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Turchia:  dopo il tentato  “golpe”, le prospettive politiche

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Le conseguenze del fallito colpo di Stato in Turchia suscitano pesanti interrogativi sul futuro di quel grande paese, sul piano interno e internazionale.   L’azione di destabilizzazione è stata stroncata in poche ore, ma ha prodotto effetti particolarmente cruenti, con 271 morti.    Le sue dinamiche e il suo rapido fallimento hanno evidenziato limiti organizzativi sensibili e carenze e approssimazioni nell’attuazione del piano.

Buona parte delle alte sfere delle forze armate sono risultate estranee al tentato golpe, condannato da larga parte dell’opinione pubblica e dalla stampa che hanno espresso piena solidarietà e sostegno al Presidente Erdogan.    Le stesse opposizioni parlamentari hanno preso nettamente le distanze dall’iniziativa eversiva, pur esprimendo caute preoccupazioni sulla reazione repressiva posta in essere dal governo.  Almeno 70.000 sospensioni dal lavoro o dalle cariche, circa 18.000 arresti, passaporti ritirati, sanzioni e misure cautelari assunte con criteri che appaiono fin troppo generalizzati e indiscriminati.

Troppe persone sono state colpite in pochissime ore e pochissimi giorni – con modalità talvolta raccapriccianti, per gli aspetti degradanti e lesivi della dignità umana – perché sospettate di collusione con la fallita cospirazione.

Difficile evitare, quindi, almeno il sospetto di una resa dei conti generalizzata, a prescindere dalle responsabilità, in ordine al tentato putsch.    E da tempo, peraltro, gli osservatori più attenti segnalano ombre e ambiguità nel regime guidato dal leader dell’AKP, il partito per la Giustizia e per lo Sviluppo, affacciatosi sulla scena politica come promotore di un islamismo moderato e democratico, aperto all’Occidente e alla prospettiva di integrazione nell’Unione Europea.    Questa linea è stata poi ribadita dal suo leader Erdogan, dopo la prima vittoria elettorale del 2002 e l’insediamento come Primo Ministro nel 2003 (dal 2014 è Presidente della Repubblica, eletto dal popolo, dopo l’introduzione dell’elezione diretta).   L’AKP ha cercato di apparire, fin dall’inizio, come il baluardo della moderna democrazia liberale nel Medio Oriente.    Ma sull’indirizzo politico impresso dalla leadership di Erdogan, negli ultimi tre lustri, affiorano, da anni, fondate perplessità, in considerazione delle repressioni e dei processi a carico di dissidenti e cronisti, delle persistenti penalizzazioni dell’etnia curda, delle ribadite posizioni negazioniste sul genocidio armeno, dei violenti interventi della polizia nei confronti dei manifestanti di Piazza Taksim, nel 2013, delle ambiguità evidenziate nel contrasto della minaccia Isis.   All’immagine di baluardo ed esempio di democrazia e di modernità nel Medio Oriente, si è gradualmente sostituita quella di un aspirante sultanato, con connotazioni di inquietante autoritarismo.   Un’immagine che trova conferma nelle drastiche misure repressive assunte dopo il golpe, nella tentazione di ripristinare la pena di morte, nell’atteggiamento di sfida assunto nei confronti degli alleati occidentali (Europa e Stati Uniti).   Non è semplice, al momento, cogliere le motivazioni di scelte e posizioni così drastiche ed estreme.

La Turchia è collocata in un’area investita da conflitti e tensioni che rendono il ruolo del Paese particolarmente strategico, ai fini della composizione degli stessi e, al tempo stesso, espongono la nazione al continuo rischio di subirne i riflessi, in termini di stabilità e di sicurezza.    Alle porte c’è la complicata guerra civile siriana, anzi siro-irachena e l’assedio alla roccaforte del Califfato, ormai in evidente affanno.

Un conflitto dalle imponenti conseguenze in termini di barbarie, devastazioni, pulizia etnica e migrazioni di massa, che deve essere superato al più presto, per fermare la catastrofe umanitaria.  Alla realizzazione di questo intento non può mancare il contributo di una nazione come la Turchia, per la sua posizione geografica, la sua forza militare, il ruolo politico rivestito nello scacchiere mediorientale.

Negli ultimi tempi, prima del golpe, Erdogan si era mostrato, dopo le iniziali ambiguità, più collaborativo nei confronti di Usa e Russia, nella lotta contro lo Stato Islamico e aveva ristabilito relazioni più distese con gli israeliani.   Con l’UE aveva concluso il noto accordo sui flussi migratori, in grado di alleggerire la pressione verso l’Europa stessa delle moltitudini in fuga dai conflitti.   Ora però il Presidente appare sempre più solo nello scenario internazionale, le repressioni indiscriminate e brutali, tipiche dei regimi totalitari e le dure polemiche contro Stati Uniti ed Europa provocano il suo crescente isolamento.   Forte nel Paese, sostenuto ancora dai mezzi di informazione e dai militari rimasti in servizio, con un consenso popolare forse addirittura più esteso, dopo la tentata deposizione, rischia di diventare il classico “paria”, tra i grandi della Terra.  E’ vero, l’Europa ha bisogno di lui per i migranti, Usa e Russia forse non possono prescinderne, ai fini di un efficace contrasto del Califfato, ma tirando troppo la corda sui diritti umani e sulle accuse agli alleati (di scarsa solidarietà agli europei, addirittura di complicità con i golpisti agli americani), la collaborazione potrebbe diventare troppo imbarazzante per gli occidentali.   E la stessa appartenenza alla Nato potrebbe essere messa in discussione.

Quindi la deriva intrapresa tende a provocare seri rischi di isolamento e incrinare, nel corso del tempo, anche quel consenso di cui ancora può giovarsi il Presidente, nel popolo, nei media e nelle forze armate, potenziando il dissenso di quei partiti minoritari che oggi appaiono deboli, irrilevanti e intimiditi, ma potrebbero crescere, se si sviluppasse l’esigenza di un’alternativa a un regime sempre più oppressivo ed autoritario.   Regime che, accentuando questi aspetti, potrebbe provocare l’allontanamento di turisti e investitori, con conseguenti penalizzazioni economiche per il Paese, considerando che proprio l’economia viene ritenuta il fiore all’occhiello di Erdogan, sotto i cui governi il benessere dei ceti medi sarebbe cresciuto e si sarebbe registrata una migliore distribuzione della ricchezza.

Di fronte a sé il Presidente ha una sola prospettiva ragionevole: l’inversione di rotta, il ripristino delle garanzie e delle libertà proprie di uno Stato di diritto e la distensione nei rapporti con gli alleati americani ed europei.    Tentando di nuovo di pervenire agli accordi di pace con i curdi e collaborando con gli alleati nella lotta al terrorismo del Califfato e nella ricerca di una soluzione politica per la vicina Siria, la cui deflagrazione minaccia la stabilità di tutta l’area e anche della Turchia.

 

 

Alessandro Forlani
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