GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La situazione in Medio Oriente dopo il 7 Ottobre

 

L’attacco che Hamas ha condotto contro lo Stato di Israele, lo scorso 7 Ottobre, rappresenta un ulteriore episodio del conflitto che devasta il Medio Oriente da circa un secolo (anno più, anno meno).

Per poter comprendere tale nuova fase di questa guerra infinita, è necessario esaminare gli aspetti che ad essa sono connessi al fine di potere avere una visione complessiva del suo significato.

Come tutti i conflitti, anche questo si svolge su piani paralleli ineluttabilmente interconnessi e le cui conseguenze richiedono una comprensione d’insieme per identificare le eventuali ipotesi di soluzione.

Non si tratta, quindi, di uno scontro manicheo dove il bene e il male si affrontano e dove basta manifestare contro l’uno e a favore dell’altro dei due contendenti per risolvere la situazione, ma ci troviamo di fronte a un conflitto dove sono in gioco molteplici interessi geopolitici e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali per la convivenza tra le nazioni che sono posti alla base del sistema di riferimento mondiale.

Gli aspetti da esaminare, per comprendere la situazione in corso e cercare di identificare gli eventuali sviluppi futuri, sono molteplici.

Innanzitutto, è necessario fare una premessa per comprendere l’evoluzione della situazione in Medio Oriente nel corso degli anni. Originariamente, il conflitto è nato come una guerra tra gli Stati Arabi e Israele; successivamente, dagli anni Novanta del secolo scorso, quando è iniziato un processo di distensione che attraverso varie tappe ha condotto alla accettazione parziale di Israele da parte di una serie di Paesi, il fronte arabo è stato sostituito dall’Iran. Questo cambio di paradigma ha trasformato il conflitto in una crociata finalizzata alla distruzione dello Stato Ebraico che il mondo sciita, cioè l’Iran, ha intrapreso come elemento fondamentale della sua politica di egemonia.

In sintesi, il problema sostanziale alla base di tutto è la concezioni di negare la presenza di Israele, non solo in quanto enclave non musulmana (in un territorio che si ritiene debba essere dominio esclusivo dell’Islam perché conquistato quattordici secoli fa), ma soprattutto quale fattore di ostacolo al conseguimento di una egemonia locale che rappresenta l’obiettivo geostrategico della leadership teocratica iraniana.

Con buona pace dei vari movimenti di intellettuali e delle organizzazioni studentesche dei campus universitari che hanno inscenato ipocrite manifestazioni pro-Palestina libera, il destino del Popolo Palestinese non interesse minimamente a nessuno degli attori mediorientali coinvolti in questo conflitto, il fattore critico è, invece, rappresentato dalla distruzione dello Stato di Israele, quale corollario della espansione di quella rivoluzione religiosa che ha ispirato l’Iran di Khomeini finalizzata ad eliminare uno degli ostacoli che si frappongono al conseguimento della supremazia regionale.

Fatta questa debita puntualizzazione si può esaminare la situazione considerando sia agli aspetti regionali sia a quelli di carattere globale che derivano da questa crisi e che potranno costituire le basi per i successivi sviluppi.

Per quanto riguarda gli aspetti regionali, essi sono numerosi e con conseguenze di notevole portata.

In primo luogo, l’offensiva di Hamas ha colto di sorpresa il mondo arabo destabilizzandolo e parcellizzando la sua reazione nei confronti dell’atteggiamento verso Israele.

Infatti, il supporto per Hamas non è stato deciso e unanime in considerazione della differente posizione diplomatica che caratterizza i Paesi del MENA (Middle East and North Africa) a seguito del processo di normalizzazione con Israele in atto da tempo nella regione. Inoltre, l’azione di Hamas ha creato una situazione di tensione interna in quasi tutti i Paesi, dove le manifestazioni di piazza (più o meno spontanee), tese a supportare il Popolo Palestinese, oltra a costituire un fattore di pressione sulla componente governativa, potrebbero tramutarsi in un pericolo per la tenuta di alcuni dei regimi.

In secondo luogo, l’indeterminatezza della situazione potrebbe portare a un coinvolgimento di altre protagonisti, con un allargamento del conflitto, la cui escalation destabilizzerebbe anche il Libano e aumenterebbe lo stato di crisi della Siria. Infatti, la tensione che da tempo caratterizza il settore nord di Israele, fomentata da una serie continua di provocazioni messe in atto principalmente da Hezbollah lungo il confine, potrebbe sfociare nella apertura di un secondo fronte, qualora l’Iran decidesse di impiegare le organizzazioni che finanzia, addestra e coordina che costituiscono lo strumento principale di pressione su Israele (in attesa della componente nucleare!).

In terzo lugo, quanto successo il 7 Ottobre ha profondamente scosso l’opinione pubblica israeliana gettando un’ombra sulle capacità dimostrate dal governo e dall’establishment nella gestione e nella conduzione della fase iniziale del conflitto.

Da ultimo, ma sicuramente non meno importante, l’azione di Hamas rappresenta il corollario della fallimentare gestione della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), incapace di governare, inetta, senza visione politica, che dopo aver perso, già da tempo, il controllo della Striscia di Gaza a favore di Hamas, si sta facendo fagocitare da Hamas anche nella Cisgiordania. Da strumento di governo inizialmente individuato per la realizzazione dello lo Stato Palestinese, come previsto dagli accordi di Oslo, si è trasformata in una organizzazione clientelare, corrotta che ha abiurato al suo ruolo consegnando Gaza e Cisgiordania nelle mani di organizzazioni di matrice terroristica che come detto, nascondendosi dietro la causa del popolo palestinese perseguono obiettivi e interessi di potere deliranti.

Spostando l’esame agli aspetti di carattere globale possiamo osservare i seguenti elementi critici.

La regione indicata come MENA, ma soprattutto il Medio Oriente propriamente detto, rappresentano l’area di crisi più importante nel contesto geostrategico mondiale. E’ il cardine della cerniera che lega l’Asia all’Europa ed è la porta dell’Africa!

Questo è uno dei terreni dove si gioca la partita fondamentale della costruzione del nuovo ordine mondiale perché è da qui che la Cina deve passare per sostenere il suo fabbisogno energetico e per accedere alle ricchezze dell’Africa e sempre da qui passa la possibilità per l’Occidente di rafforzarsi economicamente e politicamente nel confronto con il mondo indo-pacifico garantendo non la pace (parola utopicamente abusata) ma la stabilità e l’equilibrio alla regione. Le reazioni globali che hanno caratterizzato questa nuova crisi mediorientale dimostrano ancora una volta che il destino geostrategico dell’Occidente non risiede nel tentativo di riesumare la Guerra Fredda con la Russia (per dare soddisfazione ai rancori dell’Europa Orientale) ma nella partecipazione attiva alla gestione della situazione in questa regione chiave.

Successivamente, la crisi ha dimostrato che la politica statunitense non possa fare a meno di svolgere un ruolo di primo piano nel Medio Oriente, essendo l’unico attore in grado di agire sia come protagonista diplomatico sia come elemento di deterrenza contro la tentazione di una eventuale escalation.

La risposta tiepida della Cina e l’impossibilità della Russia di giocare un ruolo determinante lasciano a Washington il ruolo di arbitro della situazione in tutti i sensi. Quando non frenati da alleati titubanti e ambigui nelle loro scelte, gli Stati Uniti sono in grado di decidere e di agire in maniera diretta, dimostrandosi in grado di svolgere quel ruolo di grande potenza che molti, recentemente, davano per appannato.

Come ultimo fattore di analisi deve essere sottolineato, ancora, il ruolo dell’ONU, anzi l’assoluta assenza dell’ONU, che si dimostra per l’ennesima volta un organismo vuoto e privo di concretezza, incapace di svolgere il ruolo per il quale era stato creato, prigioniero nel suo stesso Palazzo di Vetro di una apatia e di una insipienza ipocrita che rendono, vieppiù, necessario provvedere a una sua ricostruzione concettuale e strutturale.

Tenendo in considerazione questo contesto geopolitico e geostrategico è possibile, quindi, formulare delle ipotesi riguardo all’evoluzione della situazione.

L’intenzione di Israele di produrre una risposta coerente all’attacco di Hamas è fuori discussione, resta da vedere come tale risposta sarà concepita.

Tralasciando gli aspetti puramente operativi che verranno adottati, ciò che rappresenta il centro di gravità per la risoluzione del conflitto è costituito da quello che avverrà durante e dopo l’azione militare, cioè le azioni diplomatico politiche che non solo Israele ma la comunità internazionale saranno in grado di mettere in atto per gestire la situazione, evitare un’escalation e avviare un processo di ricostruzione.

Israele, non solo deve attentamente calibrare l’intensità e la durezza della sua azione a Gaza, conformando la sua condotta alle leggi dei conflitti evitando, così, di perdere o compromettere il sostegno internazionale ricevuto, ma deve soprattutto impedire che la neutralizzazione di Hamas apra un vuoto di potere nella Striscia tale da creare una situazione di caos istituzionale peggiore di quella attuale.

Infatti, la situazione al termine delle operazioni militari rappresenta il punto focale dell’intera questione ed è il fattore sul quale devono concentrarsi gli sforzi della comunità internazionale.

A questo proposito è importante sottolineare come le azioni diplomatiche che i Governi dell’area hanno intrapreso, nel particolare la Giordania, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, tendano sia a identificare una linea d’azione comune che pianifichi la ricostruzione dell’area sia a moderare gli effetti della crisi umanitaria in atto nella Striscia.

Oltre a condividere e sostenere una tale linea d’azione il ruolo che la diplomazia internazionale deve svolgere dovrebbe avere un duplice obiettivo: scongiurare che le caratteristiche della risposta cinetica di Israele coinvolgano anche la popolazione civile di Gaza (che è la vera vittima dell’azione di Hamas) ed evitare che il coinvolgimento di Hezbollah e dell’Iran possa determinare una escalation incontrollabile, che non solo destabilizzerebbe l’area, ma, le cui ripercussioni avrebbero effetti catastrofici globali; contestualmente, identificare delle ipotesi di soluzione credibili per la fase la ricostruzione politica, istituzionale ed economica dell’area, finalizzata a creare una situazione di equilibrio e di stabilità.

Il conseguimento di questi obiettivi sarà possibile se la diplomazia statunitense sarà sostenuta e integrata dal coinvolgimento di tutti i protagonisti del consesso internazionale, in primis Cina, India ed Unione Europea.

Un elemento di assoluta criticità è rappresentato dalla necessità di impedire che l’Iran, direttamente o indirettamente tramite le organizzazioni che finanzia e gestisce in Libano, Siria e Cisgiordania, supporti l’apertura di un secondo fronte settentrionale espandendo la crisi.

Al momento, nonostante la retorica minacciosa dei comunicati di Teheran, appare dubbio un coinvolgimento diretto dello stato islamico, tuttavia, la capacità di controllo di Hezbollah potrebbe non rivelarsi così incondizionata da evitare un possibile intervento nel conflitto. Al fine di neutralizzare questa potenziale minaccia è necessario che il contesto internazionale intervenga sia attraverso i canali diplomatici sia, anche, con azioni di deterrenza.

Per quanto attiene, invece, alla necessità di ricostruire ciò che la azione di Hamas ha distrutto, le possibili ipotesi devono essere immediatamente identificate al fine di condizionare e limitare l’azione puramente militare.

Il discorso, in questo caso, risulta essere complicato dalle infinte variabili in gioco.

La rioccupazione militare permanente della Striscia da parte di Israele non appare essere la soluzione ricercata dallo stato ebraico; l’ANP al momento non ha né gli strumenti né le capacità per poter riassumere il ruolo che gli competerebbe, avendo perso ogni forma di supporto popolare; la formazione di una missione sotto egida dell’ONU non sembra trovare il consenso necessario e risulterebbe l’ennesimo esempio di burocratizzazione inutile di una crisi senza provvedere alla soluzione; la possibilità di ripristinare la situazione quo ante puntando sull’ala moderata di Hamas (se mai ce ne fosse ancora una) è poco credibile e priva di garanzie di affidabilità per il futuro; la formazione assistita di una governance basata sulle forze politiche di minoranza locali opposte ad Hamas potrebbe risultare una imposizione dall’esterno priva di appoggio popolare.

Queste sono solo alcune delle possibili ipotesi ed è difficile predire quale possa essere la soluzione che potrà essere adottata; comunque sia, il fulcro del problema non risiede a Gaza ma investe tutta l’area mediorientale.

E’ quindi indispensabile la concretizzazione di un’azione diplomatico-politica globale che riesca a identificare e mettere in atto una soluzione idonea a creare l’equilibrio e la sicurezza indispensabili per tutto il Medio Oriente, considerando, realisticamente le aspirazioni e le aspettative legittime di tutti senza ipocrisie culturali e senza nascondersi dietro devianti interpretazioni del credo religioso.

President Trump arrives in Israel

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President Trump’s arrival, joining US Ambassador to Israel David Friedman, Israeli Ambassador to the US Ron Dermer, Israeli ministers, and IDF top brass set to greet the president.Air Force One touched down in Israel Monday afternoon, marking the second leg of President Trump’s five-state trip; his first trip abroad as president. trump called Nethanyau “his old friend”. Nethanyau, when Trump was arrived he said that “welcome my friend”. Nethanyau also said “Your visit is a symbol of the unbreakable bond between Israel and America. You are the president of Israel greatest, most important ally. You are true friends of Israel and the Jewish people.“Mr. President, the world needs a strong United States. The Middle East needs a strong United States. Israel needs a strong United States. And may I say, the United States needs a strong Israel”. In the evening Nethanyau host Trump and his wife at a state dinner in the Prime Minister’s residence.

Israel remembers its fallen ahead of Independence Day celebration.

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Israel paused to honor its fallen soldiers and victims of terrorism on Monday as it observed its annual Memorial Day for the Fallen Soldiers of Israel and Victims of Terrorism‎.Sirens wailed across the country at 8 p.m. Sunday, and again at 11 a.m. Monday, prompting Israelis to stop in their tracks and stand silently with heads bowed for a minute to remember the dead.Netanyahu, who lost a brother in a military operation in 1976, went on to say: “So much, and yet so little, has changed in our country. Our life continues to depend on the willingness to sacrifice and the heroism of our sons and daughters. I know that this heroism is a necessary condition not only for our existence, but also for achieving peace with our neighbors. Therefore, when I’m about to send our soldiers to the battlefield, I always think with a heavy heart, with the utmost consideration. I think about them and I think about the families, because I know that sometimes the price is immense.”We are brothers for better and for worse, in longing for peace and in the pain of war. Soul to soul on the battlefield and in life0”, he said. “I wish health to the wounded. We will not rest until we bring our soldiers, Hadar Goldin and Oron Shaul, home. Tonight [on Independence Day] we will know that the State of Israel is the realization of many dreams – a light unto the nations with our achievements. We are an unparalleled beacon of morality in our region and in the entire world”. IDF Chief of Staff Lt. Gen. Gadi Eizenkot also spoke at the ceremony, saying, “The legacy of Israel and the IDF was written by courageous individuals who charged and continued to fight even in impossible situations. It is a legacy of achieving goals, fighting without compromise and completing missions”.

 

 

Israel Defence Forces thwarts security incident on Israel-Gaza border: terrorist killed

BreakingNews @en di

The Israel Defense Forces foiled a security incident on the Israel-Gaza Strip border in the early hours of Wednesday morning. One terrorist was killed and two others were wounded in the incident, one of this have only eighteen years old. We know that IDF troops on routine patrol along the border detected suspicious movement on its eastern part, near Rafah. The Palestinian news agency Maan said that the local residents reported hearing gunshots and sounds of explosions, adding Israeli Air Force aircraft were heard flying over the border.

New ISIS target has been struck by IDF

BreakingNews @en di

The IDF on Monday morning again responded to an ISIS attack on Sunday against the Israeli Golani Reconnaissance Battalion operating along the Syrian border. Some 10 tons of explosives were said to have been dropped by the IAF on the ISIS target in the retaliatory strike. A military spokesman said that the strike had targeted “an abandoned military facility, which was previously used by the United Nations and served as a location for ISIS to consolidate their offensive forces and operations near the border. This is a response to the attack performed yesterday, and was aimed at preventing the return of the terrorists to the facility which would constitute a substantial threat in the area.”

Artillery strike on Syrian army targets launched by IDF

BreakingNews @en di

On Wednesday the IDF launched an artillery strike on Syrian army targets in the norther Golan Heights in response to a mortar shell that fell in Israeli territory earlier in the day. The mortar shell was thought to have breached the border as fallout from fighting in Syria, however the IDF said it holds the Syrian regime responsible for all activities emanating from its territory. No injuries or damages were reported in the attack.

Errant fire from the conflict in Syrian has sporadically landed in Israeli territory during the country’s more than five-year civil war.

Redazione
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