GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Medio oriente – Africa - page 17

EMERGENCY – Contro Ebola forse ci siamo

Medio oriente – Africa di

Gino strada con un post su Facebook annuncia una grande buona notizia, diminuiscono i nuovi casi di infezione in Sierra Leone – «Forse ci siamo. Forse si riesce a sconfiggere questa epidemia. Il numero di nuovi casi sta diminuendo rapidamente ogni giorno, speriamo non si verifichino nuove impennate. Forse tra poco potremo dire che l’epidemia di Ebola è finita in Sierra Leone. Ma che fatica! E quanti miracoli ci sono voluti” – ha commentato il fondatore di Emergency.

10915304_10152539837076367_4754568819001755211_nUna buona notizia che sembra non trovare spazio sui media anche dopo mesi e mesi di terrore incontrollato, le buone notizie non vendono.

La lotta all’epidemia non ha avuto un attimo di tregua soprattutto da parte delle ONG che sul territorio sono stati in prima fila spesso con perdite umane o gravi situazioni di contagio fortunatamente per Emergency risolte positivamente ma che in altri casi hanno decretato il decesso di missionari e volontari.

“Quando in agosto il Ministero della Sanità ci ha chiesto di aprire a Lakka un centro di isolamento per i casi sospetti- continua Strada nel suo Post – in sole tre settimane i nostri logisti hanno realizzato una struttura in tende per un totale di 22 letti, che presto si è trasformata anche in centro di trattamento: troppi pazienti, accasciati fuori dal cancello, prostrati dalla malattia e in attesa di un posto lettoLa situazione in Sierra Leone è da anni critica e soprattutto in questo perido la mancanza di infrastrutture ha permesso il dilagare della malattia, l’incapacità del governo centrale di gestire l’emergenza è stata di fatto compensata dall’enorme sforzo delle ONG e prima tra tutti di Emergency.

“ Così è iniziata la corsa per metterci in condizione di curare i pazienti, non solo di isolarli e osservarli: assicurare acqua e energia elettrica, garan

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tire procedure e percorsi di sicurezza, assicurare aria condizionata per diminuire la fatica fisica degli operatori rinchiusi in un caldissimo scafandro, e finalmente iniziare a curare i malati. Perché anche in assenza di una cura specifica per la malattia si possono salvare molte vite, se si riesce a capire qualcosa di questa grave malattia ancora in gran parte sconosciuta, se si hanno gli strumenti e i farmaci più adatti. Così un passo dopo l’altro, tra grandi difficoltà, abbiamo messo a punto un laboratorio di biochimica, poi uno di virologia, sono arrivati i monitor, le pompe per infusioni endovenose, i ventilatori per intubare i malati più critici, le macchine per la dialisi. In soli tre mesi siamo riusciti ad allestire una terapia intensiva come quelle che si trovano nei centri specializzati in Europa e in USA, che hanno trattato una trentina di pazienti con una mortalità inferiore al 30 per cento. Due pazienti su tre sono guariti nei paesi

Dopo tutto questo lavoro e i risultati ottenuti Gino Strada conferma pienamente quanto ha detto qualche mese fa che ”se mi ammalo di Ebola resto in Africa”. Oggi lo posso affermare con tranquillità e convinzione: mi farei curare nell’ ETC (Ebola Treatment Centre) di Emergency. ricchi, due su tre sono morti nell’Africa povera. Per assenza di cure.”

 

Un lavoro eccezionale che merita di essere sostenuto.

 

Alessandro Conte

Centrafrica: Continua la missione EURFOR RCA

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Mantengono la posizione i militari della forza multinazionale europea a Bangui.

I genieri alpini della missione europea EUFOR-RCA hanno ripristinato un’importante strada di Bangui, nell’ambito dei progetti volti a migliorare la circolazione e la sicurezza nei diversi quartieri della capitale centrafricana.

I lavori di ripristino sono terminati ieri con la posa di una passerella metallica fabbricata dai tecnici militari italiani, che ha consentito la riapertura definitiva di una strada che – dopo un lungo periodo di interruzione dovuto al conflitto  – faciliterà i collegamenti con il 3° distretto di Bangui e consentirà tra l’altro di

raggiungere più facilmente il centro e i luoghi di culto, oltre a permettere il pattugliamento della zona da parte delle forze locali e internazionali.

Il progetto realizzato dal 2° reggimento genio di Trento è stato promosso – oltre che dalla missione militare dell’Unione Europea – anche dall’Ambasciata francese nella Repubblica Centrafricana, nel quadro di una serie di iniziative di riconciliazione inter-confessionale.

All’inaugurazione della strada hanno partecipato il generale Jean-Marc Bacquet – comandante di EUFOR RCA a Bangui – l’Ambasciatore Charles Malinas e i rappresentanti del 3° e del 5° distretto della capitale, rispettivamente a prevalenza musulmana e cristiana.

Nelle prossime settimane i genieri alpini della brigata Julia completeranno la costruzione di un ponte militare di 24 metri che collegherà tre quartieri di Bangui. Il progetto sarà realizzato grazie a un’importante partnership europea: la Repubblica Ceca ha fornito la struttura modulare di fabbricazione polacca, la Svezia ha curato il trasporto mentre la Germania esercita insieme a un team di Praga la supervisione tecnica dei lavori affidati ai militari italiani.

L’Occidente e i sui confini sensibili

Ottobre 2014, i notiziari albanesi danno risalto a una notizia in particolare: 76 cittadini siriani sono stati fermati in territorio albanese, al confine con la Grecia. Provati dalla traversata notturna dei monti che separano i due paesi, chiariscono di provenire “dalla guerra in Siria” e chiedono asilo politico allo Stato albanese. Erano stati avvistati mentre camminavano in colonna e, una volta fermati, hanno chiarito la loro provenienza senza indugi. Stessa sorte, ma con delle zone d’ombra fitte abbastanza da far sollevare un groviglio di ipotesi è stata riservata a 24 cittadini siriani, fermati mentre attraversavano il paese a bordo di mezzi a pagamento. Erano diretti in Montenegro e da lì, non è dato sapere.

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Del primo gruppo, intervistato dalla tv albanese Top Channel, ne parla Ahmed, un profugo palestinese, che dal campo profughi in Siria è dovuto scappare di nuovo con moglie e figli. “ Abbiamo camminato per circa un mese. Dalla Turchia, alla Grecia e infine qui in Albania”, spiega, “ camminavamo perché non avevamo scelta. Non abbiamo denaro e non possiamo pagare nessuno che ci aiuti”. Non hanno progetti o paesi di riferimento che vorrebbero raggiungere, vorrebbero soltanto mettersi in sicurezza e assicurare le famiglie da guerra e miseria.

A dicembre 2014, i media albanesi parlano di cittadini siriani, richiedenti asilo, scappati dai centri di permanenza. Voci non ufficiali parlano di condizioni difficili a cui erano costretti, ma le autorità negano ogni noncuranza o mancanza di adeguate condizioni di vita all’interno dei centri.

Alla stregua delle stragi di Parigi che stanno costringendo l’intelligence dei paesi europei a dichiarare allerta n.10 in Francia, in Italia n.7, i quesiti si moltiplicano.

Ormai è abbastanza chiaro che gran parte degli autori e ideatori degli attacchi terroristici in Occidente hanno potuto viaggiare in modalità A/R per prendere contatti, indottrinarsi, addestrasi alla guerra e fare rientro in Europa per portare a termine le stragi ideate. E’ notizia di oggi che è stato scovato in Grecia un esponente dell’ISIS che coordinava il reclutamento di aspiranti terroristi in Europa, pronti a replicare il terrore dei primi giorni sanguinosi di questo mese di inizio anno. Tal Abdelamid Abaoud, o meglio conosciuto come Abu Soussi, cittadino belga (!), originario del quartiere Molenbeek a Bruxelles.

Dunque, la mappa pare consolidata. V’è una rete di confini sensibili che rendono friabile l’entrata nei grandi paesi europei. Dalla Siria, in Turchia, in Grecia, Albania, Montenegro o Kossovo, via mare verso l’Italia (anche se dimostrato fin troppo bene dai fatti che l’allerta profughi nelle coste siciliane è molto inferiore ai movimenti migratori via terra) o altrimenti verso Germania, Francia o Belgio.

Oltre a un mero fattore geografico favorevole agli scambi e per questo conteso nei secoli, le ragioni della traversata “agevolata” dei profughi, uomini, donne e bambini, ma con la alta probabilità di militanti di Isis o Al Qaeda al loro interno, vanno ricondotte anche alla  malagestione dei paesi di confine da parte delle grandi potenze.

Con uno sguardo al passato, nella guerra di Bosnia, 1992-1995, USA, Arabia Saudita, Turchia e Unione Europea si schierarono con i mussulmani bosniaci nel conflitto contro i serbi. In palio c’erano l’allargamento a est della Nato e il controllo di un’area geografica strategicamente utile per il passaggio degli oleodotti che portano gas e petrolio dall’Asia Centrale all’Europa, senza passare per l’Ucraina, fino a ieri legata alla Russia. Tra i mussulmani sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati, militavano anche migliaia mujaheddin provenienti dall’Asia e dall’Africa Settentrionale, che porteranno il radicalismo islamico nei Balcani, prima in Bosnia e in seguito  anche in Kossovo.  Il 3% della popolazione bosniaca oggi si dichiara wahabita e varie operazioni di antiterrorismo hanno portato a centinai di arresti in Bosnia e Kossovo. L’Al Qaeda spagnola (responsabile degli attentati di Madrid) era composta di mujaheddin addestrati nei campi presso Zenica.

La medesima riflessione si estende alla posizione dei paesi del Caucaso: dall’Afghanistan, dove il ritiro delle forze internazionali non ha manifestamente contribuito alla stabilità dell’area o semplicemente a limitare il numero di vittime civili di guerra, affatto limitato; alla Cecenia e i suoi trascorsi di sangue, nonché Daghestan, Ossezia Settentrionale e così via.

Solo apparentemente in secondo piano pare sia collocato il conflitto in Libia, paese in balia della totale incontrollabilità e della guerra interna tra islamisti radicali. Dall’attacco di USA, Francia e Gran Bretagna nell’estate del 2011 con conseguente morte di Gheddafi, la situazione va irrimediabilmente peggiorando. Se non ne sentiamo parlare o non ne leggiamo, non significa che non esiste.

Quando ci chiediamo chi sono, da dove vengono, chi li finanzia, domanda, in verità spesso omessa dai media mainstream, ma anche evitata con acrobazie lessicali magistrali dalla politica, chiediamoci anche perché vengono in Occidente; perché da qui partono, fanno propria quella guerra e tornano per punirci? Perché continuiamo a destabilizzare tutto intorno a noi? Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono (cit.), ma non facciamoci crollare i diritti addosso, non scontiamoli a beni ereditati con beneficio d’inventario.

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Siria: liberate Greta Ramelli e Vanessa Marzullo

EUROPA/Medio oriente – Africa di

“Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono libere, torneranno presto in Italia”. Questo il tweet di Palazzo Chigi che, poco dopo le ore 18 del 15 gennaio, ha annunciato la liberazione delle due volontarie italiane rapite in Siria dal gruppo Jabhat al Nusra il 31 luglio 2014. Secondo indiscrezioni non ancora confermate, il Governo italiano avrebbe pagato un riscatto di 12 milioni di dollari. Le donne partiranno alla volta della Turchia il 16 gennaio.

Il silenzio post sequestro, le indiscrezioni rimbalzate circa la loro sorte durante l’autunno e il videomessaggio pubblicato su YouTube il 31 dicembre 2014 avevano fatto presagire il peggio per le due ragazze, andate in Siria sotto l’insegna della Ong ‘Horryaty” per aiutare la popolazione siriana. Il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito (Ncd-Udc) ha parlato di “vittoria della nostra intelligence”, mentre la Camera dei Deputati, riunita in seduta, ha applaudito alla notizia della liberazione. Reazione di segno opposto, invece, da parte di account di persone appartenenti all’Isis che si sono scagliati contro al Nusra rea, a loro parere, di avere rilasciato gli ostaggi.

Giacomo Pratali

 

[youtube]http://youtu.be/N-6DLFYxz5w[/youtube]

 

Bozoum, il villaggio dove i cristiani aiutano i fratelli musulmani

Medio oriente – Africa di

In quell’angolo del continente africano dal 1960 non c’è stata pace duratura, gli scontri etnici hanno lasciato ferite insanabili nella società e nello spirito della popolazione.

Padre Aurelio gestisce la missione cattolica di Bozoum dal 1992 e ha visto crescere al comunità cristiana  giorno dopo giorno tra le mille avversità della guerriglia.

Sono riuscito a mettermi in contatto con lui non appena rientrato alla missione dal suo ultimo viaggio in Europa.

Padre Aurelio, da quanto tempo si dedica alla missione di BOZOUM?

Bozoum è il primo amore… Sono arrivato qui la prima volta nel 1982, subito dopo la maturità. Ero già  frate, ed ho vissuto qui un anno molto intenso (niente telefono, niente radio…) ed è lì che mi sono innamorato dell’Africa e del centrafrica in particolare.

Sono tornato in Centrafrica dopo aver finito gli studi, nel 1992. E da allora sono qui: prima a Bouar, e dal 2003 (appena dopo l’ennesima guerra) qui a Bozoum, piccola città a circa 400 km a Nord di Bangui, la capitale.

Nel 2003 si trattava di ricostruire la Missione e la città, dopo i saccheggi causati dalle milizie ciadiane di Bozize e poi da quelle congolesi di Pierre Bemba. Ricostruzione di strutture, riapertura delle scuole e, soprattutto e più importante, ricostruzione della voglia di vivere e ricominciare.

In questi anni siamo sempre vissuti in situazioni piuttosto difficili: tra il 2003 e il 2008 c’erano bande di banditi, e poi bande di ribelli. E nel 2012 l’inizio della guerra scatenata dai ribelli (in parte ciadiani e sudanesi) della Seleka. E a fine 2013 la reazione degli antibalaka.

Tra queste difficoltà, c’è sempre stata la volontà di aiutare la gente a non aver paura, a credere nella propria dignità (più forte e più potente delle armi) e a cercare sempre di dialogare perchè ci fosse una consapevolezza delle proprie responsabilità, e un’apertura verso una risoluzione pacifica dei conflitti.

Proprio in questi giorni, il 13 gennaio, abbiamo ricordato l’anniversario della partenza della Seleka da Bozoum: una delle prime città ad essere liberate, e questo proprio grazie al dialogo (anche se non sono mancati momenti di paura…).

Quali sono le attività più importanti che riuscite a realizzare alla missione?

La prima è la Parrocchia: Bozoum è una missione nata nel 1927, una delle prime fuori da Bangui. C’è una comunità cristiana molto giovane. Ogni anno ci sono circa un centinaio di battesimi di giovani e adulti. Ci sono poi 35 villaggi che seguiamo regolarmente.

Le attività portate avanti dalla missione comprendono la scolarizzazione con una struttura che ospita i bambini dall’asilo al liceo, sono circa 1.200 gli alunni dei vari gradi che frequentano le aule della missione.

Oltre agli studi la missione pensa anche al sostegno agli orfani che si può ben immaginare molti vista l’impossibilità di una pacificazione del paese che ancora oggi subisce attacchi e violenze dalle varie fazioni.

Nell’ambito dell’agricoltura – continua Padre Aurelio –  seguiamo circa 400 cooperative agricole, per oltre 20 mila membri, con formazioni tecniche sulle coltivazioni ma anche sulla gestione economica del lavoro agricolo. Ogni anno organizziamo una Fiera Agricola (quest’anno sarà il 31 gennaio e il 1° febbraio 2015), che ha come obiettivi l’esposizione dei prodotti e la vendita (nel 2013, il giro d’affari era stato di quasi 90 mila euro, in un paese con un reddito annuo di circa 400 dollari pro capite…).

DSCN2840Molto importante anche l’attenzione che Padre Aurelio con la missione ha verso temi legati alla Giustizia e la pace un tema molto interessante e concreto. Si passa dalla lotta contro la corruzione, la stregoneria, il malgoverno – ci racconta il missionario – per poi volare alto con il lavoro di mediazione e di dialogo con ribelli di vari colori, e le comunità musulmana e cristiana…

Un tema molto interessante che viene sviluppato attraverso l’opera missionaria è la Microfinanza, ovvero la cessione di prestiti di piccoli importi che servono a chi non ha garanzie a poter avviare una attività. Da qualche anno – racconta Padre Aurelio –  abbiamo aperto una Cassa di risparmio, che attualmente ha 4 sportelli, che serve a mettere in sicurezza il risparmio, e ad erogare piccoli crediti

Sono tante le difficoltà che si incontrano in questi territori come lo stesso missionario testimonia “Si passa dalla temperatura (adesso, stagione secca, si varia tra i 10° di notte, e i 38 di giorno), alle piogge (per 8 mesi circa), alla mancanza di una rete elettrica (ogni sera accendiamo un gruppo elettrogeno per circa 3 ore…), alla salute (malaria spesso, e più volte a rischio vita… e nessun ospedale degno di questo nome a meno di 90 km)…Difficoltà anche dalla situazione fragile del paese: non saprei dire, in 23 anni, quanti colpi di stato e quante guerre ci sono state..”

A queste difficolta ambientali si sommano quelle della violenza e della guerriglia ,anche se tutti cercano di trovare e spingere le parti ad una tregua .

A Bozoum a situazione è abbastanza tranquilla, grazie al lavoro di mediazione compiuto da dicembre 2013. I fatti di violenza sono diminuiti, le scuole sono aperte, e si cerca di ridare speranza  a chi ha perso tutto – racconta Padre Aurelio – Siamo riusciti a riaprire tutte le scuole. A Bozoum, caso unico, le scuole hanno funzionato sia nel 2013-14 che in quest’anno, aprendo a settembre (mentre nel resto del paese hanno iniziato i corsi alla fine di novembre, e neanche dappertutto): 70 scuole aperte, e oltre 15 mila bambini a scuola nelle elementari. Ma parte del paese è sotto dominio della Seleka, e comunque l’amministrazione è ancora assente.

Ci sono pericoli per la comunità cristiana?

La comunità cristiana in un primo tempo, con l’arrivo della Seleka nel marzo 2013, si è ritrovata spesso vittima di saccheggi, violenze, torture. Poi, con l’arrivo degli antibalaka e la reazione contro la Seleka, purtroppo molti musulmani sono stati minacciati ed hanno preferito scappare verso il Ciad e verso il Cameroun. Adesso si assiste a un timido rientro. Proprio oggi ho iscritto un bambino musulmano nella nostra scuola, rientrato dal Ciad.

Di cosa siete maggiormente preoccupati?

DSC03454Siamo un po’ preoccupati, perchè la Nigeria è vicina, e anche Boko Haram. E temiamo che qualcuno approfitti della voglia di vendicarsi di alcuni musulmani per creare problemi.

Ma ci sono anche aspetti positivi: a novembre ho chiesto ai cristiani di fare una raccolta di cibo e di soldi in favore dei 200 musulmani rimasti a Bozoum (per la maggior parte donne e bambini). E la risposta è stata impressionante: molto cibo, e anche molti soldi (più del triplo di quello che normalmente raccogliamo). Sono stato commosso da questo: pochi mesi fa molti hanno perso beni e anche familiari a causa dei musulmani, ed ora sono stati capaci (e anche contenti) di fare un gesto così generoso…

La missione EURFOR è di aiuto in questo contesto?

EUFOR si limita alla capitale, ed abbiamo contatti, ma non ho molte ripercussioni. Il contingente italiano si sta facendo onore con alcuni lavori di ingegneria (ponti ecc).

Sarà utile la presenza dell’ONU?

Per ora abbiamo visto un dispiegamento massiccio di mezzi, ma non si vedono grandi risultati. Basta dire che l’unica strada che collega la capitale al Cameroun (e quindi al porto…) fino a qualche settimana fa era infestata da una decina di barriere degli antibalaka, che fermano le macchine e rapinano i viaggiatori, ONG comprese.

Inoltre parte di caschi blu provengono dal Bangladesh e altri paesi anglofoni… e non è facile intervenire e lavorare con grosse differenze di comprensione.

Speriamo che possano accompagnare il Paese, con misure forti che cambino in profondita il modo di governare e l’amministrazione. Per ora non si vede molto lavoro in questo senso…

Quali sono le necessità più impellenti per la vostra missione?

Sono molte!. Salute, orfani, agricultura, microcredito, case… Ma sono più preoccupato per altre necessità, più urgenti: una crisi come questa non nasce dal nulla, ma è il frutto di decenni di errori. Cito un solo esempio: il Governo Centrafricano, dal 1960, non ha mai costruito una scuola con i suoi soldi…

Sono convinto che se non facciamo un lavoro grosso di riflessione, che aiuti la gente a conoscere e cambiare, non ci sarà nessun cambiamento serio, e fra qualche anno saremo di nuovo in guerra…

 

Alessandro Conte

 

Nigeria: l’avanzata di Boko Haram a nord e il rischio di crisi economica a sud ad un mese dalle Presidenziali

Medio oriente – Africa di

2000 morti ad inizio gennaio. Oltre 200 ragazze rapite. Numerose bambine fatte saltare in aria all’interno dei mercati cittadini. Sono i numeri impietosi della violenza di Boko Haram nel nord della Nigeria, dove è stato proclamato il Califfato sulla stessa scia di quanto sta accadendo in Iraq e Siria. Intanto, a causa del drastico calo del greggio, il sud, ricco e sviluppato, rischia di trascinare il Paese in una crisi senza precedenti ad un mese dalle Presidenziali di febbraio.

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Gli attacchi di Parigi e la mancata documentazione di quello che è accaduto hanno oscurato la strage perpetrata dal gruppo jihadista di Boko Haram lo scorso 3 gennaio nella città di Baga e nei villaggi circostanti. È stata la Bbc a dare per prima la notizia. Ma ancora è incerto il numero dei morti, anche se le rare testimonianze parlano di circa 2000 vittime, come incerta è la sorte delle oltre 200 liceali rapite lo scorso aprile.

Il Califfato proclamato nella primavera del 2014 e la sintonia con l’Isis di al Baghdadi spiegano il quadro disperato di una regione, quella del Borno (nord-est della Nigeria), dove, tra il 2014 e 2015, si sono verificati numerosi suicidi involontari di bambine all’interno dei mercati della zona. Una situazione geopolitica fragile dunque, resa ancora più precaria dal coinvolgimento di altri stati confinanti come Camerun, Niger e Ciad, tra cui una vera collaborazione sul campo stenta a decollare.

La Multinational Joint Task Force (Mnjtf), creata nel 1998 da Nigeria, Niger e Ciad per colpire il crimine transfrontaliero, non ha funzionato proprio in occasione dell’attacco di Boko Haram a Baga ad inizio gennaio. I guerriglieri islamisti, infatti, avevano l’intento di colpire una base di questa organizzazione multinazionale. Base che, però, era stata abbandonata dai contingenti di Niger e Ciad lo scorso novembre e presidiata solo dall’esercito nigeriano, arresosi prima che l’offensiva jihadista iniziasse.

I vari tentativi per la creazione di un contingente panafricano contro il terrorismo non sono ancora divenuti realtà. La Commissione del bacino del Lago Ciad, ad esempio, composta da Libia, Centrafrica, Ciad, Nigeria e Niger, presieduta più volte dal presidente francese Hollande, aveva messo nero su bianco una forza militare congiunta a marzo 2014. Tale forza sarebbe dovuta nascere otto mesi dopo ma, per mancanza di fondi e aiuti umanitari, la decisione è rimasta solo su carta.

Questa situazione d’instabilità cronica a livello continentale sta man mano trasferendosi a livello nazionale. Analizzando la composizione sociale ed economica della Nigeria, infatti, il Paese è diviso, dal punto di vista storico, in due parti: il nord musulmano e meno sviluppato; il sud cristiano, ricco, dove sono concentrate le multinazionali occidentali del gas e del petrolio.

Il calo del prezzo del petrolio in corso potrebbe indurre le grandi industrie occidentali a vendere le loro concessioni di petrolio e gas e rendere pertanto instabile economicamente un’area, quella che va dalla capitale Lagos al fiume Niger, tra le più fiorenti dell’Africa. Una situazione che potrebbe creare un mix letale con l’instabilità dovuta all’espansione del terrorismo nelle regioni settentrionali e che potrebbe degenerare dopo le Elezioni Presidenziali del 14 febbraio 2015, a cui si ricandiderà il capo dello Stato uscente Goodluck Jonathan (cristiano del Sud) contro Muhammadu Buhari (musulmano del Nord). Proprio l’avvicinarsi di questa data, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sta inducendo Boko Haram ad aumentare il numero degli attacchi terroristi per destabilizzare e influenzare queste imminenti votazioni.

Giacomo Pratali

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Panorama ISIS, da insurgens a nuovo terrorismo

Difesa/Medio oriente – Africa di

Ai famosi Al Quaeda e le sue varie ramificazioni, Talebani e Boko Haram si è aggiunto prepotentemente l’ISIS, nuova realtà proveniente dallo stesso substrato culturale ed ideologico che si è dimostrata meglio strutturata e dagli obiettivi più chiari.

L’esperienza vissuta soprattutto dagli  Stati  Uniti negli ultimi decenni con i gruppi estremisti ha mostrato come questi fino a poco tempo fa rispondessero più alle caratteristiche tipiche dei gruppi di insurgens (combattenti che utilizzano sistemi e metodi terroristici per i loro fini) piuttosto che a quelle delle organizzazioni terroristiche.

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La definizione di insurgens richiama quelle frange estremiste che si limitano a compiere attività in un determinato territorio e che emergono proprio per compiere insurrezioni verso un preciso e contestualizzato nemico. Queste realtà restano però fuori da una logica di mondializzazione della loro azione.

Quello che invece caratterizza Al Quaeda e l’ISIS è, oltre all’utilizzo di metodi terroristici, il fatto che inseriscano le loro azioni e la loro stessa esistenza in un più vasto obiettivo che è quello di diffondere la religione musulmana. Al Quaeda e lo Stato islamico, entrambe organizzazioni provenienti da realtà localizzate hanno con il tempo costruito un sistema, un vero e proprio apparato che per vivere ha bisogno di essere nutrito massicciamente dall’esterno.

Certamente, elaborando il concetto di insurgens dal quale avevano preso vita per poi applicarne le tattiche fino a scollegarsi dall’utilizzo esclusivo di  tale metodica per intraprendere una strada propria. Dal momento in cui la rivoluzione islamica ha intrapreso un cammino globale si è riformata, ricostruita, iniziando una sorta di nuova guerra terroristica il cui scopo non era più solo scacciare un invasore o rivendicare un ruolo su un territorio preciso.

Dati alla mano, vite perse alla mano, le strategie intraprese dai vari governi che hanno agito di loro iniziativa e dalle varie coalizioni che si sono impegnate, non si può non riconoscere che buona parte degli sforzi compiuti abbiano avuto poco successo. Sul fronte dell’eliminazione della minaccia terroristica in generale i progressi sono stato pochi mentre su quello della cooperazione si sono avuti risultati sicuramente più concreti.

Eppure non solo molte di queste organizzazioni restano in vita, ma ad essere divenute più efficienti sono le loro reti di supporto e paradossalmente la loro credibilità agli occhi delle popolazioni interessate. Se Bin Laden dal canto suo a partire degli anni ’80 era riuscito a costruire una rete capillare in decine di Stati composta da migliaia di seguaci, strutturati canali di finanziamento, riciclaggio e stabili rotte commerciali, lo Stato Islamico ha sviluppato questi meccanismi rendendoli più efficienti ed anche più palesi agli occhi di tutti.

Non é infatti una novità che i suoi canali di finanziamento comprendano anche la vendita ed il contrabbando di greggio. L’ISIS è in grado di generare da solo una grande fetta degli introiti con cui nutre le sue politiche. Il paradosso che ne consegue è che mentre Bin Laden era stato costretto a sviluppare una rete di intermediari finanziari invisibili nascondendosi a sua volta, lo Stato Islamico oltre a questo dimostra ogni giorno che può vivere ed operare alla luce del sole.

Sebbene il territorio di operazioni e su cui lo stesso Stato vanta sovranità sia costituito da deserto e non abbia ai suoi confini barriere, reti o mura, l’ISIS sembra ancora lontano dall’essere sconfitto. Grazie sicuramente ad una vasta rete di supporto economico anche esterno si sostiene che i guadagni che lo Stato Islamico genera e di cui gode siano enormemente più elevati di quelli della “primitiva” Al Quaeda, quasi passata di moda.

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Se il secolo da poco terminato ha visto tra le minacce proprio questi gruppi terroristici, è lecito domandarsi se qualcosa stia cambiando all’interno del modo di concepire queste organizzazioni da parte dei leader stessi. Lo Stato Islamico potrebbe certo essere un’eccezione ma a giudicare dal successo che sta ottenendo e dalla mondializzazione della sua idea di rivoluzione islamica, si pone il rischio che questo gruppo divenga sempre più un esempio nel favorire l’insorgenza di nuovi attori ad esso simili. Attori che molto spesso non nascono come statali. Questa concezione non gli appartiene dal momento che nascono in clandestinità ed in clandestinità essi vivono.

Il degrado permanente che caratterizza particolari forme di società viene spesso sorretto da forme autoritarie di governo e l’appellativo di “organizzazioni terroristiche” rischia di trasformarsi in una definizione vecchia ed inadeguata: la minaccia si è accentuata da quando si è passati dal controllo del territorio all’amministrazione del territorio.

Questo pare vero se guardiamo allo Stato Islamico, al momento unico rappresentante di questo nuovo terrorismo. Di conseguenza, la poca concretezza degli interventi messi in piedi all’inizio della campagna militare forniscono un margine di manovra ancora più ampio all’ISIS. Possiamo infatti notare come dalla metodica dell’insorgenza armata propria di molti gruppi terroristici si sia giunti ad Al Quaeda. Non è un caso che il nome significhi oltre “la base” anche “la regola”, il che fa pensare ad una concezione di tipo organico da applicare e diffondere su vasta scala dell’organizzazione e della sua ideologia. Da Al Quaeda il passo successivo degno di nota è stato lo Stato Islamico, che ha fatto proprie tutte le armi di cui poteva disporre.

E’ bene però sottolineare un punto generale che serve ad inquadrare il panorama all’interno del quale l’ISIS si muove, che non è solo quello che appare all’esterno: dalla tecnologia alle armi di distruzione di massa, dai semplici fucili all’utilizzo dei media le mire di queste organizzazioni saranno sempre più alte. Quanto più sarà disponibile sul mercato, tanto più esse saranno pericolose. Continue esecuzioni, persecuzioni, rapimenti, rastrellamento di villaggi. Il grande tema dello Stato Islamico resta la reazione che viene opposta, ma attorno ad esso vi è un insieme di Stati deboli, distratti o più interessati alla propria sicurezza interna e competizione internazionale per rappresentare una proposta concreta.

 

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Bangui: i militari italiani aiutano la città

Medio oriente – Africa di

Bangui – Gli alpini  italiani hanno posato oggi il primo ponte leggero prefabbricato che aiuta la popolazione di due dei quartieri sotto la protezione della missione europea a raggiungere il mercato cittadino e alcune importanti strutture cittadine.

Qui a Bangui anche il più piccolo fosso può diventare un ostacolo alla vita quotidiana e alla divisione dei cittadini.

I genieri alpini del 2° reggimento della missione europea EUFOR-RCA hanno costruito e messo in opera nello spazio di tre giorni un ponte metallico leggero per mezzo del quale è stata ripristinata la viabilità pedonale e dei veicoli in un quartiere di Bangui, nei pressi dell’aeroporto.

Questo quartiere è uno dei 3 presidiati dalle forze della missione europea a difesa dell’aeroporto e delle istituzioni centrali.

La struttura, realizzata dal laboratorio lavorazioni metalliche, era stata espressamente richiesta dalla comunità del quartiere per facilitare il transito dei prodotti agricoli della zona verso i mercati della capitale Centrafricana, con un considerevole risparmio di tempo e maggiore sicurezza.

Alla posa del ponte – avvenuta per mezzo di macchine speciali del genio – hanno collaborato anche numerosi abitanti del quartiere, che hanno contribuito a delimitare l’area del cantiere e chiuso il transito di pedoni, moto e auto per l’intera durata delle operazioni.

La presenza di tanta gente alle operazioni di posa testimonia quanto sia apprezzata dalla popolazione la presenza delle forze internazionali che hanno permesso di pacificare una zona del paese.

Per i genieri alpini si tratta del primo progetto realizzato in seno alla missione europea EUFOR RCA. Nelle prossime  settimane i militari del reggimento della brigata Julia inizieranno la costruzione di un ponte metallico di venti metri che riunirà due quartieri della capitale Centrafricana divisi dalla guerra civile.

 

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Yemen, il giornalista Somers ucciso durante le operazioni di liberazione

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Il reporter americano, tenuto in ostaggio da al Qaeda dal settembre 2013, è morto assieme a circa dieci membri dell’organizzazione terroristica nel corso del tentativo di liberazione portato avanti da un drone Usa

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È fallito il tentativo di salvataggio di Luke Somers, reporter americano rapito da al Qaeda in Yemen nel settembre 2013. Il giornalista non è riuscito a salvarsi dal raid statunitense, che ha comunque visto uccisi circa 10 componenti dell’organizzazione terroristica di istanza nella provincia di Shabwa. La sorella Lucy ha dichiarato di avere appreso la notizia dagli agenti dell’Fbi.

Somers, 33 anni, ha lavorato come reporter presso alcuni organi di informazione yemeniti, ma il suo materiale ha avuto diffusione presso media internazionali come la Bbc. Non più tardi di giovedì 4 dicembre l’Aqap, il ramo saudita di al Qaeda, aveva diffuso un video appello in cui il giornalista chiedeva aiuto per la sua vita in pericolo.

Giacomo Pratali

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Montecitorio: Casini incontra il Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait

EUROPA/Medio oriente – Africa di

I due hanno parlato del legame di amicizia che lega i Paesi e hanno discusso sulla minaccia globale del terrorismo. Comune visione sulla modalità di lotta all’Isis in Medio Oriente: auspicata un’azione non solo militare, ma anche culturale ed educativa

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Giovedì 27 novembre, presso Palazzo Montecitorio a Roma, Pier Ferdinando Casini, Presidente Commissione Affari Esteri del Senato e Presidente onorario dell’Unione Interparlamentare (UIP), ha incontrato Marzouq Alì al Ghanim, Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait. Oltre alle delegazioni parlamentari dei due Paesi, l’ambasciatore kuwatiano in Italia Sheikh Ali Khaled al Jaber.

I temi principali della discussione sono stati la minaccia del terrorismo e la radicalizzazione del conflitto in Siria e Iraq per mano dell’Isis. Durante l’incontro, al Ghanim ha ravvisato la necessità di una comune azione in Medio Oriente con i partner occidentali nella lotta al Califfato. Casini, invece, oltre a ricordare “il grande legame di amicizia che unisce Italia e Kuwait, che risale ai tempi della Prima Guerra del Golfo” e si è dimostrando concorde sugli strumenti da utilizzare nella battaglia contro il radicalismo islamico: “Non basta l’azione militare, ma serve un’importante azione sul piano culturale ed educativo”, ha affermato l’ex Presidente della Camera dei Deputati.

Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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