GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

Medio oriente – Africa - page 3

Il caso Hamedan e il decision-making iraniano: una possibilità di cambiamento?

Difesa/Medio oriente – Africa di
I processi decisionali del sistema democratico-teocratico iraniano sono al centro dell’ultima analisi pubblicata dall’editore americano Strategic Forecast (Stratfor), nonché di un dibattito mai completamente sopito e, anzi, riacceso negli ultimi giorni dal caso della base aerea di Hamedan.
Dal 15 agosto, infatti, i caccia bombardieri Tu-22M3 dell’esercito russo hanno iniziato ad operare dal complesso militare dell’Iran centro-orientale – con scopi e obiettivi al momento non definiti pubblicamente dall’amministrazione Putin. Una prova di forza non indifferente da parte del Cremlino riguardo all’influenza in Medio Oriente in questo momento così delicato, da una parte; dall’altra, la scintilla che potrebbe innescare un dibattito quanto mai delicato nella scena politico-istituzionale della Repubblica Islamica.
4_142015_mideast-iran-nuclear-118201In questo come nella grande maggioranza dei casi, la chiamata a Mosca è stata effettuata direttamente dal Leader Supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, previa consultazione dei più stretti consiglieri militari, scelti e nominati in prima persona. L’intricato e sentito dibattito sulla questione della base di Hamedan segue, dunque, paradossalmente una decisione già presa e difficilmente revocabile, a meno di dietrofront della Guida Suprema iraniana. Proprio per questo, venti membri dell’attuale legislatura – tra cui un conservatore, ben più moderato di Khamenei, di indiscutibile caratura politica come il presidente Hassan Rouhani – hanno chiesto quanto prima una sessione di aggiornamento a porte chiuse per porre all’ayatollah numerose domande su questa situazione.
Come evidente da questa vicenda, che già ha destato clamore e sollevato malumori nel paese, il dibattito politico-parlamentare e in particolare la forza dell’organo legislativo iraniano sono facilmente scavalcabili da parte dell’Ayatollah. Il parlamento dell’Iran (Majils), nonostante una storia ultra-centenaria e ricca di successi (come l’Oil Nationalization Bill del 1951 nel settore petrolifero e il ben più recente JCPOA, l’accordo sul nucleare del luglio 2015 con l’Occidente), è in declino dalla Rivoluzione Islamica del 1979, così come lo sono i suoi poteri decisionali e di influenza.
Con il contraddittorio nelle aule di rappresentanza del Majils – arena politica molto importante per il popolo iraniano – ridotto a mera formalità, dilaga il potere del Leader Supremo e degli organi da esso direttamente composti, come il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, lo Staff Generale dell’esercito e, soprattutto, il discusso Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Proprio con quest’ultima istituzione, composta da dodici membri di fatto nominati – direttamente i sei religiosi, indirettamente i sei giuristi – dalla Guida, il parlamento iraniano ha avuto di recente rilevanti frizioni.
Il pomo della discordia tra Majils e Consiglio è la proposta, approvata la scorsa settimana dalla camera legislativa, di limitare il potere di veto dei “dodici” nei confronti dei vincitori delle elezioni, i futuri parlamentari eletti dal voto popolare – tema assai spinoso soprattutto durante la tornata elettorale del febbraio scorso per il parziale rinnovamento del parlamento. Ironicamente, e in maniera emblematica sui rapporti di potere in Iran, per entrare in vigore la coraggiosa proposta legislativa del Majils deve essere approvata dallo stesso Consiglio dei Guardiani.
La Repubblica Islamica dell’Iran è, formalmente, una repubblica presidenziale islamica: più calzante sembra, però, essere la definizione di teocrazia. Il suo, paradossale, sistema politico-istituzionale ha tuttavia finora trovato regolarmente, pur nello sbilanciamento dei poteri, situazioni di equilibrio – talvolta solide, talvolta meno. L’ultima parola è sempre del Leader Supremo, in questo momento un integralista sciita dalle posizioni spesso estreme come Khamenei – dichiaratosi nemico dell’Occidente, degli USA e di Israele e fautore della propria forma di “jihad”; a poco valgono in interni, esteri e difesa gli sforzi profusi dal presidente Rouhani e da un altro leader prominente come il portavoce del Majils Ali Larijani – il quale, come volevasi dimostrare, ha glissato con un “no comment” sul caso-Hamedan.
Tuttavia, proprio la portata della questione e la determinazione della fascia più moderata della politica iraniana potrebbero rivelarsi foriere di una possibilità di cambiamento. Khamenei, scrive Stratfor, potrebbe ritrovarsi, dopo il confronto lontano dai riflettori con Rouhani e gli altri esponenti politici, nella posizione di non poter più ignorare la pressante opinione popolare, rappresentata e mediata dal Majils, sulla presenza dei caccia russi a Hamedan. Si tratta, indubbiamente, di un banco di prova importante per i paradossali processi di decision-making dell’Iran, nonchè per gli equilibri interni e della regione mediorientale. Sarà dunque, fondamentale, capire i prossimi sviluppi della vicenda.
Di Federico Trastulli
Centro Studi Roma 3000

Benin, viaggio in un paese in bilico

Medio oriente – Africa di

Reportage dal Benin di Loretta Doro

Quando si atterra all’aeroporto di Cotonou si respira subito l’Africa, non quella turistica proposta dai tour operator delle agenzie di viaggio, con spiagge bianche e animali da zoo, ma un paese povero e pieno di contraddizioni. La folata di aria calda ti invade e il tasso di umidità, che a volte può raggiungere anche il 95%, si fa sentire.

Il Benin così poco conosciuto e cosi sorprendentemente con qualcosa da dire. Bisogna avere uno spirito di adattamento e la volontà di immergersi e capire quella realtà, senza mediazioni e propaganda turistica, nulla da riportare agli amici come tipica attrattiva “africana”.

 

Il Benin conta circa 10 milioni di persone ed è posto nell’Africa Occidentale confinante con il Togo, il Burkina Faso, Niger e Nigeria, mentre a sud si affaccia sul Golfo di Guinea, rimanendo uno dei paesi più piccoli di quella zona d’Africa.

La lingua ufficiale è il francese ereditato da un lungo colonialismo di quella nazione, il dialetto più diffuso, soprattutto nei piccoli villaggi della savana, è il fon.

La religione di stato è il vudù che convive con quella cristiana, animista e musulmana

La Capitale amministrativa e sede del Parlamento è Porto Novo, invece Cotonou è la città maggiore, considerata la capitale dal punto di vista economico e sede del Capo dello Stato e del Governo

Il Benin è un paese molto povero, privo di materie prime, per questo poco appetibile dagli investitori alla conquista di business

E’ una Repubblica presidenziale e quando viene eletto il nuovo presidente rinnova tutti i funzionari e politici portando con se tutto un entourage personale composto da amici e parenti, ma continuando a stipendiare i precedenti.

La corruzione, almeno fino al 2015 vigeva ovunque, dal piccolo favore alla grande opera, i governanti non ne fanno un mistero, negli ultimi anni il presidente si è messo in affari con la Cina, che è succeduta alla Russia e precedentemente alla colonizzazione della Francia.

Strade

L’arteria principale che collega il porto di Cotonou e che serve anche il Togo e Burkina Faso, è da anni un cantiere aperto causando disagi enormi.

Gli appalti per la costruzione di strade, negli ultimi anni sono stati completamente in mano ai cinesi facendo morire le pochissime aziende locali. Come moneta di scambio veniva usato il pregiato legno di tek, una patrimonio naturale che rischiava di essere devastata da accordi governativi scapestrati. Tutta l’attrezzatura e macchinari erano di origine cinese e i beninesi venivano considerati solo braccia per lavorare. Il rifacimento stradale non è continuativo e ogni tanto si trova la strada interrotta costringendo gli automobilisti a fare delle deviazioni improvvisate, senza indicazione alcuna per ritornare sulla strada maestra , si è costretti passare all’interno di piccoli villaggi, dove spesso si viene taglieggiati a cambio di poter proseguire. Spesso si creano degli ingorghi incredibili dovuti a camion che non riescono a darsi strada in questi passaggi sterrati strettissimi, causando di frequente risse tra gli autisti. Il tempo che ci vuole per un certo tragitto può essere anche triplicato o di più dovuto a questa mancanza di organizzazione e regole. Ci si può imbattere in taglieggiamenti anche da parte di squadre di polizia statale. Tutto ciò sembra stia cambiando, da quando, nell’Aprile 2016 è stato eletto il nuovo Presidente, Talon Patrice , importante industriale del cotone, che ha bloccato con un decreto, in attesa di una legge specifica, il commercio del legno verso i paesi stranieri, compresa la Cina, con la quale ha troncato tutti i rapporti combattendo anche molta la corruzione. I beninesi però a causa di queste limitazioni di fatto stanno subendo una crisi economica per le molte attività commerciali chiuse e per mancati salari che, anche se erano miseri, permettevano loro di sopravvivere , ma fa ben sperare che ci sia una rinascita con regole più democratiche che portino un beneficio economico anche per i poveri.

 

Il Benin ha proprio bisogno di regole e governabilità adeguata alle condizioni , a cominciare dalle strade nelle quali regna il caos più totale: non esistono diritti di precedenza, ne le più elementari regole di sicurezza, i mezzi sfrecciano in tutte le direzioni. A sinistra si trovano spesso dei camion lentissimi che vanno sorpassati sulla destra. A destra si vedono una moltitudine di moto, la maggior parte delle quali il guidatore indossa una casacca gialla che sta ad indicare il ruolo di moto-taxi chiamati Zemidjan. Ogni motorino può far salire anche 5-6 persone in modo molto precario senza la minima accortezza di protezione, solo il guidatore è obbligato a portare il casco , i passeggeri, compresi bambini molto piccoli in spalla alle madri che ad ogni curva ti viene l’istinto di correre a sorreggerli, non c’è nessuna regola . Di recente è stata destinata una corsia preferenziale, ma esiste solo nell’arteria principale delle due grandi città, le uniche strade asfaltate, tutte le altre sono sterrate con buche che sembrano crateri e segnaletica inesistente. Si vedono lungo le strade degli autocarri e camion che creano un scenario surreale, con dei carichi sporgenti fino all’inverosimile ed essendo molto datati sono spesso in avaria, dove si rompono rimangono anche per una settimana intera prima di venire spostati incuranti se quella sosta avvenga in mezzo alla careggiata e in luogo pericoloso per gli altri automobilisti. Lo smog è a livelli altissimi causato dalla grande concentrazione di veicoli lenti e molto vecchi che sputano dai tubi di scappamento del fumo nero e denso. Anche il suono dei clacson è assordante: ci sono svariati motivi per suonarlo; per salutare, per offendere, per sorpassare, per svoltare.. qualsiasi comunicazione tra autisti viene fatta con questo mezzo assordante, è estremamente difficile per chi non è abituato, guidare in mezzo a questo caos, sembra che in questo paese la regola sia non avere regole. Questo lo si può constatare guardando lungo le strade dove avvengono la maggior parte delle attività giornaliere degli abitanti ciò significa dormire, mangiare, cucinare, urinare, pettinarsi, vendere ogni tipo di oggetto e di alimento coperto da una coltre di sabbia e di insetti, per noi europei è proibitivo assaggiare qualsiasi cosa a loro commestibile tranne qualche banana appena colta, togliendone con molta cautela la buccia. Se si vuole intraprendere un viaggio in pullman ci si può recare nella grande piazza di Cotonou, con una stella rossa come monumento centrale, dove regna una grande confusione e senza indicazione alcuna è molto difficile per noi comuni europei, infatti ci si può trovare ad essere gli unici bianchi in mezzo a tutte persone di colore. L’autista parte quando una specie di controllore con un frustino in mano cerca di scacciare le persone che vogliono salire, significa che il pullman è esaurito, sembrano scene irreali, ma a guardarli in faccia e non vedendo nessun stupore, ma solo un disappunto di non poter salire, fa pensare che per loro sia “normale”. Il viaggio poi si rivela molto faticoso e folcloristico, con persone che ad ogni fermata salgono con dei cellulari per farti fare una telefonata a pagamento o delle donne con in testa enormi cestoni che vogliono venderti a tutti i costi, frutta e bibite dissetanti, si perché dopo qualche kilometro l’aria condizionata “sparisce” sostituita da umidità, odori e caldo. Per i viaggi medio lunghi sono previste anche fermate pipì-stop, dove uomini o donne indistintamente scendono e fanno i loro bisogni lungo la strada. Non ci sono limitazioni di comportamento per i passeggeri, si può mangiare, pregare, sentire la radio altissima che unito al caldo e ai dossi che sembrano dei valichi appuntiti che da un momento , pensi, faranno perdere qualche ruota, crea un disagio enorme. Però se si vuole cambiare mezzo di trasporto, si può optare per un taxi ! Autoveicoli fatiscenti spesso con dei copri sedili di finta pelliccia, naturalmente senza aria condizionata, con passeggeri a volontà, fatti salire appiccicati come sardine, con autisti esagitati, incuranti di qualsiasi minimo codice stradale e ti senti precariamente in mano alla provvidenza.

Mercati e piccolo commercio

L’attività di piccolo commercio è l’unica fonte di reddito per sopravvivere e qualsiasi prezzo va contrattato con molto veemenza

Si trova di tutto, dal cibo alla benzina, dai telefonini alle poltrone, praticamente ogni cosa. Ci sono anche dei mercati permanenti dove si può trovare tutto ciò che serve alla loro vita quotidiana, ma le strade sono un serpentone di bancarelle improvvisate con “commessi” di tutte le età dai bambini piccolissimi a vecchi, a donne che ad un certo punto si mettono a cucinare e a pettinare o far fare i propri bisogni ai bambini più piccoli, con un miscuglio di odori a volte insopportabile, la loro vita praticamente la svolgono in strada, senza una dimensione privata mettendo in condivisione e visione ogni aspetto delle esigenze quotidiane.

Il Vudù

Spesso lungo le strade secondarie si notano degli oggetti vicino a fuochi spenti e oggetti vari, come teste di cane o di pollo, bamboline di pezza, antiche maschere o semplicemente oggetti bruciati: sono i feticci rimasti da recenti riti vudù.

Il Vudù è nato in Benin, poi portato soprattutto in Brasile e Haiti attraverso gli schiavi. La si ritiene una delle religioni più antiche del mondo. La religione vuduista attuale combina elementi ancestrali estrapolati dall’animismo tradizionale africano che era praticato nel Benin prima del colonialismo e concetti tratti dal Cattolicesimo. Il Vudù è praticato da circa 60 milioni di persone in tutto il mondo. A differenza di quanto si ritiene, il Vudù non è solo legato alla magia nera, ma è una religione a tutti gli effetti, dotato di dottrine morali e sociali oltre che di una complessa teologia.

Ogni anno il 10 Gennaio, si celebra la giornata mondiale del Vudù. E’ una grande festa, con canti e suoni con un folcloristico corteo che parte dal santuario del dio serpente, all’interno del quale vivono centinaia di pitoni venerati, sfamati e custoditi 24 ore al giorno con sacrale attenzione. È la spiaggia di Ouidah la meta finale ad accogliere i riti, celebrazioni, travestimenti etc.. dei devoti vuudisti che accorrono da tutto il mondo.

Sfruttamento dei bambini

Chi visita il Benin deve essere pronto a capire e assorbire senza chiedersi tanti perché. Un paese poverissimo e sfruttato dai potenti, ma a sua volta sfruttatore verso i più deboli, per esempio, puoi imbatterti in accompagnatori di ciechi. La cecità è molto diffusa  causata da infezioni non curate, malattie ereditarie, punture di insetti etc.. Molti adulti ciechi benestanti, sono assistiti in tutte le loro esigenze da parte di bambini, venduti dalle proprie famiglie per pochi soldi. Questi ragazzini, vengono trattati alla stregua di schiavi, molto spesso maltrattati. È normale vedere per strada ciechi accompagnati da bambini che, essendo stati acquistati in villaggi dispersi nella savana, non hanno nessuna cognizione di dove si trovano e come accade spesso quando tentano di fuggire, non riescono a trovare la strada di casa e vagano in città fra stenti e soprusi, stessa sorte destinata quando il “padrone” muore, perché non essendo più utili vengono abbandonati al loro destino.

Nel Benin è molto diffuso la vendita dei bambini.

La povertà è il motivo per cui i bambini vengono venduti e inviati al lavoro, è un modo per alleggerire il peso sul resto della famiglia.

Questo comportamento porta allo sfruttamento, abusi e privazioni a questi ragazzi senza colpe.

Ricordiamo che in Benin è normale che una coppia abbia 8/12 figli, e che le ragazze spesso diventano mamme a 12/13 anni.

I bambini vengono acquistati per ogni tipo di lavoro e tra i più pesanti troviamo quello dello spaccapietre. Numerosi piccoli manovali si trovano a lavorare con un martello, spesso enorme rispetto alle loro manine e fin dalle primi luci dell’alba spaccano colpiscono un grosso sasso, fino a renderlo a pezzettini di pochi centimetri, usati poi come materiale edile di costruzione. Si trovano dei veri e propri cantieri fatti da piccole capanne di paglia e i bambini stanno seduti sulla nuda terra, con davanti tante bacinelle da riempire, è una tristezza vedere i loro occhi rassegnati al loro futura privo di speranza. Lo stato del Benin sotto pressioni insistenti da parte di organi mondiali che denunciavano lo sfruttamento dei bambini, ha introdotto una legge che obbliga denunciare lo schiavismo e dichiarare la destinazione dei bambini lavoratori, ma di fatto non viene rispettata e quasi per disprezzo spesso i cartelli si trovano proprio davanti ai cantieri degli schiavisti dei spaccapietre .

 

 

SCHIAVI VERSO LE AMERICHE

In Benin quando si parla di sfruttamento non può non tornare alla mente la storia della tratta degli schiavi che venivano portati nelle piantagioni di cotone nel sud America.

Il Benin è stato uno dei paesi africani più coinvolto nella esportazione degli schiavi.

I regnanti trattavano con gli schiavisti e scambiavano con oggetti anche di poco valore la vita di un uomo( es: 4 persone per 1 pipa, 12 per un fucile….)   A Ouidah nel 2000 è stato eretto un monumento chiamato “La porta del non ritorno” proprio perché le persone catturate partivano da quella spiaggia per le Americhe, imbarcati nelle navi ammassati al limite della sopravvivenza e non facevano più ritorno. È un monumento molto eloquente, visto che da un lato si vedono di spalle due colonne di schiavi che vanno verso una nave, mentre dal lato opposto le due file si vedono di fronte, evidenziando lo sguardo di rassegnazione e le catene che li legano.

 

LE PALAFITTE DI GANVIE’

Nel Benin, più precisamente nel lago di Nakouè si trova una vera e propria città su palafitte che conta circa 30.000 abitanti, si tratta di Ganvié, che significa “La comunità di coloro che finalmente hanno trovato la pace”. Il villaggio è nato nel XVIII secolo, lo si può visitare contrattando un dei proprietari di piccole imbarcazioni che sono stati accorti nel capire l’attrattiva di questo luogo per un visitatore che si trova davanti ad una storia affascinante e la curiosità stimola ad approfondire e a vedere.

Le leggende raccontano che nel 1700 la tribù dei Tofinu cercava di sfuggire ad un gruppo di guerrieri, i Fon, che battevano i villaggi vicini alla ricerca di uomini da vendere come schiavi. Nella fuga si imbatterono in un lago vicino al mare, dove iniziarono a costruire le loro case: solo l’acqua poteva salvarli in quanto un tabù vietava ai Fon anche solo di sfiorarla. Da quel villaggio i Tofinu non si sono mai più spostati, e le poche capanne di allora sono proliferate a centinaia lungo diversi chilometri della costa. In questa città galleggiante, le condizione igienico-sanitarie sono allarmanti: si trova sporcizia ovunque e si vedono bambini frugare tra le immondizie assieme agli animali. gli indigeni che vivono la loro vita spostandosi da una palafitta all’altra con delle piccolissime imbarcazioni, anche solo per andare a trovare un amico in improvvisati bar o acquistare in altrettanti negozi galleggianti, nelle piccole porzioni di terra ferma convivono scrofe e bambini, sacchetti di plastica, tanti, segno del progresso , se ne vedono a grandi quantità in tutto il Benin dalle città ai paesini sperduti o in questi città galleggianti . Qui la vita sembra anche ben organizzata, ogni giorno molte donne con tanti piccoli figli attorno e sempre uno appeso alla schiena, percorrono circa 8 kilometri per andata e 8 per il ritorno, remando sopra piccole piroghe, per raggiungere il mercato permanente di Abomay dove possono comperare o barattare prodotti per la loro sopravvivenza. Sembra impossibile che così tante persone vivano in queste precarie condizioni. Gli uomini, anche in questa città galleggiante, come in tutto il Benin, generalmente non lavorano e spesso si possono vedere ubriachi appoggiati agli alberi o a dormire lungo le strade.

Visitando il Benin molte certezze sull’umano vacillano, ma la voglia di capire e di aiutare deve superare le proprie paure e ritrosie morali.

Un viaggio che fa riflettere e mette a dura prova la resistenza fisica e psicologica, ma ci si deve lasciare guidare da odori, sapori e colori di storia tutta da scoprire.

 

 

Loretta Doro

 

 

 

Egitto: torture e sparizioni, la denuncia di Amnesty

Medio oriente – Africa/Report di

L’eco della vicenda legata a Giulio Regeni non si è ancora spenta. La sorte dello studente italiano, torturato e ucciso ad inizio 2016 dalle forze di polizia egiziane, è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ha cambiato presidente, da Mubarak ad al Sisi, ma non è cambiato nella sostanza. Arresti arbitrari, detenzioni, sparizioni forzate persino di minori, torture con la complicità dei pubblici ministeri: è questo l’esito del report “Ufficialmente non esisti” pubblicato da Amnesty International il 13 luglio 2016.

Il rapporto di Amnesty si sofferma sulla escalation della repressione da parte del presidente al Sisi a partire dalla defenestrazione di Morsi nel luglio 2013: “Decine di migliaia di persone sono state detenute senza processo o condannate a pene detentive o di morte, molte dopo processi gravemente iniqui – si legge nel rapporto -. L’organizzazione della Fratellanza musulmana (MB), precedentemente messa al bando da Hosni Mubarak e strettamente legata al Partito della libertà e della giustizia (il ramo politico della MB in Egitto), è stata bandita e riconosciuta come organizzazione “terroristica” da parte delle autorità”.

“Negli ultimi diciotto mesi un nuovo modello di violazione dei diritti umani è diventato sempre più evidente in Egitto. Centinaia di attivisti e manifestanti politici, tra cui studenti, bambini e altri, sono stati arbitrariamente arrestati o rapiti dalle loro case o dalle strade e sottoposti a periodi di sparizione forzata da parte di agenti statali”.

 
Da SSI a NSA: nulla cambia con al Sisi
La violenta ascesa al potere di al Sisi coincide con il ripristino delle vecchie abitudini di persecuzione portate avanti dal predecessore Mubarak. Gli agenti del SSI (Servizi d’indagine per la sicurezza dello stato), bersaglio della Rivoluzione Egiziana del 2011, passano in larga parte alla NSA (Agenzia per la sicurezza nazionale): “La NSA è diventata la principale agenzia responsabile di arresti illegittimi o arbitrari, detenzioni e sparizioni forzate da quando il presidente al-Sisi ha nominato Magdy Abdel-Ghaffar, un ex alto ufficiale sia ai SSI sia alla NSA, ministro dell’Interno nel marzo del 201512 . Secondo gli avvocati delle vittime di sparizioni forzate e altri crimini, il ministro dell’Interno sembra aver adottato quella che essi descrivono come ‘una mentalità da NSA’ in virtù della quale la NSA ha praticamente carta bianca nel prendere di mira coloro che ritiene siano collegati alla Fratellanza musulmana o simpatizzanti di Mohamed Morsi e che potrebbero organizzare proteste o altre azioni contro il governo e di fatto le è consentito di non rispettare la legge e di commettere abusi impunemente”.

 
Arresti e detenzioni: le cifre
“Secondo il governo, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi 22.00013 sospetti nel 2013 e nel 2014, compresi circa 3.000 leader e membri della Fratellanza musulmana di livello alto e intermedio14. Nel 2015, secondo il ministero dell’interno, le forze di sicurezza hanno arrestato quasi altri 12.000 sospetti,15 per lo più membri della Fratellanza musulmana e sostenitori di Mohamed Morsi, compresi studenti, accademici, ingegneri, medici, operatori sanitari e altri. Altre centinaia di persone sono detenute dopo essere state condannate a morte, tra cui l’ex-Presidente Mohamed Morsi, i suoi sostenitori e capi della Fratellanza musulmana”.

Ma un capitolo a parte è da riservare alle sparizioni forzate, definitE dalla Convenzione ONU del dicembre 2006 come “l’arresto, la detenzione, il sequestro o qualsiasi altra forma di privazione della libertà che sia opera di agenti dello Stato o di persone o di gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o la acquiescenza dello Stato, seguita dal rifiuto di riconoscere tale privazione della libertà o dall’occultamento della sorte riservata alla persona scomparsa e del luogo in cui questa si trova, sottraendola così alla protezione della legge”.
Il tema delle sparizioni forzate ha coinvolto sia maggiorenni sia minorenni, sottratti, in alcuni casi, anche due volte dalle loro famiglie.

Amnesty International “non è in grado di stabilire il numero esatto di vittime di sparizioni forzate ad opera delle autorità egiziane dall’inizio del 2015, né è possibile specificarne la cifra attuale. Per loro natura, i casi di sparizioni forzate sono particolarmente difficili da identificare e documentare a causa del segreto d’ufficio che li circonda e per il timore di alcune famiglie di esporre involontariamente i detenuti a un pericolo maggiore denunciandone la sparizione forzata a Ong per i diritti umani, ai media o ad altri. Tuttavia, alla luce della documentazione e dei dati forniti da diverse Ong e gruppi per i diritti egiziani, è evidente che diverse centinaia di egiziani siano stati vittime di questa pratica fin dall’inizio del 2015, con una media di tre-quattro persone oggetto di sparizione forzata ogni giorno a partire dall’inizio del 2015. L’NSA generalmente prende di mira presunti sostenitori di Morsi e/o della Fratellanza musulmana; la maggior parte dei quali di sesso maschile, con età compresa tra i 50 e i 14 anni. Si tratta principalmente di studenti, accademici, attivisti, critici pacifici e manifestanti, ma anche familiari di persone che vengono considerate ostili al governo. Diversi avvocati hanno riferito ad Amnesty International che quasi il 90% di chi scompare alla fine viene processato attraverso il sistema di giustizia penale”.

Tra i molti casi denunciati all’interno del report, uno dei più emblematici riguarda la famiglia Farag, dove padre e figlio sono stati sequestrati per oltre 150 giorni: “Dopo aver bendato e ammanettato Atef Farag e quattro dei suoi figli che erano in casa, gli agenti della Nsa interrogarono i figli sulle loro attività religiose, chiedendo tra l’altro quali moschee frequentassero, e quindi fecero salire Atef Farag e suo figlio Yehia su un pulmino bianco senza targa e partirono verso una destinazione che si rifiutarono di rivelare”.

E ancora: “In una comunicazione del 16 novembre 2015, la polizia rese noto al procuratore che Atef e Yehia Farag erano trattenuti dalla Nsa, eppure il rapporto investigativo ufficiale della Nsa presentato quando i due uomini apparvero per la prima volta dinanzi al procuratore per la sicurezza di stato il 3 gennaio 2016 indicava come data di arresto il 2 gennaio 2016, affermando che essi avevano trascorso solo 24 ore in stato di detenzione prima dell’interrogatorio del procuratore, mentre in realtà erano nelle mani della Nsa da più di 150 giorni. Dopo averli interrogati, il procuratore per la sicurezza di stato li ha formalmente accusati e ne ha autorizzato la detenzione per 15 giorni, in seguito più volte rinnovata. A luglio 2016, sono entrambi rinchiusi nel carcere di Tora Istiqbal in attesa di giudizio”.

 
Ripetute violazioni dei diritti umani
“Diversi metodi di tortura vengono descritti dalle vittime e dai testimoni, tra cui l’applicazione di scariche elettriche sulle aree sensibili del corpo, come genitali, labbra, orecchie e denti, la sospensione prolungata per gli arti, abusi sessuali, tra cui stupro, percosse e minacce. Alcuni detenuti hanno descritto di essere stati sottoposti alla posizione della “griglia”: fatti ruotare mentre avevano una barra inserita tra le braccia e le gambe legate, tenuti in equilibrio tra due sedie. Molti di questi metodi di tortura sono gli stessi o simili a quelli usati dai Ssi contro i detenuti durante gli anni di Mubarak”.

 
Conclusioni
Quello che è evidente è che esiste un sistema, quello giuridico-istituzionale, ben lontano non solo da quella secolarizzazione chiesta da gran parte della popolazione nel 2011, ma dal rispetto dei più basilari diritti sanciti a livello internazionale. Così come la separazione tra il potere esecutivo e quello giudiziario, messa nero su bianco sulla costituzione, ma smentita nei fatti: “L’insabbiamento da parte dei procuratori delle violazioni commesse dalla NSA è dovuta alla mancanza di indipendenza dell’ufficio del Pubblico ministero dal potere esecutivo”.

La richiesta di Amnesty International e di altre ONG al presidente egiziano al Sisi di fermare il ricorso alle sparizioni forzate e alle torture probabilmente non troverà riscontro. Il ruolo geopoliticamente cruciale de Il Cairo, storico sul fronte israeliano, di stretta attualità sul fronte libico, ha influenzato e continuerà ad influenzare gli attori internazionali, in primis quelli europei.

Se il caso Regeni ha raffreddato i rapporti con Roma, con Parigi, in questa prima parte di 2016, i rapporti economici e militari si sono più che rafforzati, anche e soprattutto in chiave libica: il sostegno francese ufficiale al governo Serraj va di pari passo con l’appoggio di una parte delle forze speciali transalpine all’azione del generale Haftar e del suo partner estero principale, l’Egitto, contro lo Stato Islamico.

CAR, ex Seleka attaccano Ngaundaye

Medio oriente – Africa di

I gravi fatti dei giorni scorsi nella Repubblica Centroafricana sono la dimostrazione di quanto sia critica la situazione nel paese. Sono i missionari cattolici che dal villaggio ci Hanno informato su quanto è accaduto nei giorni scorsi.

Venerdi 10 giugno una mandria di circa 1000 capi si è avvicinata la villaggio per proseguire verso Nzakoum, gli animali erano scortati da guardie armate appartenenti alla fazione Seleke.

Exif_JPEG_420Il gruppo si accampa a soli 3 kilometri dal villaggio e la mattina successiva alcune delle guardie armate si avvicina al villaggio e al posto di blocco della gendarmeria ottengono il permesso di entrare in città ma al loro arrivo alla stazione della polizia gli viene intimato di registrare le armi.

Gli uomini Seleka si trovano circondati dai gendarmi e da alcuni elementi Anti – Balaka e qui soppia il primo scontro a fuoco che provoca la morte di 7 delle 8 guardie della scorta alla mandria che fugge dopo aver visto uccidere senza pietà i propri compagni. Tutto questo accade alle 10.30 del mattino del sabato dando il via alle violenze.

Le truppe Minusca della zona dichiarano di aver salvato dal linciaggio altri tre elementi della scorta alla mandria, che rubata in Ciad stava trasitando per la Repubblica Centrafricana con l’obiettivo di essere venduta in Camerun, da quel momento nelle 18 ore successive si sono sentiti sparare moltissimi colpi di armi leggere.

Exif_JPEG_420Domenica e lunedi passano con una relativa calma e registrando l’assenza dei gendarmi che sembrerebbero essere andati ad accompagnare i loro feriti in ospedale.

La situazione precipita martedì 14 quando circola la notizia che un gruppo armato di ex –Seleka si avvicina al villaggio scatenando il panico nella popolazione che comincia ad abbadmdonare le case e in molti si rifugiano presso la locale missione cattolica. Altri vengono scortati dalle truppe della missione MINUSCA verso il confine lasciando la città quasi deserta.

Lo stesso giorno finalmente arrivano da Bangui tre camion di rinforzi della polizia ben armati con circa 30 uomini vedendo i quali la popolazione acquista una certa fiducia e rientra in città per scoprire he gli stessi in serata lasceranno la città.

La popolazione di Ngaoundaye viene abbandonata lasciando gli ex Seleka alle porte della città. Il gruppo di fuoco degli Ex Seleka è composta da circa 60 persone ben armate e fortemente intenzionati a vendicare i loro compagni uccisi due giorni prima.

Il giorno dopo, il 15 di giugno, il gruppo entra in città, attraversa il quartiere Lapoundji, seminando terrore e feriti tra le poche persone rimaste. Immediatamente si cominciano a contare i feriti, otto tra cui donne, bambini e anziani che non potevano fuggire,

Il gruppo vuole raggiungere la stazione di polizia e nel tragitto hanno dato fuoco alle case dopo averle saccheggiate compresa la casa delle suore che però avevano già trovato rifugio presso la missione dei padri missionari.

Raggiunta la missione alcuni elementi del gruppo tentano di abbattere la porta ed entrare, lo stabile è colmo di persone che vi hanno trovato rifugio, il terrore li attanaglia in quei momenti di violenza appena fuori la porta dei padri missionari.

ils sont ariveesSolo con la minaccia di far esplodere le porte i padri aprono le porte lasciando vedere agli aggressori i bambini piangenti e le donne terrorizzate. I padri ingaggiano una trattiva con quello che sembra il capo degli ex- seleka, solo l’arrivo di due mezzi della missione MINUSCA evita il peggio. Gli uomini armati si allontanano velocemente prima dell’arrivo delle truppe ONU.

Mentre nella stazione di polizia si avvia una trattativa tra il leader degli Ex – Seleka e il comandante del reparto Minusca, Padre Benoit della missione riesce fare un giro in città a bordo di un auto dell’ONU e riesce a vedere lo strazio dei morti e dei feriti tra le case bruciate dal gruppo di guerriglieri.

Dopo l’installazione delle forze di Interposizione della Missione delle Nazioni Unite il gruppo armato ha lasciato la gendarmeria e si sono stabiliti nelle case di una ONG Danese la RDC.

 Nel pomeriggio dello stesso giorno il gruppo armato è uscito dal paese e hanno preso la via del ritorno verso le montagne.

Il 18 giugno arrivano in città due camion di Peacekeepers che si installano presso gli edifici scolastici e finalmente la popolazione può respirare, ma allo stesso tempo i Seleka dalla loro base minacciano di tornare se non verranno pagati 55 milioni di riscatto a risarcimento altrimenti torneranno in città.

Sebbene la missione ONU abbia rilasciato dichiarazioni seocndo le quali la sicurezza è stata ristabilita è evidente che la situazione è molto critica e l’attacco dei giorni scorsi ha dimostrato la capacità operativa e di fuoco dei gruppi armati nella zona.

 

 

Libano, European Commision Directorate for Neighbourhood and Enlargement visita il paese

Una delegazione del Comitato Politico e di Sicurezza (PSC)dell’Unione Europea, che includeva il Presidente del Comitato e i 28 ambasciatori rappresentanti i Stati Membri dell’UE all’interno del PSC, il Presidente del Comitato Militare dell’UE, il rappresentante della Commissione europea presso il PSC e il Vice Direttore Generale dell’European Commision Directorate for Neighbourhood and Enlargement è venuta in visita in Libano.

La delegazione ha incontrato il portavoce del Parlamento libanese, Nabih Berri, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Tamman Salam e il Ministro dell’Interno, Nouhad Machnouk; all’incontro ha fatto seguito l’intervento delle forze armate libanesi che hanno illustrato la situazione del paese con un particolare focus sulla sicurezza e sulle loro relative operazioni in atto.

AREA DI CRISI – Il ruolo della Russia nella crisi Mediorientale

Medio oriente – Africa/Video di

IL RUOLO DELLA RUSSIA NELLA CRISI MEDIORIENTALE

Prima puntata del WebFormat “AREA DI CRISI” settimanale di approfondimento di EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE. In studio Alessandro Conte, direttore di European Affairs Magazine, intervista il Professor Antongiulio de Rubertis, Professore Ordinario dell’Università di Bari e docente della Scuola di relazioni Internazionali dell’università Statale di San Pietroburgo.

%CODE1%

CREDITS

AREA DI CRISI – settimanale di european affairs –

CONDUCE: alessandro conte, direttore european affairs magazine –

REDAZIONE: giacomo pratali, paola fratantoni, paola longobardi, giada bono – SEGRETERIA DI REDAZIONE: giacomo pratali –

MUSICA SIGLA: per gentile concessione di francesco verdinelli –

REGIA: tino franco –

IMMAGINI: nel blu studios –

MONTAGGIO: daniele scaredecchia –

REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON :

EUROPEAN AFFAIRS MAGAZINE – www.europeanaffairs.media

NEL BLU STUDIOS – www.nelblustudios.com –

EDITO DA: Centro Studi Roma 3000 – www.roma3000.it

Tunisia, la (non) svolta di Ennahda

Il X congresso del partito sancisce la fine dell’islam politico e la nascita dell’islam democratico. Si tratta del primo caso al mondo in cui una formazione politica di matrice islamica rinuncia alla “dawa”. Tuttavia il nuovo corso intrapreso dal movimento guidato da  Rashid Ghannoushi rischia di rivelarsi controproducente.

Rashid Ghannoushi, 74 anni, leader del partito islamico tunisino Ennahda prende la parola: “Le primavere arabe non hanno portato solo l’inverno dell’Isis: oggi a Tunisi comincia l’estate delle democrazie musulmane!”.

Davanti ai 13.000 sostenitori ed i 1.200 delegati riunitisi Stade Olympique de Rades, 20km dalla capitale, l’ex professore di filosofia, rientrato nel 2011 in patria dopo 20 anni di esilio a Londra, continua: “L’Islam politico non ha più alcuna giustificazione in Tunisia. Ci occuperemo solo d’attività politica, non di religione. Sarà un bene per i politici, che non saranno più accusati di strumentalizzare la religione. E lo sarà per la religione, mai più ostaggio della politica».

Le parole appena pronunciate chiudono i lavori del terzo ed ultimo giorno del X Congresso nazionale del del movimento leader dei moti del 2011 dove, con votazione finale, l’80.6% dei delegati si è espresso in favore dell’abbandono definitivo della dawa, ovvero la definitiva separazione dell’attivismo politico dalle attività religiose in seno a questo; per la prima volta un partito di matrice islamica rinuncia all’Islam politico.

Tale révirement non arriva come un fulmine a ciel sereno. L’intenzione di intraprendere un nuovo corso era già stata annunciata il 19 maggio, dalle colonne del quotidiano francese Le Monde. In tale occasione il  presidente del partito, intervistato, aveva affermato: “dopo la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 e l’adozione nel 2014 della nuova Costituzione – ha detto Ghannoushi – in Tunisia non c’è più’ alcuna giustificazione per un movimento che si richiami ad un Islam politico”.

Parlare di “svolta”, tuttavia, è fuorviante. Ennahda ha infatti intrapreso, sin dal 2011, un percorso di istituzionalizzazione e de-radicalizzazione che l’ha resa un attore politico di primo piano, parte integrante della competizione politica democratica tunisina, nonché uno dei pilastri sui quali poggia il (fragile) successo della transizione democratica in corso nel paese. L’abbandono della dawa può essere vista, dunque, come la culminazione di un processo che ha luogo da ormai 5 anni; un balzo in avanti, uno strappo al più, ma non un vero e proprio cambio di direzione.

 

Restano, ad ogni modo, dubbi e criticità. Un primo nodo da scogliere sarà quello riguardante l’autenticità di tale decisione. Molti sono, infatti, gli analisti e gli opinion leaders che nutrono dubbi a riguardo, ipotizzando che quello operato da Ennahda sia soltato un atto di taqiyya, (un precetto islamico che prevede la possibilità di dissimulare o addirittura rinnegare esteriormente la fede islamica in casi eccezionali). Di tale avviso è lo stesso Mustapha Tlili, il quale, nel suo editoriale sul quotidiano Leaders, ha accusato lo stesso Ghannoushi di aver messo in scena una vera e propria “illusione”, arrivando a chiedere, come prova di sincerità, l’introduzione della separazione tra Stato ed Islam anche nella Costituzione, ad oggi prevista nel testo, ma in maniera piuttosto vaga.

È tuttavia plausibile, se si considera il pragmatismo dimostrato in questi anni dal fondatore del movimento, che tale scelta, più che un autentico ripensamento sul rapporto tra politica e religione, sia una mossa strategica. Presentandosi infatti come prima forza politica del paese e definendosi “un movimento democratico e civile” Ennahda intende avvicinarsi al Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, in un momento in cui il partito secolarista alla guida del governo di coalizione, Nidaa-Tounes, si trova ad affrontare una grave crisi interna ed un rimpasto di governo sembra ormai inevitabile.

In secondo luogo, poi, bisognerà trovare una risposta ad una questione che, nel trionfalismo con il quale i media di tutto il mondo hanno accolto “la svolta di Ennahda” sembra sfuggire al dibattito pubblico, ma sulla quale si giocherà una partita importante nel percorso verso un regime stabile e  pienamente democratico.

Accettando la competizione democratica e partecipando alle elezioni dell’Assemblea Costituente, il partito islamico ha progressivamente abbandonato le posizioni anti-sistemiche degli anni di Ben-Ali e della rivoluzione, divenendo un elemento di mediazione tra i partiti secolaristi ed i movimenti politici islamisti di stampo radicale emersi in questi anni sul territorio nazionale in un contesto sempre più polarizzato.  Sino ad oggi, dunque, il “Movimento della Rinascita” è stato, de facto, l’unica forza legittima in grado di dialogare con il nuovo salafismo, assurgendo a catalizzatore politico delle istanze islamiche provenienti dalla società civile.

A tale processo, però, è corrisposta una reazione uguale e contraria provocando molte spaccature all’interno del fronte islamico. Una parte della popolazione, soprattutto tra le fasce più giovani, non ha accettato le scelte intraprese dal partito, rimanendo su posizioni anti-sistemiche e, di conseguenza, affluendo verso gruppi più radicali.

Al tempo stesso, proprio l’inclusione della sezione tunisina dei Fratelli Musulmani ha reso possibile la progressiva marginalizzazione degli altri movimenti islamisti dal contesto istituzionale, con ciò contribuendo alla loro radicalizzazione. Il movimento Ansar al-Shari’a (AST) ne è una prova. Questo, infatti, dopo i moti del 2011, in un primo momento non era andato contro le istituzioni tunisine; con la progressiva integrazione di Ennahda nelle dinamiche istituzionali ed in seguito alle repressioni operate nei suoi confronti dal governo, da un lato ha visto allargarsi le sue fila mentre, dall’altro, è andato incontro ad una ulteriore radicalizzazione.

Alla luce di quanto detto pare lecito domandarsi se lo strappo operato durante l’ultimo congresso non possa portare ad effetti controproducenti. L’abbandono della dawa da parte di Ennahda lascia scoperta una matrice culturale e politica di primaria importanza nella società tunisina alla quale, dal 2011 ad oggi, il partito di Ghannoushi ha garantito un’espressione moderata. La “svolta di Ennahda” lascia dunque un vuoto che dovrà essere colmato, ma da chi?

Sebbene il 73% dei tunisini si sia espresso a favore della separazione tra stato e religione, vi è comunque una fetta importante della popolazione che, non condividendola, potrà trovare forme di rappresentanza dell’Islam politico solo in partiti assai più radicali, non essendo presente sul territorio tunisino un’altra forza islamista moderata. Ne consegue che, se da un lato i Fratelli Musulmani tunisini, magari memori dell’esperienza dei cugini egiziani, hanno preso definitivamente le distanze dai movimenti estremisti,  dall’altro quella che, più che un vero ripensamento, potrebbe essere una scelta strategica per porsi alla guida dell’esecutivo in caso di deposizione dell’attuale primo ministro Habib Essid,  invece di  portare ad un’ulteriore stabilizzazione del sistema politico in Tunisia rischia di rafforzare proprio quelle forze che vorrebbero destabilizzarlo.

Di Tommaso Muré

Sud Sudan: ombre sul medio-lungo periodo

Medio oriente – Africa di

L’accordo per il governo di unità nazionale siglato il 26 aprile non può lasciare tranquilli. I tre anni di guerra civile hanno lasciato lunghi strascichi in Sud Sudan. Il ripetersi delle violenze del passato è un pericolo effettivo, vista soprattutto l’imponente militarizzazione della capitale Juba.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
16 ministri appartenenti all’etnia Dinka, 10 alla Nuer e 4 dai restanti gruppi del Paese. Sono questi i termini numerici dell’accordo per il governo di unità nazionale siglato lo scorso 26 aprile, sotto l’egida degli Stati Uniti. I negoziati per gli accordi di pace iniziati lo scorso agosto, che ha riportato al suo posto l’ex vicepresidente Machar al fianco del presidente Kiir, sono giunti ad una conclusione.

Tre gli anni di guerra civile, da quando, nel 2013, Kiir accusò Machar di golpe. Tre anni forieri di scontri tribali, interetnici, sfociati perfino nella vicina Etiopia, come il 17 aprile scorso, presso un campo profughi a maggioranza Nuer. Un accordo che prevede la coabitazione tra i due ingombranti leader per i prossimi 30 mesi, almeno fino alle prossime elezioni.

Ma le drammatiche cifre prodotte da questi tre anni di guerra civile rendono molti osservatori internazionali scettici di fronte alla durata sul medio-lungo periodo di questo esecutivo. Dal punto di vista economico, l’inflazione è salita fino al 240%, mentre il PIL nel 2015 ha registrato un -5,3%.

Dal punto di vista militare, come denunciato dal magazine Afk Insider, il Paese è ancora ben lontano da quella smilitarizzazione prevista dall’accordo tra le parti. Ben 1,500 ribelli combattenti, infatti, sono tuttora presenti nella capitale Juba, mentre addirittura 30,000 sono le truppe dell’esercito governativo.

Infine, il punto di vista umanitario. Come denunciato da Nazioni Unite e organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere, la situazione sanitaria, come prevedibile, è gravemente precaria. Lo scontro tra le fazioni del Sud Sudan ha raddoppiato, quando siamo giunti alle porte dell’estate, le persone senza cibo né acqua, arrivate a 5,3 milioni. Mentre, come sottolineato dall’ultimo report ONU, 1,69 milioni di persone sono sfollate dentro i confini, mentre 712 mila negli Stati confinanti.

Ma la crisi umanitaria riguarda anche i bambini-soldato e le donne vittime di stupro. Come denunciato nella conferenza al termine della quattro-giorni dell’United Nations Special Representative on Sexual Violence in Conflict a Juba, la violenza sessuale in Sud Sudan deve essere combattuta con gli strumenti giudiziari opportuni: “I positivi accordi di pace richiedono che i crimini di violenza sessuale siano monitorati, tracciati e riportati e che siano giudicati da un organo giuridico tradizionale”, ha sottolineato la rappresentanti ONU Zainab Hawa Bangura. “La mia istituzione continuerà il suo sostegno al SPLM e SPLM-IO per sviluppare piani d’azione, per fornire un quadro strutturato e completo attraverso il quale per affrontare i reati di violenza sessuale”, conclude.

In definitiva, il quadro politico, economico, sociale e umanitario rendono la crisi del Sud Sudan ancora viva. Il compito della comunità internazionale è di assicurare che il neonato Paese africano riesca a giungere alle nuove elezioni, previste tra 30 mesi, e che, attraverso anche un supporto di tipo economico, riescano a ripristinare tutte le quelle anomalie responsabili dello scoppio della guerra civile nel 2013.
Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

UNIFIL Libano, cambio di comando per la missione italiana

Difesa/Medio oriente – Africa di

La Brigata Sassari subentra alla Brigata Taurinense nell’Operazione Leonte al confine sud del paese.

I compiti della missione e le regole di ingaggio non cambiano ma proseguono con lo stesso livello di professionalità e impegno profuso negli anni dai contingenti italiani nell’ambito della missione ONU denominata UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon).

20160418 ToA JTFL Sector West-269Al comando della Brigata Sassari il Generale di Brigata Arturo Nitti che subentra al Generale Franco Federici comandante della Brigata Taurinense.

Anche se la Brigata “Sassari” è alla sua prima missione in Libano con i colori delle Nazioni Unite ha una grande esperienza sul campo, presente negli anni sui diversi scenari operativi internazionali ha accumulato una grande esperienza operativa che sarà utile in un contesto come quello libanese che vive da anni una situazione di tregua con il vicino Israele ma che necessità di un altissimo livello di professionalità e attenzione per non far infiammare nuovamente il conflitto.

La situazione internazionale non aiuta il mantenimento della stabilità, il Libano soffre al nord di infiltrazioni da parte dell’ISIS, come dimostrano i recenti arresti da parte delle autorità nazionali, oltre alla crisi umanitaria provocata dal sempre crescente numero di profughi siriani ospitati anche nei campi profughi presenti nella zona di competenza della missione UNIFIL.

Durante la cerimonia di cambio di comando il Generale Portolano, Capo missione e comandante delle forze UNIFIL ha indicato come fondamentale il ruolo degli italiano come ambasciatori di pace e sottolinea come la missione conclusa dalla “Taurinense” sia stata “caratterizzata dalla condivisione di un progetto comune realizzato attraverso il dialogo con la popolazione e le sue istituzioni e” continua il Generale “come Il consenso sia stato alla base di ogni attività condotta dagli alpini del contingente italiano grazie ai quali è stata incrementata l’efficacia delle attività operative per il mantenimento della stabilità dell’area e la fiducia della popolazione libanese nei confronti di Unifil. “

IMG_9791L’attività di peacekeeping nella missione Leonte è il pilastro fondamentale della missione, la raccolta di consenso da aprte della popolazione permette una operatività sul territorio fondamentale per il mantenimento della pace.

La missione LEONTE è caratterizzata da un mix di attività cinetiche come il pattugliamento del territorio e il controllo di mezzi e persone con l’obiettivo di impedire il movimento di armi e incidenti lungo la Blue Line.

%CODE1%

Alessandro Conte
0 £0.00
Vai a Inizio
× Contattaci!