Quando tutto sarà finito. La necessità di ripensare all’importanza sociale dello strumento militare.

in SICUREZZA/SOCIETA' by

Si vis pacem para bellum. E’ un antico motto romano trito e ritrito sui siti che parlano di geopolitica e di analisi delle questioni militari. Ma anche oggi è più che mai attuale e coerente con il quadro situazionale. La guerra che combattiamo non è più contro una possibile invasione dei carri armati dell’URSS, ma è pur sempre una guerra. Contro il virus e contro noi stessi.


Contro noi stessi sì: la nostra società è talmente rammollita che intravede un sacrificio nello stare a casa, il più delle volte senza lavorare o lavorando in maniera “agile”, e nel cambiare le proprie abitudini di vita. L’idea di poter svolgere solo le operazioni essenziali, quali mangiare, dormire e curarsi, spaventa le orde di italiani che ormai non sanno più rinunciare alla corsetta, alla palestra, all’aperitivo, alla cenetta, alla socialità.
Rammolliti, questo siamo. La maggior parte delle famiglie ha almeno  una TV, molti altri ancora hanno il wi-fi, Netflix, Sky etc. Eppure, la voglia ed il desiderio di intrattenimento non si esauriscono.

La prima guerra da combattere è contro noi stessi. Ma si sa, vincere sé stessi è la più dura delle battaglie.La battaglia contro il virus viene affrontata giornalmente dalle Istituzioni, dagli Enti locali, dalla Protezione Civile, dal Sistema Sanitario Nazionale, dalle Forze di Polizia e dalle Forze Armate.
Ed è proprio di queste ultime che bisogna parlare oggi. Non solo di mistica esaltazione dell’operato dei nostri uomini in divisa, che è encomiabile sempre e comunque.

Occorre guardare il telegiornale e leggere i giornali di questi giorni per capire come lo strumento militare sia sempre più indispensabile per tamponare le falle di altri sistemi e di altre infrastrutture critiche. Ma occorre saper leggere tra le righe, per capire fino in fondo questa necessità.
L’unica ditta italiana che, a Bologna, produce respiratori – di cui oggi c’è una terribile penuria – ha chiesto ed ottenuto dal Governo l’invio di 25 militari dell’Esercito per aumentare tempi e ritmi di riproduzione. E cosa spicca nel servizio telegiornalistico che ne parla? Le mostrine del corpo degli Ingegneri dell’Esercito. Un corpo costituito da soli ufficiali, che è andato in soccorso di quella ditta per capire quali e quante risorse destinare a quella filiera produttiva. E salvare vite.

Ma facciamo un ragionamento ipotetico. Ogni infrastruttura critica ha i suoi organismi di business continuity e di disaster recovery. Quindi anche le strutture nazionali dedite alle telecomunicazioni ne hanno una, efficientissima e a prova di attacco. Chi pensate che chiamerebbero se le telecomunicazioni del nostro paese venissero meno? Se non lo sapete, ve lo dico io: i Reggimenti Trasmissioni dell’Esercito.
Facciamo un salto indietro di molto tempo: a quando negli anni ’70, o anche prima, scioperi infausti minacciavano l’economia nazionale, la libertà di movimento dei cittadini e la mobilità del nostro Paese.

Chi conduceva i treni sulle tratte essenziali? Chi lo farebbe ancora adesso se si verificassero problemi all’infrastuttura ferroviaria del Paese? Il Genio ferrovieri dell’Esercito Italiano. Torniamo ai giorni nostri: chi c’era quando, dopo il tragico crollo del Ponte Morandi, bisognava mettere in sicurezza la zona e studiare e pensare a come far saltare i resti del ponte evitando ulteriori danni a cose e persone? L’Arma del Genio dell’Esercito Italiano.
Vogliamo parlare dei tragici terremoti dell’Italia centrale e dell’Emilia? Là si vedevano divise di tutti i colori possibili intente a scavare. Persino la Gendarmeria Vaticana è venuta ad aiutare le nostre Forze Armate e di Polizia.

E tutti i mezzi che hanno tristemente condotto presso i forni crematori le vittime del coronavirus a Bergamo? Appartenevano all’Esercito Italiano (verosimilmente all’Arma dei Trasporti e dei Materiali). Quindi, il pietoso lavoro di trasportare le salme di povere persone colpite dalla malattia – con tutti gli accorgimenti per il contenimento di possibili danni biologici – è stato affidato ai militari. E ancora: i soldati sulle nostre strade, “Strade Sicure”, ci hanno abituato alla loro rassicurante presenza.

Solo i cretini parlano con fastidio di “città militarizzate”, non capendo che una coppia di soldati vicino ad un’ambasciata o ad una centrale elettrica – oltre a costituire essa stessa un obiettivo sensibile – consente contemporaneamente a una pattuglia di Poliziotti o Carabinieri di fare più attività di controllo del territorio. E guarda caso… quando le Forze di Polizia non riescono da sole ad eseguire tutti i controlli per verificare il rispetto delle ultime disposizioni emergenziali chi viene coinvolto? L’Esercito Italiano. Anzi, in Lombardia ci si lamenta che avrebbero dovuto mandare più rinforzi.

Vogliamo parlare della Sanità Militare? Per anni si è detto che era inutile, che era una sanità privata, destinata ai VIP – cioè ai militari – che non era giusto, che era un benefit per i Generali, che sarebbero bastati pochi medici militari specializzati in medicina d’urgenza e festa finita.
Una volta in Italia, a Firenze, c’era un’Accademia Militare specializzata nella formazione dei medici, dei veterinari e dei farmacisti, per tutte le Forze Armate.

Solo con fatica, nel ’99, dopo anni di interruzione in una simile formazione, l’Esercito Italiano ha inserito dei corsi regolari di futuri medici militari nella propria Accademia di Modena. Le altre Forze Armate li assumono a nomina diretta: cioè a chi si è già laureato per conto suo nella vita civile.
In Italia c’erano ospedali militari in ogni regione, e non esisteva solo il Policlinico Militare del Celio. C’era anche il Policlinico Militare di Padova, ora Dipartimento Militare di Medicina Legale.

Gli ospedali militari assicuravano la profilassi contro la maggior parte di patologie dalla popolazione maschile, prima e durante il servizio di leva.
Dopo l’abolizione della leva costituivano comunque dei centri qualificatissimi e specializzati in tutte le branche della medicina. Al servizio della popolazione e non solo dei militari.

Ma sono durati poco. Poi sono intervenuti accorpamenti, ripiegamenti, declassamenti… e soppressioni o, come si dice in gergo, “scioglimenti”.
Sapete qual è il contributo odierno dei medici e degli infermieri militari all’esigenza del coronavirus? Qualcosa poco al di sotto del totale del numero delle unità complessive a disposizione degli organismi militari.

Senza il supporto della struttura sanitaria militare, non sarebbe stato predisposto il primo centro di quarantena per i positivi al coronavirus, alla Cecchignola (la c. d. Città Militare), non sarebbe stato possibile rinforzare gli ospedali in Lombardia, in Emilia ed in Veneto, non sarebbero stati costruiti ospedali da campo in tutta italia. Un apparato dello Stato, quello della Sanità Militare, che è stato nel tempo impoverito, destrutturato… quasi a doversi giustificare della propria esistenza. E invece, come vedete, un motivo c’è sempre. Ed è il più valido di tutti. La vita.
Potrei continuare per ore.

Abbiamo parlato dell’Esercito – che non è la Forza Armata più numerosa – al contrario di quanto si pensi. Ma tutte le strutture – logistiche e non – di tutte le quattro Forze Armate sono su di giri in questo momento e stanno dando il massimo in termini di sacrificio personale, umano, professionale. Molti, lavorando, hanno contratto la malattia. Anche tra i vertici. E, sono sicuro, con rammarico si sono messi in quarantena perché consapevoli della necessità che ora più che mai c’è bisogno di cervelli, di braccia, di divise e di stellette.

Non è un semplice elogio. E’ una costatazione che ognuno di noi può fare semplicemente guardando il telegiornale in maniera un po’ più attenta.
Quindi, anziché guardare male i nostri soldati, prenderli in giro, far finta di non capire il perché delle loro specializzazioni, cercare appositamente di estraniarci dal loro mondo e di non voler imparare almeno qualche parola della loro lingua, meglio sarebbe riflettere.
Riflettere sul fatto che – domani, quando tutto sarà finito – bisognerà investire di più nelle Forze Armate, e ancora di più nei loro apparati logistici. Che servono a tutti noi, non solo a loro.

Anche se è difficile ammetterlo, tutte le Amministrazioni civili (e anche le migliori organizzazioni aziendali private) cercano di ricalcare la struttura militare per assicurarsi l’efficienza e la produttività. Programmare, organizzare, comandare e poi controllare, sono principi di scienza dell’organizzazione che derivano dal mondo militare.

Pensate al concetto, coniato abbastanza recentemente, di “Difesa civile”. Da chi o da cosa pensate venga mutuato?
Senza nulla togliere alle Forze di Polizia, alla Protezione Civile nazionale e locale ed al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco (così battezzato dal poeta-soldato Gabriele d’Annunzio), che quotidianamente pagano il loro tributo di sudore e – ahinoi – di sangue… da quali dottrine credete vengano mutuate le prassi per far fronte alle emergenze, alle calamità naturali o alle crisi come quella che stiamo vivendo?

In questo articolo tralascio volutamente di ricordare l’impegno di tutte le Armi, Corpi, Reggimenti e reparti operativi che provvedono alla sicurezza del Paese e che svolgono missioni umanitarie e di pace: non basterebbero svariati volumi per parlare di coloro che operano con la stessa professionalità e dedizione di quelli che oggi si stanno distinguendo in particolare per l’impegno in Patria, per l’emergenza COVID-19.
Qualcuno, giustamente, dirà che i soldati e tutti i componenti del comparto Sicurezza e Difesa sono pagati per quello che fanno e che stanno facendo solo il proprio dovere. E’ verissimo: se vogliamo pensare ai militari come dei semplici impiegati dello Stato (con più doveri che diritti, sia ben chiaro), dobbiamo fare in modo che questi impiegati possano svolgere al meglio il proprio lavoro, garantendo a questo comparto i giusti fondi, i giusti mezzi, la giusta considerazione quando si preparano e si votano le leggi di bilancio.
Dobbiamo fare in modo che questi apparati siano ancora più pronti e preparati a fronteggiare la prossima emergenza, per la serenità di tutti noi.
Poi, se l’Italia – che si definisce una potenza mondiale- volesse davvero agire come tale, potrebbe anche cominciare ad avvolgere le proprie Forze Armate di un’aura di sacralità che, ahimé, esiste nella maggior parte del mondo ma che da noi si percepisce sempre meno. Ma questa è un’altra storia.

E allora, quando reagirete stizziti e nervosi al prossimo controllo per strada, quando la prossima volta urlerete 10 100 1000 Nassirya, pensate a oggi. Pensate al coronavirus.

6 Comments

  1. Una fotografia che descrive in maniera chiara ed efficace il valore dell’esercito e delle FA. Complimenti

  2. A OGNUNO IL PROPRIO MESTIERE. Solo chi è preparato perchè addestrato in merito può risolvere con competenza i vari problemi, le varie stuazioni di calamità all’occorrenza e con professionalità.
    Dopo questa esperienza spero proprio che il Parlamento all’unanimità approvi che in qualsiasi tipo di calamità, si crei un periodo di emergenza guidato dalla competenza del nostro Esercito altamente qualificato in merito e in qualsiasi situazione che si possa venire a creare. La politica che per sua natura si muove in base al consenso popolare, non potrà mai essere in grado a svolgere il comando di situazioni di calamità come l’attuale e di tante altre. Commeterebbe solo errori e danni, come in parte si stà già evidenziando nell’attuale gestione del covid 19. MERITO ALLE NOSTRE FORZE ARMATE.

  3. Complimenti per la lucidità e chiarezza dell’esposizione. Ho ritrovato, durante la lettura dell’articolo, molte idee, pensieri e riflessioni che stavo maturando già da alcuni mesi, prima ancora dell’emergenza attuale. Per la precisione, mi avevano lasciato delle perplessità sia il convegno del 5 ottobre u.s. a Palazzo Salviati su “Esercito e tecnologia” sia il primo convegno/tavola rotonda del Centro Studi Esercito tenuto in gennaio c.a. presso la sede dell’aeroporto di Centocelle. Spero che potremo avere modo di approfondire l’argomento in futuro. Comunque ringrazio sentitamente.

  4. Le nostre forze Armate su scenari complessi hanno molta competenza e professionalità che ci riconoscono e ci distinguono da ogni parte del mondo.

  5. Abbiamo ceduto la Protezione Civile, sono stati i nostri generali allora al vertce. Di che ci lamentiamo?
    Ora quando i nostri militari sono in strada non hanno neanche lo status di Polizia Giudiziaria per poter generalizzare un individuo.
    Siamo diventati un’Organizzazione per fare “scena” quando conviene.

  6. Purtroppo, penso che a problema risolto, come già accaduto in passato, tutti (o quasi) si dimenticheranno dei militari e dei medici…

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