GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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NATO - page 3

In autunno grande esercitazione NATO

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Più di 36 mila truppe provenienti da oltre 30 nazioni NATO, tra cui l’Italia con la base di Trapani, e di sette Paesi partner (Ucraina, Svezia, Finlandia, Austria, Australia, Bosnia ed Erzegovina e Fyrom), l’Unione europea, l’Unione africana e diverse organizzazioni umanitarie internazionali, parteciperanno ad una delle più grandi operazioni di simulazione militare NATO dalla fine della Guerra Fredda.
L’operazione SOROTAN si baserà sul fronteggiare una situazione di crisi in Cerasia (una regione fittizia), caratterizzato da instabilità nell’area dovuta ad attacchi terroristici, atti sovversivi, violazioni all’integrità territoriale, deterioramento della situazione umanitaria ed attacchi cibernetici (propaganda tramite media e social networks).
Il  Generale Maggiore Phil Jones, parte del commando Nato che sta organizzando l’esercitazione, afferma che la simulazione era stata pianificata già prima dell’avanzata del Daesh e dell’annessione della Crimea.

UE e NATO sono partner unici

BreakingNews/Difesa/EUROPA di

Hanno dichiarato congiuntamente il  Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker durante il loro incontro alla Comunità europea

“L’UE e la NATO sono partner unici ed essenziali che condividono valori comuni e interessi strategici.” Ha dichiarato Jens Stoltenberg, “ Lavoriamo fianco a fianco nelle operazioni di gestione delle crisi, sviluppo di capacità e le consultazioni politiche per sostenere la pace e la sicurezza internazionale”

Una dichiarazione congiunta che arriva in un momento critico dei rapporti tra l’Unione Europea e la Russia che in risposta alle esercitazioni NATO in corso ha accusato la NATO di avvicinarsi troppo al confine russo

“La nostra cooperazione è particolarmente importante – continua il segretario generale della NATO –  nel contesto di un calo bilanci della difesa in molti dei nostri Stati membri. Dobbiamo rafforzare il potenziale della nostra partnership strategica per ridurre al minimo inutili duplicazioni e massimizzare la redditività.

Sia Stoltenberg che Junkers si augurano una crescita degli sforzi dei paesi membri nel migliorare la capacità di operare congiuntamente e in stretta cooperazione aspirando ad una difesa europea più forte e efficace.

Si attende allora con interesse il  europeo di giugno durante il quale si dovranno esaminare  misure decisive in tal senso.

Ucraina: soldati russi catturati “erano armati, ma non avevano ordine di sparare”

EUROPA di

L’Osce rende noti i dettagli della missione dei militari di Mosca, sorpresi a combattere con i ribelli del Donbass. Nonostante la quotidiana inosservanza del cessate il fuoco, la guerra civile appare in una fase di stallo. Mentre la Casa Bianca e il Cremlino fanno prove di disgelo, il prossimo inverno appare decisivo per le sorti del conflitto.

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“Erano armati, ma non avevano l’ordine di sparare. Uno di loro ha detto di avere ricevuto ordini dalla sua unità militare di andare in Ucraina”. È quanto comunicato dall’Osce dopo che, lunedì 18 maggio, due soldati russi erano stati catturati sul suolo ucraino mentre combattevano a fianco delle milizie filorusse. Dopo l’arrivo dei convogli militari lo scorso inverno, intercettati dai satelliti Usa, questa è la conferma definitiva di un’ingerenza esterna nella guerra civile nel Donbass. Un’ingerenza che fa seguito al video, risalente al gennaio 2015, in cui un soldato americano è stato filmato tra le fila dell’esercito di Kiev.

Ma la crisi in Ucraina, tuttavia, sembra essere ancora in fase di stallo. Malgrado i continui scontri, soprattutto nei pressi dell’aeroporto di Donetsk e attorno alla città portuale di Mariupol, confermino la fallacia del cessate il fuoco decretato dagli accordi di Minsk di febbraio. La vera resa dei conti sembra essere rinviata al prossimo inverno, quando tornerà in gioco la questione delle forniture di gas da parte di Mosca.

La guerra fredda che ne consegue ha intanto dato i primi, timidi segnali di disgelo. Gli incontri di metà maggio tra il segretario di Stato Usa Kerry e il presidente Putin, la prima visita ufficiale sul suolo russo dall’inizio della crisi ucraina, mostrano la volontà di dialogo tra le due parti.

Oltre ad avere parlato del caso Siria, della possibile vendita dei missili russi S-300 all’Iran e del conflitto in corso in Yemen, il futuro dell’Ucraina è stato al centro del dialogo intercorso tra le due amministrazioni. Gli Stati Uniti vogliono entrare a tutti gli effetti nel tavolo delle trattative composto da Russia, Ucraina, Francia e Germania, che ha portato al Protocollo di Minsk di febbraio.

Nell’incontro con il ministro degli Affari Esteri Lavrov, Kerry si è dimostrato concorde nell’evidenziare che, il rispetto di tali accordi, dovrebbe portare alla fine del conflitto civile nel Donbass. Ma altrettanto evidente è stato l’imbarazzo sulla volontà di Kiev di riprendersi manu militari Donetsk, nonché sulle sanzioni economiche imposte a Mosca.

La presenza, in questo caso ufficiale, delle truppe militari statunitense nella base Nato di Javorov (vicina al confine con la Polonia) è motivo di frizioni con la Russia. Qui, da aprile, sono in corso l’addestramento di quasi 1000 milizie dell’esercito ucraino. Ed è proprio questo punto a frenare una vera e totale distensione tra Washington e Mosca.

Se a questo, aggiungiamo le continue dichiarazioni antirusse del presidente ucraino Poroshenko e del premier Yatseniuk, vediamo che la definizione di questa crisi geopolitica appare distante. Da una parte, Kiev accusa il Cremlino di avere mire antioccidentali e chiede aiuti economici e militari a Stati Uniti ed Unione Europea. Dall’altra parte, Mosca non intende rinunciare alle regioni russofone in territorio ucraino (Donetsk, Lugansk e la Crimea), che considera la risposta allo schieramento di forze e armamenti militari Nato negli Stati un tempo facenti parte del Patto di Varsavia.
Giacomo Pratali

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Ucraina: è default

ECONOMIA/EUROPA di

I dati sanciscono il fallimento ufficiale di Kiev. La guerra civile in atto è però la punta della piramide delle concause che hanno portato l’ex Stato sovietico a questo tracollo finanziario. Una situazione che, di fatto, mina l’unità statuale a vantaggio di Russia e Occidente.

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“Il default del debito ucraino è virtualmente certo”. Queste le spietate parole utilizzate da Standard&Poor il 10 aprile 2015. Parole che vanno ad aggiungersi ai drammatici dati forniti dal Comitato Statale della Statistica di Kiev: inflazione annua al 35%, deficit al 10,3%, reddito annuo svalutatosi del 6,8% nel 2014 e che scenderà almeno di altri 12 punti nel 2015, Grivnia che ha perso il 70% del suo valore negli ultimi dodici mesi.

Al contrario delle apparenze, non è la sola guerra civile la causa di questo tracollo. I numeri sopracitati mettono in evidenza il fallimento di un’intera classe dirigente politica dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, ad oggi. La corruzione, la mancanza di una politica industriale e soprattutto energetica, l’inefficienza del settore pubblico, la caduta dell’intero sistema bancario, la mancanza di sbocco occupazionale: sono questi i punti a cui ruota il tracollo dello Stato ucraino. Uno Stato che sembra sul punto di implodere e che non riesce a tutelare né le proprie prerogative sugli oligarchi interni, né a difendere i confini orientali.

Negli ultimi venti anni, il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato ben dieci piani di sostegno a Kiev. L’ultimo, di 17 miliardi di dollari, ha, tra le clausole previste, il taglio del debito pubblico da quasi 20 a 3 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. Una situazione che pone l’Ucraina alla mercè della Russia, creditrice di 3 miliardi di dollari, e di Unione Europea e Nato, interessate a porre Kiev sotto il proprio ombrello istituzionale e a fermare la lunga mano di Putin che, oltre all’ex stato sovietico, si sta allungando anche verso la Grecia.

Giacomo Pratali

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La lezione realista sulla crisi ucraina

EUROPA di

I negoziati di Minsk del 12 febbraio scorso, accolti dalla diplomazia europea e statunitense come un primo passo indispensabile verso l’auspicata soluzione della crisi ucraina, hanno messo a nudo il fragile accordo sul quale dovrebbero reggersi le sorti delle future relazioni est-ovest. Difficilmente la lunga linea di “faglia” che attraversa l’Europa e divide l’Ucraina in due fronti contrapposti, uno occidentale e uno ortodosso, avrebbe potuto essere più evidente. E non solo perché, ancora oggi, continua a grondare di sangue, ma perché è la storia stessa del paese a rimarcare le divisioni e i conflitti che lo hanno a lungo forgiato. Se da un lato secoli di difficile integrazione tra cultura occidentale e cultura slava hanno rappresentato, in seguito all’indipendenza dall’Unione Sovietica, un ostacolo insormontabile alla costruzione della nazione, dall’altro va rilevato come oggi, purtroppo, in Ucraina non esista più nemmeno lo Stato.

Per questi motivi, una corretta interpretazione degli accordi di Minsk, alla luce dei possibili scenari che si aprono per il paese e per i rapporti tra Usa, Ue e Russia, non può che passare per la constatazione del consumato fallimento della nazione e della attuale difficoltà della leadership ucraina a mantenere l’integrità dello Stato. L’esito del lungo e laborioso negoziato, che di fatto ha ripreso le coordinate generali dell’accordo già stilato a settembre, limitandosi ad entrare più in dettaglio su alcuni punti nevralgici, è stato quello di limitare temporaneamente la violenza e non di eliminarla, come confermano le ultime notizie dal fronte orientale di Donetsk e Mariupol. Nonostante gli accordi contemplassero almeno la fissazione del cessate-il-fuoco, la liberazione dei prigionieri, il ritiro delle armi pesanti e di tutte le truppe straniere e mercenarie dal suolo ucraino, allo stato attuale l’Osce, che secondo il punto 2 del documento avrebbe dovuto supervisionare con il sostegno delle parti interessate il processo di ritiro delle armi pesanti, non ha ancora avuto accesso alla zona dell’aeroporto di Donetsk, controllata dai separatisti filo-russi.

Sul piano strategico, le lacune, o se vogliamo le ambiguità più rilevanti, riguardano soprattutto i punti 9 e 11 dell’accordo, dove si parla rispettivamente di «ripristino del pieno controllo sui confini statali da parte del governo dell’Ucraina in tutta la zona del conflitto» e dell’entrata in vigore, entro il 2015, di «una nuova costituzione che abbia come elemento chiave una decentralizzazione», nonché l’approvazione di «una legislazione permanente sul futuro status di singole zone delle regioni di Donetsk e Lugansk».

Al momento, sul ripristino del pieno controllo dei confini statali da parte del governo ucraino è quanto mai lecito dubitare: come è noto, l’accordo tace diplomaticamente sulla pregressa annessione della Crimea da parte di Putin. Ed è proprio su questo silenzio che l’Occidente e la Russia, più o meno consapevolmente, dovranno ridisegnare la nuova mappa geopolitica dell’Europa. Mosca, infatti, ha per ora fornito un’efficace azione preventiva dinanzi allo spettro di un’Ucraina democratica e integrata nell’Ue e nella NATO, salvaguardando i propri interessi strategici nell’area e mantenendo il controllo delle basi militari dislocate sul Mar Nero. La fiacca risposta occidentale, come ha giustamente sottolineato Angelo Panebianco sulle pagine de Il Corriere della Sera, non solo ha aperto una crepa pericolosissima sulle prospettive di stabilizzazione dell’area, ma rischia addirittura di costituire il propellente ideale per tutte le rivendicazioni separatiste delle minoranze filo-russe dalla Bielorussia al Baltico.

Ne consegue che la ricostruzione del futuro assetto territoriale e politico dell’Ucraina non potrà assolutamente prescindere da un accordo preventivo tra Bruxelles, Washington e Mosca sulla collocazione strategica del paese. Se l’ipotesi di una divisione dell’Ucraina in due entità distinte, una filo-occidentale e una filo-russa, pur rappresentando una gravissima sconfitta per Kiev e i suoi alleati, potrebbe consentire ad entrambe le parti di seguire il proprio destino, è evidente che la soluzione federale, timidamente abbozzata a Minsk, necessiti di sforzi ulteriori per essere davvero praticabile. Anche chiudendo un occhio sulla Crimea e presupponendo, ottimisticamente, che si riesca a trovare un compromesso sullo status delle regioni orientali nell’ambito di un assetto federale, resta ancora da sciogliere il nodo dell’allineamento internazionale dell’Ucraina. Qualora dovesse eleggere democraticamente i propri rappresentanti, potrà entrare nell’Unione Europea e nella NATO? Sarà in grado di far fronte alla sua dipendenza economica ed energetica da Mosca?

Qualsiasi tentativo di eludere queste domande rischia di porre un altro mattone sul muro che già separa gli Stati Uniti e l’Europa dalla Russia. Il fatto che Putin continui a percepire questo muro come qualcosa di estremamente reale è confermato dai ripetuti avvertimenti lanciati contro l’allargamento della NATO e il sostegno occidentale ai movimenti democratici ucraini a partire dalla Rivoluzione arancione. Alla fine, la risposta russa è giunta. Il paradosso, se davvero può definirsi tale, sta nelle divisioni e nelle incertezze europee, nel discontinuo impegno americano, nella scarsa lungimiranza delle élites occidentali, le quali, parafrasando John Mearsheimer, nel XXI secolo ritengono di poter soppiantare la logica realista con i principi liberali dello stato di diritto, dell’interdipendenza economica e della democrazia per espandere la libertà e la sicurezza in Europa. Tuttavia, la logica realista non implica necessariamente il ricorso alla forza. Al contrario, presuppone sempre un’adeguata ponderazione degli interessi e delle risorse in campo per evitarla. Esattamente quello che, finora, è mancato.

 

Barbara Pisciotta è professore associato di Scienza politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, dove insegna Relazioni internazionali e Politica internazionale. E’ autrice di tre volumi e numerosi saggi sugli aspetti interni e internazionali della democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’Est.

Barbara Pisciotta
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