Sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili / opportunità e sfide per lo sviluppo sostenibile

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I cambiamenti climatici impongono scelte drastiche e non più rinviabili per la decarbonizzazione dell’economia globale. Le azioni fin qui implementate non sono sufficienti. A cinque anni dalla firma dell’accordo di Parigi le stime sul riscaldamento globale a fine secolo si sono ridotte nel 2020 di soli 0,7 gradi, rispetto ai 3.6 gradi stimati nel 2015. Siamo ancora molto distanti dall’obiettivo di incremento di 1.5 gradi e l’umanità continua a consumare risorse naturali 1.75 volte più velocemente di quanto il pianeta sia in grado di rigenerarle. 

Negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione eccezionale in termini di consapevolezza e di impegno globale. Da un lato, le grandi potenze industriali – dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Cina all’Europa – hanno rivisto i loro piani con obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra che solo un anno fa non erano ipotizzabili. Dall’altro lato una nostra ricerca registra come la lotta al cambiamento climatico sia un obiettivo primario della gran parte delle aziende, indipendentemente dalla loro taglia, dal settore e dal Paese di appartenenza. In merito ai piani di decarbonizzazione attendiamo impegni più concreti e stringenti dal G20 a guida italiana, al quale Deloitte ha contribuito come Knowledge Partner per la task force Energy & Resources Efficiency, e nella COP 26 di Glasgow, organizzata congiuntamente dal nostro Paese e dalla Gran Bretagna. 

L’imponente sfida che abbiamo di fronte può essere vinta solo se agiamo subito e su più fronti contemporaneamente, utilizzando tre leve principali: l’efficienza energetica, la produzione di energia rinnovabile e l’elettrificazione dei consumi.

La produzione da rinnovabili è una possibilità concreta perché le tecnologie sono già disponibili. È già possibile produrre in maniera competitiva energia elettrica dal sole, dal vento, da bacini idrici o sfruttando l’energia geotermica. Altre tecnologie pulite, quali il nucleare sicuro, l’idrogeno da elettrolisi, il carbon capture o la produzione di biocombustibili devono ancora essere affinate ma dovranno, entro 5-10 anni, dare un apporto essenziale alla creazione di un portafoglio energetico pulito idoneo a supportare un sistema economico a impatto zero. 

Riguardo la conversione verso le rinnovabili degli usi finali, abbiamo un percorso già avviato per i settori che maggiormente contribuiscono alle emissioni di CO2. Il trasporto su ruota sta andando incontro a veicoli a trazione elettrica alimentati a batteria; le maggiori case automobilistiche stanno trasformando la loro gamma verso l’ibrido e il full electric; alcuni nuovi player propongono un catalogo solo elettrico. Sappiamo cosa fare anche su residenziale e terziario, dove il riscaldamento e la cottura possono essere elettrificate nella gran parte dei casi, con l’ulteriore vantaggio di un considerevole risparmio energetico.

La trasformazione verso le rinnovabili genera opportunità ragguardevoli, in particolare per i Paesi che guideranno la transizione. Un recente studio di Irena prevede la creazione di 100 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore energetico, oltre alla creazione di 98 mila miliardi di prodotto interno lordo mondiale aggiuntivo nei prossimi trent’anni. Altri vantaggi saranno la disponibilità di infrastrutture più solide e avanzate; l’assenza di dipendenza dalle fonti fossili, comunque destinate all’esaurimento; l’estensione dell’utilizzo dell’energia in aree geografiche oggi non servite; la possibilità di vivere in un ambiente meno inquinato che migliori le condizioni di vita nel nostro pianeta.

Accanto a queste opportunità è necessario considerare alcune sfide. La principale è connessa al fatto che il raggiungimento degli obiettivi deve coinvolgere l’intero pianeta. Da un lato andranno convinti i Paesi meno attivi che cercheranno rendite competitive ritardando la transizione, dall’altro lato dovranno essere inclusi i paesi meno avanzati tecnologicamente e più deboli finanziariamente, che sino a oggi hanno contribuito in maniera limitata alla produzione di gas serra e sarebbero danneggiati dalla transizione. In secondo luogo, la transizione avrà categorie sociali e settori produttivi avvantaggiati e altri perdenti: affinché la transizione sia giusta e sostenibile, sarà necessario distribuire i costi in maniera equa, ma anche supportare la conversione di aziende e di professioni che si perderanno. 

Se guardiamo al percorso dell’Italia vediamo diverse luci e qualche ombra. In relazione agli aspetti positivi, va sottolineato il fatto che abbiamo un’intensità carbonica 0,12 KgCO2/euro PIL, di circa il 20% inferiore alla media europea, con una decrescita negli ultimi tre anni del -6,1% contro i -5,5% dell’Europa. Anche la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile è ben posizionata rispetto agli altri paesi europei con una percentuale pari al 42% contro il 38% dell’EU. Scendono anche gli incentivi: nel 2016 il 61% della produzione rinnovabile era incentivata mentre nel 2020 si è passati al 53%. Tra gli aspetti meno ottimistici segnaliamo il rallentamento della corsa al rinnovabile degli ultimi anni, le gare per l’assegnazione della capacità che vanno deserte e il freno ai nuovi investimenti. Gli interventi allo studio per invertire questo trend e soddisfare i nuovi target europei prevedono la semplificazione degli iter approvativi; l’incentivazione degli investimenti nelle nuove infrastrutture digitali per il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica per lo storage; il bilanciamento tra produzione e domanda. A questi interventi saranno dedicati una quota rilevante delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che può finalmente siglare l’agognato cambio di passo per tutto il nostro Paese.

di Angelo Era (Energy, Resources & Industrials Industry Leader – Deloitte Italia)

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