C’è un momento, nei concerti di Venerus, in cui il tempo smette di scorrere in modo lineare. All’Atlantico Live, la sera del 15 aprile, quel momento è arrivato presto — e non se n’è più andato.Il tour si chiama Speriamo, ma potrebbe tranquillamente chiamarsi “abbandonarsi”. Perché quello che succede sul palco non è semplicemente un concerto: è una lenta immersione in un universo sonoro che tiene insieme elettronica liquida, soul vintage e cantautorato fragile, senza mai scegliere davvero una direzione precisa.
L’apertura con “Impossibile” è quasi rituale: Venerus entra come se stesse accordando non solo gli strumenti, ma anche l’atmosfera emotiva della sala. Da lì in poi, la scaletta — lunga, stratificata, quasi narrativa — diventa un viaggio più che una sequenza di brani.“La moto”, “Dreamliner” e “Love Anthem” funzionano come un trittico di dichiarazioni estetiche: groove morbido, voce che si appoggia più che imporsi, e quella sensazione costante di stare ascoltando qualcosa che potrebbe sciogliersi da un momento all’altro.Il mash-up “Faresti / Namasté” è uno dei primi picchi: spiritualità pop e sensualità si mescolano senza soluzione di continuità, mentre “Un giorno triste” e “Buyo” rallentano il battito, portando il live su coordinate più introspettive.
La parte centrale — “Fantasia”, “Sentire”, “Senza fiato”, “Cool” — è pura sospensione. Non c’è mai un vero drop, mai un climax definitivo: Venerus preferisce lavorare per sottrazione, lasciando che siano le sfumature a costruire il pathos.Quando arrivano “Fulmini / Il fu” e “Bellusco Blues”, il concerto si sporca leggermente: entrano venature più blues e più terrene, che spezzano l’aria rarefatta dei primi blocchi.
Poi succede quello che ogni live di questo tour sembra custodire come un segreto: la sezione al piano.“Luci”, “Istruzioni”, “Ogni pensiero vola” e “Quello che resta” trasformano l’Atlantico in una stanza condivisa, quasi domestica. È il momento più intenso della serata, quello in cui la scrittura di Venerus si spoglia di ogni produzione e resta nuda, vulnerabile, necessaria.Qui il pubblico non canta: ascolta. E basta.
Il ritorno alla dimensione più fisica è graduale ma deciso: “Sei acqua”, “Senza di te”, “Ti penso”, “Okay” riportano movimento, mentre “Stazione Bovisa” e “Io x te” funzionano da ponte tra nostalgia e presente.Il finale è una dichiarazione esplicita: “Forse ancora dorme”, “Sesso”, “Tra le tue braccia”. Tre titoli che sono già una poetica. Tre modi diversi di parlare di intimità senza mai cadere nel cliché.Il live dura poco più di un’ora e mezza, ma la percezione è diversa: il tempo si dilata, si comprime, si perde.
Quello che Venerus porta sul palco non è uno show costruito per impressionare, ma un ecosistema sonoro in cui entrare. Non cerca l’applauso facile, non costruisce hit moment: preferisce creare uno spazio in cui il pubblico possa riconoscersi, anche solo per un attimo.Ed è forse proprio questo il punto. In un’epoca di concerti pensati per essere ripresi, condivisi, consumati, Venerus continua a fare qualcosa di più rischioso: concerti da vivere.
Si ringraziano Magellano Concerti e Out Loud Ufficio Stampa.
Gallery fotografica a cura di Chiara Lucarelli


























