Libri, autori e tanto altro

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CULTURA

La cultura italiana in tutte le sue forme dalla letteratura al cinema, dalla scultura al teatro

Sognavamo al cinema

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È il 1976 Vania Protti e Manfredi Traxler davano vita ad una stagione unica: quella dell’Academy Pictures, una stagione che permette di “essere nel cinema”, di vivere il cinema, grazie alla distribuzione cinematografica di film d’autore. 

Il 5 ottobre 2022, presso la Casa del Cinema di Roma, è stato presentato il volume “Sognavamo al cinema”, di Vania Protti Traxler. In una lunga intervista Vania Traxler racconta la sua brillante carriera di distributrice cinematografica: dalle origini – il nonno conobbe i fratelli Lumière – ai film e ai registi distribuiti. Tra gli altri, Emir Kusturica, Rainer W. Fassbinder, Wim Wenders, Peter Greenaway, Spike Lee, Eric Rohmer, Agnès Varda, Mike Newell, Baz Luhrmann, Peter Jackson, Leos Carax: con i Traxler il cinema d’autore è diventato mainstream. Per l’intervista ha scelto 50 film, tra i più importanti e indimenticabili, per chi li ha visti e per chi lo farà: come dice lei, “per sognare ancora”. I coniugi Traxler fecero conoscere al grande pubblico alcuni dei più grandi registi contemporanei di grande livello come Kusturica, Greenaway, Wenders, Rohmer, Jarmusch, Egoyan, Almodóvar, Kieslowski, Lee, Ford, Solondz e tanti altri. La scelta dei film avveniva tramite l’autenticità e il valore che i Traxler coglievano dalla visione del prodotto, non era mai una scelta dettata dal calcolo. Promuovevano la pellicola fidelizzando il pubblico e attivando un rapporto di fiducia con gli esercenti che grazie a questo, davano spazio anche ai film più deboli del loro listino.

“Sono convinta che l’emozione procurata dal primo impatto con un film sia la cosa più importante. Come continuo a sostenere che il più bel film della storia del cinema sia Via col vento. Non ci sono santi.”

“La storia comincia nel 1904 quando mio nonno di Libiola, un piccolo paese vicino Mantova, insieme a un gruppo di ragazzi all’avanguardia mise su un cinema improvvisato: c’era chi stampava le locandine e chi suonava il piano perché allora i film erano muti”. All’inizio Vania non segue però le orme della sua famiglia e si mette a lavorare in una boutique, ma il cinema le “ribolliva nel sangue” Tanti gli aneddoti presenti nel libro. Uno su tutti: “A Venezia comprai A single man di Tom Ford. L’ufficio stampa mi ossessionava con le richieste del regista. Mi dissero che voleva tutto bianco. Per cui presi tovaglie bianche, fiori bianchi, pesce bianco. Lui mi chiese perché fosse tutto bianco. E io esplicitai i diktat che avevo ricevuto. Mi rispose: ma scusa io sono texano mangio le fiorentine anche di tre chili”.

Intervento di Marco Tullio Giordana: l’Academy ha avuto un ruolo di cerniera, ha portato nel circuito del cinema film indipendenti, facendo in modo che questi ultimi potessero avere un grande successo. La scoperta di un film diventava condivisa.

Intervento di Vania Protti, autrice del libro: l’idea di scrivere un libro che raccogliesse la storia di una famiglia meravigliosa le è stata data dal nipote, Filippo. Filippo le chiese di combinare la passione del cinema e quella della cucina nel libro. Dunque, un viaggio nelle generazioni attoriali del cinema, un viaggio all’interno di ricette casalinghe, un viaggio che avvolge il lettore e lo catapulta altrove.

Intervento di Francesca Boschiero: l’obiettivo era quello di portare alla luce una storia che non si rivolgeva solo al passato, ma anche al futuro. Ci sono film che non hanno tempo, antichi, ma attuali. Film che rapiscono le nuove generazioni e consentono loro di appassionarsi a questo mondo.

Intervento di Giovanni Gifuni: ci siamo tuffati nella storia di Vania, nella sua memoria, nella sua famiglia. Ci siamo nutriti di aneddoti, di risate, di uscite. È un libro godibile per tutti. 

Attraverso questo libro si capisce il significato del cinema.

Articolo scritto da Alice Grieco e Anna Tulimieri

“Ad una voce”, tra Purgatorio e Paradiso.

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Ilaria Gallinaro mette su carta la “voce”; la “voce” di cui si occupano questi saggi è quella di Dante, intesa come spia autobiografica o metaletteraria nascosta dietro le voci dei suoi personaggi, soprattutto quella di Pia e Piccarda: la prima per il suo rapido cenno alla fatica del viaggio, che è anche viaggio di scrittore e di scrittura; la seconda per l’allusione al concetto del voto, che non è solo voto religioso, ma anche promessa, sfida, sacrificio, per raggiungere il compimento della propria opera.

Percorrere i sentieri del mondo poetico di Dante è sempre un’avventura seducente, affascinante, specialmente se questo mondo è quello della sua Commedia. Il lettore si trova infatti davanti personaggi, paesaggi, situazioni, dialoghi, che nel loro variare, catturano la sua attenzione, parlano alla sua ragione, alla sua fantasia e soprattutto al suo cuore; e il poeta deve soprattutto parlare al cuore del lettore con cui deve dialogare per suscitare in lui sentimenti e, possibilmente, creare sintonia di affetti oltre che di idee. In questo grandioso affresco della Commedia, realizzato da Ilaria Gallinaro, emergono due personaggi femminili: Pia de Tolomei e Piccarda Donati.

Come emerge dagli studi condotti da Giuseppe Ledda, si tratta di due figure femminili che Dante ha posto sul suo cammino, quasi come un preludio, un’ouverture di una grande sinfonia poetica dove le note non sono segni musicali, ma parole cariche di armonia atte a suscitare idee, immagini e sentimenti nel cuore del lettore. Pia fu una nobile donna della famiglia senese dei Tolomei andata in sposa a un signore guelfo del castello maremmano della Pietra, podestà di Volterra, Nello dei Pannocchieschi definito come “bello e savio cavaliere”, ma altrettanto “vile uomo e poco leale.” 

La figura di Pia appare alla fine del Canto V del Purgatorio, dove si trovano le anime di coloro che morirono di morte violenta ed è la prima donna che Dante incontra nel Purgatorio. 

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo, 
e riposato della lunga via 
seguitò il terzo spirito al secondo, 
ricorditi di me, che son la Pia”

Come ricorda Sermonti, la sua è un’apparizione molto breve, ma di forte intensità, in quanto prega Dante di ricordarsi di pregare per la sua anima una volta arrivato in Terra e riassume in questo piccolo discorso la sua tragica sorte, ossia indica il luogo di nascita e di morte, conosciuti da chi nell’atto di sposarla le fece infilare l’anello nuziale al dito. Pia ricorda solamente l’amore verso colui che ha sposato e il momento delle nozze ci indica l’amore verso il marito, anche se l’ha uccisa. L’emozione che trasmettono le sue parole brevi è il riflesso della violenza patita, a causa della quale essa riposa nell’eternità della morte. La presenza di Pia nell’antipurgatorio, tra le anime pentitesi in fin di vita, giustifica forse l’ipotesi della sua infedeltà coniugale. Se anche fosse accaduta, Pia si sarebbe pentita all’ultimo momento. Pia con le sue dolci parole esprime la preoccupazione per la fatica di Dante nello scalare la montagna del Purgatorio ed è il primo personaggio di tutto il poema che mostra affetto per la condizione di Dante, in quanto uomo vivo in un mondo ultraterreno “Deh, quando tu sarai tornato al mondo, e riposato della lunga via.” 

Come ha notato la Gallinaro, attraverso gli studi della Chiavacci Leonardi, la vicenda di Pia rappresenta il momento fondamentale della fine della vita di ogni cristiano: il distacco, sempre terribile, dalla vita; il pentimento e il perdono, dato a chi ha fatto del male e ricevuto per il pentimento stesso.

Piccarda, figura dominante del Canto III del Paradiso. A causa della trasfigurazione celeste della fisionomia delle anime, Dante non riconosce subito Piccarda, che gli si mostra nella dimensione mistica e corale della vita terrena come una figura trasparente. Con la sua disponibilità al colloquio con Dante, la Donati diventa la concreta realtà di quella carità che è l’essenza del Paradiso. Essa diventa l’emblema dell’amore verso il prossimo e verso Dio nel quale solamente si può godere la pace e la felicità piena, quasi come immersi in un naufragio di beatitudine immensa. Per Dante, Piccarda è bellissima, così tanto da non averla riconosciuta all’istante e si scusa in quanto non fu a “rimembrar festino”, perché le anime assumono un aspetto diverso da quello che avevano in vita. 

“E io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza‟ mi, e cominciai, 
quasi com‟uom cui troppa voglia smaga”

Piccarda risponde al primo dubbio di Dante con occhi sorridenti, che è la condizione dei beati e gli spiega la gerarchia di beatitudine del Paradiso. Non esiste rammarico nelle anime beate siccome la parte essenziale della loro beatitudine è la concordanza perfetta della volontà loro e divina. Nel linguaggio usato da Piccarda si fonde la dottrina teologica e l’espressione dei sentimenti e dell’ardore che le anime beate esprimono, evidente nelle parole come: affetti, infiammati, letizian, carità, piace,’nvoglia. In seguito, Dante vuole conoscere la vita privata di Piccarda. La sua risposta è l’esempio della differenza tra la narrazione della vita dei beati, dei dannati e delle anime purganti. L’esperienza terrena viene collocata nella prospettiva dell’eternità e i momenti più ardenti vengono osservati con distanza. Piccarda racconta a Dante di essere stata in vita una suora ed è posta sul grado più basso di beatitudine assieme alle altre anime, perché i loro voti non furono adempiuti. 

Dunque, non solo memoria e rielaborazione di ciò che la precede, Piccarda è anche prefigurazione di ciò a cui il viaggio della Commedia tende. La domanda che Dante pone a Forese Donati, nel canto XXIV del Purgatorio “Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda”, potrebbe apparire pleonastica, perché la donna viene, comunque, rievocata nel cielo della Luna, ma la sua eco giunge fino alla rosa dei beati, fino all’ultimo sorriso di Beatrice. 

Proprio in questa Beata visio, costellata prettamente di figure femminili, Dante incontra le due donne che arricchiscono ancor di più il suo viaggio. Attraverso queste l pensiero politico-ecclesiale dantesco si consolida di ulteriori convinzioni, relativamente alla necessità di una totale rigenerazione del genere umano e al compito, che in tal senso è affidato alla parola stessa del poeta, di preannunciare i tempi e i modi d’una nuovissima età cristiana. 

“Ad una voce” cantano le anime appena giunte sulla spiaggia del Purgatorio. “Ad una voce” con Dante parlano, se le si ascolta attraverso i molteplici echi che contengono la lunga storia di Piccarda e il brevissimo intervento di Pia. Un unisono significativo nel grande coro del poema, dove le voci si inseguono e si rispondono, disegnando consonanze e dissonanze.

La scienza come dovere civile. Due scritti di Angelo Messedaglia.

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La straordinaria attualità di Angelo Messedaglia risiede nella sua apparente complessità, nel suo essere a un tempo cielo e terra, razionalità scientifica, senso della realtà e aspirazione all’interesse generale. Un’epistemologia, capace a un tempo di scongiurare irrealistici salti in avanti – conseguenza inevitabile di approcci esclusivamente teorici – e inconcludenti analisi meramente pratiche, orientata e subordinata al bene civile e collettivo del proprio Paese. E questo bisogno, più di ogni altro, giustifica ad abundatiam la pubblicazione del presente lavoro.

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Economista, statistico, parlamentare, eruditissimo uomo di scienza, nativo di Villafranca Veronese, con la sua vita e le sue opere lasciò una traccia profondissima nella storia italiana. Autorità indiscussa e indiscutibile in Italia e all’estero ai suoi tempi, unanimemente ritenuto il fondatore della scienza statistica accademica in Italia, ancor oggi si erge grande tra i grandi, per un insuperato insegnamento metodologico ed epistemologico applicato all’economia. Primo, autentico ed esemplare sostenitore dell’utilizzo del metodo matematico alle scienze sociali, ebbe tuttavia chiarissimi i limiti, oltre che i pregi, di una teoria economica espressa in formule matematiche. Infatti, mentre già nella prima metà del XIX secolo dimostrò che il metodo matematico avrebbe consentito all’economia di conseguire risultati insperati, simultaneamente insegnò che l’estensione acritica di quest’ultimo alla descrizione di ogni fenomeno, sarebbe stata la negazione stessa del valore scientifico della dismal science. Quanto sia ancor oggi tragicamente attuale questo insegnamento – il richiamo alla necessità di un confronto permanente tra i modelli teorici e la realtà effettiva dei fenomeni economici, in cui alla fine è la teoria a doversi conformare ai fatti e non il contrario – è sotto gli occhi di tutti. Anche in virtù del suo approccio globale e sovranazionale alla ricerca scientifica, il primato della sua metodologia fu riconosciuto universalmente e gli guadagnò fama e riconoscimenti ben oltre i confini nazionali. Notissimo tra i maggiori economisti del tempo, ossequiato come studioso, fu chiamato a ricoprire prestigiosi incarichi in ognuno degli ambiti in cui operò, alla luce di un prestigio internazionale espresso dai più illustri tra i suoi colleghi europei, contemporanei e postumi. Tutto ciò ricordato – nonostante quindi l’importanza straordinaria del suo apporto teorico – in realtà ciò che conferisce grandezza, originalità e sempiterna memoria alla sua opera di studioso è innanzi tutto la sua concezione politica e civile. Infatti, per Messedaglia – nella vita e nelle opere – non esiste una scienza puramente astratta e teorica, tantomeno se si discute di economia. La vera scienza è solo ciò che contribuisce al miglioramento concreto della vita delle persone e della società legittimamente organizzata, e chi vuole essere un buono scienziato deve sapere e deve ricordare di essere prima di ogni altra cosa un buon cittadino: «la scienza non è soltanto il vostro compito professionale; essa è altresi il debito vostro di patria». L’originalità, la rilevanza, l’attualità di questa visione etica e civile del lavoro dello scienziato giustificano certo, ma – crediamo – rendono urgente la riproposizione, a oltre duecento anni dalla nascita, dell’esempio di questo grande studioso, parlamentare, Presidente dei Lincei e gloria della cultura italiana, anche attraverso la pubblicazione di alcune – introvabili – tra le sue opere più significative.

Considerato uno dei padri della metodologia statistica in Italia, Messedaglia si oppose al prevalente indirizzo deduttivo nella scienza economica, invitando a procedere, secondo lo specimen galileiano, con il metodo dell’osservazione, elaborando i fatti per preparare con essi i fondamenti delle teorie. Avversario del meccanicismo e dell’evoluzionismo di Buckle e di  Darwin, chiarì il significato della regola in base alla quale i fenomeni statistico-demografici o demologici si ripetevano, scoprendo da un lato l’esistenza di un “ordine” nell’insorgere dei fenomeni e dall’altro che la scansione ripetitiva (o ricorrente) degli accadimenti era riferibile alla collettività indistinta, non all’individuo, perché l’individuo, anzi, per meglio dire, l’uomo, nella singolarità del suo essere, conservava la libertà e la responsabilità dell’agire. Lo studio del metodo come mezzo di progresso delle scienze sociali rappresentò uno dei temi centrali della sua attività scientifica. Seguace del positivismo come metodo di ricerca, non come sistema filosofico, Messedaglia ebbe come norma costante d’indagine di non concludere che nei limiti dei fatti osservati. La continua ricerca della perfezione scientifica, i numerosi lavori interrotti o ritirati quando erano ormai in corso di stampa, la necessità di provare e riprovare, la curiosità intellettuale, che lo portava a spaziare in tutti i campi dello scibile, condizionarono sul piano quantitativo, non qualitativo, la sua produzione.

E la scienza, nel modo e cogli intenti con cui si professa in generale nell’età nostra, sarà, o signori, il soggetto del mio discorso. Io vorrei dirvi dei caratteri che distinguono l’odierna cultura scientifica, mostrarvene la pratica efficacia, fermare più specialmente la vostra attenzione su quella che io considero come la condizione essenziale di tutto il resto, il culto, cioè, e l’onore della scienza pura, della scienza per sé medesima.

Mario Desiati ricorda la vita e la letteratura di Mariateresa Di Lascia: un inno agli irregolari, ai balordi, agli esiliati, a tutti coloro che hanno desiderato almeno una volta nella vita di cambiare casa e identità.

A Rocchetta Sant’Antonio, sabato 27 agosto, una serata per celebrare la letteratura pugliese: nel piccolo borgo nasce un percorso di arte pubblica con murales dell’artista e fotoreporter Alessandro Tricarico. «Dedico questo premio agli scrittori pugliesi e in particolare a Mariateresa Di Lascia che vinse lo Strega nel 1995 ma non poté ritirare il premio perché morì alcuni mesi prima» ha detto Mario Desiati, lo scorso luglio, quando ha ritirato il Premio Strega 2022 per Spatriati, un romanzo che vede al centro la sua Puglia; un’opera sui legami che vincono la distanza, sulla scelta di andare lontano per riuscire a trovarsi. 

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Per Buendia Books è tempo d’estate, di eventi e…tante novità

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Come le temperature che in questi giorni si mantengono molto alte, uguale è il desiderio di Buendia Books di mettersi in gioco e all’opera. Tra cinque realtà e tra editori e librerie indipendenti, è stata selezionata da Hangar del libro; un progetto realizzato dal Salone del libro di Torino che ha l’obiettivo di promuovere e valorizzare la filiera editoriale piemontese in diversi campi. Ecco, Buendia Books sarà affiancata da un team di esperti per sviluppare progetti e prodotti innovativi.

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FLIP Festival Pomigliano d'Arco

Torna il “FLIP”: il Festival della Letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco dal 2 al 4 settembre

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Tutto pronto per questa seconda edizione del FLIP – il Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Dopo il successo dello scorso anno, anche quest’edizione ci porterà verso la fine della stagione estiva tra le magiche strade partenopee. Il Festival dà appuntamento al suo pubblico dal 2 al 4 settembre 2022 a Pomigliano d’Arco (NA), quando le strade della provincia napoletana si popoleranno di autori, editori, illustratori, critici e librai. 

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Squi-libri, Festival di Narrazioni.

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Francavilla al Mare, paese sulle coste abruzzesi rilancia il suo Festival letterario, nato dalla mente dello scrittore Peppe Millanta con la collaborazione dell’Assessore alla Cultura Cristina Rapino e della Scuola Macondo. È stata scelta la parola “SquiLibri” – afferma Peppe Millanta – per vari motivi: in primo luogo contiene la parola libro, elemento chiave dell’evento; dunque, rappresentativo della visione e condivisione della cultura su cui si basa il Festival. In secondo luogo perché ogni movimento nasce da una situazione di squilibrio, e il Festival vuole indagare lo squilibrio del presente per indagare i movimenti del domani.

Dal 24 al 26 giugno eventi letterari, incontri d’autore, ospiti del mondo editorial-culturale e presenza di editori indipendenti: questo è Squilibri. Tra aperitivi letterari e presentazioni, il 25 giugno si svolgerà la consegna dei primi Squilibri Awards, premio riservato a racconti brevi, ma che con la loro essenzialità lasciano un segno, come un lampo di luce nel cielo. Inoltre, la Scuola Macondo presenterò il suo nuovo laboratorio incentrato sulla scrittura di racconti, progetto portato avanti anche grazie alla collaborazione con Neo Edizioni di Francesco Coscioni. Diversi gli autori in anteprima nazionali, tra questi Paolo Crepet, Stefano Redaelli, Michele Zatta e Maura Chiulli. 

Saranno ben 27 gli editori presenti come spiega Francesco Coscioni della Neo Edizioni, una delle case editrici più rappresentative del nostro territorio, co-organizzatore della fiera collocata nel piazzale antistante la Sirena: “ci saranno dei veri e propri stand per le case editrici indipendenti in questo meraviglioso contesto offerto dal Festival ed è una soluzione adottata di proposito per permettere agli editori di stare fianco a fianco, non c’è concorrenza infatti. Ci troviamo quasi di fronte ad un piccolo Salone del Libro simile a quello di Torino. Curiosi ed appassionati possono passeggiare tra gli stand, osservare, studiare, comprare libri e scegliere i cataloghi degli editori completi delle loro proposte. Ci sarà sicuramente una grande risposta e sono tante le novità da scoprire in questa fiera.”

L’esperienza prosegue poi con l’area dedicata allo street food e con “Itinerari del gusto: mangiare tra le righe”, che coinvolge gli esercenti presenti in piazza Sirena in un percorso tra cibo e letteratura, e non mancheranno laboratori di scrittura e lettura per grandi e piccoli offerti dalla Scuola Macondo.

“Sarà un week end estivo diverso e molto interessante: questo Festival rappresenta una sceltaintelligente di turismo culturale, ci si aspetta una risposta anche allegra”, conclude Coscioni

Salerno Letteratura Festival

Ritorna Salerno Letteratura: i dieci anni del Festival

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Tutto pronto per la prima giornata di Salerno Letteratura, in programma dal 18 al 25 giugno. L’inaugurazione, alla presenza delle istituzioni, si terrà oggi alle ore 11:00 presso la chiesa dell’Addolorata. Questa nuova edizione, che festeggerà anche il decimo compleanno del famosissimo Festival Salernitano, sarà, come si legge sul sito ufficiale, “un’occasione per ripercorrere le tappe di una strada fatta insieme e per immaginare il futuro”. I temi scelti saranno due: felicità e rivoluzione. 

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Scuola Macondo propone “Parole e inchiostro”: il laboratorio di scrittura e creatività, con il sostegno della Fondazione Pescarabruzzo.

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Il progetto ” Parole e inchiostro. Laboratorio di Scrittura e Creatività” della Scuola di Macondo, fondato e diretto dall’autore abruzzese Peppe Millanta, mira a coinvolgere le scuole in un percorso formativo di 3 mesi, Frontiers and Labs, che si terrà negli anni 2022 e affidato a professionisti ed esperti del settore. La Società per l’Avanzamento Sociale (APS) Macondo intende donare 7 borse di studio a 7 ragazze candidate al progetto, coprendo l’intero percorso educativo, per affrontare il disagio e la povertà educativa, migliorando le competenze spesso punite da svantaggio economico.

Il Presidente Nicola Mattoscio ha asserito che la Fondazione Pescara Bruzzo è lieta di contribuire, attraverso Bando Erogazione Settori Rilevanti 2021, a un progetto di utilità sociale così vicino alle difficoltà quotidiane delle giovani generazioni della città di Pescara, con l’auspicio di offrire anche una sola opportunità in più a coloro che hanno percepito dalla collettività o dalla condizione familiare di non averne affatto. Nell’ambito della campagna per lo sradicamento della povertà nell’istruzione, l’impegno di Scuola Macondo è concreto. Impegno che può essere realizzato immediatamente e ha un impatto consapevole, duraturo sulla vita degli studenti coinvolti. Nell’ambito della campagna, la fondazione ha anche deciso di recente di fare un’importante donazione al Fondo nazionale di confronto sulla povertà per l’educazione dei bambini, che quest’anno è stato gestito anche quest’anno dall’ associazione “Con i bambini” a tutti i livelli, dal locale al nazionale”.

Oltre a lezioni e workshop, il corso si concentrerà su alcuni dei ruoli femminili più rilevanti nella storia: dalla letteratura all’arte, dalla scienza al mito e alla conoscenza di sé. Agli studenti verrà chiesto di creare un’antologia di racconti ad essi ispirati; verranno quindi affrontati anche i temi della riscrittura e della trasposizione, stimolando la creatività e fornendo modelli ispiratori per i percorsi di vita dei partecipanti.

Chiese chiuse di Tomaso Montanari.

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Migliaia di chiese sono oggi inaccessibili, saccheggiate, pericolanti. Altre sono trasformate in attrazioni turistiche a pagamento. Oggi non sappiamo cosa farcene, di tutto questo «ben di Dio», e bene pubblico: mancano visione, prospettiva, ispirazione. Ma è anche lí che si potrebbe costruire un futuro diverso. Umano.

Lo scorso 26 maggio Tomaso Montanari ha presentato la sua nuova opera “Chiese chiuse” presso l’Aula di Paleografia dell’Università “La Sapienza” di Roma, hanno dialogato con l’autore Gaetano Lettieri (Professore Ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese) e Ludovico Battista (Ricercatore). 

Ludovico Battista ha evidenziato come ciò che colpisce dell’opera è che nella sua trasparente poeticità centra una serie di problemi culturalmente giganteschi, non limitabili in alcun senso. L’opera denuncia la retorica culturale della gestione del patrimonio artistico italiano partendo da tre presupposti distinti:

  • Abbandono fisico, chiusura fisica, ma anche simbolica, morte e cancellazione di un passato che viene rimosso, un passato che, invece, invoca cura.
  • Riadattamento all’interno dell’industria culturale, mercificando, commercializzando luoghi che sarebbero pubblici, sacri.
  • Capitalizzazione del patrimonio culturale mediate la strumentalizzazione di simboli religiosi e culturali condivisi. 

Battista risulta colpito dalla triplice natura della chiusura, queste tipologie attanagliano, provocano affanno, malessere. Dunque, oltre a portare avanti una polemica contro la gestione delle chiese, emerge anche una tesi di natura democratica: non c’è spazio pubblico senza apertura al passato, non c’è spazio pubblico senza interruzione del circuito economico, non c’è spazio pubblico senza ospitalità.

Gaetano Lettieri si sofferma sulla prospettiva cristiana, se Montanari non avesse avuto un vissuto da cristiano, la tesi da lui stesso condotta sarebbe stata difficile da sostenere. Già il fatto di partire dalla nozione di chiesa chiusa, violata, morta, si inserisce nella dialettica cristologia di un corpo morto, un corpo patiens che aspetta un redentore, uno uomo che di nuovo surga. La chiesa è un luogo di rottura, di provocazione, di sospensione del meccanismo economico, allora non resta che chiedersi: se la deriva è di tipo economico, come si può resistere a questa deriva, con quale forza? Quale è l’identità culturale capace di auto-decostruzione? Il rilancio, l’utilizzazione delle chiese chiuse si basa sul fatto che le stesse devono essere riaperte a tutto, il problema, però, è come sia possibile portare avanti una dialettica tra memoria laica e spazi di rottura. La battaglia civile e culturale, se privata della visione apocalittica, non è appartiene essa stessa al mondo culturale? Non c’è, allora, simonia più elegante e raffinata di questa. 

Montanari risponde a questi interrogativi, evidenziando come sia difficile portare avanti un discorso sul patrimonio culturale, discorso che non si sofferma sulla sacralità dell’arte, perchè l’arte non è sacra in sé, non esiste in sé. Il punto non è la sacralità degli oggetti o dei luoghi, il punto è la dignità e la centralità delle persone, bisogna passare dalla metafora albertiana per cui l’arte è la finestra attraverso cui si vede il mondo, all’idea narcisistica per cui il patrimonio culturale rispecchia lo specchio del presente. 

Convergono, allora, la riflessione sul patrimonio cultuale e sulla cristianità.

Le chiese vuote in cui non si può più re-inserire il culto possono diventare il luogo di culto di ciò che resta umano dell’uomo: il patrimonio culturale diventa un luogo di sospensione. Le chiese sconsacrate non sono contenitori da riempire, ma dei vuoti necessari che possono ricostruire un senso, un senso funzionale in un disegno di sopravvivenza dell’umano nell’uomo.

Orwell affermava la necessità di conservare lo sguardo ingenuo, bisogna difendere sempre una parte infantile, essere nel mondo significa non essere completamente adulto, conservare una parte in cui si conservano i desideri infantili come giustizia e uguaglianza.

Le antiche chiese italiane ci chiedono di cambiare i nostri pensieri. Con il loro silenzio secolare, offrono una pausa al nostro caos. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura a tutti, contraddicono la nostra paura delle diversità. Con la loro dimensione collettiva, mettono in crisi il nostro egoismo. Con il loro essere luoghi essenzialmente pubblici sventano la privatizzazione di ogni momento della nostra vita individuale e sociale. Con la loro viva compresenza dei tempi, smascherano la dittatura del presente. Con la loro povertà, con il loro abbandono, testimoniano contro la religione del successo. Possiamo decidere che anche questi luoghi speciali che arrivano dal passato devono chinare il capo di fronte all’omologazione del pensiero unico del nostro tempo. O invece possiamo decidere di farli vivere: per aiutarci a vivere in un altro modo.

Redazione
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