Svizzera: non passa il referendum che mirava ad ostacolare i rapporti con l’Unione Europea

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Domenica 25 novembre i cittadini svizzeri hanno bocciato il referendum che chiedeva di subordinare i trattati internazionali alle leggi elvetiche. “Volete accettare l’iniziativa popolare «Il diritto svizzero anziché giudici stranieri (Iniziativa per l’autodeterminazione)»?” questo è il quesito referendario che è stato sottoposto al corpo elettorale.

L’iniziativa popolare, promossa dall’Unione democratica di centro (Udc), chiedeva di modificare la prassi seguita dalla Svizzera in caso di conflitto tra il diritto costituzionale ed un trattato internazionale, garantendo sistematicamente il rango superiore della Costituzione federale e la disapplicazione del trattato internazionale, sottoposto a nuovi negoziati con gli Stati interessati e “se necessario” denunciato.

La partecipazione del corpo elettorale elvetico è stata pari al 47.7% e la proposta è stata bocciata con il 66.2% dei voti. Inoltre, essendo prevista la modifica della Costituzione, l’iniziativa popolare avrebbe dovuto ottenere non solo il Sì della maggioranza degli elettori, ma anche quello della maggioranza dei 26 cantoni, in cui il No ha vinto con ampio margine. Anche in Canton Ticino, dove l’Udc poteva contare sul sostegno della locale Lega dei Ticinesi, il 54% degli elettori si è espresso contro la proposta. I No sono superiori alle aspettative: i sondaggi indicavano il 50-60%, mantenendo il dubbio di un testa a testa finale.

I promotori del referendum, sostenevano che l’autodeterminazione della Confederazione, unica nel suo genere a livello mondiale, ha portato allo Stato benessere, libertà e sicurezza, creando certezza del diritto, garantendo la partecipazione dei cittadini e proteggendo la democrazia diretta e quindi il modello di successo della Svizzera, oltre a tutelare gli interessi di tutti i cittadini. I sostenitori del Sì, dunque, credevano che, dovendo sottostare alle leggi ed agli accordi internazionali, la Svizzera rischiasse di perdere le sue caratteristiche di specificità, autonomia e storica neutralità e pertanto, fosse necessario privilegiare le leggi interne, anche a costo di disapplicare le norme internazionali. Con tale proposta, l’Udc intendeva in particolare porre in risalto che in passato, al fine di evitare violazioni del diritto internazionale, il Governo, il Parlamento ed i Tribunali hanno applicato in modo considerato “approssimativo” i risultati delle votazioni popolari, come il referendum contro l’immigrazione del 2014, approvato con il 50.3%, che ostacolava l’accordo di Schengen sulla libera circolazione. A favore del Sì si è schierato un unico partito, l’Udc appunto, il promotore del referendum, il quale però è il più grande partito politico dello Stato; si tratta di un partito storicamente fautore di una maggiore indipendenza dei cantoni dal governo federale e di una Svizzera autonoma, legata all’Unione Europea il meno possibile.

Quanto ai sostenitori del No, tra di essi vi erano tutti gli altri principali partiti politici svizzeri, i quali hanno affermato che l’iniziativa popolare, mettendo in gioco i trattati internazionali, avrebbe compromesso la stabilità e pregiudicato la certezza del diritto, indebolendo l’economia dello Stato nonché la tutela dei diritti umani. Essi, inoltre, hanno posto l’accento sulla natura consensuale dei trattati internazionali, il che implica sempre la non obbligatorietà di sottoscrizione di un accordo e dunque la manifestazione di un consenso da parte degli Stati contraenti. In definitiva, i contrari hanno smentito l’affermazione per cui l’iniziativa dell’Udc avrebbe garantito maggiore autodeterminazione, sostenendo, piuttosto, che la conseguenza sarebbe stata l’isolamento internazionale della Svizzera.

Il Governo svizzero – di cui fa parte anche l’Udc – e la maggioranza del Parlamento federale si sono schierati per il No. L’approvazione della proposta avrebbe potuto creare problemi su vari fronti secondo il Governo ed il Parlamento, mettendo a rischio gli oltre 5000 trattati internazionali bilaterali e multilaterali sottoscritti dalla Svizzera: si tratta di trattati economici ( anche e soprattutto quelli bilaterali tra Svizzera ed UE) di trattati sul patrimonio culturale, sull’ambiente, sui diritti umani e sulla cooperazione di polizia. Se il referendum avesse decretato la vittoria del Sì, la Svizzera avrebbe dovuto annullare o procedere alla rinegoziazione di tali trattati -faccenda molto complessa e dagli esiti imprevedibili, come è ben noto grazie al caso Brexit – inoltre, gli altri Stati sarebbero stati restii nel concludere qualunque tipo di intesa con la Svizzera.

Si è schierato per il no anche il mondo aziendale e la direttrice di Ecomiesuisse (l’associazione delle imprese elvetiche), Monika Rühl, ha manifestato la sua soddisfazione in merito all’esito referendario; “Era in gioco un aspetto centrale, quello dell’accesso ai mercati internazionali, gli accordi sono particolarmente importanti per una nazione esportatrice come la Svizzera” ha dichiarato la direttrice. La soddisfazione è stata manifestata anche dal segretario generale di Amnesty International, Kumi Naidoo: “Gli svizzeri hanno dimostrato la volontà di vivere in una società in cui i diritti umani sono validi per tutti e tutte”.

Il bersaglio principale dei promotori del referendum erano chiaramente i rapporti con l’Unione Europea, regolati da accordi bilaterali, inizialmente sostenuti dall’Udc al fine di scongiurare qualsiasi ipotesi di adesione all’Unione e poi attaccati ripetutamente. L’UE ha più volte ricordato che non si tratta di accordi “à la carte” e che cancellarne qualcuno equivale a cancellarli tutti. E ‘proprio questo l’obiettivo dell’Ucd.

In particolare, l’UE ha chiesto alla Svizzera un nuovo accordo quadro, i cui negoziati sono in corso ormai da tempo e non risultano essere facili, anche a causa della sopravvenuta questione Brexit. Un punto cruciale dei negoziati è quello delle controversie Bruxelles-Berna e del chi abbia la competenza di giudicare.

“Il Consiglio d’Europa si rallegra con il tutto il cuore del risultato del referendum in Svizzera” ha scritto in un tweet Daniel Holtgen, il portavoce dell’organizzazione di Strasburgo.

Delusi invece gli sconfitti, nonostante l’Udc abbia dichiarato che continuerà le sue battaglie anti UE, anche con un nuovo referendum contro la libera circolazione, per il quale ha già raccolto le firme. Il presidente del partito, Albert Rösti, ha denunciato una “campagna aggressiva” condotta dagli oppositori.

Il 25 novembre, gli elettori svizzeri hanno altresì bocciato con il 55% un’altra iniziativa popolare di diverso settore, promossa dai movimenti ambientalisti e animalisti, che chiedeva di non tagliare più le corna alle mucche. Il 65% degli elettori si è, invece, espresso a favore del terzo quesito referendario che chiedeva controlli maggiori contro gli abusi ai danni delle assicurazioni sociali.

 

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