Verso un mondo multipolare, come cambia la geopolitica

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Pierluigi Fagan è un imprenditore e professionista del marketing, da molti anni studia i temi legati alla complessità nel suo più ampio spettro con particolare attenzione a temi sociali, economici, politici e geopolitici.

Nel suo ultimo libro ” Verso un mondo multipolare” edito da Fazi editore, affronta i grandi cambiamenti sociali, politici e economici che il mondo contemporaneo sta affrontando.

Bookreporter lo ha intervistato per comprendere meglio il suo pensiero e il suo punto di vista sugli ultimi sviluppi della geopolitica globale.

Dottor Fagan come è cambiata la geopolitica del pianeta?

la geopolitica innanzitutto è tornata di grande attualità a partire dal fatto non banale che dal 1950 circa la popolazione del mondo è triplicata. Dall’inizio del secolo è quadruplicata. Chiaramente in un sistema anelastico come il pianeta, che non cambia, se le componenti interne aumentano di tre/ quattro volte in un periodo, dal punto di vista storico, molto molto breve, si vanno riformattando tutti gli equilibri interni. Nel 1982 la Cina ha incominciato ad adottare un sistema economico molto simile a quello occidentale e poi con la globalizzazione tutte queste nuove economie si sono affaciate al proscenio mondiale e si va attualmente e nei prossimi decenni verso un rapporto di ridistribuzione dei pesi e dei rapporti. Tutto ciò in un mondo connotato soprattutto da una grande pluralità di attori perché non ci sono soltanto le superpotenze, che oggi sono USA sia per il fattore economico che quello militare, i russi per un fattore militare, i cinesi per quello economico, ma anche una seconda fascia di potenze, che stanno assurgendo a livelli molto importanti come l’india e Germania.

Ma questi cambiamenti sono il risultato di cambiamenti sociali, oppure i cambiamenti sociali sono essi stessi la risultante dei cambiamenti dei rapporti?

Come lei ha detto io mi occupo di complessità, in complessità ci sono sempre relazioni tra le parti di un sistema e tra sistemi e l’ambiente. Ora le società stanno cambiando ma sono all’inizio di questi cambiamenti e le onde lunghe di questo riassestamento planetario ovviamente impattano a tanti livelli. Davanti a questo cambiamento l’occidente sta andando separandosi, un po’ frantumandosi. Hanno iniziato gli inglesi con la Brexit, poi gli american con Trump, che da un’impronta alla policy americana differente da quella precedente che era una sorta di controllo generale di tutto il comparto occidentale che comprendeva anche gli europei. E qui da noi più che più Europa parlerei di più Europe, perché c’è l’Europa dell’est, l’Europa germano scandinava, la gran Bretagna che fa storia a sé, l’Europa latino mediterranea con delle linee che convergano sulla Francia. In linea generale siccome viviamo tutti di economia gli impatti principali sono quelli economici, sia dal punto di vista economico commerciale con la globalizzazione che da quello finanziario. In linea generale noi siamo economie mature, che quindi vanno verso un minor vantaggio, nel senso che ormai abbiamo prodotto molte cose ma anche molto inutili, e abbiamo meno da crescere rispetto a società che si basando su un miliardo e mezzo di persone e devono ancora raggiungere determinati livelli di consumo medio e che insomma hanno davanti decenni e decenni di crescita “naturale”.

Su questa base quali possono essere i mondi che si contrappongono in questa situazione multipolare?

Noi per darci un ordine mentale possiamo immaginarci un occidente verso il resto del mondo, perché l’ordine precedente del ventesimo secolo e del diciannovesimo secolo vedeva l’occidente molto più proiettato in alto, molto più ricco e avanzato. Poi siccome oggi si va sempre più verso forme diffuse di medietà, una convergenza al mezzo, forse noi in occidente dovremo trovare un equilibrio in cui rinunciando a qualche cosa avremo una convivenza pacifica e cooperativa con il resto del mondo. Mondo che è molto eterogeneo, perché la Cina è una cosa, l’India è un’altra, il mondo asiatico, africano e il sud America hanno le loro caratteristiche, quindi ci sarà da passare da una piramide gerarchica molto rigida a una tavola rotonda.

Tenendo presente i vari conflitti locali in varie parti del mondo, è un po’ come le placche tettoniche che si scontrano e devono sfogare la loro energia, queste aree di conflitto locali sono destinate a rimanere instabili oppure sono conflitti che possono risolversi indipendentemente dagli interessi dei grandi attori della geopolitica?

È molto difficile discriminare quanto questi conflitti siano naturali o quanto siano aiutati anche dall’essere proiezione di conflitti tra le superpotenze, quanto per esempio se esse fossero unite nel depotenziare i conflitti non avremmo un mondo così screpolato. Il problema è anche che ci sono luoghi come il Medioriente o anche tutta la fascia asiatica che parte dall’Iran e arriva la Tailandia, o come la stessa Africa, hanno confini che sono stati disegnati a tavolino in epoca coloniale. Queste ripartizioni fatte a seconda dei giochi di forza tra Francia e Inghilterra non sono naturali e non reggono né nella crescita della popolazione né nel gioco economico di chi possiede materie prime, chi è esportatore e chi importatore. Perciò sono zone che potenzialmente potrebbero screpolarsi ancora di più, dipenderà da quanto spazio avranno le forze pacificatrici o quelle bellicose. Progetti come ad esempio la nuova via della seta hanno bisogno di stabilità, quindi non saranno di certo i cinesi a voler alzare il livello di instabilità del mondo. Viceversa chi non vuole che questo sviluppo avvenga per i cinesi avrà tutto l’interesse a fomentare conflitti lungo le vie della seta.

Lei nel libro parla del gioco dei giochi, ci spiega questa espressione?

È una vecchia metafora della geopolitica, delle relazioni internazionali che proviene dal conflitto russo britannico, il grande conflitto che si svolgeva tra Afghanistan e via discorrendo. È una metafora che riprende il gioco degli scacchi, che tra l’altro si basa sulla contrapposizione tra due regni. Diventerà il gioco di tutti i giochi nel senso che i giochi economici, tra culture, civiltà e religioni, gli sviluppi demografici, i movimenti migratori, le pressioni che tutto questo sta portando sull’ambiente, ognuna di queste cose è un gioco e la geopolitica diventa il tavolo dove si intersecano tutti questi giochi, dove si trovano tutte le carte e le fiches che vengono usate dai giocatori che sono poi alla fine gli stati.

Chi  sono gli attori principali in questo momento?

Come Le ho detto i tre attori principali sono quelli, poi c’è una seconda fascia dove a vario titolo rientrano altri paesi, ad esempio la corea del sud è più un attore dal unto di vista economico, la nord corea da quello militare, poi c’è il Giappone, l’Indonesia che sta crescendo molto, l’India, il Pakistan, l’Iran, che insieme a Egitto, Arabia saudita e Turchia formano il quartetto mediorientale. Poi l’Africa è ancora tutta da vedere, come si svilupperà, c’è la Nigeria, l’Etiopia, il Sudafrica che appartiene ai BRICS, il brasile che anche fa parte dei BRICS, ma anche il Venezuela per il petrolio, il Messico quest’anno va alle elezioni, e forse il sindaco di sinistra di citta del Messico potrebbe vincere e invertire questa svolta a destra dei paesi del sud America. Questi sono gli attori principali ed è interessante vedere come anche le piccole e medie potenze riflettono influenze di attori più forti, come nello scontro tra sud e nord corea.

Quali sono secondo lei gli effetti della politica estera di Trump?

Dunque “America first” era uno slogan che implicitamente stava dicendo che l’America non era più prima, o che comunque rischiava di non essere più prima, questa era la grande discontinuità. Quindi la strategia di Trump è quella di rinforzare gli Stati Uniti, per esempio ridiscutendo tutte le partite commerciali stato per stato, ritirarsi dai grandi trattati internazionali della WTO ed andare a trattare con i dieci stati verso i quali gli stati uniti hanno un deficit maggiore. Reimportare in casa delle produzioni, re-industrializzarsi, accorciare le catene logistiche, quindi re-importazione industriale interna, re-importazione di capitali; in politica interna cerca di assicurarsi la maggioranza da entrambe le parti alle elezioni dei midterm, perché se diventa un’anatra zoppa come Obama non va da nessuna parte. Ora midterm e poi fra due anni eventualmente un reincarico. Cosa ha intenzione di farci con questa nuova potenza lo vedremo, ma credo che voglia mantenere il suo ruolo di giocatore principale in un mondo multipolare, perché la uni polarità è un ‘invenzione di alcuni studiosi di relazioni internazionali.

 

Intervista di Alessandro Conte, Aurora Vena

Trascrizione, Chiara Gullotta

Bookreporter Settembre

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