Il caso Pd; un partito fuori da ogni logica

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I partiti in Parlamento non sono quelli dell’Assemblea Costituente, e neppure quelli che formavano il vecchio Arco Costituzionale. DC e PSI si sono dissolti. E’ storia a parte il vecchio PCI di cui, oggi più che mai, non si riesce a capire se nella sua ennesima forma abbia ancora un senso e possa svolgere una funzione sociale oltre che politica, quelle che un partito dovrebbe avere per giustificare la propria esistenza.

Nel 1991, quando venne decretata la fine del PCI, si registrarono tali divergenze tra i superstiti del blocco che aveva rappresentato il contraltare alla DC e alle destre, oltre ad incarnare un’idea collegata ad immagini ben definite e percorsi chiari.

Un partito monolite, dove vigevano disciplina, uniformità di pensiero e linee dure che sfociavano nel centralismo democratico di matrice leninista, al punto che le ali più estremiste, innamorate delle vecchie idee, confluirono in Rifondazione Comunista e il nuovo soggetto ha attraversato fasi che hanno visto PDS, DS, Margherita, l’Unione fino all’attuale PD.

Ha ottenuto un’importante vittoria elettorale che, primo segnale non colto, giunse con un premier che proveniva dalla DC, il cui Governo cadde quando perse l’appoggio di Rifondazione. I successivi Governi di Sinistra hanno avuto i maggiori problemi dal loro interno. Proprio come sta accadendo oggi.

Ma il PD resiste sulle sue posizioni, tirando fuori dal cassetto quei principi mai venuti meno, comunque non discutibili, come la Resistenza e l’antifascismo, ma mai con idee innovative o programmi, in un peccato originale di chi si muove su proclami e poche iniziative.

Si rimane fedeli a Marx e Lenin, cercando i distinguo con Stalin, ma senza accorgersi che l’era del capitalismo è finita, come chiaramente spiegato, tra gli altri, da economisti come Jeremy Rifkin, Thomas Sowell. Oggi esiste l’economia dell’accesso che ha sostituito quella della proprietà, ma i vecchi nostalgici non lo vogliono accettare e non prendono atto dell’anacronismo di un’idea che vogliono ancora perseguire, perdendo di vista la realtà e i nuovi contesti, sociali, economici e politici.

Ecco che ai diritti del proletariato, classe oggi difficile da individuare, si aggiungono o sostituiscono deboli, immigrati, donne e altre categorie di cui farsi paladini. Tutto giustissimo, attenzione, ma non muovendosi da principi economici ed anche sociali già superati forse addirittura quando Marx scriveva il capitale.

Fin dalla sua origine il PD si è posta quale forza portatrice di ideali popolari, pacifismo contro guerre ingiuste, egalitarismo antisistema e, comunque, posizioni anticapitaliste, ecologiste. Sempre e comunque antifasciste e contro il nemico che, non più incarnato dalla DC, venne identificato nel Berlusconismo e ora nel salvinismo. Sembra quasi che il PD abbia retto solo perché esisteva un nemico.

I leader dell’epoca, per il timore di perdere la base, non capirono che era il momento di fare un passo deciso e tagliare completamente con il passato. Dalla sua nascita sono passati Rosy Bindi che veniva dalla DC; Franco Marini, dalla CISL, Ciriaco De Mita già Primo Ministro del pentapartito. Si è anche alleato con la disciolta SEL di Vendola, portatrice di posizioni non coerenti con l’ala cattolica del partito. I passaggi attraverso altre esperienze hanno lasciato i loro segni: da Francesco Rutelli, proveniente dai Radicali; la meteora Franceschini, gli insuccessi di Veltroni, di Fassino, della bicamerale di D’Alema e, probabilmente il clou, il fallimento di Bersani, leader che, pur ottenendo una strana maggioranza, si vide immediatamente sostituito da Enrico Letta e lasciò (o aprì) la strada a Matteo Renzi.

Renzi oggi è visto dalla residua ex base del vecchio PCI, e dai giovani ancora legati alle vecchie idee, come il male assoluto e il responsabile dell’ennesimo fallimento del partito oggi consegnato a Zingaretti, e si è reso responsabile di una ulteriore scissione che potrebbe portare alla caduta dell’attuale governo. In pochi hanno pensato che l’ex sindaco di Firenze, poteva essere la svolta e lo sdoganamento di un partito che aveva compiuto il suo tempo: il Tony Blair italiano. Il partito ha fatto il possibile e l’impossibile, riuscendoci, per impedirglielo, e PD è sopravvissuto, dimostrando di saper applicare principi degni di cerchiobottismo e ricerca delle convergenze parallele che il PCI rimproverava alla DC. L’alleanza con i Cinque Stelle ne è la prova.

Poco prima delle elezioni Zingaretti, aveva già annunciato una ennesima rifondazione del partito e, sembra, un nuovo cambio di nome. Il risultato in Emilia Romagna ha ridato forza, salvo rilevare ha visto una diminuzione dei suoi consensi e la vittoria è giunta grazie all’ultimo movimento di piazza all’apparenza spontaneo.

Le Sardine sono state determinanti per il risultato, ma questa vittoria, non è nata dall’affermazione di princìpi e programmi dell’attuale leadership del PD, ma da un no all’avversario. Può durare qualcosa che nasce solo dai no, e non da programmi adeguati agli scenari, nazionali e internazionali da affrontare?

Quello che è ormai l’evidente destino dei Grillini dimostra che movimenti distruttivi, senza idee, senza leader, e gestiti da incapaci dilettanti, hanno un futuro scontato. E il PD dovrebbe capire che appoggiarsi ad un movimento che per fin troppi aspetti ricorda la nascita di quello di Grillo, potrebbe essere quindi pericoloso. O lo capirà alla prossima scissione?

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