GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Le comunità Roma di Gjakove, Kosovo

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Giorno 2: le comunità Roma di Gjakove

Gjakove è una della città che più è stata colpita dalla guerra del ’98-’99. 1870 morti e 6500 case distrutte sono il risultato della ritorsione del governo di Milosevic contro una città quasi esclusivamente di origine albanese.

Oggi Gjakove conta una popolazione di 94.000 abitanti, quasi tutti di origine albanese, ma ai margini della città vivono più di 3000 persone di origini Roma. Il problema dell’integrazione per questa comunità, al suo stesso interno divisa in “Askhali”, “Egyptians” e “Rom”, è ancora una questione largamente irrisolta, nonostante l’amministrazione comunale, capeggiata dall’unica sindaca del Kosovo ed “egyptian” di origine, stia promuovendo iniziative culturali volte al riavvicinamento delle diverse comunità e la ricostruzione di interi quartieri residenziali.

Clicca per vedere lo slideshow.

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Gipsy Groove al Përalla Festival di Gjakova

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Giorno 1 – Parte SecondaIMG_3459

Sono quasi le 6 di sera quando ci rimettiamo in macchina. Questa volta è Luli che decide per noi, Prizren è a soli 15 minuti di strada, e prima di andare al festival possiamo farci un giretto tra le vie del centro più culturalmente attivo del Kosovo. A differenza delle altre città, Prizren ha un centro antico. “Assomiglia a Sarajevo” esclama Eleonora mentre attraversiamo un ponte costruito dagli ottomani. Ci sediamo in un baretto lungo le sponde del Bistrica, per fare due telefonate agli organizzatori del Përalla festival di Gjakova. Non appena il sole scende e tutto si colora di un arancione denso e palpabile, iniziamo a congelarci di freddo, e ci trasciniamo tremanti fino alla macchina. Riusciamo a metterci sulla strada verso Gjakova solo al secondo tentativo, con grande apprensione di Luli. Posiamo i nostri zainoni spacca schiena al Metropolis Motel, uno di quei motel usati dalle coppie non sposate per le fuitine notturne, con tanto di entrata posteriore per uscire di scena con discrezione, e ci fiondiamo al festival guidati da un ragazzo del motel.

Luli è in stress da parcheggio, e dopo 200 manovre si piazza nel posto più lontano dal Festival, per cui ci facciamo una scarpinata di 15 minuti in mezzo al bosco sotto le stelle fino a quando una piccola vallata scavata tra due colline ci illumina il sentiero. Centinaia di ragazzi e ragazze calcano contro l’entrata per buttarsi sotto il palcoscenico in attesa del gruppo di star della serata: i Gipsy Groove. Sono le nuove star del Kosovo, tutti Rom di diversi paesi: il cantante di Gjakova, il batterista di Zagabria, i gemelli ottoni della Macedonia, il chitarrista albanese. Non appena vengono chiamati sul palcoscenico, la valle di Shkügen si inonda di gridolini e salti che fanno traboccare le bottiglie di birra ovunque.

IMG_3747Kafu, il cantante, in due mosse addomestica il palcoscenico lanciando le mani piene di anelli verso il cielo rischiarato dalla luna quasi piena. Gipsy Blues and Rock&Roll è il pezzo atteso da tutti. Ma la scena si riscalda anche quando un ritmo Raggae introduce la famosa canzone rom Ederlezi, scritta nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale e diventata famosa in tutto il mondo grazie a Goran Bregovic. I sei musicisti del gruppo, ci hanno spiegato la mattina seguente che la più grande vittoria è stata proprio quella di riuscire a far ballare e cantare tutti su note gipsies. Albanesi, rom, serbi. La musica gipsy ha bisogno per sua natura di mischiarsi a generi, culture, melodie diverse, per plasmarsi ed evolversi. D’altronde, se pensiamo a vari generi musicali come il flamenco o il jazz manouche, cosa sono se non una miscela di ritmi di mondi lontani fusi dalle corde dei chitarristi rom? Parlano di discriminazione, di minoranze, ma soprattutto parlano della vita di tutti i giorni dei rom. I testi sono rivolti ad una generazione futura e giovane che secondo Kafu é sulla buona strada per l’integrazione, anche se, come suggerisce lui stesso, il momento in cui il razzismo verso i rom finirà sarà quando “il fatto che tua sorella esca con un rom non sarà più considerato come un problema…”, perché a tutti piacciono le belle parole, ma quando si tratta della vita personale di ognuno di noi, il gioco è diverso.

Dopo una bella chiaccherata su musica e poesia all’Urban Café di Gjakova, con un sottofondo di Bob Marley che fa canticchiare sorridenti i 6 musicisti di Gipsy Groove, i ragazzi si caricano l’armamentario di strumenti per la prossima tappa della loro tourné dei Balcani, Tirana.

Vi lasciamo sulle note di Gipsy Groove, che forse in futuro verranno in Italia.

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Nelle miniere di Trepča, 600 metri sotto terra

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Immaginatevi di sentirvi risucchiati verso il centro della terra, vi è mai capitata come sensazione? Lo stomaco raggiunge la gola in un balzo, sotto i piedi è come se si aprisse una voragine e nel frattempo una mosca immaginaria inizia a ronzare in circolo dentro la vostra testa.

Ci è capitato oggi, nelle miniere di Trepča, il complesso minerario più grande di tutta Europa ricchissimo in piombo e zinco. La proprietà delle miniere è contesa tra Serbia e Kosovo in una battaglia simbolica quanto politica che è finita sui tavoli negoziali a Bruxelles, diventando di fatto una delle priorità assolute nelle trattative Pristina-Belgrado portate avanti dall’Unione Europea.

Trepča si trova a Mitrovica, una città di confine divisa in due dal fiume Ibar: a nord la parte serba, a sud quella a maggioranza albanese. Un ponte divide due mondi paralleli e solo pochi fanno abitualmente avanti e indietro tra nord e sud. I pochi che per lavoro sono obbligati ad attraversare quotidianamente le due parti si riconoscono dalle loro macchine, tutte senza targa. Le ultime due guerre hanno fomentato un odio che non è ancora assopito, e in città la battaglia si consuma in piazze intitolate a partigiani di ciascuna parte, monumenti e bandiere, serbe e albanesi, che colorano diversamente le due sponde del fiume.

Arrivando da Belgrado in minibus, non appena valicato il “confine”, che per i serbi è un semplice posto di blocco, per le strade ci è capitato di vedere cartelloni enormi con scritte “Questa è Serbia” e gigantografie di Putin appese a ristoranti o stampate nei teloni posteriori dei camion.

Anche la lingua è una barriera non indifferente e sebbene ambo le parti non si distinguano poi più di tanto in quanto al bere fiumi di alcool tutto il giorno, bisogna stare ben attenti a che formula usare quando si brinda.

Così come Mitrovica, anche il complesso di Trepča è diviso, alcune parti addirittura con la Croazia. L’estrazione di minerali avviene in entrambe le parti, ma le raffinerie sono tutte a nord, in quella serba, sebbene la gigantesca ciminiera che sovrasta l’intera città sia spenta da diversi anni.

Stamattina, con gli occhi stropicciati dal sonno, ci siamo avviate verso sud per incontrare i minatori albanesi. Al valico della cancellata della miniera ci aspettava Mostafa, il portavoce del complesso di Trepča, che ci ha subito accompagnato a curiosare in giro per gli edifici e a fare alcune interviste, tra cui anche un rappresentante sindacale che ci ha parlato degli ultimi scioperi di gennaio, non contro l’amministrazione della miniera, ma contro la sua privatizzazione. Da che mondo e mondo, ci spiegava, le miniere sono tutte nazionalizzate, ed è nell’interesse dei minatori mantenerle pubbliche a tutti gli effetti, in modo che la sovranità del Kosovo sul complesso venga riconosciuto una volta per tutte. 3500 persone lavorano per mantenere la miniera attiva tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24 e alcuni di loro lavorano fino a 1100 metri di profondità.

Ma non si va a parlare con i minatori senza scendere in miniera. Così, munite di caschetti, torcia, stivaloni e divise da lavoro, siamo scese anche noi. Una affagottata a mo’ di omino michelin, l’altra che sembrava “appena uscita da un campo di concentramento” e l’altra ancora con uno stivale bucato, che da lì a poco avrebbe regalato grandi emozioni, ci siamo schiacciate dentro il gabbione-ascensore insieme a Mostafa, due minatori e il nostro Luli, l’interprete.

“Pronte alla discesa?”, Mostafa caccia un urlo all’uomo provvidenza, ovvero colui che passa otto ore della sua giornata dentro un gabbiotto a tirar su e giù i minatori dagli inferi.

Click, la gabbia inizia a cigolare, appena il tempo di accendere le lampade e…broooooooom! Veniamo tutti risucchiati.

Ci vogliono tre, forse cinque minuti ad arrivare alla nostra destinazione. Dopo i primi momenti di sconcerto si chiacchiera, qualcuno sfumacchia, finché finalmente non raggiungiamo i -600. Fuori dalla gabbia ci imbattiamo in uno dei carrelloni e varchiamo il portone d’accesso ai tunnel.

Meraviglia!

Tunnel dai soffitti altissimi illuminati solo dalle torce si spalancano davanti ai nostri occhi stupefatti. Prima un tratto di con rotaie e terra battuta, poi pantano e mano a mano quasi esclusivamente tratti completamente allagati.La luce fa brillare i minerali nel buio. Ad un certo punto ci travolge una zaffata di aria calda e l’umidità si fa davvero alta, per la gioia delle nostre reflex che si appannano in continuazione. Incontriamo due minatori che con un trivellatore – svedese, i migliori a quanto pare – bucano grandi X rosse segnate su una parete immensa. Lavorano con a disposizione un solo fascio di luce che proviene dal macchinario. Poi mano a mano incontriamo nuovi fasci di luci piccoli, altri minatori e altre macchine che per un momento illuminano un tratto di strada.

Ovunque nei tunnel ci sono segnali per non perdersi: bulloni montati al contrario negli innesti delle tubature dell’aria, frecce disegnate con gessi, lettere in vernice rossa…ma per chi lavora lì da una vita praticamente non ce n’è bisogno. Conoscono tutte le “vie” sotterranee a memoria, dal livello -60 al -1100 e potrebbero percorrerle a occhi chiusi.

E’ un mondo a parte, ci spiega un minatore piuttosto su con l’età, un signore con le rughe che ricoprono gran parte del viso e due occhi belli che raccontano tanto. Mentre lo intervistiamo cerca di farci capire quanto l’essere minatori sia una fierezza, della solidarietà sul lavoro e tra le famiglie, di quanto la vita dell’uno dipenda dalla collaborazione e dalle competenze di quella dell’altro.

Rimaniamo in tutto un’ora e mezza sottoterra, raccogliendo molto materiale, che se pazientate, vedrete rimaneggiato e pubblicato in diverse lingue tra qualche tempo.

Una volta riportate alla luce del giorno dall’uomo della provvidenza e la sua gabbia, ci fermiamo con i nostri compagni di esplorazione appena fuori dalla miniera e ci scattiamo una bella foto ricordo. Siamo sudate, luride e anche un po’ maleodoranti, ma molto, molto felici di aver fatto quest’esperienza.

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Costanza Spocci
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