GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Mosul, liberato il 70% della città

Asia/Difesa di

Le truppe iraqene supportate dalla coalizione hanno liberato il 70% della città dopo settimane di aspri combattimenti casa per casa.

La conquista di tutti i ponti sul Tigri rappresenta una passo decisivo verso la completa liberazione della città da ha dell’esercito regolare Iraqeno e delle truppe Peshmerga.

Nella mattinata di oggi è stata preso anche l’Istituto Tecnico dell’Università di Mosull sulla University Boulevard, viale che si ricongiunge verso il Tigri sul quinto ponte, azione che permetterebbe di chiudere in una sacca l’eventuale resistenza dei quartieri a ridosso del fiume per una accurata azione di sicurezza casa per casa.

Questo successo è da attribuire in parte anche allo sforzo tattico della coalizione che, con i bombardamenti mirati e il supporto tattico alle truppe Iraqene, comprese le forze Zerawani e Peshmerga, ha permesso una avanzata molto più veloce in questi giorni.

Il comandante della operazione Inherente Resolve , il colonnello dell’esercito Statunitense brett sylvia, nella conferenza stampa di ieri ha indicato come sia stato importante il coordinamento strategico tra il supporto tattico e le forze iraqene, un lavoro di squadra eccezionale che ha portato al risultato odierno.

I questo scenario i bombardamenti mirati e l’uso dei droni hanno permesso di mettere fuori gioco la principale risorsa tattica dell’ISIS , le auto bombe e gli ordigni esplosivi improvvisati, dando finalmente lo spazio di manovra necessario per la liberazione della città.

Queste autobombe realizzate per massimizzare l’effetto dirompente dell’esplosione sono state per mesi il punto di formza delle milizie nere mettendo in serie difficoltà le truppe di sicurezza. Queste auto venivano lanciate contro la linea difensia, i check point o le truppe in avanzata creando vittime e caos che permettava un tiro di efficacia sui superstiti.

Mosul nei quasi 24 mesi di occupazione è stata fortificata e nel sottosuolo sono stati realizzati tunnel sia per le persone che per piccoli mezzi dando la possibilità ai terroristi di muoversi al sicuro da un punto all’altro della città.

Ma la perdita di questi mezzi non significa aver distrutto la loro capacità offensiva, su Mosul volano anche piccoli Droni quadricotteri commerciali con una autonomia di 45 minuti capaci di sganciare ordigni esplosivi o di lanciarsi come kamikaze sulle postazioni iraqene..

Perché Shinzo Abe renderà omaggio alle vittime di Pearl Harbour

AMERICHE/Asia di

L’alleanza tra Usa e Giappone sembra destinata a rafforzarsi ulteriormente nel prossimo futuro. Il primo segnale era stato l’incontro “franco e cordiale” tra il presidente eletto Trump ed il premier nipponico Shinzo Abe dello scorso 17 novembre, primo meeting informale per l’amministrazione entrante con un capo di governo straniero. Il secondo passo, ben più significativo sul piano simbolico e politico, è l’annuncio della visita di Abe a Pearl Harbour, in concomitanza con le celebrazioni in memoria dell’attacco aereo giapponese sul porto statunitense delle Hawaii, che causò 2400 vittime e spinse gli Usa ad entrare in guerra 75 anni fa, il 7 dicembre del 1941.

La visita, programmata per la fine di Dicembre, si preannuncia come un gesto di portata storica che punta a rafforzare il legame tra i due paesi e ad inaugurare un nuova fase nelle relazioni bilaterali tra le sponde del pacifico. Gli aspetti più concreti e terreni riguardano la necessità giapponese di ridurre le incertezze riguardanti la futura politica statunitense nei confronti del Sol Levante, alimentate dalla sregolata campagna presidenziale di Trump che, tra le altre cose, aveva esortato Tokio a contribuire maggiormente alle spese per le basi militari americane sul suolo giapponese.

La visita culminerà con un incontro al vertice tra il premier nipponico ed il presidente uscente Obama, i prossimi 26 e 27 dicembre, recapitando un chiaro messaggio alla nuova amministrazione: l’alleanza funziona così com’è e non deve essere messa in discussione. Obama e Abe hanno infatti contribuito in modo convinto, in diverse occasioni, a cementare la cooperazione strategica tra i rispettivi paesi. Nel 2015 le linee guida di difesa comune sono state aggiornate e le Forze di Auto-Difesa giapponesi sono state autorizzate ad intervenire a fianco dell’esercito americano nell’ambito di un limitato numero di scenari.

Trump, invece, non è stato tenero con il Giappone durante la recente campagna presidenziale. Dopo aver chiesto più soldi per continuare a garantire la presenza delle basi militari americane nell’arcipelago, il candidato Trump aveva criticato Obama per aver fatto visita ad Hiroshima, nel ruolo di primo presidente americano a rendere omaggio alle vittime del bombardamento nucleare che pose fine alla guerra mondiale nel Pacifico. Secondo Trump, in quell’occasione Obama avrebbe dovuto ricordare anche le vittime dell’attacco giapponese a Pearl Harbour dove “migliaia di vite americane sono andate perdute”.

La prossima visita di Abe servirebbe dunque a compensare il gesto di apertura di Obama e a offrire alla nuova amministrazione l’immagine di un Giappone disposto a guardare al passato con occhi diversi. Secondo l’analista Kent Calder della John Hopkins University, la visita di Abe renderà l’alleanza col Giappone più digeribile per i sostenitori di Trump, facilitando le relazioni future.

Sul fronte nipponico, Abe è sempre sembrato disposto a mettere in discussione quella pagina della storia nazionale, riconoscendo almeno in parte le responsabilità del suo paese. Durante una sessione congiunta del Congresso, lo scorso anno, il primo ministro del Sol Levante ha fatto espresso riferimento, per la prima volta, all’attacco di Pearl Harbour, pur senza offrire scuse ufficiali. Anche in previsione della visita di fine dicembre, la questione delle scuse rimarrà sospesa. Abe intende portare “conforto” alle vittime dell’attacco giapponese di 75 anni fa e rendere omaggio alla loro memoria, ma non è lecito attendersi l’uso di un linguaggio diretto che possa essere letto in patria come la formulazione di scuse pubbliche nei confronti del nemico di allora.

Sul fronte americano, la visita di Abe potrebbe urtare i sentimenti dei reduci e dei parenti delle vittime, una preoccupazione cui l’amministrazione entrante è certamente molto sensibile. Anche Josh Earnest, l’attuale Press Secretary della Casa Bianca, non esclude che la visita giapponese possa amareggiare le vittime dell’attacco, anche a distanza di così tanto tempo. Earnest si dice però fiducioso che in molti metteranno da parte la propria dose di amarezza, riconoscendo la portata storica dell’evento.

La visita si prospetta dunque come un successo per Obama, che cerca di consolidare la propria legacy con una vittoria simbolica e diplomatica nel momento in cui le sue principali conquiste sul fronte internazionale, l’accordo sul nucleare iraniano e il riavvicinamento tra Washington e La Havana, rischiano di essere travolti dall’onda della nuova amministrazione Trump.

A raccoglierne i frutti migliori sarà però Shinzo Abe. La visita servirà al primo ministro per scrollarsi di dosso l’etichetta del revisionista storico, che lo accompagna dal momento della sua elezione e che ne offusca l’immagine in patria e sopratutto all’estero. Fumiaky Kubo, uno storico interpellato dal Japan Time, sostiene che Abe, nonostante la cattiva fama, abbia fatto “più progressi nel percorso di riconciliazione bellica di qualunque altro primo ministro. Questo potrebbe essere un modello di riconciliazione su cui entrambe le parti potrebbero basare i propri sforzi”.

Nel momento in cui il TPP (Partenariato Trans Pacifico) sembra destinato al fallimento e la disputa territoriale sulle isole tra Kamcatka e Hokkaido che contrappone il Giappone alla Russia è ferma su un binario morto, un rafforzamento della partnership con gli USA potrebbe essere quello di cui Abe ha bisogno per rilanciare la sua azione di governo sul teatro internazionale. Anche a costo di annacquare la verve nazionalistica che lo ha sempre caratterizzato.

Dalla Cambogia e dalla comunità hindu-americana si alzano voci in favore di Trump

Asia di

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane, mentre la campagna elettorale più corrosiva che si ricordi si avvia alla conclusione in un clima di assoluta incertezza, il candidato Trump incassa il sostegno del premier della Cambogia e di un gruppo repubblicano Hindu. All’origine di queste prese di posizione, in entrambi i casi, sta il timore che una vittoria della Clinton possa determinare una politica estera contraria agli interessi di Cambogia e India. Andiamo per ordine.

Hun Sen, primo ministro cambogiano, uomo forte del piccolo paese del sud-est asiatico al potere da circa trent’anni, ha espresso oggi il proprio auspicio che sia Donald Trump a uscire vincitore dalle urne, martedì prossimo. Una sua elezione, sostiene Sen, garantirebbe un alleggerimento delle tensioni tra USA e Russia e il mantenimento della pace a livello globale. Hun Sen è sotto pressione in vista delle elezioni interne del 2018, accusato da USA, ONU e Unione Europea di non garantire il rispetto dei diritti umani nel paese e di scarso impegno sul fronte della lotta alla corruzione. Una vittoria di Trump porterebbe ad un ammorbidimento delle posizioni da parte degli Stati Uniti? Sen, evidentemente, se lo augura.

Durante un discorso all’accademia nazionale di polizia, il premier ha così spiegato il suo endorsement: “Per essere onesto, io vorrei veramente che Trump vincesse le elezioni. Se dovesse vincere, il mondo cambierà in meglio, perché Trump è un uomo d’affari e, in quanto tale, non vorrà mai la guerra”. Inoltre, il tycoon sarebbe un buon amico di Vladimir Putin e della Russia, a sua volta alleato strategico della Cambogia fin dalla caduta, nel 1979, del regime di Pol Pot.

La Clinton, con la quale Hun Sen si è incontrato diverse volte quanto ricopriva il ruolo di Segretario di Stato, rappresenterebbe invece un rischio per il futuro delle relazioni tra USA e Russia e sarebbe promotrice di una politica estera aggressiva su tutti gli scacchieri. L’intervento americano in Siria sarebbe stato determinato, secondo Sen, dalle pressioni esercitate dalla Clinton sul presidente Obama. Un precedente che darebbe la misura dei rischi rappresentati da una eventuale vittoria del fronte Democratico alle elezioni di martedì prossimo.

Le voci che si alzano da alcuni settori della comunità hindu negli USA in favore di Donald Trump sono meno autorevoli forse, ma comunque rappresentano un interessante elemento di analisi per capire come le diverse comunità del melting-pot americano guardino alle elezioni presidenziali attraverso la lente dei propri interessi specifici.

La Republican Hindu Coalition (RHC), un’ organizzazione filo-repubblicana di ispirazione Hindu, ha diffuso su doversi canali televisivi americani alcuni spot indirizzati contro Hillary Clinton, accusata di essere eccessivamente filo-pakistana. La Candidata democratica avrebbe indirizzato verso il nemico storico del’India miliardi di dollari in aiuti, avrebbe venduto armi al regime di Islamabad e accetterebbe finanziamenti da parte di individui e organizzazioni pakistane filo-islamiste. Infine, la RHC si scaglia contro il marito ed ex-presidente Bill Clinton, considerato troppo vicino alle posizioni Pakistane in relazione alla questione Kashmir, e contro l’assistente personale di Hillary, Huma Abedin, per metà indiana e per metà Pakistana, accusandola di sostenere indirettamente il terrorismo islamico. “Vota Repubblicano – recita lo spot – per te, per le relazioni USA-India e per l’America”.

Non tutta la comunità indo-americana è favorevole al candidato Trump, ovviamente. L’Indian American Supporters of Clinton ha attaccato lo spot dell’organizzazione rivale RHC, definendolo “Ingannevole, scorretto e falso.”

Sia fuori che dentro i confini americani, il mondo guarda alle elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016 esprimendo i suoi diversi punti di vista.

Il premier Giapponese si fida di Trump

AMERICHE/Asia di

“Sono convinto che Trump sia un leader affidabile”. Dopo l’incontro di giovedì nella Trump Tower di Manhattan, il premier giapponese Shinzo Abe, primo leader mondiale ad incontrare il presidente-eletto Trump, si è detto certo che la nuova amministrazione americana si dimostrerà un partner affidabile per il suo paese. Di fronte ai cronisti il premier giapponese ha definito come “franco e sincero” il suo incontro con Trump.  “Il colloquio – ha dichiarato – mi ha convinto che possiamo costruire una relazione di fiducia reciproca.”

Probabilmente il governo giapponese sperava in una vittoria di Hillary Clinton alle elezioni americane dello scorso 8 novembre, anche in ragione delle dichiarazioni poco rassicuranti fatte da Trump in campagna elettorale. Abe aveva registrato con un certo allarme alcune affermazioni del candidato Trump circa la necessità per il Giappone di contribuire maggiormente, in termini economici, all’assistenza delle truppe americane sul suolo nipponico e di dotarsi di un arsenale nucleare come deterrente alle minacce della Corea del Nord. Un altro punto problematico emerso durante la campagna elettorale riguarda l’opposizione dichiarata da Trump all’accordo commerciale di Partnership Trans-Pacifica, su cui invece il governo giapponese ha fortemente puntato. Abe ha dunque voluto incontrare Trump per esprimere le proprie preoccupazioni e, al contempo, ribadire l’impegno del suo governo per rafforzare l’alleanza con gli USA, oggi più che mai centrale per il Giappone in termini diplomatici e strategici, soprattutto per contenere la Cina e le sue mire egemoniche sull’area del pacifico.

Il premier Abe non ha però fornito troppi particolari sui contenuti del colloquio. Sostanzialmente si è trattato di un incontro preliminare, di reciproca conoscenza, nel quale i due leader hanno evitato di scendere nel dettaglio. E’ stato però concordato che dopo il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, verrà concordato un nuovo incontro per “coprire un’area più vasta di questioni in modo più approfondito”. “Ogni ulteriore approfondimento – ha ribadito Kellyanne Conway, influente membro del team elettorale di Trump – circa le relazioni politiche tra Giappone e Stati uniti dovrà attendere fino al momento dell’inaugurazione (della nuova amministrazione)”.

Sembra comunque che l’incontro sia servito a ridimensionare le preoccupazioni giapponesi sulle future iniziative del nuovo presidente USA sullo scacchiere asiatico. Katsuyuki Kawai, consigliere del presidente Abe, ha incontrato a Washington diversi membri del transition team e alcuni legislatori, ricevendo rassicurazioni sul futuro delle relazioni USA-Giappone. “Non dobbiamo prendere ogni parola pronunciata pubblicamente dal sig. Trump in senso letterale”, ha dichiarato dopo il tour di colloqui.

L’incontro, nelle dichiarazioni dei protagonisti, è dunque servito a ribadire la solidità del legame tra i due alleati. Alcuni analisti considerano però prematura l’iniziativa del primo ministro giapponese, dal momento che Trump non ha ancora assunto ufficialmente la presidenza ed è completamento assorbito dalla formazione della propria squadra di governo. Koichi Nakano, politologo della Sophia Univesrity intervistato dalla CNN, ha espresso il suo scetticismo sulla mossa di Abe: “Cosa ci vuole guadagnare? Non ne ho idea. Non ha neanche parlato con un vero presidente, allo stato attuale”.

Meno categorico Jeffrey Kingston, direttore del dipartimento di Studi Asiatici alla Japan’s Temple University, che, interpellato nuovamente dalla CNN, ha dato una lettura positiva del colloquio, quanto meno dal punto di vista del primo ministro giapponese. Secondo Kingston infatti, Abe avrebbe una particolare simpatia per una certa categoria di leader, alla quale lo stesso Trump rischia di appartenere. “Se guardiamo alle figure che Abe ammira, a livello mondiale, vediamo che gli piacciono i leader forti come Putin, Modi e Erdogan, quelli che anno tendenze dispotiche”.

Al di là delle simpatie personali, la nuova amministrazione Trump dovrà guardare con grande attenzione all’Asia nei prossimi anni e si troverà a fronteggiare una Cina sempre più forte. In tale contesto l’alleanza col Giappone rivestirà un ruolo strategico ed imprescindibile.

FILIPPINE: DUERTE ACCUSATO DI ESSERE IL MANDANTE DI CENTINAIA DI OMICIDI

Asia/BreakingNews di

 

Rodrigo Roa Duerte, classe 1945, nel maggio del 2016 vince le elezioni presidenziali delle Filippine dopo una campagna elettorale dai toni esaltati nella quale spende la propria reputazione di uomo forte e inarrestabile, costruita dal 1988 in poi occupando la poltrona di Sindaco di Davao, Capitale della grande isola di Mindanao, nel sud dell’Arcipelago.

Oggi, la dichiarazione rilasciata davanti all’assemblea legislativa del Senato da parte di un ex-appartenente ad uno squadrone della morte lo chiamano in causa come ispiratore e mandante di centinaia di uccisioni, durante gli anni in cui ha ricoperto la carica di Primo cittadino di Davao.

Salito al potere con il 39% delle preferenze, Duerte non ha mai rinnegato i soprannomi che la stampa gli aveva attribuito: Giustiziere, Punisher ed altri appellativi da B movie americano facevano evidentemente riferimento ad i metodi brutali e arbitrari con i quali l’ex sindaco Duerte aveva condotto la sua personale battaglia contro la corruzione e la droga. In diverse occasioni le organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali avevano espresso sconcerto e preoccupazione per le centinaia di esecuzioni extragiudiziarie condotte nella città di Davao durante i lunghi anni del suo governo, delle quali erano rimasti vittima pusher, consumatori di stupefacenti, ma anche semplici cittadini.

Nonostante fossero giunte critiche addirittura dal Vaticano, i Filippini, profondamente cattolici, hanno deciso di concedere la propria fiducia a Duerte, il cui cavallo di battaglia in campagna elettorale è stata la promessa di uccidere 100 mila spacciatori e malviventi nel corso dei primi sei mesi di presidenza. A cinque mesi dalle elezioni, la quota 100 mila è ancora molto lontana ma le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uccisione di circa 3 mila persone ed una sostanziale sospensione dello stato di diritto in ampie zone del paese. La polizia, che sembra ormai godere di un’impunità quasi totale, ha di fatto confermato queste cifre.

La popolarità di Duerte, durante questi cinque mesi di sangue e violenza, ha continuato a crescere, impermeabile alle denunce delle ONG e alle tante testimonianze che dimostrerebbero l’uccisione di civili incensurati, compresi alcuni bambini, nel corso delle operazioni condotte dalle autorità di pubblica sicurezza.

Oggi, però, la testimonianza rilasciata di fronte al senato da Edgar Matobato, ex-membro di uno squadrone della morte Di Davao, apre scenari ancora più inquietanti e mette il presidente Duerte in una posizione estremamente scomoda.

I Lambada Boys, come si faceva chiamare il gruppo di sicari di cui era membro Matobato, 57 anni e cinquanta omicidi all’attivo, sarebbero responsabili di centinaia di esecuzioni mirate, perpetrate a Davao nel corso degli ultimi decenni. Il testimone, chiamato a parlare di fronte all’aula riunita dalla senatrice Leila de Lima, ex direttrice della commissione per i Diritti Umani delle Filippine, ha dichiarato che Duerte sarebbe stato il mandante di queste esecuzioni, di cui sarebbero rimasti vittime sia molti esponenti della malavita locale che oppositori politici dell’allora sindaco. Matobato ha parlato di corpi dati in pasto ai coccodrilli, di ventri squarciati per non far riemergere i cadaveri sepolti in mare e di altre brutalità riconducibili agli ordini impartiti direttamente da Duerte, la cui immagine appare oggi più vicina a quella di un gangster che a quella di un politico di successo.

Leila de Lima, grande oppositrice del Presidente e, secondo Matobato, bersaglio mancato nel 2009, quando la squadra di sicari non riuscì a portare a termine il suo omicidio, intende utilizzare la testimonianza per mettere sotto accusa Duerte e per creare un legame logico e simbolico tra la violenza che ha insanguinato la città di Davao durante il suo mandato, tra il 1988 ed il 2013, e l’odierna sospensione dei più basilari diritti umani, alla base della guerra voluta dal Presidente per estirpare il narcotraffico e sterminare gli esponenti della piccola criminalità legata al mondo dello spaccio di stupefacenti.

Duerte per ora non ha voluto rispondere alle accuse, ma i suoi portavoce hanno già iniziato ad erigere un muro difensivo, mettendo in dubbio la credibilità di Matobato e sostenendo che de Lima, che dovrà presto presentarsi di fronte ad una commissione di inchiesta parlamentare, sia invischiata in attività illecite legate al traffico di droga.

Lo scontro si sposta dunque in campo aperto e sono in molti a temere che un Duerte ferito, ma ancora forte del sostegno popolare, possa reagire in modo scomposto, trascinando il paese con se in una nuova stagione di violenza e sospensione dei diritti.

Nuovi bombardamenti anti-IS della coalizione internazionale in Siria e Iraq

Asia di

Continuano gli attacchi aerei da parte della coalizione internazionale a guida statunitense sui territori siriani e iracheni controllati controllati dall’autoproclamato Stato Islamico (IS). Ad aggiornare sulle ultime operazioni un comunicato ufficiale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Particolarmente proficui i bombardamenti della giornata di sabato 13 agosto – come tutte le altre operazioni, inseriti all’interno dell’operazione “Inherent Resolve”, che ha come obiettivo la definitiva neutralizzazione di IS in Siria e Iraq.

Quattro di essi sono stati condotti in Siria, nelle zone di Abu Kamal, Dayr Az Zawr e Manbij: particolarmente colpito il giro petrolifero del gruppo terroristico nel paese di Assad. Il grosso delle operazioni aeree – ben dieci bombardamenti – sono state tuttavia condotte in Iraq, dove più le forze di terra sono state coadiuvate dal supporto dei velivoli della coalizione internazionale nella loro avanzata.

Bombe su quattro zone di guerra come Mosul, Qayyarah, Ramadi e Sinjar, nonchè nei pressi della capitale Baghdad, dove nelle ultime settimane IS ha intensificato le sue operazioni terroristiche. Neutralizzate molti veicoli e infrastrutture dell’organizzazione facente capo ad Abu Bakr al-Baghdadi, tra cui torri di comunicazione nei dintorni di Baghdad, alcune autobomba, postazioni tattiche per cecchini, mortai, punti di osservazione e centri di comando.

Nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”, dunque, il fronte aereo continua ad essere fondamentale – e a dare risultati importanti – nella guerra contro IS in Siria e Iraq. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha specificato i paesi facenti parte della coalizione internazionale che agisce contro Daesh con operazioni aeree: Stati Uniti, Australia, Canada, Danimarca, Francia, Giordania, Olanda e Regno Unito in Iraq; Stati Uniti, Australia, Bahrain, Canada, Danimarca, Francia, Giordania, Olanda, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito in Siria. L’Italia non ha preso parte ad alcuno di questi bombardamenti.

di Federico Trastulli

Kurdistan iracheno, l’Italia promuove il diritto allo studio

Asia di

Garantire il diritto allo studio, e soprattutto un posto dove poterlo esercitare, ai giovani rifugiati siriani presso Sulaimainia, nel Kurdistan iracheno. Questo l’obiettivo raggiunto dall’organizzazione “Un ponte per…” all’interno del progetto “Taleem Lil-Jamie – Educazione per tutti”, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Il risultato è un centro educativo dove insegnanti e studenti tra i rifugiati siriani del campo curdo di Arbat – in totale oltre 6000 persone in fuga dalla guerra, più di 1000 i minori – potranno esercitare le loro attività.

Presso il centro, si legge nel comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, saranno proposte numerose “attività educative non formali come sport, circo, musica e teatro. Tra le altre iniziative previste dal progetto, anche l’affitto di 6 microbus per consentire a circa 200 bambini di frequentare le scuole, spesso molto distanti dai luoghi in cui hanno trovato rifugio” – iniziativa, quest’ultima, che ha come obiettivo quello di agevolare i tanti bambini siriani accolti (tra gli oltre 30000 rifugiati totali) nel governorato di Sulaimainia a raggiungere le sole sei strutture scolastiche dichiaratesi disponibili a ricevere i piccoli studenti. Previsti, inoltre, corsi di formazione rivolti agli insegnanti per il supporto psicosociale a bambini con traumi derivati dall’esperienza della guerra nell’ambito dello svolgimento delle attività di insegnamento.

Ad inizio mese, il 2 agosto, la cerimonia di inaugurazione del centro educativo, alla quale hanno preso parte il console italiano nel Kurdistan iracheno Alessandra Di Pippo e altre 60 persone circa, tra cui rappresentanti di ONG, organizzazioni operanti sul campo o a Sulaimainia, rappresentanti del Consiglio Provinciale e del Direttorato dell’Educazione del Kurdistan iracheno, nonchè membri dell’organizzazione locale “Al Mesalla” – uno degli storici partner di “Un ponte per…”. Ultimo in ordine di tempo nel longevo periodo di attività dell’associazione, il centro progettato e costruito nel campo di Arbat da “Un ponte per…”, finanziato dall’AICS, consentirà ai profughi siriani dell’affollatissimo campo curdo – inaugurato ad agosto 2013 – di riguadagnare il loro diritto allo studio dopo il dramma della guerra.

di Federico Trastulli

Kurdistan iracheno, continua l’addestramento delle unita kurde

Asia/Difesa di

Si è concluso il 28 luglio il secondo corso di addestramento che le unità italiane stanno realizzando a favore dei battaglioni Peshmerga  del Kurdistan che dovranno operare nell’ambito della lotta al Daesh.

La missione italiana “Prima Parthica” lanciata nel 2014 e tuttora in corso ha l’obiettivo di addestrare le forze Kurde in attività specialistiche per contrastare la presenza dei guerriglieri dell’ISIS in Iraq.

9755dd09-2dad-43fa-8d21-11799fc11163dsc_7982MediumLa missione Prima Parthica rientra nell’ambito della più ampia azione di contrasto a Guida Statunitense denominata “Coalition of Willing (COW) che ha l’obiettivo di fornire alle forze di sicurezza Irachene tutto il supporto necessario per sconfiggere lo stato Islamico e garantire la sicurezza della nazione.

In questo contesto nell’ambito della più specifica operazione “Ineherent resolve” l’Italia fornisce personale specializzato di staff ai comandi Multinazionali e assetti e capacità di Training alle forze armate irachene.

addestramento nei centri abitati (5)Questo secondo ciclo addestrativo che si è svolto e concluso a Erbil in favore dei Peshmerga è durato 8 settimane a favore di 1100 unità. Durante l’addestramento I soldati curdi hanno incrementato e perfezionato le conoscenze acquisite in diversi settori, tra cui il Counter-IED (riconoscimento e disinnesco ordigni esplosivi improvvisati), l’anti cecchinaggio tramite tiratori di precisione, l’uso dell’artiglieria in supporto alla manovra della fanteria.

Il corso si è concluso con una esercitazione a Tiger Valley, a sud di Erbil , che ha visto le unità impegnate in una operazione offensiva complessa con il supporto di artiglieria che ha dimostrato il buon esito della formazione e la capacità operativa dei battaglioni a muovere in attività complesse con efficacia e prontezza.

Alla missione Prima Parthica partecipano anche numerose istruttrici che si occupano della formazione della componente femminile dei battaglioni Peshmerga.

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Mar Cinese Meridionale: quali scenari dopo la sentenza dell’Aja

Asia/BreakingNews/Sud Asia di

Le previsioni sono state rispettate: La Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, interpellata dalle Filippine in difesa delle proprie aree di pesca, si è espressa ieri con una sentenza che soddisfa Manila e disconosce le rivendicazioni di Pechino sulle isole del Mar Cinese Meridionale. La Corte ha stabilito che l’espansionismo cinese viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), un accordo internazionale che regola il diritto degli stati sugli oceani, sottoscritto da 166 nazioni, Cina compresa.

Come era altrettanto prevedibile, considerate le dichiarazioni dei leader cinesi prima del verdetto, il gigante asiatico non intende rispettare la sentenza della Corte, alla quale non ha mai voluto riconoscere alcuna giurisdizione sulla disputa marittima che coinvolge i principali paesi del sud-est asiatico, oltre a Giappone, USA e, più marginalmente, Australia.

La cosiddetta “linea a nove tratti” rivendicata da Pechino copre il 90% del Mar Cinese Meridionale e trova la sua traballante giustificazione storica nel controllo dell’arcipelago delle Isole Paracelso, sottratto militarmente al Vietnam nel 1974. Negli ultimi tre anni la Cina ha rafforzato unilateralmente la sua posizione costruendo atolli artificiali lungo le barriere coralline, su cui ha poi installato avamposti civili e militari e lingue di asfalto a pelo d’acqua per l’atterraggio dei propri apparecchi.

Di fatto, la sentenza agita ulteriormente le acque in un teatro geopolitico già soggetto a tempeste frequenti. La Cina è convinta che nessun atto di tribunale potrà mai mettere in discussione i suoi interessi nazionali nell’area. Del resto, la Corte internazionale dell’Aja non dispone di alcun strumento vincolante per obbligare Pechino a rispettare la sua sentenza. Il governo cinese però teme che il giudizio favorevole alle Filippine possa innescare un domino di ricorsi da parte degli altri paesi le cui coste si affacciano sul tratto di mare conteso, tra i più importanti al mondo dal punto di vista ittico e commerciale. Gli USA, dal canto loro, potrebbero usare la sentenza per tornare all’attacco sul fronte della libertà di navigazione, il vessillo che Washington porta avanti per salvaguardare i propri interessi economici e militari nell’area.

La risposta di Pechino sarà probabilmente più importante della sentenza stessa e potrebbe indicare la strada dei rapporti futuri tra la potenza egemone dell’area e il blocco di nazioni che tenta di contenerne l’espansione. La domanda è: cosa farà la Cina? Cercherà di indirizzare lo sviluppo degli eventi a suo favore o tenterà altre azioni unilaterali, anche a costo di esacerbare le tensioni?

Pechino potrebbe decidere di essere accomodante e, pur senza accettare pubblicamente i principi della sentenza, potrebbe mitigare le proprie posizioni, fermando la costruzione delle isole artificiali e riconoscendo il diritto di pesca dei paesi circostanti nelle acque contese. Sul lungo periodo un atteggiamento conciliante potrebbe giovare alla crescita del paese, garantendo la pace e favorendo la nascita di un sistema legale internazionale sensibile ai suoi interessi.

Gli eventi potrebbero però prendere la direzione opposta. La Cina potrebbe rifiutare la sentenza e con essa rigettare i principi dell’UNCLOS, accelerare la costruzione delle isole artificiali e rafforzare gli avamposti militari, mostrando i muscoli alle Filippine e agli altri paesi dell’area ASEAN.

Pechino potrebbe anche optare per una terza via: far finta di nulla e ignorare la sentenza. Ma per cementare la sua leadership la Cina ha bisogno di produrre regole, non di ignorarle, offrendo un’immagine di affidabilità sul piano del diritto internazionale. Un atteggiamento propositivo è l’unico che le permetterebbe di convincere gli altri paesi asiatici a riconoscerle un ruolo di guida nel medio e lungo termine.

Tutti gli attori coinvolti dovrebbero dunque accettare apertamente o tacitamente i principi soggiacenti la sentenza senza che nessuno ne demandi l’immediata attuazione. La Cina così avrebbe tempo di adattare gradualmente le sue iniziative ai nuovi principi, in nome della stabilità politica e dell’affermazione di un diritto internazionale all’interno del quale costruire la propria supremazia.

Al momento però non è facile immaginare tanta ragionevolezza, perché il gigante asiatico si nutre anche di nazionalismo e revanscismo nei confronti delle potenze occidentali e filo-occidentali, che nel passato hanno utilizzato il guanto di ferro per imporre i propri interessi alla Cina. Le dichiarazioni ufficiali pronunciate poco prima del verdetto per bocca del Ministro della Difesa non sono sembrate concilianti. Le forze armate si impegnano infatti a “salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, la sicurezza, i diritti e gli interessi marittimi, a sostenere la pace e la stabilità, e ad affrontare ogni tipo di sfida e minaccia”.

Oggi Pechino si sente forte come non mai e potrebbe decidere di sfidare le regole comuni per  costringere gli avversari ad accettare le sue. In questo caso anche la pace stessa sarebbe a rischio, perché un incremento delle costruzioni di infrastrutture civili e militari nel Mar Cinese Meridionale rafforzerebbe la deterrenza ma moltiplicherebbe le occasioni di incidenti con gli USA e i suoi alleati. L’escalation, a quel punto, potrebbe rivelarsi rapida e incontrollabile.

Bangladesh: proseguono le indagini dopo l’attentato

Asia/BreakingNews di

Continuano le indagini in Bangladesh per ricostruire la rete che ha fornito supporto logistico al commando di terroristi che nella notte di venerdì ha ucciso 20 civili, prevalentemente di nazionalità Italiana e giapponese, in un caffè della zona diplomatica della capitale Dacca.

L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico e sono state diffuse dalla stampa locale alcune foto che ritraggono il volto di 5 dei giovanissimi attentatori accanto alla bandiera nera di Daesh. I terroristi, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero in gran parte esponenti della borghesia di Dhaka, con un passato recente da studenti presso una rinomata università in lingua inglese della Capitale.

Le forze speciali erano intervenute sabato mattina, dopo quasi 12 ore di assedio, uccidendo sei membri del commando e riuscendo a portare in salvo 13 ostaggi. Cinque di essi sono ancora tenuti sotto custodia dalle autorità e nelle scorse ore sono stati interrogati dalla polizia per chiarire la loro posizione. Tra loro, secondo quanto riportato da fonti anonime della polizia, ci sarebbero un cittadino canadese di origini bengalesi ed un cittadino britannico nato in Bangladesh. Le autorità stanno svolgendo indagini ad ampio raggio interrogando anche amici e parenti delle persone trattenute.

La polizia vorrebbe chiarire soprattutto la posizione di un ostaggio Bengalese, rimasto intrappolato insieme a moglie e figli nel ristorante durante l’attacco. In alcuni video amatoriali ripresi dall’esterno del ristorante, si vedrebbe l’uomo parlare con alcuni degli attentatori prima di ricevere da questi l’autorizzazione ad allontanarsi con i familiari.

Si tratterebbe di un insegnante di un università privata di Dhaka, tornato in patria dopo 20 anni trascorsi in Inghilterra. La polizia sospetta che uno degli attentatori abbia studiato nello stesso dipartimento dove il professore tiene regolarmente le sue lezioni e vuole capire se i due potessero essere in contatto nel periodo precedente alla strage.

Inizialmente la polizia aveva insistito nel negare ogni collegamento tra il commando e i network del terrorismo internazionale. Dopo le prime rivendicazioni e la diffusione, su siti vicini a Daesh, di alcune foto che sembrano ritrarre gli interni dell’Holey Artisan Backery e la scena del massacro, la polizia ha cambiato parzialmente linea, dichiarando che le indagini in corso stanno cercando di stabilire se gli attentatori abbiano avuto legami con gruppi stranieri, negando però che l’attacco possa aver avuto una regia esterna.

Le indagini hanno scatenato una caccia all’uomo contro 6 membri di Jamaatul Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo islamista locale, sospettati di aver collaborato all’organizzazione del massacro e di aver avuto un ruolo centrale nella fase di indottrinamento dei giovani terroristi, quasi tutti istruiti e provenienti dalla media e dall’alta borghesia bengalese. Mentre le forze dell’ordine tentano di individuare e fermare i 6 sospettati, 130 membri dell’organizzazione islamista arrestati in precedenza vengono interrogati dalle autorità giudiziarie alla ricerca di informazioni utili alle indagini.

La polizia ovviamente conta di ottenere informazioni fondamentali da due sospetti (anche se inizialmente si era parlato di uno) che avrebbero preso parte all’attacco e che ora sono piantonati in ospedale.
Mentre le indagini procedono, nel tentativo di stabilire la natura locale o globale dell’attentato, Il Bangladesh e i suoi quasi 160 milioni di abitanti, musulmani per il 90%, si interrogano sulle ragioni che hanno spinto un gruppo di giovani studenti provenienti da famiglie liberali ed istruite (solo uno era di umili origini), ad imbracciare spade e fucili per uccidere e sacrificare il proprio stesso futuro. L’attacco di venerdì scorso segna un drammatico cambio di paradigma, che va oltre il possibile coinvolgimento dello Stato Islamico.

In Bangladesh, la radicalizzazione islamista non fa più breccia unicamente nelle menti di giovani poveri e diseredati, la cui unica istruzione consiste negli insegnamenti fondamentalisti impartiti dalle scuole coraniche attive nelle zone rurali. L’islamismo militante ed il richiamo alla morte, la propria e quella del nemico, seducono anche i pupilli della borghesia occidentalizzata e si insinuano attraverso le parole, rilanciate dai social media, di predicatori stranieri che parlano da luoghi lontani. E’ una sorta di indottrinamento autodidatta difficile da capire, difficile da prevenire e difficile da controllare che indica nella violenza anti-occidentale la soluzione ai tanti problemi che affliggono uno degli stati più poveri e popolati del pianeta.

 

Luca Marchesini

Luca Marchesini
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