Brexit: accordo approvato tra compromessi e questioni aperte

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Dopo un anno e mezzo di negoziati, durante la serata del 14 novembre, la Prima Ministra britannica, Theresa May, ha annunciato che il governo del Regno Unito ha deciso “collettivamente” di approvare la bozza di accordo sulla Brexit concordata tra i negoziatori britannici ed i negoziatori dell’Unione Europea.

Dopo cinque ore di discussioni “lunghe, dettagliate e appassionate” la Premier ha affermato che è stato approvato “l’accordo migliore che fosse possibile raggiungere nell’interesse nazionale”, aggiungendo che la scelta era tra tre alternative: in primo luogo il compromesso da lei proposto e approvato, il quale “permette alla Gran Bretagna di riprendersi il controllo delle proprie leggi e delle frontiere, mettendo fine alla libera circolazione delle persone e che protegge i posti di lavoro”, in secondo luogo la cosiddetta “hard Brexit”, cioè un non-accordo con l’UE, che sarebbe stato deleterio per l’economia del Paese, ed infine la rinuncia alla Brexit, che si sarebbe configurata come un tradimento della volontà del corpo elettorale britannico.

La Premier ha, dunque, convinto i ministri contrari all’accordo proposto presentandolo come l’unica alternativa possibile. Si tratta di un sostegno né unanime né entusiasta.

Da vari mesi i negoziati tra Unione Europea e Regno Unito erano entrati in una fase critica, prolungando le discussioni oltre i termini fissati, tanto da far sembrare sempre più probabile l’ipotesi di una “hard Brexit”.

L’accordo in oggetto è stato negoziato alla luce degli orientamenti del Consiglio Europeo ed in linea con le direttive del Consiglio dell’UE. Quanto alla Commissione Europea, tale istituzione ha assicurato un processo inclusivo costituito da incontri periodici, a diversi livelli, con i 27 Stati Membri dell’Unione, inoltre, ha mantenuto regolari contatti con il Parlamento Europeo, al fine di garantire che le sue opinioni e posizioni venissero prese debitamente in considerazione. Ulteriori contributi, da parte degli organi consultivi e delle varie parti interessate, hanno consentito la completa definizione dell’impatto a livello dell’UE del recesso britannico. Inoltre, è fondamentale evidenziare il livello di trasparenza senza precedenti che è stato adottato, il quale rende ogni documento accessibile sui portali delle istituzioni europee.

I dettagli dell’accordo sono contenuti in un documento di 585 pagine. Come previsto dall’Articolo 50 del Trattato di Lisbona si tratta di un accordo che stabilisce nello specifico i termini dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Esso riguarda le seguenti aree: le disposizioni comuni, volte a consentire la sua corretta comprensione ed il suo corretto funzionamento; i diritti dei cittadini, vale a dire le misure poste a tutela di oltre tre milioni di cittadini dell’UE residenti nel Regno Unito e di oltre un milione di cittadini britannici residenti nell’Unione Europea; la questione della separazione delle due legislazioni, europea e britannica; il periodo di transizione, durante il quale l’Unione Europea, al fine di consentire alle amministrazioni, ai cittadini ed alle imprese l’adeguamento al nuovo status,  continuerà a relazionarsi al Regno Unito come se fosse uno Stato membro, senza avere, tuttavia, la possibilità di partecipare alle attività delle istituzioni ed all’articolazione della governance; il protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord, volto a garantire la stabilità del confine, il rispetto dei diritti sanciti dal Belfast Agreement del 1998, la cooperazione tra nord e sud, nonché la possibilità di mantenere la Common Travel Area con il Regno Unito ed il mercato unico dell’elettricità nell’isola irlandese; il protocollo sulle Sovereign Base Areas (SBA) a Cipro, il quale tutela gli interessi dei ciprioti che vivono e lavorano nelle basi di sovranità britannica; infine, il protocollo su Gibilterra,  che prevede una stretta cooperazione tra la Spagna ed il Regno Unito in merito all’attuazione delle disposizioni relative ai diritti dei cittadini.

Il punto principale è la decisione di proseguire le trattative anche dopo il 29 marzo 2019, la data formale di recesso del Regno Unito dall’Unione Europea. Durante tale periodo di transizione continuerà ad essere in vigore la legislazione dell’Unione, anche se il Regno Unito non avrà più la facoltà di modificarla. Fino al dicembre 2020, dunque, le due parti proseguiranno i colloqui per risolvere le questioni che rimangono da definire, come ad esempio il vasto problema degli accordi commerciali. Se entro il luglio del 2020 non sarà raggiunto un accordo più specifico, il compromesso approvato stabilisce che il termine potrà essere ulteriormente prorogato.

Tuttavia, l’argomento più controverso risulta essere quello del cosiddetto “backstop”, vale a dire una barriera intesa come meccanismo d’emergenza che dovrebbe essere applicato all’Irlanda del Nord nel caso in cui non si dovesse trovare un accordo definitivo al termine del periodo di transizione. I negoziati sulla natura di tale meccanismo sono quelli che hanno sostanzialmente ritardato la conclusione di un accordo e ad oggi, permane il dubbio che possa trattarsi di una questione ostativa alla definitiva approvazione. L’attuale formulazione prevede che in caso di assenza di un accordo sarà attuata un’unione doganale tra Unione Europea e Regno Unito. I negoziatori britannici hanno ottenuto ciò in cambio di due condizioni: la prima è la clausola del mutuo consenso, la seconda è la previsione di una serie di norme specifiche che si applicheranno esclusivamente all’Irlanda del Nord, che in sostanza, sarà più integrata nel mercato unico europeo.

In definitiva, molti analisti sostengono che per l’Unione Europea si tratta di una vittoria, mentre per il Regno Unito – che nel corso dei negoziati ha ricoperto un ruolo fragile, poiché non era in una posizione che consentiva di dettare condizioni – si tratta di un risultato caratterizzato dalla rinuncia a vari punti ritenuti essenziali.

L’accordo non è definitivo, in quanto attualmente è stato approvato soltanto dal Governo britannico. Per l’ufficialità bisognerà attendere la ratifica dei 27 Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Unione Europea – e ciò potrebbe avvenire già il 25 novembre nell’ambito di un vertice di emergenza – il voto del Parlamento Europeo nonché il voto cruciale del Parlamento britannico, il quale potrebbe svolgersi a dicembre e creare ulteriori complicazioni.

Quanto alle reazioni europee, il capo negoziatore dell’Unione Europea, Michel Barnier, ha affermato che “Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati”, aggiungendo che si tratta di un’intesa che tutela i diritti dei cittadini britannici ed europei e che, in tal modo, sono state gettate le basi per le relazioni future, seppur rimaga ancora molto lavoro da fare per consentire un recesso ordinato. Il Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, affermando che l’accordo raggiunto rispetta le condizioni poste dal PE, ha dichiarato: “la Brexit per noi è soprattutto garantire i diritti dei cittadini, preservare la pace in Irlanda del Nord, salvaguardare i lavoratori e le aziende europee”; egli ha poi ringraziato Barnier “per il suo lavoro e per lo spirito costruttivo”.

Tuttavia, sul versante britannico, a poche ore dal via libera, sono giunte delle dimissioni da parte di alcuni membri del Governo: il Ministro per la Brexit, Dominic Rennie Raab, la Sottosegretaria alla Brexit, Suella Braverman, la Ministra del lavoro, Esther McVey ed il Sottosegretario britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara. Inoltre, la sterlina ha registrato un calo e le banche britanniche, a causa del timore di una “hard brexit”, sono andate a picco sulla Borsa di Londra.

In conclusione, sono giorni cruciali sia per il complesso recesso del Regno Unito dall’Unione Europea sia per il Governo May stesso. La Brexit, a detta dei suoi promotori, avrebbe dovuto rafforzare il Regno Unito, tuttavia ad oggi, sta mostrando le sue fragilità.

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