GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Francesca Scalpelli

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Ambiente e clima: le sfide dell’Unione europea

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Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE sul programma LIFE, l’unico programma dell’Unione europea dedicato esclusivamente all’ambiente e al clima che entrerà in vigore retroattivamente dal 1° gennaio 2021. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità. Tale approvazione arriva pochi giorni dopo il raggiungimento dell’intesa tra le istituzioni europee per la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera entro il 2030, nonché della Conferenza sul clima organizzata dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Le sfide ambientali e climatiche si confermano essere, dunque, al centro dell’agenda europea e mondiale.

Nuova fase per il programma LIFE: l’approvazione del Parlamento europeo

Il programma LIFE è stato lanciato nel 1992 ed è l’unico programma dell’Unione europea dedicato specificamente all’azione ambientale e climatica: svolge, dunque, un ruolo cruciale nel sostenere l’attuazione della legislazione e delle politiche dell’UE in questi settori.  Ad oggi sono state attuate cinque fasi del programma, tramite il quale sono stati cofinanziati circa 4600 progetti in tutta l’Unione europea, con un contributo totale di circa 6,5 ​​miliardi di euro alla protezione dell’ambiente e del clima.

Con riguardo alla prossima fase del programma, relativa al periodo 2021-2027, il 29 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE che entrerà in vigore retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021. Il testo è stato approvato senza votazione poiché non sono stati presentati emendamenti, in virtù dei termini previsti nell’ambito della procedura legislativa ordinaria in seconda lettura. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità.

Risorse e dichiarazioni

Il bilancio totale assegnato al programma LIFE nell’ambito del compromesso raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 è di 5,4 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi saranno destinati alle attività ambientali e 1,9 miliardi di euro all’azione per il clima. La Commissione europea dovrebbe dare la priorità ai progetti che, tra le altre cose, hanno un chiaro interesse transfrontaliero, il più alto potenziale di replicabilità e di adozione (nel settore pubblico o privato) o di mobilitare maggiori investimenti.

Il programma contribuirà a rendere le azioni per il clima un aspetto fondamentale di tutte le politiche dell’UE e a raggiungere l’obiettivo generale di investire almeno il 30% del bilancio europeo per gli obiettivi climatici, nonché, dal 2024, il 7,5% per gli obiettivi della biodiversità, percentuale aumentata al 10% nel 2026 e nel 2027. La Commissione monitorerà e riferirà regolarmente sull’integrazione degli obiettivi del clima e della biodiversità, tracciando anche la spesa.

A margine dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, il relatore Nils Torvalds ha dichiarato “Quando guardiamo a ciò che è stato raggiunto da LIFE finora, è chiaro che un bilancio più grande può aiutarci a raggiungere ancora di più in futuro. Anche se avrei preferito un budget maggiore per LIFE, sono molto contento che abbiamo raggiunto un nuovo livello di impegno verso la natura e il clima, in modo che il programma possa continuare a testare idee e mostrare soluzioni verdi future”.

L’intesa sul taglio delle emissioni e la Conferenza sul clima

Il via libera del Parlamento europeo alla nuova fase del programma LIFE arriva pochi giorni dopo il raggiungimento di un’intesa tra Parlamento, Consiglio dell’UE e Commissione europea per la riduzione, entro il 2030, del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo risulta essere più ambizioso rispetto a quello attualmente in vigore, che si ferma al 40%, tuttavia si tratta del risultato di un compromesso raggiunto dopo mesi di trattative in cui il Parlamento europeo aveva chiesto una riduzione del 60%. 

L’Unione Europea ha altresì confermato l’obiettivo della neutralità carbonica – vale a dire il saldo netto delle emissioni di gas serra nell’atmosfera pari a zero – entro il 2050: anche in questo caso il Parlamento Europeo aveva chiesto una formula più ambiziosa, che prevedesse il raggiungimento di un obiettivo diverso per ogni singolo stato. Fissare un obiettivo a livello dell’UE, invero, risulta essere meno ambizioso poichè basterà che la media delle emissioni degli Stati membri sia pari a zero. Il Parlamento ha comunque ottenuto delle concessioni, come l’istituzione di un Comitato consultivo scientifico europeo, che sarà indipendente e valuterà l’andamento della situazione climatica nell’Unione Europea.

L’intesa tra le istituzioni europee è arrivata alla vigilia della Conferenza sul clima organizzata, in formato virtuale, dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in occasione della Giornata Mondiale della Terra. Il Presidente statunitense ha aperto il vertice annunciando l’ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2030 e di azzerarle nel 2050. “Siamo risoluti ad agire. Rispondendo e combattendo i cambiamenti climatici vedo l’occasione di creare milioni di posti di lavoro. È il decennio decisivo per evitare le conseguenze peggiori: dobbiamo agire. Questo vertice è il primo passo del cammino che dobbiamo fare insieme” queste le parole di Joe Biden, tese a ribadire l’importanza cruciale degli obiettivi ambientali e climatici nell’attuale agenda mondiale.

La nuova strategia europea per la lotta contro la tratta di esseri umani

EUROPA di

Il 14 aprile la Commissione europea ha presentato una nuova strategia per la lotta contro la tratta di esseri umani, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, la tratta di esseri umani rimane, infatti, una grave minaccia nell’UE e nel mondo. A fronte del trasferimento online delle attività dei trafficanti e dell’emergenza pandemica, la nuova strategia europea definisce le misure che consentiranno all’Unione europea e ai suoi Stati membri di continuare a rafforzare la lotta contro la tratta di esseri umani in nome della salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

La lotta alla tratta di esseri umani

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni e le strategie avviate allo scopo di frenare tale minaccia, la tratta di esseri umani risulta essere ancora un fenomeno globale, che continua a colpire anche l’Unione europea. Tale attività criminale ha un impatto notevole sul tessuto sociale, sullo Stato di diritto nonché sullo sviluppo sostenibile negli Stati membri dell’UE e nei Paesi partner.  Secondo gli ultimi dati disponibili, tra il 2017 e il 2018, vi sono state più di 14000 vittime registrate all’interno dell’Unione europea ed è probabile che il numero effettivo sia significativamente più alto, poiché le vittime della tratta di esseri umani rimangono spesso inosservate. Le vittime sono principalmente donne e ragazze, oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale.

I trafficanti sfruttano le disuguaglianze e le vulnerabilità economico-sociali attualmente estremizzate dalla pandemia da Covid-19, la quale ostacola, altresì, l’accesso delle vittime alla giustizia e all’assistenza. Inoltre, recentemente i trafficanti hanno adottato un nuovo modello di reclutamento e sfruttamento online delle vittime, rendendo più difficile per le forze dell’ordine e la magistratura rispondere alla minaccia.

La lotta alla tratta di esseri umani è da tempo una priorità per l’Unione europea. Negli anni sono stati compiuti progressi sotto molti aspetti: la cooperazione tra attori chiave, anche a livello politico, sia a livello nazionale che europeo, ha condotto a procedimenti giudiziari e condanne, oltre che ad un migliore processo di identificazione, assistenza e sostegno alle vittime; inoltre, sono state realizzate rilevanti campagne di sensibilizzazione e formazione, mentre studi e rapporti hanno aumentato la conoscenza del fenomeno, contribuendo allo sviluppo di strategie di risposta adeguate.

La strategia della Commissione europea

Nell’ambito di tale sforzo volto a interrompere la tratta di esseri umani, il 14 aprile la Commissione europea ha approvato una nuova strategia per il periodo 2021-2025, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Tale strategia si fonda sul quadro giuridico e politico globale dell’UE in vigore, sancito nella Direttiva anti-tratta risalente al 5 aprile 2011, per la cui applicazione la Commissione continuerà a sostenere gli Stati membri e, se necessario, a proporre revisioni per garantirne l’idoneità allo scopo.

Nel dettaglio, la nuova strategia si concentra: sulla riduzione della domanda che favorisce la tratta di esseri umani; sullo smantellamento del modello commerciale dei trafficanti, online e offline; sulla protezione, sostegno ed emancipazione delle vittime, con particolare attenzione alle donne e ai bambini; sulla promozione della cooperazione internazionale.

Poiché la tratta di esseri umani è spesso in mano a gruppi della criminalità organizzata, la strategia per combatterla risulta essere strettamente collegata alla strategia dell’Unione europea per la lotta alla criminalità organizzata, anch’essa presentata il 14 aprile. La protezione della società europea dalla criminalità organizzata, ivi inclusa la lotta contro la tratta di esseri umani, costituisce, infatti, una priorità della strategia europea nell’ambito della più vasta Unione della sicurezza.

Ruolo della Commissione e dichiarazioni

Con questa strategia, la Commissione europea definisce un forte quadro politico e un rinnovato impegno, al centro del quale vi sono donne e bambini. Le priorità e le misure previste saranno attuate tra il 2021 e il 2025 ma, in tale periodo, la Commissione continuerà a monitorare i nuovi sviluppi e tendenze basate sull’analisi delle modalità con cui evolve la tratta gli esseri umani nell’Unione europea e non solo. La Commissione sarà, inoltre, chiamata a lavorare a stretto contatto con tutti i partner al fine di massimizzare l’impatto delle azioni previste. Il coordinatore dell’UE contro la tratta degli esseri umani contribuirà a garantire il coordinamento e la coerenza tra le istituzioni, le agenzie dell’UE, gli Stati membri e gli attori internazionali. Unire le forze nella lotta contro la tratta di esseri umani risulta essere, infatti, essenziale per garantire la sicurezza europea, la protezione delle persone vulnerabili e dell’economia, nonché la salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

“La lotta contro la tratta di esseri umani rientra nel nostro lavoro per costruire un’Europa che protegge – queste le parole della Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, Margaritis Schinas – Con la strategia odierna, stiamo adottando un triplice approccio, utilizzando in parallelo la legislazione, il sostegno politico e operativo e i finanziamenti allo scopo di ridurre la domanda, smantellare le attività criminali ed emancipare le vittime di questo reato abominevole”. Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha invece dichiarato: “Dobbiamo proteggere le vittime e consegnare alla giustizia i responsabili che considerano gli esseri umani come fossero una merce. Esamineremo le norme in vigore per verificare se siano ancora adatte allo scopo e prenderemo in considerazione la possibilità di qualificare come reato l’utilizzo dei servizi derivanti dallo sfruttamento delle vittime della tratta”.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

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Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

I certificati verdi digitali per la ripresa del turismo: la proposta della Commissione europea

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Il 17 marzo la Commissione europea ha proposto di creare un certificato verde digitale per agevolare e rendere sicura la libera circolazione all’interno dell’UE durante la pandemia da Covid-19. Il progetto prevede di emettere un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. L’impiego di certificati e “passaporti di immunità” risulta essere discusso da tempo in numerose aree del mondo, soprattutto come una possibile soluzione volta a tutelare, almeno in parte, il settore del turismo, messo in crisi dalla pandemia, tuttavia, vi è ancora molto scetticismo sulla possibilità di sviluppare una soluzione condivisa e soprattutto funzionale.  

La proposta

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa intesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’UE durante la pandemia da Covid-19 e tutelare il settore del turismo, messo a dura prova dalla pandemia.

Il 25 e 26 febbraio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano discusso l’istituzione del certificato verde ed era emerso come i leader dei paesi europei meridionali, la cui economia dipende molto dal turismo, fossero favorevoli, mentre qualche scetticismo era stato avanzato dagli Stati membri dell’Europa settentrionale. Il confronto in seno al Consiglio europeo si era concluso con la decisione di proseguire in tale direzione. La proposta della Commissione è dunque un primo passo compiuto nell’ambito di questo progetto.

Quest’ultimo prevede l’emissione di un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione o un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. Ogni certificato potrà essere digitale o cartaceo, dotato di un QR code per poterne fare una scansione e verificarne l’autenticità. L’ emissione sarà a carico dei singoli stati membri, che potranno scegliere le modalità di distribuzione in modo centralizzato, oppure affidando il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus o agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal virus. Ogni organismo autorizzato a produrre certificati disporrà di una propria chiave digitale, cioè di un sistema che consenta di ridurre i rischi di contraffazione. Il registro delle chiavi digitali sarà mantenuto da ogni paese e la verifica, a livello europeo, non prevederà l’impiego di un sistema centralizzato: questa soluzione dovrebbe garantire la tutela della privacy, considerato che i certificati avranno informazioni sensibili come quelle relative allo stato di salute. In generale il certificato conterrà comunque il minor numero possibile di dati: nome e cognome, data di nascita, giorno di rilascio, un codice identificativo univoco e informazioni sulla vaccinazione o l’esito di un test recente o sulla guarigione. I controlli nei paesi di destinazione serviranno esclusivamente per verificare l’autenticità del certificato, mentre non potranno essere conservate le informazioni personali.

Lo scetticismo

Il progetto avanzato dalla Commissione europea risulta essere piuttosto ambizioso e vi sono forti dubbi che possa essere pronto e funzionante per la prossima estate. I paesi del Nord Europa mantengono, inoltre, un certo scetticismo, poiché ogni Stato membro sarà libero di imporre o meno proprie limitazioni ai viaggi. Dal canto loro, invece, i Paesi del Sud Europa chiedono che il piano sia portato avanti velocemente per garantire la ripresa del settore turistico.

In aggiunta, molti ritengono che includere nell’emissione dei certificati i guariti o i negativi ai test al coronavirus non sia una buona idea, sostenendo che l’avvenuta vaccinazione sia più semplice ed immediata da certificare e renderebbe più rapida e chiara l’emissione dei certificati nonché la loro verifica. Altri affermano che una soluzione di questo tipo sia discriminatoria nei confronti di chi sarà ancora in attesa di ricevere il vaccino, o di chi non potrà essere sottoposto alla vaccinazione a causa di altri problemi di salute.

A questi dubbi si aggiungono le incertezze circa la capacità dei vaccini di rendere meno contagiosi e quindi di contribuire a ridurre la diffusione del coronavirus: i vaccini finora autorizzati hanno, invero, mostrato di avere un’alta efficacia nel proteggere contro le forme gravi di Covid-19, mentre sono ancora in corso le verifiche volte a comprendere se rendano meno contagiosi. Resta, infine, da capire quanto duri l’immunità acquisita tramite il vaccino.

In definitiva, molti ritengono che i tempi non siano ancora maturi per certificati e passaporti di immunità, visto che alcuni importanti studi e valutazioni sono ancora in corso.

La Commissione europea risponde a tali scetticismi affermando che questi problemi potrebbero essere superati poiché il progetto proposto è caratterizzato dalla flessibilità e dalla possibilità di essere aggiornato. Le pressioni da parte del settore del turismo sono, del resto, molto alte e vi è il timore che si possa perdere un’opportunità.

Prossimi step e dichiarazioni

Per essere pronta prima dell’estate, la proposta avanzata dalla Commissione europea dovrà essere rapidamente valutata e poi eventualmente approvata dal Parlamento Europeo e dai singoli Stati membri dell’UE. Mentre proseguirà tale processo di approvazione, la Commissione ha raccomandato ai governi dell’Unione di attivarsi per gestire i sistemi di emissione e di verifica dei certificati.

Quanto alle dichiarazioni delle parti coinvolte, Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza, ha affermato che “Il certificato verde digitale offre una soluzione a livello dell’UE che garantisce a tutti i cittadini europei la disponibilità di uno strumento digitale armonizzato che agevoli la libera circolazione nell’Unione. È un messaggio positivo a sostegno della ripresa”. “Con il certificato verde digitale, stiamo adottando un approccio europeo per garantire che quest’estate i cittadini dell’UE e i loro familiari possano viaggiare in sicurezza e con restrizioni minime-queste, invece, le parole del Commissario per la giustizia, Didier Reynders -Un approccio comune a livello dell’UE non solo ci aiuterà a ripristinare gradualmente la libera circolazione nell’Unione e ad evitare frammentarietà, ma sarà anche un’opportunità per influenzare le norme mondiali e per fungere da esempio sulla base dei nostri valori europei come la protezione dei dati.”

Conferenza sul futuro dell’Europa: la firma della dichiarazione comune

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Il 10 marzo, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Primo ministro portoghese António Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno firmato, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, la dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni che consentiranno ai cittadini europei di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa. Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi i temi principali della Conferenza, i quali coincidono con le priorità generali dell’Unione europea.

L’origine della Conferenza

L’istituzione di una Conferenza sul futuro dell’Europa è stata inizialmente proposta dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel marzo del 2019, nell’ambito della sua lettera aperta ai cittadini dell’UE intitolata “Per un Rinascimento europeo”. La proposta è stata poi formalmente avanzata dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione. Negli orientamenti politici presentati nel luglio 2019, Ursula von der Leyen aveva, in particolare, indicato che: la Conferenza si sarebbe dovuta avviare nel 2020 con una durata di due anni e avrebbe dovuto riunire i cittadini, la società civile e le istituzioni europee in qualità di partner paritari; la portata e gli obiettivi delle Conferenza sarebbero stati definiti di comune accordo tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione; vi sarebbe stato un impegno politico a dar seguito alle decisioni della Conferenza, se opportuno anche mediante un’azione legislativa o eventuali modifiche del trattato.

I lavori di tale Conferenza, rimandati di un anno anche a causa della pandemia da Covid-19, dovrebbero avviarsi il 9 maggio 2021, a Strasburgo. Il suo obiettivo primario è il conferimento ai cittadini europei di un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE, migliorando la resilienza dell’Unione alle crisi, sia economiche che sanitarie. La Conferenza costituirà un nuovo spazio d’incontro pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La firma della dichiarazione comune

L’atto che segna l’inizio del processo che permette ai cittadini di partecipare alla ridefinizione delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea è arrivato il 10 marzo con la firma da parte del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Presidente di turno del Consiglio dell’UE, Antonio Costa, e la Presidente della Commissione europea, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, di una dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La dichiarazione comune definisce la portata, la struttura, gli obiettivi ed i principi della Conferenza. Essa, inoltre, getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con tutte le parti coinvolte. La partecipazione dei cittadini al processo è infatti essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione ed una particolare attenzione è attribuita alle iniziative avviate dai giovani europei.

Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi temi, considerati fondamentali nell’ambito della Conferenza, coincidono con le priorità generali dell’UE nonché con le principali questioni sollevate dai cittadini nell’ambito dei sondaggi d’opinione.

La dichiarazione comune, inoltre, sancisce che la conferenza si articolerà in vari spazi, virtuali e, possibilmente, fisici, nel rispetto delle norme anti COVID. Una piattaforma digitale multilingue interattiva consentirà ai cittadini ed ai portatori d’interessi di presentare idee online e li aiuterà a partecipare o ad organizzare eventi. La piattaforma e tutti gli eventi organizzati sotto l’egida della conferenza dovranno basarsi sui principi di inclusività, apertura e trasparenza, nel rispetto della privacy e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati.

Prossime tappe e commenti dei leader delle istituzioni UE

Quanto ai prossimi step, presto sarà istituito un comitato esecutivo che rappresenterà in modo equilibrato il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio dell’UE, le tre istituzioni che guidano l’iniziativa, con i parlamenti nazionali nel ruolo di osservatori. Tale comitato esecutivo supervisionerà i lavori e preparerà le riunioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro follow-up.

“La giornata di oggi segna un nuovo inizio per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al momento della firma della dichiarazione comune – Con la conferenza sul futuro dell’Europa tutti i cittadini europei e la nostra società civile avranno l’occasione unica di plasmare il futuro dell’Europa, un progetto comune per una democrazia europea funzionante. Chiediamo a tutti voi di farvi avanti per partecipare, con le vostre opinioni, alla costruzione dell’Europa di domani, la VOSTRA Europa”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha, invece, dichiarato: “Oggi vogliamo invitare tutti gli europei a esprimersi. Per spiegare in quale Europa vogliono vivere, per plasmarla e per unire le forze e aiutarci a costruirla. Le aspettative dei cittadini sono chiare: vogliono dire la loro sul futuro dell’Europa, sulle questioni che incidono sulla loro vita. La nostra promessa di oggi è altrettanto chiara: noi li ascolteremo. E poi agiremo.” Infine, il Primo Ministro portoghese Costa ha definito la convocazione della Conferenza “un messaggio di fiducia e speranza per il futuro che inviamo gli europei. Fiducia nel fatto che riusciremo a superare la pandemia e la crisi; speranza nel fatto che, insieme, riusciremo a costruire un’Europa equa, verde e digitale”.

L’Unione europea dei vaccini, tra approccio comunitario e rivendicazioni

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Negli ultimi giorni diversi Stati membri dell’Unione europea hanno annunciato che prenderanno autonomamente delle decisioni relative all’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Gli ultimi a rompere simbolicamente il fronte comune sono stati i governi di Austria e Danimarca: i due Stati, accodandosi ad Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, derogheranno, invero, all’approccio comunitario, fino ad ora garante di una maggiore forza contrattuale, ma accompagnato da lunghi negoziati. Ad essere nel mirino è proprio la complessità alla base delle trattative e delle procedure europee di approvazione dei vaccini. In definitiva, la gestione della campagna vaccinale europea si fa sempre più complessa e appare chiaro come si stiano creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni europee hanno voluto scongiurare fin dai primi mesi dell’emergenza pandemica: permettere a ciascun paese di muoversi autonomamente in ordine sparso.

I “dissidenti”

Il primo marzo, i governi di Austria e Ungheria – aderenti ad un approccio conservatore dal punto di vista economico – hanno annunciato che avvieranno dei negoziati con il governo israeliano per una possibile partnership volta ad ospitare dei centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio. L’obiettivo è quello di ottenere una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti stipulati dalle istituzioni europee.

Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato che l’approccio comunitario “è stato fondamentalmente corretto” ma l’Agenzia europea per il farmaco (EMA) è stata “troppo lenta” nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo Paese “non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini”. Dal canto suo, la Prima Ministra danese, Mette Frederiksen, ha adottato un approccio meno critico, tuttavia, ha sottolineato che “potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini”.

L’Austria e l’Ungheria sono solo gli ultimi Stati membri dell’UE che hanno deciso di derogare all’approccio comunitario, fino ad ora adottato per la fornitura di vaccini contro il Covid-19: invero, l’Ungheria, Paese guidato da un governo semi-autoritario, nell’ambito della propria campagna di vaccinazione nazionale sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V nonché il vaccino cinese Sinopharm, entrambi non approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA); inoltre, anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno negoziando rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

La strategia comunitaria

Fino ad ora l’approccio comunitario ha garantito agli Stati membri una maggiore forza contrattuale, appannaggio soprattutto degli Stati membri di piccole dimensioni, i quali non avrebbero potuto permettersi di stipulare contratti vantaggiosi; al contrario, tale approccio sembra essere meno conveniente per gli Stati membri di medie e grandi dimensioni, i quali autonomamente sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

La Commissione europea ha effettivamente stipulato contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti ed al Regno Unito, tuttavia, la complessità e le tempistiche dei negoziati sono state considerate eccessive.

In realtà la scrupolosità dei controlli dell’EMA si spiega con l’esigenza di rassicurare un’opinione pubblica europea inizialmente molto scettica nei confronti di vaccini realizzati in tempi così rapidi. Inoltre, la Commissione europea ha puntato molto sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca, il cui vaccino è prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, inoltre prevede una dose di richiamo che può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata dall’azienda a fine gennaio, ha, tuttavia, inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee.

In definitiva, a mettere in difficoltà i Paesi europei e la strategia comunitaria sarebbero stati quindi i ritardi – legati altresì alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi – e i tagli nelle forniture da parte dei produttori di vaccini.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha minimizzato le accuse dei “dissidenti”, sostenendo che i ritardi nelle forniture di vaccini dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi gli Stati membri dell’UE “avranno molte più dosi di quelle che serviranno”. Invero, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi –  reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo – dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutti gli Stati membri dell’UE.

Effetti e conseguenze della Brexit, due mesi dopo

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Il Regno Unito ha completato l’uscita dall’UE il primo gennaio 2021, dopo un periodo di transizione durato quasi un anno, nonché numerosi e complessi negoziati per la definizione delle relazioni future tra le parti. A quasi due mesi dal completamento di tale lungo processo sono già evidenti alcuni dei suoi effetti e delle sue conseguenze: la Brexit sta provocando, invero, problemi e squilibri in vari settori, come l’agricoltura e la pesca. A ciò si unisce la protesta degli unionisti irlandesi per il compromesso raggiunto sullo status dell’Irlanda del Nord, che, di fatto, l’ha allontanata dalla Gran Bretagna. Le dinamiche legate alla Brexit, sembrano, dunque, destinate ad avere un ruolo di primo piano nell’attualità internazionale ancora a lungo.

Agricoltura e pesca

A quasi due mesi dal completamento del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, appare evidente che i settori maggiormente colpiti dagli effetti e dalle conseguenze della Brexit risultano essere quelli dell’agricoltura e della pesca. Invero, i grossisti abituati a vendere alimenti di origine animale e vegetale agli Stati membri dell’Unione europea si sono trovati improvvisamente dinnanzi ad una serie di ostacoli burocratici: ad esempio, nell’era pre Brexit, le società di logistica che si occupavano del trasporto di alimenti dal Regno Unito ai clienti europei impiegavano un giorno lavorativo, a partire dal primo gennaio 2021 ne impiegano due o tre.

Nonostante il compromesso raggiunto dal Regno Unito e dall’Unione europea non preveda l’imposizione di dazi o limiti nelle quantità di alimenti trasportati, attualmente sono comunque previsti controlli di sicurezza e ispezioni, come accade per ogni paese che commercia con l’Unione Europea. Ciò sta causando notevoli ritardi e problematiche per le parti coinvolte, nonché per la merce stessa in quanto spesso si tratta di prodotti freschi che non hanno una lunga conservazione.

Tali categorie, inoltre, riscontrano notevoli difficoltà anche sul mercato interno, sempre a causa della Brexit: il governo britannico ha, infatti, deciso di non imporre controlli di frontiera approfonditi alle merci che arrivano dagli Stati membri dell’Unione Europea, almeno fino a luglio, al fine di non sguarnire i supermercati; in tal modo vengono importate merci a basso costo che possono essere vendute a prezzi piuttosto concorrenziali. I più colpiti sono ovviamente i pescatori dei porti britannici più attivi, come quelli scozzesi e della Cornovaglia, i quali nutrono un sentimento di tradimento nei confronti del compromesso raggiunto dal Primo Ministro, Boris Johnson. A tal proposito, come reazione, il Governo britannico presieduto da quest’ultimo, ha, pertanto, annunciato che saranno stanziati 23 milioni di sterline a sostegno di tali categorie in questa fase post Brexit.

Le rivendicazioni degli unionisti irlandesi

Il Partito Unionista Democratico – in inglese Democratic Unionist Party, DUP – dell’Irlanda del Nord, ha iniziato una campagna politica e giudiziaria per convincere il governo britannico a modificare alcune parti essenziali del compromesso avente per oggetto le relazioni post Brexit tra Regno Unito e Unione europea, che, di fatto, hanno allontanato l’Irlanda del Nord dagli altri territori del Regno Unito. Il Partito, intento a presentare una serie di ricorsi presso le corti inglesi, nordirlandesi e delle istituzioni europee al fine di dichiarare l’illegittimità di alcuni punti dell’accordo, ha annunciato che “le tenterà tutte per provare ad ottenere giustizia”.

Gli unionisti criticano, in particolare, il compromesso raggiunto dal Primo Ministro Johnson ad ottobre 2019, il quale ha risolto lo stallo dei lunghi negoziati accettando che l’Irlanda del Nord rimanesse sia nel mercato comune europeo sia nell’unione doganale, evitando la costruzione di una barriera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La ratio condivisa sia dal Regno Unito che dall’Unione europea era evitare di spezzare il legame tra esse, tuttavia, tale relazione, soprattutto commerciale, risulta già essere indebolita. Da quando l’uscita del Regno Unito si è completata gli ostacoli burocratici fra l’Irlanda del Nord e gli altri territori britannici si sono, invero, moltiplicati, provocando una iniziale penuria di prodotti alimentari, nonché un progressivo ripensamento delle tratte commerciali.

Fra le conseguenze della Brexit più contestate dagli unionisti, oltre quelli già menzionati, vi sono altresì la necessità di un nuovo passaporto per gli animali domestici per chi viaggia fra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, l’impossibilità di acquistare online alcuni prodotti provenienti dal Regno Unito, nonché la prospettiva che nei prossimi mesi entrino progressivamente in vigore ulteriori procedure burocratiche, attualmente sospese per facilitare la transizione.

Inizialmente il DUP appoggiava l’intesa raggiunta da Regno Unito ed Unione europea, tuttavia, dopo un mese dall’entrata in vigore dell’accordo, i sondaggi hanno riportato un calo dei consensi del partito con il conseguente cambio dei toni. Attualmente non sono chiare le modalità e le probabilità di successo della loro campagna politica, in passato, ad esempio, per ostacolare delle leggi decise dal governo centrale, il DUP applicava un oscuro meccanismo contemplato dagli accordi del Good Friday tra le due Irlande, il cosiddetto petition of concern, il quale dispone che le decisioni più importanti del governo britannico dovrebbero essere prese con il consenso della comunità nordirlandese. Inoltre, attualmente non sono previste azioni volte a modificare radicalmente il compromesso raggiunto sulle relazioni post Brexit. La questione, dunque, risulta essere in continua evoluzione, man mano che si esplicano gli effetti e le conseguenze della Brexit.

Il piano Hera incubator per un’UE pronta alla crescente minaccia delle varianti

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L’Unione europea deve fare i conti con nuove minacce, già presenti o che si profilano all’orizzonte: fra queste, la comparsa e il moltiplicarsi delle varianti del Covid-19 che si stanno sviluppando e diffondendo in Europa e nel mondo. A tal fine, il 17 febbraio, la Commissione europea ha proposto un’azione immediata tramite il Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”. Il piano sarà finalizzato ad individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione ed aumentare la capacità produttiva. Attualmente i vaccini autorizzati sono considerati efficaci per le varianti note, tuttavia, l’Unione europea deve essere pronta e preparata rispetto alla possibilità che future varianti siano resistenti ai vaccini esistenti. In definitiva, l’UE è chiamata ad agire, compensando i ritardi riscontrati in altre fasi dell’emergenza nonché fronteggiando le difficoltà emerse nella sua gestione.

L’evoluzione della strategia dell’UE sui vaccini

La strategia dell’Unione europea sui vaccini, frutto di un accordo tra la Commissione europea e gli Stati membri, ha permesso di accedere a 2,6 miliardi di dosi nell’ambito del più ampio portafoglio mondiale di vaccini contro il Covid-19. A meno di un anno di distanza dalla comparsa del virus in Europa, in tutti gli Stati membri dell’UE sono state avviate le vaccinazioni: si tratta di un risultato notevole, tuttavia, al contempo, si riscontrano numerose difficoltà nella gestione della campagna vaccinale europea, a cui si aggiunge la comparsa di nuove varianti del virus.

Quanto alle criticità riscontrate nella produzione dei vaccini, al fine di rafforzare la capacità produttiva in Europa, risulta essere necessaria una cooperazione pubblico-privato molto più stretta, integrata e strategica con l’industria. In quest’ottica la Commissione ha istituito una task force per l’aumento della produzione industriale di vaccini contro il Covid-19, per individuare le criticità e contribuire a rispondervi in tempo reale. Inoltre, al fine di fornire una risposta collettiva europea mirata ed immediata, la Commissione ha annunciato un nuovo piano per fronteggiare la comparsa di nuove varianti del virus.

Il piano “Hera Incubator”

Implementare azioni chiave per migliorare la preparazione, sviluppare vaccini per le varianti di Covid-19 e aumentare la produzione industriale: questo l’obiettivo del Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”, annunciato dalla Commissione europea il 17 febbraio per fronteggiare la nuova fase dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, vale a dire quella della scoperta di nuove varianti del virus nonché delle nuove sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini.

Il Piano prevede la collaborazione tra ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale. In primo luogo, al fine di individuare, analizzare e valutare le varianti, sarà necessario lo sviluppo di test specializzati nonché il sostegno al sequenziamento del genoma negli Stati membri con finanziamenti per almeno 75 milioni di €; la Commissione europea mira, inoltre, ad intensificare la ricerca e lo scambio di dati sulle varianti stanziando ulteriori 150 milioni di €. In secondo luogo, l’UE sarà chiamata ad attuare la velocizzazione delle procedure di approvazione dei vaccini mettendo a punto un meccanismo di approvazione accelerata. Infine, sarà altresì necessario aumentare la produzione dei vaccini, aggiornando gli accordi preliminari di acquisto, stipulandone nuovi e collaborando strettamente con i produttori.

Le azioni annunciate dalla Commissione europea andranno ad integrare la cooperazione globale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le altre iniziative su scala mondiale in tema di vaccini. Esse serviranno, inoltre, a preparare il terreno all’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA, la quale costituirà una struttura permanente operante nel settore.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

“La nostra priorità è fare in modo che tutti gli europei abbiano accesso quanto prima a vaccini sicuri ed efficaci contro la COVID-19. La comparsa di nuove varianti del virus è molto rapida e dobbiamo essere ancora più veloci nell’adattare la nostra risposta” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciando le nuove misure nell’ambito del piano Hera Incubator. Quest’ultima, pochi giorni prima, nell’ambito di una riunione plenaria del Parlamento europeo, parlando dello stato della campagna vaccinale in Europa e delle difficoltà riscontrate nelle ultime settimane nel fornire ai paesi membri sufficienti dosi, aveva dichiarato “Non siamo al punto dove vorremmo essere. Ci siamo mossi in ritardo con le autorizzazioni. Siamo stati troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa e forse troppo fiduciosi che quelli che avevamo ordinato sarebbero stati consegnati in tempo”. Ursula von der Leyen ha, dunque, ammesso i ritardi riscontrati nella vaccinazione di massa, ribadendo però la promessa che entro la fine dell’estate il 70% degli adulti sarà vaccinato e sottolineando l’importanza di un impegno collettivo.

In questa nuova fase, dunque, emerge come l’Unione europea voglia riconoscere gli errori compiuti nel passato, imparando da essi ed agendo in maniera preventiva e mirata.

La controversa visita di Borrell in Russia e la difficoltà dell’UE di affermarsi come attore geopolitico globale

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La scorsa settimana, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è recato in Russia per una visita ufficiale nell’ambito della quale ha incontrato Sergei Lavrov, il Ministro degli esteri russo. La visita era molto attesa: si è trattato, invero, della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato nel 2019; inoltre, recentemente i rapporti tra l’Unione europea e la Federazione russa sono molto tesi per via del caso Navalny. Uno degli obiettivi primari di Borrell era proprio quello di esercitare delle pressioni per la liberazione del dissidente russo, tuttavia, la sua visita in Russia è stata considerata fallimentare e Lavrov ha definito l’UE “un partner inaffidabile” nelle questioni di politica estera. Inoltre, proprio durante la visita, vi è stata è stata l’espulsione da parte delle autorità russe di tre diplomatici europei. La condanna alla visita di Borrell è stata, dunque, pressoché unanime e non sono mancate critiche anche dalle istituzioni europee. In definitiva, emerge, ancora una volta, la difficoltà dell’Unione europea di affermarsi come un attore geopolitico globale, dovuta altresì ai differenti approcci dei singoli Stati membri nei rapporti con Mosca.

L’ obiettivo della visita di Borrell

Nell’ambito della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, considerato il capo della diplomazia europea, ha incontrato il Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, affrontando questioni come il rilascio di Navalny, le relazioni bilaterali UE-Russia, il rispetto dello stato di diritto, dei diritti umani e della libertà politica.

Uno degli obiettivi primari della visita era, dunque, esercitare pressioni sulle autorità russe per il caso Navalny: l’avvelenamento del dissidente russo, il suo arresto e la condanna a tre anni e mezzo di detenzione, nonché la repressione delle proteste che ne sono conseguite, hanno, invero, incrementato le tensioni bilaterali tra la Federazione Russa e l’Unione europea.

Nei giorni precedenti alla visita diversi osservatori avevano, tuttavia, avvertito che incontrare le autorità russe in tale contesto avrebbe comportato una legittimazione dei comportamenti perpetrati da Mosca. Borrell aveva però respinto i timori sottolineando l’importanza di trovare «un comune denominatore» su cui avviare un dialogo.

Il fallimento

Non solo Borrell non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è stato anche “maltrattato” da Lavrov durante la conferenza stampa congiunta. Nell’ambito di quest’ultima, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha mantenuto un approccio costruttivo e conciliante, auspicando l’autorizzazione da parte delle autorità europee del vaccino russo contro il coronavirus, lo Sputnik V, limitando al massimo le critiche nei confronti di Putin – mai citato – e concentrandosi sui settori in cui l’Unione europea e la Russia potrebbero collaborare, come la lotta al cambiamento climatico, la gestione del Mare Artico e la ricerca scientifica. Lavrov, invece, ha approfittato della conferenza stampa per attaccare l’Unione europea, accusandola di interferenza negli affari interni della Russia, di avere approvato sanzioni “illegittime” per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale, e in definitiva di essere «un partner inaffidabile» nelle questioni di politica estera. Quanto al caso Navalny, il Ministro degli esteri russo ha anche respinto la tesi – accettata da tutte le agenzie di intelligence occidentali e confermata da uno degli agenti coinvolti nell’operazione – secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi di sicurezza russi. In aggiunta, un giornalista russo ha sottoposto a Borrell la questione dell’embargo USA – alleati storici dell’UE – nei confronti di Cuba – alleata della Russia – spingendolo a criticare gli Stati Uniti.

La sensazione che ne è derivata è che Borrell non fosse in grado di difendersi o di contrattaccare.

Proprio durante la conferenza stampa congiunta, inoltre, è stata diffusa la notizia dell’espulsione da parte del governo russo di tre diplomatici europei, rispettivamente di Svezia, Germania e Polonia, accusati di aver partecipato alle manifestazioni contro l’arresto di Navalny.

Il giudizio pressoché unanime è che la visita di Borrell in Russia sia stata fallimentare e lui stesso, al rientro, ha ammesso che al momento la Russia «non vuole cogliere l’occasione di avviare un dialogo costruttivo con l’Unione Europea».

La condanna da parte del Parlamento europeo

Il 9 febbraio, nell’ambito di un dibattito sulla situazione in Russia tenuto in presenza dell’Alto Rappresentante, molti membri del Parlamento europeo hanno condannato il suo viaggio a Mosca.  Gli Eurodeputati hanno sottolineato che la visita di Borrell non è stata effettuata in un buon momento, a causa del prolungato deterioramento delle relazioni UE-Russia, della continua aggressione russa in Ucraina, della repressione dei manifestanti, dell’espulsione dei diplomatici UE dal paese e del caso Navalny.

Dal canto suo, Borrell ha dichiarato di essersi recato a Mosca per capire, con l’ausilio della diplomazia, se il governo russo fosse interessato ad affrontare le differenze e ad invertire gli sviluppi negativi nelle relazioni UE-Russia, tuttavia, la reazione che ha ricevuto indica una direzione diversa.

Molti eurodeputati hanno sottolineato che il governo russo non è interessato ad invertire la tendenza negativa nelle relazioni bilaterali con l’UE, finché l’Unione europea continuerà a sollevare questioni relative ai diritti umani ed allo Stato di diritto. Essi hanno altresì fortemente criticato il comportamento e l’atteggiamento tenuto dalle due parti nei loro incontri nonché nell’ambito della conferenza stampa, che aveva l’obiettivo di minare l’immagine dell’UE. In aggiunta, è stata stigmatizzata l’incapacità dei governi dell’UE, in seno al Consiglio, di porre in essere una reazione più decisa contro la Russia, comprese ulteriori sanzioni. Infine, alcuni Stati membri dell’UE sono stati accusati di non aver risposto in modo appropriato al deterioramento delle relazioni UE-Russia.

Gli Stati membri, che mantengono una grandissima autonomia nella propria politica estera, sono, infatti, da tempo divisi sull’approccio da tenere nei confronti della Russia: ad esempio, la Germania ha avviato da alcuni anni una politica più conciliante sia nei confronti della Cina che della Russia – con cui ha in progetto di costruire un nuovo controverso gasdotto, il Nord Stream 2 – mentre i paesi baltici e la Polonia temono la crescente aggressività di Mosca e chiedono all’Unione Europea posizioni più nette. In mezzo, vi sono tutti gli altri Paesi.

In virtù di tali differenti approcci, l’approvazione di ulteriori sanzioni appare, pertanto, molto improbabile, in quanto necessiterebbe di un’approvazione all’unanimità.

In definitiva, permangono le difficoltà dell’UE nel presentarsi al mondo con una sola voce.

Mario Draghi: il retaggio dell’esperienza europea al servizio del nuovo incarico

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Economista di formazione, ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, considerato il salvatore dell’euro, ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per provare a formare un nuovo governo. Si tratta di uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo che ha avuto un ruolo cruciale nel determinare la politica economica e finanziaria dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano che aveva messo a rischio la moneta unica dell’UE, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro: divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. “Whatever it takes” è l’emblema dello spirito con cui Draghi ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica: è fondamentale fare tutto il necessario affinché l’attuale crisi di governo si risolva e l’Italia possa presentare un piano di investimenti strategici per usufruire dei fondi europei del Recovery Fund. Politica italiana e politica europea si intrecciano dunque proprio nella figura di Mario Draghi.

Chi è Mario Draghi

Nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante – il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista – orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, Mario Draghi si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione dei due premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo aver insegnato economia in alcune università italiane, Draghi iniziò una brillante carriera pubblica: divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991 e fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto; a lui si deve, infatti, tra le altre cose, la norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “Legge Draghi”. Dopo una parentesi di impiego nel settore privato in cui ricoprì la carica di vicepresidenza per l’Europa di una delle più prestigiose banche d’affari al mondo, la Goldman Sachs, nel 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia, riformandola e modernizzandola. Da governatore Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica e questa sua peculiarità lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, favorendo la sua ascesa a Presidente della BCE, avvenuta nel 2011.

Draghi nell’UE

Sin dall’inizio della sua Presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima: la crisi finanziaria del 2008 aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’Eurozona rischiasse una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta spezzare, innescando una grave speculazione sui mercati. Fu in questo contesto che, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano, Mario Draghi pronunciò il discorso più importante ed emblematico della sua carriera, nonché uno dei più importanti della storia recente dell’Unione europea. Durante un forum di investitori a Londra, il Presidente della BCE, invero, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro, aggiungendo “E credetemi, sarà abbastanza”. “Whatever it takes” divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. Le sue parole ebbero un effetto immediato: gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni di crisi. Christine Lagarde, succeduta a Draghi alla presidenza della BCE, ha definito quelle parole come “le più potenti nella storia delle banche centrali”.

Draghi mantenne fede alla sua promessa attuando una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: ridusse in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE) – ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”- vale a dire un piano, non privo di critiche, di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia.

È proprio grazie al “whatever it takes” e a tutte le misure impiegate in seguito per dare consistenza alle sue parole che Draghi è considerato oggi come il salvatore dell’euro.

Il legame tra politica italiana ed europea

In seguito al conferimento da parte del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, dell’incarico di formare un nuovo governo e mettere fine alla crisi in corso, non sono tardate ad arrivare le reazioni da parte delle istituzioni europee che accolgono con buon auspicio la possibilità di un Governo Draghi, nella cui figura si intrecciano politica italiana ed europea. “Sta al governo italiano e alle istituzioni democratiche decidere ma non è una grande sorpresa se dico che Mario Draghi è rispettato e ammirato in questa città e oltre” queste le parole del Vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

L’interesse europeo delle vicende italiane è chiaro anche al Financial Times: per il quotidiano economico britannico “se Draghi riuscirà a creare un governo di unità nazionale, diventerà premier in un momento in cui l’Italia affronta la più grande crisi economica dalla Seconda guerra mondiale e deve elaborare dei progetti decisivi per spendere 200 miliardi di euro dell’Unione europea per affrontare i danni causati dalla pandemia”.

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Francesca Scalpelli
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