GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa - page 5

Regeni e il depistaggio del governo egiziano

Continua ad infittirsi il giallo legato alla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni. L’ammissione da parte di tre fonti di intelligence egiziane, secondo cui il 28enne sarebbe stato arrestato per il suo comportamento impertinente nei confronti delle forze dell’ordine e, soprattutto, perché sospettato di essere una spia a causa dei suoi contatti con la Fratellanza Musulmana e il Movimento di Sinistra 6 Aprile, sono state smentite il 15 febbraio dal Ministero dell’Interno de Il Cairo che tramite, l’agenzia stampa Mena, nega “che il ragazzo sia stato imprigionato dall’autorità di sicurezza prima della sua morte”.

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Innanzitutto, i dati certi. L’autopsia ha evidenziato segni di tortura sul corpo di Regeni, tra cui sette costole rotte e scosse ai genitali.

Ma quello che è emerso nelle ultime 48 ore è una dicotomia tra quanto riportato dalle testate internazionali come New York Times e Reuters e italiane come Corriere della Sera e La Repubblica, e dalle autorità egiziane. Aldilà della smentita da parte del governo, è chiaro che in atto ci sia un tentativo di sviare le indagini.

Oltre a non chiarire le circostanze della scomparsa di Regeni, alcune testimonianze, ritenute attendibili in un primo momento, cozzano con quanto riferito sia dalle stesse fonti dell’intelligence, intervistate separatamente e in forma anonima dal New York Times, sia dalle riprese delle telecamere dei negozi che avrebbero ripreso l’arresto del 25 gennaio scorso.

Come rivelato dai tre testimoni dei servizi, l’interesse crescente di Giulio nei confronti delle attività sindacali egiziane, osteggiate dal presidente Al Sisi, avrebbero indotto le autorità locali a pensare che il ricercatore italiano fosse una spia.

Insomma, egli sarebbe finito in un affare più grande di lui. Secondo il Corriere della Sera, nel mese di dicembre, l’Università di Cambridge, presso la quale Regeni era dottorando, avrebbe chiesto allo studente di intensificare le ricerche all’interno del sindacato e dei movimenti di opposizione al regime di Al Sisi. Per questo motivo, le ultime settimane di vita del ragazzo sarebbero state contraddistinte dalla partecipazioni alle riunioni di tali movimenti e alla conoscenza di personalità sia sindacali sia appartenenti alla Fratellanza Musulmana.

Questo il movente che ha probabilmente generato, nelle autorità egiziane, il sospetto che Regeni fosse una spia: “Dopotutto, chi viene in Egitto a studiare i movimenti sindacali?” ha rivelato un funzionario dell’intelligence.

In più, gli eventi strettamente legati alle ore che hanno riguardato la scomparsa dell’italiano. Come già scritto, alcune testimonianze, ritenute inizialmente credibili, secondo cui Regeni sarebbe stato portato via da due poliziotti, sono state smentite dalla chat di Facebook risalenti proprio al 25 gennaio. Qui, il ragazzo parla alla fidanzata e al professore due ore dopo la presunta cattura da parte della polizia.

Una cattura che probabilmente è avvenuta. Ma legata a tempistiche e a protagonisti differenti. E, soprattutto, con uno stile di vita che, con ogni probabilità, aveva messo i servizi segreti egiziani sulle tracce di Giulio Regeni ben prima del 25 gennaio, giorno della sua scomparsa.
Giacomo Pratali

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Libia: nuovo quartier generale del Daesh?

Medio oriente – Africa di

La lente d’ingrandimento puntata sulla Siria, divenuto terreno di scontro della rediviva guerra fredda tra USA e Russia, sta facendo il gioco dello Stato Islamico in Libia. Mentre Turchia e Arabia Saudita preparano l’intervento di terra in Medio Oriente, il quartier generale del Daesh si sta spostando. A dirlo, sono i numeri.

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Secondo le ultime rilevazioni statistiche, ci sarebbe un’inversione di tendenza rispetto al numero di militanti presenti in Siria e Iraq e in Libia. Nel primo caso, le stime parlano di 15-25 presenze, con un calo di 20-30 mila rispetto alle ultime variazioni. Nel secondo caso, invece, il numero totale, 5-6 mila, è ancora inferiore, ma l’aumento nell’ultimo anno si è aggirato attorno ai 2-3 mila.

Molteplici i possibili fattori dovuti a questa inversione di tendenza. Primo fra tutti i caduti di guerra a seguito dei raid nel Paese retto da Assad. Morti che hanno probabilmente causato diserzioni e la conseguente scelta, da parte dei foreign fighters di una meta meno a rischio, per il momento, come la Libia.

Numeri che portano a due riflessioni. Come rilanciato da molti analisti, la crescita numerica dell’Isis in Libia non avrà particolari ripercussioni sui possibili futuri attacchi terroristici in Europa. Quella attraverso la Siria rimane una rotta più sicura non solo per i rifugiati, ma anche per gli stessi jihadisti. E difficilmente i vertici del Califfato rischieranno i loro uomini addestrati attraverso la rotta meno sicura per raggiungere l’Europa, cioè quella attraverso il Mediterraneo meridionale.

Discorso contrario, invece, per quanto riguarda la radicalizzazione stessa del Califfato. I riflettori della comunità internazionale puntati sulla Siria, uniti alla cronica lentezza di un governo di unità nazionale a Tripoli, stanno rendendo la Libia la nuova roccaforte dello jihadismo.

A Sirte, dove ha sede il quartier generale. A Bengasi e in altri centri metropolitani del Paese, dove il Daesh, così come fatto in Siria e Iraq, sta concentrando le proprie forze.

I continui appelli lanciati nelle ultime settimane dalle varie autorità italiane affinché si formi al più presto un nuovo governo, sembrano essere caduti nel vuoto, al netto dell’apparente interesse mostrato, ad esempio, dal segretario di Stato USA John Kerry. Un interesse che, invece, dovrebbe essere reale.
Giacomo Pratali

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Nigeria: su Boko Haram ottimismo fuori luogo

Medio oriente – Africa di

L’ottimismo manifestato dal presidente Muhammadu Buhari dopo alcune vittorie riportate dall’esercito nigeriano contro Boko Haram stride con la realtà. Le atrocità nel villaggio di Dalori, dove l’incendio appiccato dai jihadisti ha provocato la morte di circa 90 persone, compresi bambini, e il recente raid a bordo di una motocicletta sempre in un villaggio dello Stato del Borno, dove sono morte 3 persone, segnalano che la guerra nel Nord-Est del Paese non è ancora finita.

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È vero, dall’avvento del presidente Buhari nel 2015, la lotta a Boko Haram, in collaborazione con Camerun e Ciad, ha portato ad alcune battaglie vinte. L’attuale Capo di Stato infatti, a differenza del suo predecessore, il cristiano Jonathan Goodluck, viene proprio dal Nord della Nigeria ed è musulmano: fattori positivi nella lotta all’organizzazione fondamentalista.

Ma ben altri sono gli aspetti negativi. Alle vittorie e ai conseguenti, e momentanei, arretramenti di Boko Haram, non ha fatto seguito un’avanzata della Nigeria come Stato. Ovvero, a causa della mancanza di fondi, è venuta meno quella ricostruzione di case, scuole e chiese che si sarebbe potuto tradurre in una, seppur lenta, ricostruzione del tessuto sociale dello Stato del Borno.

A questo, si aggiunge l’eterna contrapposizione tra il Sud, cristiano, più ricco e sviluppato; e il Nord, musulmano, più povero e con meno infrastrutture. Una contrapposizione acuita dalle accuse fatte dalla popolazione del Nord-Est all’esercito nigeriano, accusato di rappresaglie e violazione dei diritti umani contro i civili mentre era impegnato a dare la caccia a Boko Haram.

Un malcontento su cui Boko Haram, sulla scia di quanto fatto dallo Stato Islamico in Siria e Iraq, ha fatto e fa leva per reclutare persone.

Non solo. L’ottimismo di Buhari, professato anche nel corso dell’incontro con il primo ministro italiano Renzi ad inizio febbraio, è rivelatore di una sottovalutazione dell’avversario. Un avversario che ha adottato una tattica ben precisa negli ultimi mesi. Scomparire quando è in difficoltà per poi riapparire quando le condizioni lo consentono e utilizzare con minor frequenza l’arma degli attacchi suicidi a favore dei raid.

Il tatticismo di Boko Haram unito alla ormai pluriennale guerra contro lo Stato nigeriano ci raccontano di una guerra in tutto e per tutto. Per questo motivo, alcune battaglie vinte dall’esercito, come scritto dal Financial Times, non possono fare pensare alla risoluzione del conflitto.

A testimonianza di questo, in un’intervista di Vicenews apparsa sulla HBO, un comandante di Boko Haram, rimasto anonimo, ha affermato: “Io sono dove sono le studentesse rapite nell’aprile 2015. Vuoi sapere dove si trovano? Esse non sono con noi. Se otterremo ciò che chiediamo, verranno rilasciate”. Parole di sfide, parole che chiariscono che è Boko Haram ad avere ancora il coltello dalla parte del manico nella guerra contro la Nigeria.
Giacomo Pratali

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Posticipato contratto Eurofighter Italia-Kuwait

Difesa/Medio oriente – Africa di

 

Era prevista per il 31 gennaio la firma dell’accordo tra Italia e Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter al paese arabo. Secondo fonti interne del Ministero della Difesa, il Kuwait avrebbe rimandato la conclusione dell’accordo a causa di “ritardi procedurali”. Nessuna indiscrezione circa la data del nuovo incontro.

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Il contratto segue un memorandum of understanding siglato dal ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti e il corrispettivo kuwaitiano Khaled al-Jarrah al-Sabah nel settembre 2015. In base al documento, il Kuwait si impegna all’acquisto di 28 Eurofighter Typhoon (22 modelli monoposto e 6 biposto) per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro. Arco temporale previsto 20 anni.

Il consorzio Eurofighter nasce dal lavoro delle industrie aerospaziali di quattro paesi europei: Germania e Spagna (Airbus), Gran Bretagna (BAE System) e Italia (Finmeccanica). Ma è proprio l’industria italiana ad assicurarsi il contratto con il Kuwait. Circa il 50% della commessa sarà, infatti, appannaggio di Finmeccanica, che si occuperà non solo di progettare, sviluppare e produrre il velivolo (Alenia Aermacchi), ma ne curerà anche l’avionica e l’elettronica di bordo, tramite la Selex ES.

L’accordo siglato con Finmeccanica conclude una negoziazione iniziata nel 2010, in seguito alla decisione del Kuwait di rimodernare la flotta di F-18 Hornet in dotazione alle proprie forze aeree. Inizialmente, la scelta era ricaduta sui nuovi F-18 Super Hornet di produzione statunitense; tuttavia, continui ritardi da parte degli USA nell’approvazione dell’acquisizione avevano indotto l’emirato ad optare per il programma Eurofighter. Scelta che, molto probabilmente, nasconde anche considerazioni di natura strategico-militare.

L’F-18 è un caccia da combattimento multiruolo, supersonico e bimotore, capace di trasportare bombe per combattimenti aria-aria e aria-terra. Nonostante venga impiegato per molteplici utilizzi (ricognizione aerea, supporto aereo ravvicinato, interdizione e scorta), l’F-18 si caratterizza principalmente come cacciabombardiere ed è stato introdotto nelle capacità del Kuwait dopo la guerra del Golfo.

L’Eurofighter, seppur presenti alcuni caratteri simili all’F-18 (multiruolo e bimotore), si afferma primariamente come caccia intercettore e da superiorità aerea. Più veloce e maneggevole, il velivolo è dotato di radar a scansione elettronica e avanzati sensori di navigazione, scoperta e attacco. Armamenti tecnologicamente avanzati, pensati prevalentemente per i combattimenti aria-aria, completano il profilo dell’aviogetto, che ha già dimostrato il proprio valore in diversi teatri operativi, come la Libia o i paesi baltici.

La scelta del governo kuwaitiano di puntare sugli Eurofighter sembra rispecchiare una strategia nazionale volta a rafforzare le capacità difensive delle forze armate piuttosto che puntare sugli armamenti offensivi. 28 caccia da superiorità aerea garantirebbero una maggiore sicurezza nei cieli kuwaitiani, data la capacità di intercettare velivoli nemici o illegalmente presenti nello spazio aereo del paese. Velocità e manovrabilità elevate rendono gli Eurofighter i candidati ideali per intervenire in caso di minacce imminenti provenienti dai paesi limitrofi. Considerando la posizione geografica del Kuwait e il livello di insicurezza che caratterizza il Medio Oriente oggi, la scelta di Kuwait City non sembra così inopportuna.

La fretta del governo kuwaitiano nel voler raggiungere un accordo con gli USA prima, con l’Italia poi, fa trapelare un senso di incertezza e la necessità di voler potenziare i propri armamenti nell’ottica di un peggioramento del contesto regionale. Dopo i rinvii degli ultimi mesi legati alle disposizioni circa l’addestramento dei piloti (il Kuwait ha accettato di formare i piloti in Italia e non in Inghilterra, come inizialmente richiesto), l’ultimo ostacolo da superare è l’approvazione della corte dei conti del Kuwait, che pare non abbia avuto sufficiente tempo per esaminare nel dettaglio i termini finali dell’accordo (Best and Final Offer, BAFO). Come ha sottolineato il ministro Pinotti, in un incontro tenutosi mercoledì scorso a Roma il ministro della Difesa del Kuwait ha ribadito la volontà di firmare l’accordo con l’Italia nel più breve tempo possibile.

Da canto suo, il Belpaese ha tutti motivi per tenersi stretto un simile impegno. In primo luogo, una commessa con un paese mediorientale della durata di 20 anni permette all’Italia di consolidare la propria presenza in un’area strategica e ricca di opportunità commerciali. Secondo, il contratto dona a Finmeccanica uno slancio economico non indifferente. Come sottolinea il generale Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, “la ​commessa è importante soprattutto perché consente di mantenere attive linee di produzione che invece nel tempo sarebbero andate in dismissione, consentendo di mantenere inalterati posti di lavoro e capacità di know how”. Infine, il ruolo guida giocato dall’Italia in questa sede può permettere al nostro paese da un lato di riguadagnare peso nel consorzio Eurofighter, dall’altro di sfruttare una ritrovata fiducia nelle proprie capacità per rivedere la propria posizione nei giochi internazionali.

 

Paola Fratantoni

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Assassinio Regeni: passo falso di Al Sisi?

Come migliaia di attivisti locali. Come i militanti della Fratellanza Musulmana. Giulio Regeni, lo studente italiano di 28 anni trovato morto sulla strada dal Cairo ad Alessandria, potrebbe essere una delle tante vittime, stavolta straniera, del regime di Al Sisi.

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Dopo essere scomparso il 28 gennaio ed essere stato ritrovato morto il 3 febbraio, la prima ipotesi avanzata dalle autorità locali è stata quella dell’incidente. Un’ipotesi ritenuta inverosimile fino dal primo istante, visti i segni delle violenze sul corpo del giovane ragazzo. Sospetti, adesso,che si concentrato sulla polizia locale e un movente riconducibile alla rete di contatti intrecciata da Regeni negli ultimi mesi di vita.

La salma tornerà in Italia sabato 6 febbraio, dove verrà sottoposta ad una nuova autopsia. Intanto, gli inquirenti italiani stanno collaborando con quelli egiziani, anche se il rischio di uno sviamento delle indagini è alto, come si evince dalla notizia dell’arresto da parte delle autorità locali di due sospettati, poi smentito dalla Farnesina.

“A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall’Ambasciata sia dagli investigatori italiani, siamo lontani dalla verità”, ha affermato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Originario di un piccolo paese del Friuli, dottorando di Cambridge, Regeni stava scrivendo la sua tesi sull’economia egiziana presso l’American University. Interessato al Medio Oriente e agli sviluppi socio-economici delle rivolte degli ultimi anni, era venuto in contatto con le organizzazioni
locali e aveva probabilmente partecipato ad alcune riunioni sindacali negli ultimi mesi.

Sull’agenzia di stampa locale Nena News, vicina alle posizione antiregime, su Il Manifesto, Regeni aveva scritto diversi articoli in cui parlava proprio delle forme di repressione portate avanti dal regime contro ogni manifestazione di dissenso. Ed è proprio questa attività ad avere portato i servizi egiziani sulle sue tracce.

Per questo motivo, l’italiano sarebbe stato catturato con l’intento di fargli confessare tutta la lista di nomi che gli avevano fornito le informazioni poi riportate negli articoli pubblicati. I segni della tortura rinvenuti sul corpo spingono gli inquirenti italiani ad ipotizzare che Regeni non abbia voluto collaborare con le autorità egiziane e, per questo motivo, sia stato ucciso.

Una circostanza simile a quella che ha riguardato molti altri attivisti egiziani. E conosciuta, in parte, dall’opinione pubblica occidentale, ma messa in ombra dalle violenze più mediatiche del Daesh nei Paesi vicini. Una forma di caccia al dissenso che adesso ha colpito uno studente italiano e che quindi rischia di mettere a repentaglio i rapporti tra Roma e Il Cairo.

Rapporti intrecciati su due fronti. Quello energetico, con la presenza di Eni nel Paese nordafricano. Quello geopolitico, con l’Egitto già impegnato nei raid in Libia contro le truppe del governo di Tripoli, e in difesa dell’esecutivo di Tobruk, e possibile alleato nella ormai prossima missione internazionale che potrebbe vedere proprio l’Italia a capo della coalizione ONU.

Un Egitto in cui la Primavera Araba del 2011, le rivolte di piazza, la caduta di Mubarak e l’ascesa e la destituzione di Morsi sembrano essere state risucchiate dall’avvento di Al Sisi, sostenuto tra l’altro da Arabia Saudita e Turchia, e dal ritorno ad un regime simile a quello in vigore fino a quattro anni fa. Le leggi contro il dissenso, le elezioni farsa e la persecuzione contro la Fratellanza Musulmana, in cui spicca la condanna a morte di Morsi, e la dimostrazione di potenza con l’apertura del secondo transito nel Canale di Suez, pongono l’Occidente di fronte ad un difficile bivio.

Al netto della stretta contro il Daesh in Medio Oriente e in Nord Africa da parte dell’Occidente, al netto degli interessi economici, la morte di Regeni rischia di mettere in discussione i rapporti con l’Egitto. Ma soprattutto suscita una domanda: possono Europa e Stati Uniti scendere a patti con un regime dittatoriale come quello di Al Sisi?
Giacomo Pratali

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Colloqui Usa-Turchia: accordo su tutta la linea

Medio oriente – Africa di

La visita del vice presidente statunitense Joe Biden a Ankara, ha offerto, nei giorni scorsi, una ulteriore conferma a quello che la comunità internazionale aveva già intuito da tempo. I rapporti fra Usa e Turchia sono più che mai solidi. Quello che in parte sfugge è l’operatività che i due stati hanno intenzione di intraprendere verso quello che ufficialmente viene considerato una forza nemica.

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Parliamo ovviamente di Isis. Biden, giunto in Turchia per affrontare con Erdogan proprio il tema delle azioni da intraprendere in Siria per osteggiare il Califfato, ha glissato sulla questione curda, dando di fatto ad Ankara la libertà di adottare le misure ritenute più adeguate, denunciate da un appello sottoscritto da accademici turchi.

Nel documento si fa cenno a persecuzioni e violazioni dei diritti umani inferti agli appartenenti all’etnia curda. I firmatari sono ora soggetti a indagini, controlli e persecuzioni condannati da Biden come attività antidemocratiche, ma in realtà ignorate. Come il traffico illegale continuo di petrolio iracheno e siriano fornito da Isis alla Turchia che raggiunge, sulle navi di proprietà del figlio del leader turco i mercati mondiali per sovvenzionare le attività terroristiche del Califfato. Che la Turchia sostenga il potere conquistato da Isis viene confermato dalle parole pronunciate dal capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan che in una intervista rilasciata il 18 ottobre scorso all’agenzia di stampa turca, Anadoly, ha dichiarato: “L’Emirato Islamico è una realtà e dobbiamo accettare. Non possiamo debellare una istituzione popolare e ben organizzata come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi in Occidente a rivedere il proprio modo di pensare a proposito delle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e contrastare Putin che prevede di schiacciare i rivoluzionari siriani islamisti”.

Il prossimo aprile Erdogan riceverà la guida dell’Oic, Organizzazione per la Cooperazione Islamica, fondata nel 1969 da 57 Stati membri, considerata “la voce collettiva del mondo musulmano”. Al momento sono 56 gli associati, gli stessi che hanno formato la “coalizione islamica antiterroristica” spinti dal principe saudita Salman. Tutto fa pensare che Erdogan continui, sempre con maggiore caparbietà, a perseguire il sogno di rifondare il vecchio impero ottomano. Sul suo cammino “il musulmano delle Nazioni Unite” sembra non trovare al momento ostacoli particolari. Non certamente dagli Stati Uniti, interessati più a scalzare Bashar Al Assad, premier siriano, che a contrastare efficacemente il califfato.

 

Monia Savioli

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I curdi all’Europa: riabilitate Ocalan e il Pkk

Medio oriente – Africa di

Un duplice richiamo alla Turchia, affinchè modifichi l’atteggiamento assunto sino ad ora e all’Europa, per invitarla a considerare la questione curda come politica e non terroristica. Il rapporto fra Turchia ed etnia curda è tornato alla ribalta nelle due giornate organizzate a Bruxelles nell’ambito della 12a conferenza internazionale dal titolo “Vecchia crisi-nuove soluzioni. L’Europa, la Turchia, il Medio Oriente e i Curdi” organizzata dalla Turkey Civic Commission in collaborazione con il Kurdish Institute of Brussels nella sede del Parlamento Europeo, a Bruxelles, il 26 e 27 gennaio scorso.

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Il documento di sintesi proposto al termine della due giorni in cui si sono confrontati i vari protagonisti, dal Premio Nobel iraniano Shirin Ebadi, al leader dell’Hdp curdo e membro del parlamento turco Selahattin Demirtas, ha posto l’accento su responsabilità vecchie e future. E, soprattutto, sulla questione curda, ancora drammaticamente aperta unitamente a quella degli orrori causati dalle orde del Califfato.

Il dopo elezioni di giugno in Turchia, si legge nel documento, ha riproposto gli stessi abusi inferti ai diritti umani dei curdi negli anni ’90. Un ritorno al passato sottolineato dall’introduzione di coprifuoco illegali, privazione di acqua, cibo, elettricità e medicine e dall’uccisione di civili scomodi. “Queste misure – si sottolinea nel documento – mostrano un completo disprezzo della volontà democratica del popolo”. L’appello lanciato a “movimenti sociali, sindacati, associazioni professionali, organizzazioni non governative, alleate di governo e governative, istituzioni” riguarda la chiusura delle ostilità fra curdi e turchi, riaccesasi nell’estate scorsa, attraverso la fine di assedi e coprifuoco, l’esclusione di civili e aree residenziali dagli scontri fra forze turche e membri del partito dei lavoratori di Ocalan, il PKK, il rientro di quanti sono stati costretti a fuggire e la condanna dei colpevoli delle violazioni perpetrate a danno dei diritti umani.

La fine del conflitto fra turchi e curdi può tradursi, secondo la risoluzione individuata dalla conferenza, in “un impatto positivo sulla lotta nella regione contro i gruppi jihadisti, come ISIS”. “La Turchia – si legge nel documento – deve smettere di appoggiare i gruppi jihadisti in Siria e deve impegnarsi ad essere un efficace membro della coalizione internazionale contro ISIS. Deve abbandonare le politiche anticurde e lavorare al fianco dei curdi e dell’opposizione democratica siriana per arrivare ad una soluzione politica”. L’Europa viene chiamata in causa e spronata a considerare la questione curda da un punto di vista che escluda la matrice terrorista con cui l’opera del PKK e del suo leader Ocalan è stata bollata.

“L’Unione europea – viene sottolineato – non deve limitarsi a semplici richieste di un cessate il fuoco, ma deve anche essere proattiva nel definire il percorso verso una soluzione pacifica. A questo fine, il PKK, quale parte attiva della soluzione, non deve più considerato come organizzazione terroristica”. Fra le altre richieste individuate anche il rinnovo della Costituzione turca votata nel 1980 a seguito del colpo di Stato militare, la garanzia dei diritti legati alla libertà di pensiero e di espressione, la liberazione dei civili imprigionati e la realizzazione di un corridoio umanitario al confine tra Turchia e Siria.

 

Monia Savioli

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Rohani a Roma: a rischio i rapporti con Israele?

Medio oriente – Africa/POLITICA di

 

Inizia dall’Italia il primo tour in Europa del presidente iraniano Hassan Rohani all’indomani della fine delle sanzioni internazionali sul paese. Un segno di apertura verso il mondo occidentale e di come l’Iran voglia recuperare e rafforzare i rapporti con i partner europei, in primis, appunto, l’Italia.

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Il viaggio del leader iraniano a Roma assume una triplice valenza. Dal punto di vista politico, la visita di Rohani arriva in un momento significativo per il paese e per il Medio Oriente. La fine delle sanzioni internazionali e l’accordo sul nucleare rilanciano, infatti, i rapporti della Repubblica Islamica con il resto del mondo, ponendo fine al decennale isolamento politico. Opportunità per Teheran, quindi, di contribuire anche ad una soluzione politica delle varie problematiche regionali.

Secondo, l’aspetto religioso. L’incontro tra un leader musulmano sciita e il più alto rappresentate della Chiesa Cattolica, Papa Francesco, rappresenta un evento importante in un periodo in cui le tensioni settarie e la costante minaccia del terrorismo islamico rendono difficili i rapporti tra Chiese diverse. Nella Roma cattolica, Rohani si fa promotore del volto buono dell’Islam. Lo stesso Vaticano sottolinea i valori spirituali comuni e l’importanza dell’Iran per la pace in Medio Oriente.

Voce finale nell’agenda di Rohani è l’economia. Sette gli accordi istituzionali firmati, tra cui l’intesa tra il Mise e il Ministero dell’Industria iraniano. A livello industriale, contratti siglati nel settore energetico, minerario, delle costruzioni, della cantieristica navale e dei trasporti, per un ammontare di circa 17 miliardi.

Seppure non esente da polemiche e critiche (come quella legata alla copertura delle statue di nudo nel Museo Capitolino), la visita di Rohani segna un riavvicinamento notevole tra la Repubblica Islamica e l’Italia. Un’Italia che, pur aderendo alle sanzioni internazionali, ha mantenuto buone relazioni con il paese arabo, basate –oggi come in passato-sul mutuo vantaggio.

Politicamente, rinvigorire i legami con un paese europeo significa, per l’Iran, recuperare l’isolamento degli anni passati e proiettare nuovamente la nazione nel contesto europeo ed internazionale. Veder riconosciuta la capillarità del proprio ruolo per ripristinare la stabilità in Medio Oriente ridona legittimità a un paese che per decenni è stato visto come minaccia per la sicurezza regionale e globale. Dall’altro lato, l’Italia acquisisce un alleato indispensabile per la lotta al terrorismo internazionale e, facendosi mediatore del reinserimento dell’Iran nei maggiori fora mondiali, può guadagnare in termini di importanza diplomatica.

Dal punto di vista economico, la fine delle sanzioni verso l’Iran non è soltanto ossigeno per il paese, ma apre la porta a nuovi investimenti per l’Italia. L’Iran, infatti, possiede una popolazione giovane, che guarda di buon occhio il mercato occidentale, in particolar modo quello del lusso, della moda e dell’auto. L’Iran può essere, dunque, un partner importante per rilanciare il Made in Italy.

Ma quale sarà la reazione dello storico nemico della Repubblica Islamica, Israele? Quali le ripercussioni nei rapporti tra lo Stivale e il paese ebraico?

L’Italia vanta storicamente buone relazioni con Israele, basate su una cooperazione in campo politico, economico, scientifico, culturale e militare. Promotore negli anni del processo di pace in Medio Oriente e della creazione dello Stato della Palestina, il governo italiano ha sempre lavorato nell’ottica di ostacolare la diffusione dell’antisemitismo nella regione e favorire il dialogo tra Israele e i vicini stati arabi. La fine delle sanzioni e l’accordo sul nucleare (relativamente al quale Israele ha apertamente manifestato il proprio dissenso), hanno messo in allarme il governo Netanyahu circa una possibile rinascita iraniana. Vedere uno stato tradizionalmente amico, come l’Italia, rafforzare i legami con la Repubblica Islamica potrebbe effettivamente creare attriti tra Roma e Gerusalemme.

L’anello chiave di questo equilibrio può essere l’elemento militare. Gli accordi stretti tra Roma e Teheran non contemplano il settore militare, né in termini di rifornimento di capacità belliche né di addestramento e know-how. Un simile low-profile è presumibilmente accettabile per Israele per due motivi. Da un lato, non tocca la capacità militare iraniana; dall’altro, l’effettiva apertura verso l’Iran è un segnale positivo anche per i suoi alleati (ad es. Russia). Al contrario, posizioni chiuse da parte dei paesi occidentali potrebbero irrigidire anche i rapporti tra l’Occidente e le potenze amiche di Teheran, compromettendo gli sforzi in atto per fronteggiare altre minacce comuni, come l’Islamic State.

È difficile, dunque, pensare che l’Italia possa optare per un’opzione aut-aut, che vada cioè ad escludere i rapporti con uno dei due paesi a favore esclusivamente dell’altro. Nell’incontro con il presidente iraniano, il premier Matteo Renzi ha tenuto a precisare l’importanza dei rapporti con Israele ed il diritto/dovere di quest’ultimo di esistere come Stato. Considerando gli interessi in gioco e le tradizioni politiche italiane, è più probabile, dunque, che il governo scelga di mantenere una posizione equidistante: un calcolo strategico che garantisce i vantaggi del commercio con l’Iran senza però irritare Israele.

 

Paola Fratantoni

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Isis: nuove conquiste in Siria

Medio oriente – Africa di

La penetrazione dell’Isis continua a mietere terreno in Siria. Nell’est del paese, vicino a Deri Ezzor, l’attacco di qualche giorno fa ha prodotto, in base ai dati diffusi dall’agenzia ufficiale siriana Sana, circa 300 vittime fra donne, bambini e anziani.

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Una strage bollata come la più grave negli ultimi cinque anni di guerra civile. Il crudo bollettino di guerra riferisce di almeno 150 decapitati nei sobborghi controllati dal regime siriano a Dayr az Zor, Ayash and Begayliya. Nel corso dell’assedio a Deri Ezzor, oltre 400, fra donne e bambini, membri delle famiglie dei combattenti di Assad, sarebbero stati rapiti alla periferia settentrionale, nel quartiere di Al-Baghaliyeh. Circa 270 di loro sono stati rilasciati. Si tratta di donne, bambini e adolescenti fino ai 14 anni. Nel contempo, le forze contrarie allo Stato Islamico continuano ad attaccare.

A Raqqa, roccaforte del califfato sono stati uccisi, nel corso dei raid aerei organizzati da russi e americani –  tramite la coalizione anti Isis – circa 40 civili, fra cui 8 bambini. I numeri sono stati diffusi dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani. Fra i fumi di questa carneficina si inserisce un dato: Isis ha dimezzato lo stipendio dei militari nella regione di Raqqa. I jihadisti parlano di «circostanze eccezionali» che assumono il volto degli effetti provocati dai bombardamenti aerei che hanno colpito impianti e colonne dei pozzi petroliferi e dal crollo del prezzo del greggio.

A questi elementi si aggiungono gli effetti provocati dalla controffensiva innescata contro il califfato. Nonostante questo però le posizioni Isis in Siria si sono allargate fino a cingere le cittadina di Deir Zour nel Nord del paese. La Turchia, paese Nato, nel frattempo continua a sponsorizzare il califfato acquistando il petrolio venduto dall’Isis e favorendo il passaggio verso la Siria dei foreign fighters.

L’atteggiamento ambiguo di Erdogan continua senza grossi ostacoli. Mentre Schengen crolla e l’America, lontana a sufficienza per riuscire ancora a selezionare gli ingressi, l’Europa continua a fare i conti con flussi migratori importanti ed assiste impotente al massacro dei cristiani falcidiati nelle parti controllate dall’Isis. Il dubbio resta lo stesso. E’ davvero così importante per la comunità internazionale riuscire a contrastare Isis?

 

Monia Savioli

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Iran-Arabia Saudita: lo scontro più pericoloso

Medio oriente – Africa/POLITICA di

Il contrasto tra Iran e Arabia Saudita, da anni caratterizzato da una sorta di guerra fredda, rischia oggi di assumere dei risvolti piuttosto “caldi”. La rivalità tra i due big power del Medio Oriente non è un fatto nuovo. Tuttavia, gli avvenimenti recenti – l’uccisione del leader religioso Nimr al-Nimr, il crollo del prezzo del greggio e la fine delle sanzioni internazionali nei confronti dell’Iran- hanno gettato nuova benzina sul fuoco, destando preoccupazioni per l’equilibrio regionale e globale.

I perché delle tensioni

L’elemento religioso. L’Arabia Saudita, quasi totalmente musulmana, presenta una netta maggioranza della componente sunnita (la stessa famiglia regnante appartiene all’ideologia wahhabita, corrente minoritaria dell’Islam sunnita). Gli sciiti, circa il 15% della popolazione, sono concentrati nella provincia orientale di Al-Sharqiyya. Essi premono per l’autonomia della regione e la monarchia accusa proprio l’Iran di alimentare tali aspirazioni. La Repubblica Islamica rappresenta, invece, la corrente musulmana sciita, con una percentuale di fedeli superiore al 90%. Proclamatesi rispettivamente protettori della comunità sunnita e sciita, Arabia Saudita e Iran si fanno portavoce di tradizioni ed interessi opposti, che sfociano in un vero e proprio conflitto settario.

L’oro nero. L’Arabia Saudita è uno dei maggiori produttori di greggio e dal 2014 ha aumentato notevolmente la produzione, determinando un crollo del prezzo che aveva come obiettivo non solo colpire il mercato iraniano e le entrate di Mosca, ma anche rendere economicamente impraticabile per gli USA l’estrazione dello shale oil. Tuttavia, i piani di Riyadh non sono andati alla perfezione, con Stati Uniti e Russia che continuano a giocare un ruolo di punta nel mercato energetico. Uno smacco non indifferente per la monarchia saudita, proprio nel momento in cui la fine della sanzioni internazionali contro l’Iran rilancia nei giochi uno dei maggiori competitor.

L’egemonia regionale. L’Arabia Saudita gode di un peso geopolitico notevole, dovuto sia alla sua forte partecipazione nelle dinamiche regionali e globali ma anche ai rapporti instaurati con i paesi del Golfo e l’alleato statunitense. Tale posizione si è spesso tradotta in tentativo di imporre la propria leadership politica e religiosa nella regione. Ciò non solo desta attriti all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC)-ad esempio con il Qatar- ma rende pressoché impossibile una pacifica convivenza con l’Iran. Dall’altro lato, infatti, la Repubblica Islamica, reduce da quarant’anni di isolamento internazionale, mira a stabilire la propria egemonia nel Medio Oriente, dove non vi è soltanto l’Arabia Saudita a frenare le sue aspirazioni ma anche Israele, paese ebraico nonché alleato degli USA.

Quale futuro?

Difficile pensare ad una qualche forma di cooperazione tra Iran e Arabia Saudita, soprattutto dopo l’uccisione da parte di quest’ultima di Nimr al-Nimr, leader sciita che aveva incoraggiato gli sciiti sauditi a schierarsi contro il proprio governo e accanto all’Iran. L’esecuzione del leader è un chiaro messaggio alla popolazione, così come la chiusura delle relazioni diplomatiche è un chiaro segnale politico. Le ripercussioni non sono tardate ad arrivare: Emirati Arabi, Kuwait, Sudan, Qatar e Bahrein cessano infatti i rapporti con la Repubblica Islamica.

Una guerra aperta appare altrettanto improbabile. Con un deficit di bilancio di circa 100 miliardi di dollari, sarebbe poco logico per la monarchia saudita intraprendere un conflitto armato. L’Iran si è appena liberato di pesanti sanzioni che da decenni bloccavano la prosperità del paese e sta dimostrando una certa apertura nei confronti degli USA. Dichiarare guerra all’Arabia Saudita potrebbe giocare contro i propri interessi, coinvolgendo inevitabilmente altre potenze –USA, Russia, Israele- e gettando nuova instabilità sui già volatili giochi di potere regionali.

Rimane più plausibile il perdurare di questo stato di “guerra fredda” con picchi di tensione tra la capitale iraniana e quella saudita, e scontri caldi confinati ai teatri periferici, come Yemen, Bahrein o Siria, dove Teheran e Riyadh, supportano rispettivamente fazioni sciite e sunnite.

C’è però un altro attore che gioca un ruolo capillare in questo contesto: l’Islamic State. L’ISIS sta prendendo sempre maggior piede tra la comunità sunnita, ponendo dunque in serio allarme Riyadh, intenta a salvaguardare la propria influenza tra la popolazione sunnita. Dall’altro lato, l’Iran sciita combatte sì le forze dell’ISIS ma fino ad un certo punto. L’Iran, infatti, può trarre vantaggio dallo scontro ISIS-Arabia Saudita in quanto il conflitto tra questi due attori può progressivamente indebolire entrambi, lasciando l’Iran libero di affermarsi come leader nella regione. Vi è, tuttavia, il rischio che un simile gioco finisca fuori controllo, soprattutto visto l’appoggio che l’ISIS continua ad ottenere sia localmente sia a livello globale.

Pare, dunque, che la condizione di instabilità in cui versa il Medio Oriente sia destinata a continuare. E sembra plausibile che le tensioni sfocino in un’esplosione di conflitti su diversa scala con una pluralità di attori e agende politiche coinvolte. Ci sarà un secondo Iraq, con un vuoto di potere dilagante e potenze straniere pronte a scendere in campo o sarà uno dei due pretendenti al dominio regionale ad avere la meglio? Oppure sarà l’attore più temuto a spuntarla e l’intero Medio Oriente finirà nel pugno armato del terrorismo islamico jihadista?

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Paola Fratantoni
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