GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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STORIA

Non soltanto una valigia di cartone. Storie di migranti Italiani. Approfondimento sul libro di Amerigo Fusco.

BOOKREPORTER/STORIA di
La copertina del libro

Nel mondo veloce e globalizzato di oggi, in cui i nostri smartphone e i nostri nuovi pc sono ormai quasi obsoleti rispetto alla quantum technology dei computer che tra qualche anno invaderanno anche le nostre case, talvolta noi italiani, noi europei ma forse, in generale, noi cittadini di tutto il mondo dimentichiamo le nostre origini.
Noi italiani in particolare, dopo la pandemia che ha sicuramente fiaccato il nostro spirito, siamo profondamente obnubilati dalla perfidia della retorica politica, siamo drogati dai talkshow, siamo ubriacati dai social media: insomma, siamo imbarbariti e instupiditi dalla necessità di sembrare più che di essere.
Per fortuna, nel nostro Paese, esistono delle persone che ogni tanto si sono guardate indietro, cercando un insegnamento per migliorare sé stessi e, possibilmente, anche gli altri.
È il caso di Amerigo Fusco, della cui amicizia mi onoro ormai da tempo.
Amerigo è un servitore dello Stato, appassionato di storia, di diritto e di sport estremi.
Ma non c’è nessuna di queste sue passioni che non sia intrisa di senso istituzionale, di amor di Patria, di dovere, di onestà e di giustizia.
Ovviamente, ripeto, è un mio amico: ho avuto varie prove di tutte le sue virtù nei bei momenti che hanno scandito la nostra amicizia.
Ma l’ultima dimostrazione me l’ha data una delle sue fatiche letterarie, che ho avuto il privilegio di leggere, sebbene con molto ritardo, ovviamente per colpa mia.
Mi riferisco al libro “Non solo una valigia di cartone. Storie di migranti italiani”. Scritto per i tipi di “La strada per Babilonia”, nel maggio del 2021 e acquistabile qui, ma non solo. Era stato intervistato anche dal nostro Direttore Alessandro Conte, sempre per la rubrica bookreporter a questo link. Non è il classico racconto di sofferenza e di povertà che hanno contraddistinto l’emigrazione italiana nel secolo scorso.
Questo libro è anzitutto la punta di un iceberg di un’immensa opera di ricerca, con una minuzia di particolari, di dati ed informazioni che, forse, avrebbero potuto impegnare svariate equipe di dottorandi all’università.
Il lavoro di analisi ed il successivo lavoro di sintesi di Amerigo Fusco è veramente impressionante.
Tuttavia, egli stesso riconosce come il suo lavoro sia parziale, perché, sulla base di pochi dati iniziali in possesso, ha cercato di approfondire lo spaccato delle realtà migratorie italiane negli Stati Uniti, in Australia, in Sudamerica, e in alcune parti dell’Europa, concentrandosi solo su alcuni piccoli paesi dell’Italia meridionale che sono saltati alla sua attenzione per la vasta portata del fenomeno. Del resto, è impossibile raccontare l’emigrazione italiana in un solo volume. Eppure, ritengo che – secondo il metodo usato da Fusco – egli abbia sicuramente scritto tutto quanto fosse possibile sulle specifiche realtà che ha scelto.
In sostanza, egli ha scelto alcune piccole comunità dell’Italia meridionale, in diverse regioni e ha studiato come i cittadini di quei paesini si siano trasferiti talvolta in massa in altri continenti o in altri territori della nostra Europa.
Non è il solito racconto, ripeto.
Anche qui si parla di miseria, di miniere, di agricoltura, di self made men e di storie di successo, ma anche di morti e di alcuni insuccessi.
Tutto ciò che è alla base del fenomeno migratorio italiano – sofferenza sudore e lacrime – si dà per scontato.
Chi si accosta a questa lettura deve necessariamente possedere un minimo background culturale tale da fargli intendere, dietro le righe, quali fossero le condizioni dei nostri emigranti all’estero.
Non esisteva tutela sociale, non esisteva la gender-equality, non esistevano l’inclusione e la diversity.
Esistevano solamente il lavoro duro, il lavoro nero, il razzismo e lo sfruttamento.
Sfruttamento che talvolta era considerato assolutamente legittimo ed era persino istituzionalizzato.
Alcuni italiani ce l’hanno fatta; alcuni italiani sono riusciti. Moltissimi no.
Molti sono tornati in Patria, molti altri si sono stabiliti con le loro famiglie e con le generazioni successive alla loro nei territori che inizialmente avevano varcato con incertezza e solitudine.
Alcuni sono diventati manager e imprenditori di successo, altri rimangono affermati in una categoria della borghesia media o medio-alta.
Il fattor comune è che molti emigrati all’estero conservano la cittadinanza italiana, molti altri pensano all’Italia e non si sono mai del tutto separati da essa, anche se sanno benissimo che non vi torneranno più.
Il trait d’union talvolta è la cucina, molto più spesso è la lingua.
Questi italiani, non sempre di seconda o terza generazione, ma alcuni ancora in vita dalla prima migrazione del secondo dopoguerra, ricordano perfettamente le strade dei loro paesi, le usanze, gli alimenti, le bevande, le cerimonie religiose.
Amerigo Fusco, armato di curiosità, passione e pazienza è riuscito a intervistare un discreto numero di italiani all’estero, ci ha parlato utilizzando i mezzi tecnologici a disposizione, specie in periodo di pandemia, è riuscito ad accreditarsi presso quelle famiglie e quelle comunità.
Ha spiegato il suo intento di ricercatore e di persona affamata di conoscenza e di valori, e ne ha fatto un libro.
Ha incontrato sindaci, ha incontrato emigranti, ha visitato luoghi remoti della nostra Italia, spesso molto lontani dalle principali città anche dell’Italia meridionale e dove una ritualità contadina o comunque agropastorale è ancora in vita (per fortuna).
Si parla di Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia.
Ma anche di Belgio, Germania, Stati Uniti, Argentina, Venezuela, Australia…
Senza nascondere un brevissimo e lieve momento autobiografico, assolutamente minimo rispetto all’immensa opera nel suo insieme, Amerigo ha dimostrato che fuori dall’Italia esiste un’altra Italia ancora, fatta di altri italiani, fatta di altre storie.
Fatta di tanti sacrifici, ma anche di tante soddisfazioni.
Insomma: un vero elogio delle virtù italiche, ma con una retorica completamente diversa, un metodo particolare, un punto di vista eccezionale.
Che dire?
Consigliatissimo e commovente. 

E, come dico sempre, “Bravo Amerigo!”

Domenico Martinelli

 

Articolo dello stesso autore comparso anche sulla rivista scientifica euNOMIKA a questo link.

IL GENNAIO NERO DELL’AZERBIAGIAN: LA TRAGEDIA CHE SEGNO’ UN PUNTO DI SVOLTA

POLITICA/STORIA di

Sono passati 32 anni dal “Gennaio Nero dell’Azerbaigian”. In occasione di quella che è una giornata di lutto nazionale per il paese, è stata organizzata dalla Biblioteca Archivio del CCSEO Orientale, in collaborazione con il Centro Studi sull’Azerbaigian, una conferenza che, tramite l’intervento di studiosi ed esperti, ha analizzato gli eventi e le conseguenze di questo tragico evento, avvenuto nella notte fra il 19 e il 20 gennaio 1990, quando le truppe dell’URSS invasero Baku e altre città dell’Azerbaigian provocando centinaia di vittime e feriti.

20 Gennaio 2022 – Il 20 gennaio in Azerbaigian è giornata di lutto nazionale. Si ricordano infatti gli eventi accaduti nella notte tra il 19 e il 20 gennaio 1990, quando, per ordine della leadership dell’URSS, 26.000 soldati sovietici invasero Baku, Sumgait e altre città dell’Azerbaigian. Come risultato di questo intervento militare, 147 civili vennero uccisi e 744 gravemente feriti. Continue reading “IL GENNAIO NERO DELL’AZERBIAGIAN: LA TRAGEDIA CHE SEGNO’ UN PUNTO DI SVOLTA” »

12 Marzo 1891 il naufragio del piroscafo Utopia

STORIA di

Il 12 marzo 1891 il piroscafo inglese Utopia, salpava da Napoli direzione New York con 813 passeggeri. Il 17 marzo 1891, alle ore 18.45, davanti al porto di Gibilterra, una violenta tempesta, con mare forza 9, ha provocato il naufragio del piroscafo stesso, con il drammatico bilancio di 540 morti. In soli 20 minuti si è spento il sogno di molti uomini donne e bambini. La corsa alla solidarietà della gente di Gibilterra ha permesso ai sopravvissuti di trovare un po’ di ristoro e tanta umanità. Continue reading “12 Marzo 1891 il naufragio del piroscafo Utopia” »

Quis contra Nos? Fiume d’Italia e i 100 anni della Carta del Carnaro.

STORIA di

L’8 settembre è normalmente ricordato per la firma dell’armistizio del 1943, che pose fine alla seconda guerra mondiale e che diede il via ad una sanguinosa e tragica guerra civile nel nostro Paese, i cui effetti – ahinoi! – si vedono ancora oggi.
Ma l’8 settembre del 2020 si festeggia una ricorrenza più importante per altri motivi, di natura sicuramente più nobile, dal valore storico inenarrabile e dal significato giuridico senza pari.
Stiamo parlando del centenario della promulgazione della Carta del Carnaro, che ricorre oggi.
La Carta del Carnaro – così denominata dai più – era la Costituzione, la legge fondamentale di cui si era dotata la Reggenza Italiana del Carnaro: una città-stato, di forma repubblicana, inizialmente auto-annessasi al Regno d’Italia e poi dichiaratasi di fatto indipendente, nel corso dello svolgersi dei vari capitoli dell’impresa dannunziana di Fiume d’Italia.
Non ci soffermeremo affatto sull’epopea fiumana o sul mito, la leggenda, la figura e l’inimitabile vita di D’Annunzio.
Solo l’ingresso a Fiume d’Italia, il primo capitolo di questa avventura, meriterebbe svariati volumi per essere raccontato con adeguata passione e con il rigore storico che merita.
Per non parlare di quello che Fiume d’Italia è stata, nei mesi successivi alla “Santa Entrata”, da un punto di vista militare, politico, sociale, ideologico, spirituale e via discorrendo.
La premessa fondamentale, a proposito di ideologia, è che Fiume d’Italia ed il dannunzianesimo non c’entrano assolutamente nulla con il fascismo.
Il militarismo e l’arditismo, ed anche la violenza, che hanno caratterizzato i pochi mesi di vita di questa città libera ed indipendente, nulla hanno a che fare con i colori, i miti, i motti ed i costumi del fascismo.
Fu Mussolini a copiare in toto la simbologia e la mitologia militarista e superomistica di D’Annunzio e dell’esperienza fiumana. Pensate solo a “eja eja alalà”… che era un motto di guerra, rispolverato dal Vate per galvanizzare i suoi legionari e che egli stesso aveva ripreso dal mito greco dell’Alalà: una divinità che aleggiava sui campi di battaglia, figlia di Pòlemos, invocata dagli opliti prima della guerra.
Il corollario a questa premessa è che Mussolini fu sicuramente, per sua convenienza e solo inizialmente, un sostenitore della causa fiumana e di D’Annunzio. Ma D’Annunzio non fu mai fascista e -come è noto – durante il ventennio fu confinato ed isolato dal regime, che lo aveva di fatto depauperato della sua immagine, con cui il Vate ben avrebbe potuto mettere in ombra quella del duce.
Ma torniamo a noi: la Carta del Carnaro.
Fu scritta dal famoso sindacalista Alceste de Ambris, interventista e di cifra socialista.
Ovviamente anche D’Annunzio, il Comandante, ci mise mano e conferì alla carta costituzionale quel sapore poetico e lirico che probabilmente non esiste in altri documenti di matrice giuridica.
Se pensiamo a quanto successe in Italia negli anni successivi all’ esperienza fiumana – anni di censura, di omicidi di Stato, di guerra, di liberticidi – la carta di Fiume d’Italia assume ancora maggiore importanza e dovrebbe costituire un monito per il Legislatore, anche per quello di oggi.
Ma stiamo parlando del 1920!
Fino ad allora, non era esistita una legge fondamentale che fosse così improntata al rispetto della libertà e, diciamocela tutta, dell’amore nel senso più elevato del temine.
Gli articoli della carta parlavano di democrazia diretta, di autonomia, di sovranità dei cittadini.
I cittadini erano uguali, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione e censo.
Si parlava già di decentramento, di salario minimo, di istruzione primaria obbligatoria e di assistenza in caso di malattia e disoccupazione.
Ma esisteva anche il principio dell’inviolabilità del domicilio, della proprietà privata, del risarcimento in caso di errori giudiziari o di abuso di potere da parte dello Stato.
Preso in prestito dalla Common Law, esisteva anche diritto all’habeas corpus, ossia il diritto – per un cittadino arrestato o detenuto – di essere portato innanzi ad un giudice che verificasse il suo stato di salute e valutasse la legittimità della sua detenzione.
Esistevano la libertà di religione, il suffragio universale ed una suddivisione della società in corporazioni (che, solo in parte, fu ripresa dal corporativismo di stampo fascista negli anni successivi).
Esisteva la figura del Comandante, un reggente temporaneo, che governava con pieni poteri lo Stato solo in caso di estrema urgenza e necessità.
Per il resto, esistevano dei ministeri, un apparato giudiziario molto articolato e complesso – e dalla lettura della carta si evince chiaramente quale e quanto fosse l’interesse di quel Legislatore verso un corretto funzionamento della giustizia – ed un notevole interesse era riposto anche nell’istruzione.
Non parliamo della difesa della Patria e del sistema militare di Fiume d’Italia. Dovremmo scrivere un poema. Ma davvero un poema nel senso letterale del termine.
Come tutti sappiamo, con il “Natale di sangue”, la vita di Fiume d’Italia finì molto presto, troppo presto. Le convenienze politiche e le questioni politiche internazionali dell’epoca preferirono la ragion di stato al senso di patriottismo e di coesione nazionale.
Tuttavia, oggi, di Fiume d’Italia e della sua legge fondamentale rimane l’idea.
Quest’idea – unica ed originalissima in tutte le sue sfaccettature – proprio perché si tramutò in una costituzione repubblicana liberale e democratica ante-litteram va studiata ed approfondita.
Molte idee ed ideali di democrazia che la carta propugna sono di difficile e concreta attuazione ancora oggi.
Personalmente, dopo aver letto svariate pubblicazioni su D’Annunzio, sull’esperienza fiumana, sulla vita a Fiume d’Italia, penso che – nella pur breve parentesi di questa esperienza tutta italiana – la costituzione dell’epoca fosse stata applicata in pieno, in termini di libertà, senso di appartenenza alla comunità, costumi e spiritualità.
Fiume d’Italia fu anche la sede della Lega internazionale dei popoli oppressi e si fece promotrice e creatrice di una rete di attivisti nel campo dei diritti e

del desiderio di rivalsa di altre Nazioni (non Stati, non paesi, ma “Nazioni”), anche molto lontane dall’Italia, ma che già allora pretendevano il giusto riconoscimento, le giuste libertà, ed il giusto rispetto.
Leggete di Fiume d’Italia, leggete di D’Annunzio, leggete la Carta del Carnaro: non potrete far altro che abbeverarvi ad una fonte libertà e di idee, di amor di Patria, di civismo, di amore di sé e di cultura.

 

Domenico Martinelli

1872 nasce la specialità degli Alpini

STORIA di

Esperti rocciatori, truppe da montagna altamente addestrate, sciatori fuori dal comune, nonché il più antico Corpo di Fanteria da montagna attivo nel mondo. Nato il 15 ottobre 1872 per volere del Generale Giuseppe Perrucchetti – Medaglia d’oro al Valore Militare nella battaglia di Custoza – che già nel marzo 1872 aveva mosso il primo passo con un articolo suRivista Militare,dal titolo “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina “e con il contributo del Senatore del Regno, nonché Generale anch’egli, Cesare Ricotti-Magnani, il quale con uno stratagemma riusci ad inserire l’istituzione delle prime quindici compagnie alpine in un largo programma
di riforma militare.

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Chernobyl, il disastro, le conseguenze e gli scenari politici

EST EUROPA/STORIA di

Il disastro di Chernobyl si è svolto il 26 aprile del 1986, dove, nella notte di quella data, all’interno della centrale nucleare Vladimir Lenin situata vicino alla città di Pripjat, all’epoca situata all’interno del territorio dell’Unione Sovietica, oggi si trova nella parte settentrionale dell’Ucraina verso il confine con la Bielorussia. Continue reading “Chernobyl, il disastro, le conseguenze e gli scenari politici” »

Dalla presa dell’ambasciata americana alle sanzioni odierne, l’Iran di ieri e di oggi.

STORIA di

Novembre 1979, un anno dalla  partenza dello Scia Reza Pahlavi e il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini la situazione a Teheran è molto calda, esecuzioni sommarie e continue manifestazioni contro l’odiato nemico americano si susseguono in tutta la città saldamente in mano alle guardie della rivoluzione. Presi in ostaggio i diplomatici americani, unico caso nella storia moderna fino a quel momento, un evento di brutale efficacia mediatica durato 444 giorni.

Uno spartiacque nella politica americana nel medio oriente ma anche un momento difficile dello stesso Iran che vogliamo analizzare con la testimonianza di Esmail Mohades, rappresentante del movimento degli Studenti Iraniani in Italia, che proprio in quei giorni lasciva il paese per giungere in Italia.

EA – Quattro novembre 1979, l’ambasciata americana viene assaltata dal movimento degli studenti, perche?

Esmail Mohades: Perché il nuovo regime uscito da poco ad una grandiosa rivoluzione, decide uno scontro frontale con la superpotenza, che oltretutto, gli ha dato una grossa mano a salire il potere? Se continuiamo a calcare mainstream, suscitiamo sì meno perplessità, ma non inquadriamo il problema per quello che è, Il nocciolo del problema va cercato nella natura dello stesso regime teocratico insediato nel paese più laico del Medio Oriente. Quindi il problema fondamentale del regime iraniano sono gli iraniani e le forze democratiche e progressiste presenti in Iran di allora, sebbene piccole e inesperte. Queste avevano contrastato lo sciah e la politica americana in Iran e per questo possedevano un potenziale consenso popolare. Quindi il regime prende il toro per le sue corna: colpisco l’America come posso, presa dell’ambasciata, conquisto l’arma dell’anti America, molto in auge allora, in fine ho un importante nemico, l’alibi per decimare ogni voce dissidente interna. Il regime ha avuto successo in questo.

EA: Quali furono le reazioni all’interno de movimento?

Esmail Mohades: In quel periodo la massa degli iraniani quadrava tutto con stupore. Nel senso che dopo pochi mesi dalla caduta dello sciah tutto andava verso una direzione mai immaginate. Un gruppo zelante, con il consenso di Khomeini, con la presa dell’ambasciata ha superato i suoi concorrenti interni e fatto fuori i nemici. Molti degli studenti che hanno preso l’ambasciata negli anni ’80 hanno insanguinato il paese e fatto cose atroci nelle carceri, poi durante la presidenza di Rafsanjani, 1989-97, sono stati estromessi dal potere, per ritornarci poi in veste dei riformisti.

Qual’era la situazione in quei giorni a Theran?

Esmail Mohades: In quei giorni la maggioranza della popolazione si metteva fuori, grazie anche alla repressione che andava sempre più verso confini atroci. Il regime si preparava verso una chiusura totale degli spazi democratici, che poi è avvenuto nell’estate dell’81.

EA: Dopo il tentativo di liberazione andato male quale fu la reazione del movimento?

Esmail Mohades: Ha gonfiato l’immaginazione di chi pensava di stare umiliando la superpotenza e messo in evidenza la totale incapacità dell’Amministrazione di Carter. La liberazione degli ostaggi dopo 444 giorni, con risultato di tirar giù il povero Carter, è avvenuta quando si annusava che Reagan non avrebbe continuato la linea politica di Carter. Il Paese ha pagato caro in termini politici, economici e di immagine, ma gli autori avevano ormai ottenuto il loro risultato.

EA: Oggi Trump riprende la strada selle sanzioni, potrà mai esserci un nuovo 4 novembre 1979?

Esmail Mohades: L’Iran di oggi è spompato del tutto. Le sue principali armi usate per la sopravvivenza, repressione interna e terrorismo esterno, sono del tutto spuntate. Basta osservare le notizie della rivolta in Iran e gli arresti dei terroristi iraniani, in Belgio, Francia, Austria e Danimarca, ammesso che queste notizie arrivino. Stiamo assistendo la fine di un regime inglorioso, che solo l’Europa. L’Italia, a stento, pensa di salvare.                

4 novembre 1979, a Teheran viene occupata l’Ambasciata Americana.

STORIA di

Dopo la partenza dello Scia Reza Pahlavi e il ritorno trionfale dell’Ayatollah Khomeini la situazione a Theran è molto calda, esecuzioni sommarie e continue manifestazioni contro l’odiato nemico americano si susseguono in tutta la città saldamente in mano alle guardie della rivoluzione.

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Una stele di troppo: la battaglia di Cassino non è ancora finita

STORIA di

Ci sono luoghi, in Europa, intrisi di sangue e di memoria, che non sono uguali a tutti gli altri. Come non tutti uguali sono i morti lasciati dalla guerra.

Ce lo ha ricordato la vicenda della progettata inaugurazione, il 18 marzo 2018 a Cassino di una stele in memoria dei paracadutisti tedeschi del 1944, promossa dall’Associazione albergatori della cittadina laziale e dall’Associazione Paracadutisti Tedeschi. Continue reading “Una stele di troppo: la battaglia di Cassino non è ancora finita” »

Cesare Protetti
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