Libri, autori e tanto altro

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AUTORI

Interviste agli autori, biografie storiche di autori nel tempo, lontano e più vicino

Treccani rende omaggio a Cristina Campo e invita a riscoprire scrittrice

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L’Istituto della Enciclopedia Italiana rende omaggio a Cristina Campo, il nome d’arte preferito da Vittoria Guerrini, nata a Bologna nel 1923 e scomparsa a Roma il 10 gennaio 1977 all’età di soli 53 anni, celebrando il centenario della sua nascita e ricordando la sua scomparsa pochi giorni fa. In onore di questa straordinaria scrittrice, l’Enciclopedia Italiana dedica una voce e un saggio curato da Andrea Zanni nella sua rivista. (nella foto, il direttore generale Massimo Bray)

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Addio a Edmundo Desnoes, dopo il sostegno a Castro scappò negli usa

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Lo scrittore cubano Edmundo Desnoes, autore del romanzo di culto “Memorie del sottosviluppo” (Mimesis Edizioni, 2012) che narra in maniera folgorante le trasformazioni rivoluzionarie della Cuba degli anni 1961 e 1962, è morto mercoledì 6 dicembre all’età di 93 anni a New York, dove viveva da esule dal 1979. Aveva 93 anni. Con il romanzo “Memorie del sottosviluppo” ha narrato le trasformazioni rivoluzionarie dell’isola degli anni 1961 e 1962.

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“Qualcuno dovrà pensare ai rettili”, la nuova straniante ed esilarante satira di Walter Comoglio

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“Qualcuno dovrà pensare ai rettili” è il nuovo racconto lungo straniante ed esilarante di Walter Comoglio, autore premio POP nel 2017 per la migliore opera prima della fondazione Mondadori. Il racconto, edito da Eris edizioni, fa parte della collana di narrativa del fantastico I Tardigradi – Nuova Biblioteca del Fantastico.

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Julian Barnes vince la categoria Autore Straniero al Premio Mondello

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Julian Barnes ha vinto la sezione Autore Straniero del Premio Letterario Internazionale Mondello, uno tra i più prestigiosi riconoscimenti del mondo letterario. Il premio viene promosso dal Comune di Palermo e dalla Fondazione Sicilia, in collaborazione con la fondazione Circolo dei Lettori e il Salone Internazionale del Libro di Torino. A selezionare Barnes all’interno del panorama internazionale è stata la scrittrice Chiara Valerio, già vincitrice del Premio Mondello Opera Italiana nel 2020 (“Il cuore non si vede”, Einaudi). La giudice ha scelto Barnes, tra gli altri, sia per il suo percorso di scrittura, sia per il suo contributo alla letteratura mondiale.

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La fortuna dello Sposalizio della Vergine

Laura Picchio Lechi, storica dell’arte e archivista, ha realizzato un’acuta analisi dello “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, sottolineando somiglianze e differenze con il quadro raffigurante il medesimo soggetto realizzato dal Perugino. Il volume “Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, tra fortuna critica e documenti inediti”, pubblicato dalla casa editrice fiorentina Leo S. Olschki, ripercorre la creazione del mito raffaellesco, indaga il contesto intellettuale, politico e collezionistico. Lo “Sposalizio della Vergine” è una pala d’altare realizzata da Raffaello Sanzio, datato 1504 è conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano, commissionato da Filippo Albizzini nel 1501 per la cappella dedicata a San Giuseppe e al Nome di Gesù. Firma e data vengono posti sulla sommità del tempio: Raphael Urbinas, MDIII. Posizione molto evidente che rivela il proprio compiacimento sia nei confronti del quadro, sia della propria patria. Ricordando la propria terra d’origine nell’iscrizione sul tempio – ricorda l’autrice – Raffaello manifesta l’attaccamento dalle proprie origini culturali proprio quando è in procinto di abbandonare l’Umbria.  L’opera rimanda alle antiche celebrazioni del 23 gennaio, data dello sposalizio della Vergine Maria e di San Giuseppe. La bellezza ideale emerge come amore per le architetture ordinate, è un modo per ricordare la struttura universale armonica e la perfezione divina. Non è un caso se la prima forma geometrica su cui cade l’occhio è il triangolo che sormonta la porta del tempio. Nella sua forma equilatera il triangolo simboleggia l’armonia e la proporzione ed esprime un senso di equilibrio dinamico tra le parti.

Come emerge dagli studi di Claudia La Malfa, dai carteggi di Giuseppe Lechi, Raffaello si fa portavoce di un linguaggio rivoluzionario ispirato all’antico. Per molti secoli lo stile delle sue opere ha costituito il fondamento stesso dell’idea di classicità.

Era la tavola di Raffaello divina, e non dipinta ma viva, e talmente ben fatta e colorita da lui, che fra le belle che egli dipinse mentre visse, ancora che tutte siano miracolose, ben poteva chiamarsi rara.

Secondo Giorgio Vasari, Raffaello raggiunse il canone della bellezza perfetta attraverso l’applicazione dei precetti che regolano la proporzione dei copri e dello scorcio in prospettiva ricavati dallo studio dell’arte classica. Le sue invenzioni sono apprezzate per la capacità di rappresentare il mondo reale nella dimensione dell’ideale. La sua grandezza risiede nella divina perfezione. Come emerge dalle “Vite” di Vasari, Raffaello incarnò gli ideali artistici e le tendenze della tradizione umanistica. L’Urbinate assimilò il mondo classico arrivando a una comprensione dell’antichità, difficilmente raggiunta da altri. L’artista è stato in grado di fondere la grazia del misticismo umbro con lo scandire plastico e spaziale fiorentino, che, in alcune circostanze, ricorda un po’ Piero della Francesca. 

Ricordiamo che studiando le fatiche de’ maestri vecchi e quelle de’ moderni, prese da tutti il meglio, e fattone raccolta, arricchì l’arte della pittura di quella intera perfezione che ebbero anticamente le figure d’Appello e di Zeusi. Inoltre, in Raffaello gli stessi soggetti sono strutturati in modo solido, inseriti in suggestivi paesaggi, pervasi da moti affettivi, da architetture perfette, da elaborazioni prospettiche che rimandano a Leonardo e a Bramante.

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO NELL’EDIZIONE MENSILE DI BOOKREPORTER, https://www.europeanaffairs.it/bookreporter/prodotto/bookreporter-gennaio-2023-copia/

Lo scrittore Gerhard Wolf ci ha lasciati all’età di 94 anni: protagonista della vita culturale della Ddr

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Gerhard Wolf, scrittore ed editore tedesco, è venuto a mancare a Berlino martedì 7 febbraio all’età di 94 anni. È stato uno dei protagonista della vita culturale della Ddr, Germania comunista; oltre a numerosi libri, si è dedicato anche a saggi di letteratura e arte. Dal 1951 è stato sposato con la scrittrice Christa Wolf, morta nel 2011 a 82 anni.

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Quanti colori vediamo? Ne vediamo tantissimi, ne discriminiamo solo una parte.

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Quanti sono i rossi? Vediamo 10 milioni di colori? Il giallo è felicità? Di che colore sono i sogni?
Tante volte ci capita di soffermarci sugli aspetti più inconsueti del colore, ad esempio quando in cucina ci domandiamo se la ricchezza dei colori del nostro piatto riuscirà a trasmetterne il sapore. Oppure quando nella vita di relazione ci chiediamo se ci sono tonalità più seducenti di altre. E a chi non è capitato di sognare e di chiedersi se il sogno era a colori o in bianco e nero. 

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Michela Murgia e Azar Nafisi

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Quello che non si può più fare nella aule si fa nel privato, viaggio nell’immaginario di Nabokov.

Michela Murgia dialoga con Azar Nafisi.

Azar Nafisi: «Nello scrivere “Le cose che non ho detto” volevo vedere se sarei stata in grado di scrivere senza menzionare la Repubblica Islamica, uno dei poteri occulti del regime è portare le persone a pensarsi come prede, funziona come il panopticon, l’arte e la letteratura, sottratti al controllo, diventano spazi franchi. Ogni regime ha un obiettivo: assumere il controllo delle parole e delle narrazioni.

L’Italia per me è la Repubblica dell’immaginazione, l’Italia mi ha accolta, mi ha fatto sentire a casa. L’Italia parla al mio cuore. Io ho sentito e provato questa libertà attraverso la letteratura, a tre anni e mezzo papà mi raccontava delle storie e lo faceva in modo democratico. Quindi sì, pur stando nella mia stanzetta in Iran, il mondo veniva a me. La letteratura per me è stata un modo per percepire e vedere due delle caratteristiche umane del mondo:

Curiosità, perché è noioso pontificare su se stessi. La letteratura e l’arte devono essere fatti da altri, Nabokov disse che la curiosità insubordinazione nella sua forma più pura, originaria.

Empatia, non possiamo essere ovunque nel mondo, ma possiamo leggere di quello che accade. Il grande scrittore è colui che esprime la sua vita anche nel personaggio cattivo.

Noi sappiamo come nella Repubblica Islamica le carceri si sono riempite di artisti, dobbiamo chiederci, che potere hanno? L’unico potere è l’arte, le parole. Cos’è che ha spaventato tanto l’ayatollah? Perchè ha paura della penna? 

È qui che risiede il potere sovversivo dell’arte.

Donna, vita, libertà!

Quando il 16 settembre scorso è stata uccisa Amini abbiamo iniziato ad osservare l’Iran con occhi diversi, forse ancora più pregiudizievoli, come una pentola da cui è saltato un coperchio, naturalmente con i nostri filtri, ma man mano che il tempo passava la complessità ha iniziato a far capolino, nostro malgrado. Nel libro “Le cose che non ho detto” Nafisi parla dell’Iran, affermando che i bersagli del regime religioso non erano solo politici, ma qualunque cosa o persona promuovesse la diversità e l’individualità delle voci, ovvero le donne, la cultura e le minoranza.» 

«Ma perchè le donne sono un innesco di ribellione così efficace?» chiede Michela Murgia

«La mentalità iraniana e radicale non tollera le differenze, chi si esprime in modo diverso. In ogni Paese, le donne rappresentano la metà della popolazione, in Iran la religione le ha rese invisibili, parlando della minoranza e della cultura, questi non sono stati i primi obiettivi, i primi sono state proprio le donne. 

Il 9 marzo 1979 l’ayatollah ha obbligato le donne a indossare il velo, in migliaia si sono riversate in massa nelle strade dicendo che la libertà apparteneva al mondo nella sua totalità, come reazione da parte delle forze armate del regime ci sono stati diversi attacchi: con l’acido per sfigurarle, con forbici e coltelli per ferirle e annientarle. Ma le donne non si sono arrese, da sempre sono un gruppo privato di diritti, per questo sono sempre in prima linea, perchè sono le più oppresse. La lotta che c’è ora in Iran non è politica, ma esistenziale, quando ti viene dette che tu non sei quello che credi di essere, quando vogliono farti diventare un prodotto del regime, l’unica soluzione, seppur rischiosa, è reagire. La creazione di prodotti del regime era l’unica strada possibile da intraprendere per appiattire le personalità, per creare uniformità e imporsi come totalitarismo. Ma le donne hanno resistito, nessuno ha il diritto di sindacare come dobbiamo essere, io, ad esempio, ho sempre portato il trucco.» 

“Le donne sono diventate creature pericolose, ma è molto bello essere pericolose, non credete?”

«Donna vita libertà mi ha impressionata, l’ho sentita anche detta dagli uomini iraniani, questa rivoluzione è di tutti, la Repubblica iraniana reprime tutti. È impressionante sentire il genere maschile usare la parola donna come grido di libertà. Qual è il rapporto tra uomini liberi e regime?» chiede Michela Murgia.

«Uomini e donne insieme conquisteranno il successo, le donne non riusciranno a realizzarla senza il loro aiuto, c’erano degli uomini che indossavano l’hijab e donne che lo toglievano. Bisogna ricordarsi che i diritti delle donne sono diritti umani, ogni conquista rappresenta una conquista nei diritti di tutti. Io adoro quello slogan, ha un significato che va oltre la politica, riguarda il diritto di esistere a modo proprio, avendo una propria identità, che il regime vuole annullare. Stamattina è stato giustiziato un altro dimostrante, ma le donne trovano sempre dei modo creativi per opporsi alla violenza che cerca di zittirli. 

Sa cosa rende le donne iraniane così potenti? Essere unite. Tenere le donne nascosta è un modo per garantire la sopravvivenza del regime, ma ora è il regime ad avere paura, per sopravvivere può solo uscire.»

«Nabokov scrive che la fantasia è fertile solo se futile. Lui non si schierò mai in politica, quando la prese la prese per battaglie conservatrici, Marcello Fois mi ha detto che l’abitudine di scrivere saggi di intervento politico è una sorta di adolescenza letteraria di scrittori che pensano di cambiare il mondo presente. La fiction è più efficace?» chiede Michela Murgia. 

«Tutti noi possiamo raccontare e descrivere storie, la letteratura, il romanzo, nello specifico, con la sua struttura democratica è ciò che incute timore. Un romanzo esprime una mentalità che poi porta all’elezione di certi politici.

Volevo raccontarvi un aneddoto riguardo una mia studentessa: ovunque sono andata ho raccontato questa storia, lo faccio perchè lei è morta il suo nome è Racid, frequentava le mie lezioni di “Novel” che tenevo nel salotto della mia abitazione. Racid era una musulmana praticante, veniva da una famiglia molto povera, il padre era morto e la madre era una colf, si occupava delle case delle famiglie più ricche. Nonostante questo, spiccava per la sua lintelligenza, mi raccontò di essere incantata dal mondo di Henry James.

Ora Racid non c’è più, un’altra mia studentessa mi ha raccontato di aver condiviso una cella di un lurido carcere con lei.

Pensando a queste carcere, l’idea di queste due ragazze che parlavano di letteratura e ridevano, dopo ho saputo che è stata giustiziata, ho pensato che James non l’ha salvata, ma la letteratura è stata qualcosa a cui si è potuta aggrappare in punto di morte. La letteratura non fa vincere le guerra, ma quando si è persa ogni speranza la letteratura dona speranza, nelle vette che può raggiungere l’umanità, nei suoi successi, è per questo che è così potente e importante. 

Io credo che le persone che vivono nei paesi democratici debbano leggere ciò che viene prodotto nel resto del mondo. Ogni volta che ho parlato di libertà per le donne in Iran qualcuno ha sempre detto “che sono occidentalizzata, perchè questo fa parte della nostra cultura”, quando qualcuno mi accusa di questo, questo mi ha fatto molto arrabbiare. 

L’Iran è una civiltà millenaria, nel XIX secolo anche noi ci siamo battiti per i diritti per le donne, nel 1979 c’erano due ministri donne. In un certo senso si pensa che queste critiche ci schiacciano, i diritti umani sono diritti universali non appartengono all’occidente, lo trovo un atteggiamento paternalista dal punto di vista culturale.

È come se io dicessi anche il fascismo e il comunismo nelle forme più efferate sono la loro cultura, ma la cultura occidentale non si riduce a questo, così come quella orientale. Voi avete il diritto di combattere il fascismo, ed è il diritto che rivendichiamo anche noi, il diritto di opporci a manifestazioni estreme. La libertà è globale, ma come dicevo io non ho paura delle critiche.»

La rivoluzione che sta avvenendo in Iran non è solo femminile, come ha detto Michela Murgia, è genderless.

Pier Paolo Pasolini un dantista eretico a Più libri più liberi.

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“Dante ha pagato con il rischio della condanna all’Inquisizione e alla morte la dirompente libertà del suo pensiero; Pasolini con il proprio assassinio nel 1975.”

Massimo Desideri, già docente nei licei, durante la prima giornata di Più libri più liberi, conduce un’attenta riflessione sul rapporto tra Dante e Pasolini, come si vedrà il dantismo pasoliniano è il più originale e fedele di tutto il Novecento.

Come emerge dagli studi di Federico Bellini e Massimo Desideri, credo si possa affermare con certezza che Dante è stato uno dei riferimenti centrali per la poetica e per l’intero corpus delle opere di Pier Paolo Pasolini. Ovviamente non parlo di uno scontato o tangenziale riflesso dell’opera dantesca nel lavoro del poeta friulano, cosa che suppongo riguardi tutti gli autori di lingua italiana successivi a Dante, quanto al legame praticamente inscindibile tra, almeno, la Commedia e l’opera pasoliniana. Ne è una prova, se non altro, l’arco temporale in cui si inserisce il tentativo di Pasolini di riscrivere una propria versione della Commedia, da La Mortaccia, scritto del 1959, fino a La Divina Mimesis, pubblicato poco prima della morte, nel 1975. 

Ma come mai il Professor Desideri definisce Pasolini eretico? Eretico per quella che è la nostra visione della vita, ma, soprattutto, della fede. Pasolini si è sempre professato un cristiano, non un cattolico, soprattutto non in senso fideistico, ma in senso umano. Pasolini rivaluta la parola umanità, la collega agli ultimi, agli emarginati, ai reietti, ai servi, per citare La rabbia del poeta apparso sul numero 38 della rivista “Vie Nuove”: 

Uomini umili,
vestiti di stracci o di abiti fatti in serie,
miseri, che vanno e vengono per strade
rigurgitanti e squallide, che passono
ore e ore a un lavoro senza speranza,
che si riuniscono umilmente in stadi
o in osterie, in casupole miserabili o
in tragici grattacieli: questi uomini dai
volti uguali a quelli dei morti, senza
connotati e senza luce se non quella
della vita, questi sono i servi.

Eretico dunque, perchè se in Dante i primi canti sono dedicati allo smarrimento, alla paura provata alla visione delle tre fiere: leone, lupa e lonza, in Pasolini i primi canti sono dedicati al degrado, alla povertà. La protagonista de La Mortaccia, una prostituta, si perde nella degradata periferia romana vicino Rebibbia, l’inferno non è una semplice visione, l’inferno è tra noi, nella periferia di Roma, nella mancanza di umanità. Questa povera ragazza non ha altre possibilità, si perde, esce dalla casa del suo protettore, luogo è buio e oscuro, perde l’orientamento, trova un piccolo monte, simbolo del colle dantesco, ma, a differenza di Dante, non ha una guida, non sa dove andare. Dopo essere stata intimorita da tre canacci neri, evocativi tanto delle fiere, quanto di Cerbero, ha una visione: una figura salvifica le appare per sottrarla da quel buio: Dante. Una sottrazione fittizia, in quanto la porta verso una grande costruzione, il carcere di Rebibbia, qui Pasolini interrompe l’opera. Il lettore si trova davanti ad una ragazza angosciata, consapevole del suo destino: sa di entrare, ma sa che non potrà uscire. Non c’è palingenesi o possibilità di riscatto, non c’è possibilità di un paradiso, di un riscatto. In Pasolini i “paradisi” sono fittizi, illusori, tra questi inserirà anche il consumismo: corrente più corruttrice e pericolosa del classico fascismo, rende il proletariato borghese. 

La Mortaccia finisce qui, ma non il suo rapporto con Dante. Il dantismo pasoliniano continua, Desideri indaga non solo l’ambito letterario, ma anche quello cinematografico. Come emerge da alcuni appunti: nella seconda bolgia di Petrolio, il Modello rappresenta la nuova criminalità con le sue nuove leggi e le sue nuove caratteristiche, qui Pasolini, ancora una volta, si rivolge a Dante per descrivere questi nuovi esseri disumani che hanno perso anche le apparenze del ben dell’intelletto, sono pure e semplici forme della Matta Bestialità. 

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alicegrieco
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