pyongyang ha interpretato come serie minacce. Nei giorni scorsi Trump ha lanciato il suo avvertimento: se la Cina deciderà di non cooperare nel contenimento dello scomodo alleato regionale, gli USA sono disposti ad agire da soli contro il nemico. Nel contempo, si è conclusa una esercitazione militare congiunta tra USA, Giappone e Corea del Sud, che Pyongyang considera come la prova generale di una possibile invasione.

Secondo un portavoce del Ministero degli Esteri nordcoreano le azioni delle potenze nemiche stanno portando la Penisola asiatica sull “orlo della guerra”.

La crisi odierna, che senza dubbio sarà al centro dei colloqui tra Trump e Jinping, è stata preceduta, nello scorso febbraio, dal lancio di 4 missili balistici nordcoreani che sono caduti in prossimità delle coste nipponiche e dal test di un sistema di lancio SLBM (Submarine-Launched Ballistic Missile) che permetterebbe a Pyongyang di avvicinare le sue testate alle acque del nemico e di disporre di una inedita capacità di contrattacco (second-strike), nell’ipotesi di distruzione del proprio arsenale terrestre. Questa ipotesi, secondo gli analisti, è però attualmente solo teorica e serviranno ancora anni prima che Kim Jong Un possa fare reale affidamento su una tale capacità offensiva.

In uno scenario sempre più surriscaldato, il governo cinese prova a gettare acqua sul fuoco. Alla vigilia dell’incontro tra Jinping e Trump, presso il resort Mar-a-Lago, A Palm Beach in Florida, di proprietà del presidente statunitense, un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha negato ogni legame tra il lancio missilistico nordcoreano e il meeting al vertice tra le due potenze, sollecitando tutte le parti coinvolte ad evitare ogni ulteriore escalation.

La Cina, in questo momento, sembra l’unica forza in grado di porre un freno al conflitto fra Pyongyang e i suoi tanti nemici.

Dossier Iraq, Marzo 2017

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Tra le promesse fatte dal nuovo Presidente USA Donald Trump, quella di combattere e di sconfiggere definitivamente il terrorismo di matrice islamica era una delle più complicate da raggiungere in breve tempo. Eppure inizialmente in molti pensavano e temevano che il Presidente potesse fare un passo indietro (come lui stesso aveva preannunciato durante la campagna elettorale) da quei fronti aperti dall’amministrazione Obama e sui quali si è giocata la sfida elettorale con Hillary Clinton, la quale inevitabilmente rappresentava una soluzione di continuità.

Ciò nonostante le prospettive in breve tempo sembrano essere cambiate: era il 20 febbraio quando la coalizione internazionale anti-ISIS lanciava l’offensiva nell’area Ovest di Mosul, dopo la liberazione dell’area orientale. Tuttavia alle iniziali dichiarazioni entusiastiche, giunte sia da Washington che da Baghdad, si contrappone oggi la dura e drammatica realtà della roccaforte ISIS in Iraq. Che la missione sarebbe stata molto difficile e impegnativa, era prevedibile a chiunque. In queste ultime settimane però si è toccata forse per la prima volta con mano, quella che è la reale gravità della situazione.

La crisi umanitaria in Iraq è senza precedenti, le varie agenzie per la difesa e la protezione dei civili sono giunte al limite delle loro capacità, come sottolineato dalla Commissione dell’ONU per i diritti umani. Secondo le stime, solo da febbraio (ovvero l’inizio dell’offensiva per Mosul ovest) sono 220.000 i civili sfollati. Allargando la lente ad ottobre 2016, si raggiunge la cifra di 350.00 persone, di cui soltanto 76.000 sono riuscite a tornare nelle proprie case nella parte liberata della città.

Il problema dei numerosi civili presenti nelle aree di guerriglia è divenuto tragicamente noto al pubblico internazionale lo scorso 23 marzo. Alcuni bombardamenti delle forze aeree statunitensi hanno infatti colpito, in circostanze ancora non chiarite ufficialmente, edifici nel quartiere di Al Aghwat Al Jadidah, causando all’incirca 200 morti solo civili. Secondo l’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR) nella scorsa settimana sono state 500 le vittime civili delle operazioni in Mosul Ovest. Il Dipartimento di Stato degli USA ha gli scorsi giorni confermato l’evento, attribuendo le colpe a dei veicoli che esplodendo avrebbero fatto crollare i palazzi.

Ciò che più importa però ai fini dell’analisi è che gli Stati Uniti stanno cadendo per l’ennesima volta negli errori del passato. A nulla sembrano funzionare i numerosi appelli e report presentati dai più rilevanti Think Tank internazionali, per ultimo l’International Crisis Group. L’esperienza delle guerre passate in Iraq (2003) ed Afghanistan (2001), non sembra essere stata una lezione sufficiente.

Ciò che mancava all’epoca è quello che manca ancora adesso: la stesura di un progetto che veda coinvolti i principali attori regionali (Iran, Turchia e Arabia Saudita); la pianificazione economica volta alla ricostruzione delle città distrutte dalla guerra; la collaborazione politica che porti alla nascita e allo sviluppo di un processo democratico in Iraq come in Siria. Il presupposto di questo è obbligatoriamente la sconfitta definitiva dell’ISIS, la quale però non può essere solo militare. Deve essere seguita da una eliminazione del problema alla radice, un miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei paesi, che hanno portato alla nascita del Califfato.
Per questo gli Stati Uniti devono porre una straordinaria attenzione nel portare avanti i bombardamenti sulla città: il coinvolgimento di vittime innocenti nel conflitto non causa altro che ulteriore irritazione tra le comunità locali, ulteriore disperazione e paura. Infine nuovi e sempre più radicali gruppi terroristici. Dopo gli incidenti della scorsa settimana, i vertici dell’esercito nazionale iracheno hanno deciso di fermare le operazioni militari in assenza di un nuovo piano strategico che possa evitare ulteriori vittime tra i civili. Dalla lezione del passato tuttavia gli Stati Uniti ed il Presidente Trump dovrebbero comprendere che non è questa la via per sconfiggere il terrorismo islamico. Anche se nei prossimi mesi Daesh dovesse essere definitivamente sconfitta a Mosul, il sangue innocente versato e la disperazione sociale ed economica ereditata, porteranno inevitabilmente al rafforzamento di gruppi terroristici già presenti o alla nascita di nuovi, il cui obiettivo sarà sempre quello: cacciare l’invasore americano dal territorio arabo.

In generale, il successo della campagna di Mosul e della missione della coalizione internazionale contro il terrorismo, dipenderà quindi dalla capacità di prevenire la nascita di nuovi conflitti interni tra le forze interessate. L’obiettivo deve essere quello di evitare una escalation della tensione tra gli attori regionali, Iran e Arabia Saudita in primis, ma anche la Turchia. L’Iraq è oggi il campo di scontro tra queste potenze, dove ognuna mira ad espandere la sua influenza nella ricostruzione del Paese per attirarla nella sua sfera di dominio. La stessa situazione si sta verificando d’altronde in Siria e in Yemen.

Il Presidente Trump ha recentemente dichiarato che la priorità per la sicurezza statunitense è la minaccia di Teheran. Tuttavia è chiaro che la situazione non può essere gestita soltanto con l’esercito e con la forza militare. Per evitare un ulteriore deterioramento della situazione in Medio Oriente, Washington deve fare affidamento tanto sulla potenza quanto sulla diplomazia. Deve sostenere e promuovere i negoziati di pace e accettare accordi diplomatici che portino a delle soluzioni di compromesso accettabili, che mantengano uno stato di equilibrio tra potenze in Asia e Medio Oriente. È fondamentale non peggiorare o aprire ulteriori fronti di combattimento. Soprattutto però, per vincere definitivamente la sfida contro il terrorismo islamico, gli Stati Uniti devono collaborare con la Cina e l’Unione Europea, in particolare se come promesso in campagna elettorale, l’amministrazione Trump deciderà per un progressivo disimpegno americano dal fronte mediorientale.

Sul fronte politico interno dell’Iraq, il tavolo politico per la ricostruzione del Paese deve vedere coinvolte tutte le anime e le etnie interne al paese, sostenute dalle corrispettive potenze regionali. Deve basarsi sulla cooperazione e collaborazione tra Erbil e Baghdad, tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita. Come sottolineato nella recente pubblicazione del Clingaendel Institute, sarà inevitabilmente un procedimento lungo e pieno di ostacoli, che deve avere come primo sostenitore il gruppo sciita. Deve crearsi al suo interno un nuovo dibattito politico aperto e democratico, inclusivo e che veda coinvolti anche partiti nuovi e le nuove generazioni. Solo attraverso una democratizzazione del fronte interno sciita, si potrà arrivare con il tempo all’apertura di un dibattito politico democratico tra sciiti, sunniti, kurdi e minoranze etniche.

Per questo motivo la coalizione internazionale non può abbandonare l’Iraq, non appena l’ISIS sarà sconfitta. Sarà necessario un sostegno economico, umanitario e politico a lungo termine. Se gli Stati Uniti non dovessero essere pronti a questo sforzo, l’occasione potrebbe essere colta dall’Unione Europea, per dimostrare di essere finalmente pronta a diventare un credibile attore internazionale, prima di tutto a sé stessa.

 di  Adriano Cerquetti

Prima Parthica, l’addestramento degli italiani ai Peshmerga

Asia/Difesa/Video di

I peshmerga del Kurdistan iracheno sono sempre stati in prima linea nei diversi sconvolgimenti della storia dell’Iraq dalla sua indipendenza, nella guerra Iran-Iraq, nella prima e nella seconda guerra del golfo.

Dall’agosto del 2014 sono stati i primi ad impegnare i terroristi di Daesh e  liberare le città occupate dai terroristi dell’ISIS. Combattenti di valore  si sono lanciati nelle battaglie forti solo del loro coraggio. male armati e senza addestramento hanno tenuto testa all’Isis per quanto possibile fino all’arrivo della coalizione internazionale.

Addestramento e supporto nel combattimento sono le basi della missione Inherent Resolve e in particolare  con la Missione Prima Parthica gli italiani sono impegnati nell’addestramento delle forze Iraqene e della Regione autonoma del Kurdistan.

Dal 2014 alcuni battaglioni della milizia peshmerga sono stati integrati nella Guardia Nazionale Irachena e sono parte della nuova 2ª divisione irachena, di base a Mossul. Da allora questi combattenti sono addestrati allo Zerawani Tiger Training camp di Erbil .

L’addestramento che viene impartito dagli italiani ha lo scopo di rendere più efficaci le forze Peshmerga e Zerawani nei combattimenti. Alla prima fase di addestramento di base di fanteria si aggiungono nel tempo corsi di specializzazione nel tiro, nel combattimento urbano e per lo sviluppo di unità speciali.

Al tiger camp  gli istruttori italiani sono affiancati da traduttori ma molti di loro si sforzano di apprendere la lingua Kurda per avvicinarsi sempre di più ai loro “Studenti”.

Al Tiger camp incontriamo Fatima, traduttrice e professoressa di Biologia all’università di Erbil, una degli interpreti che aiutano gli istruttori nel lavoro quotidiano che ci racconta la sua percezione della missione italiana che definisce molto importante  per i peshmerga che dopo l’addestramento si trovano immediatamente sulla linea del fuoco.

L’addestramento degli istruttori italiani risulta essere uno dei più efficaci grazie anche al modello di approccio e di interazione con i peshmerga sopratutto nella fase di specializzazione dove le doti e l’esperienza nella formazione di una istituzione di 150 anni viene riconosciuta dalle giovani formae armate del posto-

L’efficacia sul campo dei peshmerga è aumentata sensibilmente grazie al supporto della Training force della missione italiana, lo conferma anche il General Brigadiere Aptar comandante del Zerawani Tiger Camp che durante la nostra intervista ha sottolineato come l’apporto di armamenti e l’istruzione puntuale sul loro uso ha permesso un incremento notevole dell’efficacia in battaglia con una diminuzione delle perdite umane in battaglia.

Tutto questo nel nostro reportage video da Erbil.

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Iraq, la missione “Prima Parthica” addestra i Peshemerga contro Daesh

Asia/Difesa di

In questi giorni viene annunciata la liberazione di gran parte della città di Mossul. Combattendo strada per strada tra le rovine di un citta che ospitava nel 2014 circa 1.500.000 di abitanti, le truppe iraqene insieme ai Zerawani e i Peshmerga curdi stanno ripulendo la città dai terroristi di Daesh.

Una battaglia durata due lunghi anni durante i quali la popolazione civile ha subito il governo tirannico e sanguinoso dei terroristi neri.

L’applicazione letterale della Sharia, le persecuzioni ai cristiani, agli ebrei e ai mussulmani sciiti hanno reso la vita dei cittadini di Mossul un vero incubo.

Uccisioni di massa, arresti e giudizi sommari hanno scandito la quotidianità di questa città.

A questa barbarie gli unici che si sono opposti immediatamente diventando la prima linea del fronte anti Daesh sono stati i peshmerga, male armati e senza grandi nozioni di tattica e strategia si sono difesi con coraggio unico.

Nel settembre del 2014 la comunità internazionale decide di opporsi al dilagare di daesh con una coalizione internazionale di volenterosi, di cui fa parte anche l’Italia, con il compito di supportare le truppe iraqene nella battaglia per il ripristino delle condizioni di sicurezza interna al paese.

Questo supporto include attività di addestramento del personale iraqeno, Zerwani e Peshmerga, supporto tattico aereo, supporto tattico terrestre con artiglieria pesante, supporto nelle attività di intelligence.

Con base ad Erbil il contingente interforze italiano è attivo con la missione “Prima Parthica” con compiti di Addestramento delle forze Iraqene, Zerawani e Peshmerga, di supporto tattico aerotrasportato con la missione “Personal recovery” delle unità dell’AVES e di addestramento nelle procedure e tattiche di polizia e sicurezza svolto dalle unità dei carabinieri.

Ad Erbil Alessandro Conte, direttore di European Affairs, ha incontrato il personale della missione italiana e realizzato una serie di reportage che verranno pubblicati settimanalmente per tutto il mese di febbraio.

Ecco il primo.

 

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Xi Jinping al WEF di Davos: “nessun vincitore da una guerra commerciale”

Asia di

Globalizzazione contro protezionismo, potrebbe essere questa la cifra identificativa dello scontro che si prepara a livello globale per i prossimi anni tra i due giganti dell’economia mondiale: Cina e Stati Uniti.

La retorica del presidente eletto Donald Trump,sintetizzata nello slogan “America first”, si focalizza sulla protezione degli interessi americani sul piano commerciale, mettendo in discussione i rapporti economici con l’avversario asiatico. Dopo il tramonto dell’ambizioso accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica (TPP), la nuova amministrazione sembra intenzionata a ritirarsi dai trattati internazionali di libero scambio privilegiando accordi bilaterali che possano garantire una maggiore protezione degli interessi americani. Una prospettiva che mette in allarme Pechino, che vede nella globalizzazione e nella liberalizzazione del commercio la strada maestra per proseguire sul cammino della crescita.

Il presidente cinese Xi Jinping ha deciso dunque di scendere in campo in prima persona, prendendo parte oggi, con una delegazione di altissimo livello, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Mai nessun leader cinese aveva partecipato al prestigioso summit annuale di Davos, una novità che ben rappresenta l’importanza del momento, a pochi giorni dall’insediamento del neo-presidente Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Come era prevedibile, nel suo intervento Jinping ha parlato in difesa della globalizzazione e del libero scambio, mettendo in guardia Washington dal pericolo di una guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del pianeta, da cui nessuno uscirebbe vincitore.

In un discorso emblematico, il presidente cinese ha difeso gli esiti dell’integrazione economica, dimensione considerata, al contempo, ineluttabile e imprescindibile. “La maggior parte dei problemi che preoccupano il mondo non sono causati dalla globalizzazione – ha detto Jinping. Che vi piaccia o meno, l’economia globale è un grande oceano dal quale non si può scappare”. “Dobbiamo promuovere il commercio e la liberalizzazione degli scambi” ha aggiunto, sottolineando come “Nessuno potrà emergere vincitore da una guerra commerciale”. Un messaggio chiaro, destinato alla nuova amministrazione Trump al fine di scoraggiare una scelta marcatamente protezionistica.

Pur riconoscendo gli effetti negativi della globalizzazione su alcuni settori dell’economia e della società, il presidente cinese considera l’isolazionismo una reazione sbagliata: “La cosa giusta da fare è cogliere le occasioni per portare avanti le sfide in modo congiunto e tracciare una strada giusta per la globalizzazione economica”.

Con il discorso di Davos, Xi Jinping persegue un duplice scopo: contrastare la narrazione protezionistica di Trump e ricordare a tutti che la Cina è pronta a subentrare agli USA, qualora la scelta protezionistica fosse confermata dai fatti, nel ruolo di leader economico globale. Pechino è pronta a proporre una serie di nuovi accordi di libero scambio, non solo con i paesi della regione del Pacifico, orfani del TPP, ma anche con il continente latinoamericano.

Trump è davvero disponibile a lasciare campo aperto alla superpotenza emergente per concentrarsi sulla difesa del suo mercato interno? In tal caso, Pechino sarà capace di creare nuove condizioni per sostenere la propria crescita?

Il 2017 potrebbe essere un anno di grandi cambiamenti per l’assetto economico globale.

Luca Marchesini
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