Elezioni usa: incognite e attese all’alba dell’era Trump

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La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha suscitato, negli Usa e nel mondo, sensibili preoccupazioni, data la totale “verginità” politica del neoeletto e gli argomenti “politicamente scorretti”, a più riprese utilizzati durante la corsa verso la Casa Bianca.    Abbiamo assistito, nelle ultime settimane, alle manifestazioni di protesta popolare che si sono svolte negli Stati Uniti, un fenomeno cui non eravamo abituati, in quelle dimensioni e con quell’intensità di esasperazione, nei confronti dell’elezione di un Presidente di quel grande paese.    Anche in Europa si avverte il timore diffuso di una nuova era della politica americana che possa compromettere il rapporto di collaborazione e di alleanza strategica che finora si è sviluppato tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico.    Incombe lo spettro di un tendenziale disinteresse verso il destino dell’Unione Europea.    Al tempo stesso, taluni osservatori ipotizzano la rinuncia ad un certo interventismo nelle crisi più gravi che minacciano il pianeta e un rapporto preferenziale con la Russia di Putin.

Tanto nelle cancellerie degli stati, quanto negli establishment dei partiti, l’outsider, l’uomo nuovo, estraneo agli schemi consueti della politica, incute sempre una certa diffidenza ed inquietudine, soprattutto quando linguaggio e programmi si rivelino decisamente stonati, rispetto alle posizioni comunemente espresse dalle leadership “professionali”.    E verso Trump non  si registra, peraltro, solo la normale perplessità che suscita il nuovo ed il “diverso”, il neoeletto ci ha sicuramente messo del suo, nel corso della campagna presidenziale e un po’ anche dopo, per evidenziare una “controtendenza”, nei confronti di posizioni e di schemi ormai consolidati.    L’allungamento del muro con il Messico, il respingimento dei clandestini, il processo alla sua rivale Hillary, la promessa abrogazione dell’Obamacare, il contrasto delle pratiche abortive, una certa diffidenza verso gli islamici sono temi che dividono inevitabilmente l’opinione pubblica  e suscitano allarme e repulsione in vasti settori della stessa, negli Stati Uniti e fuori.      La stessa immagine personale del tycoon neoeletto è stata pesantemente compromessa da battute poco edificanti sul genere femminile, riemerse negli ultimi giorni della campagna elettorale.    Ma i più “allarmati” devono tenere comunque conto che l’assetto costituzionale degli Stati Uniti prevede forme di controllo e di contrappeso che non consentono a un Presidente di discostarsi sensibilmente dall’operato dei predecessori, soprattutto su valori fondamentali della convivenza derivanti dai principi della democrazia e dello stato di diritto.     Occorre pur sempre una vigilanza costante dell’opinione pubblica e dei media, perché, in alcuni frangenti di panico e di emergenza, si possono sempre annidare tentazioni “elusive” delle conquiste di civiltà e del rispetto dei diritti umani e delle minoranze.    Questi rischi si corrono soprattutto, quando la cultura, la tensione etica che ha favorito e promosso queste conquiste, venga posta in discussione o relegata in una condizione di marginalità.    Ecco, su questo Trump dovrà dare dei segnali chiari, rasserenando quella parte di America che appare profondamente turbata dalla sua elezione.    Già in queste settimane successive all’election day, l’approccio del Presidente eletto sui temi principali del suo programma politico sembra un po’diverso e più cauto, rispetto ai toni di una campagna elettorale fin troppo aggressiva e conflittuale.   Ci sono poi i contrappesi (Congresso, Corte Suprema, in particolare) che costituiscono una solida garanzia.    Ma i segnali di moderazione, negli obiettivi e nella scelta dei collaboratori, sarebbero utili a rassicurare l’opinione pubblica interna e la comunità internazionale.

Questo vale per le politiche migratorie, la riforma sanitaria – lasciando comunque una forma di copertura per i più poveri -, la sicurezza e il rispetto di etnie, culture e religioni, Islam in particolare, distinguendo nettamente tra la professione di questa fede e i fenomeni eversivi e terroristici che, arbitrariamente, nel suo nome scatenano violenze efferate e conflitti.       Il voto a Trump è stato soprattutto un voto “contro”, di protesta nei confronti dell’establishment dominante, ha evidenziato la frustrazione della classe media, legata alla crisi economica, alla riduzione dei salari e dei posti di lavoro, anche a causa della delocalizzazione produttiva.   Un voto ispirato dall’insofferenza verso la vecchia classe politica – repubblicana e democratica – più che da fondate aspettative nei confronti del vulcanico candidato “outsider” e delle sue promesse.    Ma è stato anche un voto di accorata esortazione verso il cambiamento !!   Gli obiettivi di politica economica del tycoon catapultatosi in politica sollecitano l’ansia di riscatto di quell’America che non si sente più rappresentata dalle élites tradizionali: investimenti nelle infrastrutture (strade, ponti, aeroporti), la promozione e l’agevolazione degli insediamenti produttivi sul territorio nazionale, una certa dose di protezionismo, dalla Cina o da altri  “giganti” economici stranieri.    E, soprattutto, un consistente taglio di tasse, non semplice da realizzare con una maggioranza del suo stesso partito, nei due rami del Congresso, che però sembra preferire i tagli di bilancio.  Difficile conciliare una politica espansiva di investimenti, con la riduzione delle entrate fiscali e con l’orientamento repubblicano per i tagli di spesa.    Vedremo, in questi anni, se la ricetta funzionerà, anche a dispetto di queste criticità.     Di fronte ai fenomeni nuovi che si impongono nello scenario storico-politico, occorre sempre abbinare  ad un sano e controllato scetticismo una certa dose di fiducia e di ottimismo, confidando nelle risorse della democrazia, del pluralismo, delle forme possibili di controllo popolare.    A volte, le apparenze iniziali e i pregiudizi ingannano.      Forse non c’è un’evidente analogia, ma la vittoria di Trump mi ha ricondotto, con la memoria, a quella di Ronald Reagan su Jimmy Carter, nel 1980.   Certamente altri tempi e altra storia, molte differenze, Reagan era già un politico a pieno titolo, ex Governatore dello Stato più popoloso dell’Unione, la California e non così  “politicamente scorretto” nel linguaggio, come si è rivelato Trump, nella campagna elettorale.  Ma anche lui era considerato troppo conservatore – si era appena concluso il decennio dei “Settanta”, segnato dall’egemonia culturale di una certa sinistra intellettuale -, anche lui un poco “outsider”, per i suoi trascorsi di attore, anche lui non era molto amato dall’establishment del Partito Repubblicano – il suo partito, come nel caso di Trump – ed era ritenuto poco esperto nel campo della politica internazionale, forse perché l’approccio appariva, in qualche misura, semplicistico e approssimativo.    Eppure, nel corso dei suoi due mandati (1981-1989), si rivelò uno dei più grandi presidenti, tanto in politica interna, quanto nelle strategie internazionali e la stessa caduta del comunismo nell’Europa orientale (“Mr. Gorbaciov, tear down this wall !”), quanto la fine della Guerra Fredda possono ritenersi un effetto indotto delle sue scelte politiche.    E ancora oggi è la vera icona, l’uomo – simbolo, di quel Partito Repubblicano che all’epoca non sembrava del tutto persuaso del suo valore.       Riguardo a Trump…, staremo a vedere…, fiduciosi e senza inutili pregiudizi, rispettando il risultato elettorale.

Di fondamentale importanza deve ritenersi la scelta dei componenti dello staff, collaboratori, consiglieri, ministri.    Questo vale soprattutto per un Presidente privo di esperienza politica.  E’ all’interno della squadra che, in genere, maturano le decisioni importanti.

Nello scenario internazionale, sarà necessario, a mio giudizio, assegnare la priorità alla ricostituzione degli Stati falliti – Siria e Libia, in particolare –, fonte di tensione e di instabilità.   E, soprattutto, chiudere il conflitto siriano, con la catastrofe umanitaria che quotidianamente produce, in termini di vittime, sofferenze e migrazioni di massa.      La maggiore apertura verso Putin dovrebbe spingere Trump verso una “distensione costruttiva”, superando il clima di revival di Guerra Fredda che si è determinato negli ultimi anni e realizzando una forma di cooperazione finalizzata soprattutto alla pacificazione della Siria.   Una cooperazione che includa a pieno titolo un’Europa  che appare oggi priva  della necessaria coesione e, soprattutto, di una leadership forte e rappresentativa delle diverse sensibilità, nella trepidante attesa dell’esito delle urne in Francia e Germania.     Ma la sfida deve essere raccolta, rilanciando la politica estera e di sicurezza comune.   Le divisioni e contraddizioni potrebbero, infatti, diventare il pretesto per una marginalizzazione della costruzione comunitaria, stretta tra i due “giganti” – non particolarmente “europeisti” – dello scenario mondiale.

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