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MISE: 120 milioni per imprese danneggiate da guerra in Ucraina

ECONOMIA di

Il nuovo decreto firmato dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti  prevede contributi a fondo perduto per le imprese danneggiate economicamente dalla guerra in Ucraina a causa dei mancati ricavi dovuti alla contrazione della domanda, all’interruzione di contratti ma anche agli effetti che la crisi ha avuto sulle catene di approvvigionamento in termini di aumento dei costi delle materie prime.

Tale decreto mette a disposizione risorse pari a 120 milioni di euro per l’anno 2022 e rende operativa una misura prevista nel primo decreto legge Aiuti.

“L’intervento consente di supportare quelle imprese che per prime hanno subito gli effetti del conflitto in Ucraina, sia in termini di calo del fatturato che di aumento dei costi delle materie prime”, dichiara Giorgetti. “Salvaguardare l’operatività dei nostri settori produttivi – aggiunge – è stata la priorità che ci ha portato a istituire al Mise una task force e un fondo dedicati a sostenere le imprese danneggiate dalla crisi ucraina”.

In particolare, le imprese con sede legale o operativa in Italia potranno ricevere contributi a fondo perduto fino a 400 mila euro se negli ultimi due bilanci depositati almeno il 20% del fatturato è collegato a operazioni commerciali in Ucraina, Russia e Bielorussia, compreso l’approvvigionamento di materie prime e semilavorati. 

Inoltre dovranno aver subito nel corso dell’ultimo trimestre un calo di fatturato di almeno il 30% rispetto all’analogo periodo del 2019, mentre il confronto sarà con il 2021 per le aziende costituite dopo il 1 gennaio 2020.

Le domande potranno essere presentate dal decimo giorno successivo dalla data di pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale che avverrà a seguito della registrazione del provvedimento da parte della Corte dei Conti.

Di Anna Tulimieri

L’impasse

Mentre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite si consumava la rappresentazione tragicomica della inanità di questo consesso mondiale, retaggio di un mondo che non esiste più, roboante nei suoi propositi, elefantiaco nella miriade delle sue diramazioni, economicamente fallimentare, ma, soprattutto, impotente nella risoluzione dei conflitti che coinvolgono gli stessi Paesi che ne fanno parte e che era stato deputato a evitare, il Presidente Putin in un discorso alla Nazione ha dato inizio a un nuovo capitolo del conflitto che oppone la Russia all’Occidente (rappresentato sul campo dal suo campione del momento, l’Ucraina).

Giustificando la scelta di ricorrere alla mobilitazione di 300.000 riservisti quale necessità per poter condurre a compimento l’Operazione Speciale in atto in Ucraina, Putin ha sottolineato che la difesa della Grande Madre Russia sarà effettuata ricorrendo a tutte le risorse disponibili, se questo dovesse rendersi necessario!

Questa mossa, connessa all’organizzazione dei referendum per l’annessione alla Russia dei contesi territori a maggioranza russofona, eleva e complica ulteriormente la già complessa situazione in atto.

Esaminando nello specifico i due elementi introdotti dalla decisione di Putin – incremento delle forze e minaccia di elevare la soglia del conflitto – si può osservare, per prima cosa, che la mobilitazione dei riservisti deve essere vista come il risultato di una serie di esigenze di diversa tipologia che hanno imposto una tale misura. Necessità che sono sia di carattere tecnico (disponibilità di un maggior numero di unità per effettuare un turn over delle forze usurate da sette mesi di operazioni; incremento delle risorse per controllare un’area di operazioni molto estesa; possibilità di effettuare azioni offensive nel settore settentrionale in risposta al recente successo ucraino; necessità di mantenere, comunque, una parte delle Forze Armate in servizio attivo disponibili per gli altri teatri asiatici attualmente in stato di incipiente agitazione), sia esigenze di carattere interno (appeasement dell’ala dei falchi; dimostrazione che il potere è saldamente in mano della attuale dirigenza; necessità di rafforzare il supporto interno coinvolgendo più personale nell’ottica di sottolineare il pericolo per l’unità e la credibilità del Paese nel caso di un andamento sfavorevole delle operazioni). Per quanto possa apparire elevata la consistenza del contingente richiamato, tuttavia, esso non rappresenta né una forza necessaria a conquistare l’intera Ucraina o a estendere il conflitto al di fuori di essa e neppure la coscrizione obbligatoria di una leva di massa a livello nazionale.

Quindi, a parte tutte le considerazioni che si possono fare sulle ragioni che hanno indotto una tale scelta, essendo abbastanza verosimile che il peso specifico di questo aumento del contingente militare impiegato nel conflitto ucraino possa risultare incisivo solo tra un lasso di tempo stimabile tra due o tre mesi, la scelta di richiamare questo blocco di riservisti può essere vista, essenzialmente, come la prima e immediata risposta alla rinnovata volontà dell’Occidente di sostenere militarmente l’Ucraina, dimostrando la determinazione della Russia a conseguire i propri obiettivi.

Viene confermata, quindi, quella situazione di impasse politico-diplomatico che contraddistingue attualmente il conflitto.

Per quanto attiene invece alla minaccia di utilizzare tutto il proprio arsenale nella difesa del suolo patrio, anche se risulta essere strumentalmente connessa alla prevedibile annessione plebiscitaria dei territori russofoni, la questione deve essere vista come un estremo tentativo, da una parte, di incrinare il fronte occidentale, facendo leva sulla terrore e sul rifiuto che lo spettro nucleare incute alla società democratica (in tempo di elezioni e recessione la capacità critica della popolazione risulta spesso meno acuta e razionale) e, dall’altra, di minare la volontà degli avversari diretti, minacciandoli di risultare i primi e principali destinatari della devastazione atomica.

In definitiva si tratta di un altro saggio della capacità mediatico-propagandista espresso dalla dirigenza russa, in quanto ha scatenato da parte dei media occidentali una doppia reazione. Da una parte toni trionfalistici che annunciano la presunta e vaticinata imminente caduta del regime tirannico che opprime il popolo russo (frutto della nostra visione naïve di un mondo dove popolazioni essenzialmente buone e miti sono soggiogate da singoli Signori del Male) considerando le affermazioni di Putin come il delirio politico ultimo di un uomo ormai all’angolo, la cui caduta sarà salutata dalla nascita di un regime democratico, liberale, progressista e desideroso di condividere i valori e le libertà di cui noi Occidentali siamo paladini e difensori.

Dall’altra parte, un coro di visioni apocalittiche che dipingono la fine del mondo causata dallo sconsiderato ricorso all’arma estrema da parte della Russia.

Ovviamente nessuno si è interrogato su come sia stato possibile creare questa situazione di impasse diplomatico-politico e come se ne possa uscire evitando di ritornare all’Anno Zero!

Ora tutto è possibile e non si può certo affermare con assoluta sicurezza quali possano essere gli scenari futuri, tuttavia, ritengo opportuno fare alcune considerazioni di carattere generale.

La nostra storia recente ha visto lo scatenarsi di una catastrofe immane che ha profondamente alterato il mondo occidentale: due guerre, fondamentalmente combattute per cause prettamente inerenti ai rapporti tra gli Stati europei, che per opportunismo e per convenienza non ci siamo fatti scrupolo di estendere al resto del mondo, dandogli il nome di Guerre Mondiali.

Di queste, la prima ha avuto inizio per una serie di effetti domino, dove la necessità di dover tener fede ad alleanze o impegni politici ci ha trascinato in un conflitto devastante, la cui scintilla era, in definitiva, circoscrivibile ad un evento di portata locale e di importanza globale alquanto limitata e come tale inizialmente trattato. La seconda, conseguenza diretta della prima, frutto della miopia politica e della dissennata volontà di umiliare un avversario sconfitto militarmente, ma integro nella sua struttura sociale e statuaria, con inaccettabili condizioni di pace. In tutte e due i casi i conflitti erano stati previsti limitati e di breve durata.

I paragoni tra eventi storici differenti non sono validamente accettabili in quanto le condizioni di riferimento non sono uguali e, quindi, non intendo creare un quadro sinottico tra gli eventi passati e la situazione attuale. Pur tuttavia, ritengo che si possano identificare alcune similitudini utili a sottolineare come l’impostazione della visione geostrategica delle relazioni internazionali occidentali sia ancorata a principi fortemente radicati e resistenti alle modifiche che ci spingono a situazioni di impasse come quella attuale, fortemente pericolose.

Innanzi tutto, fermo restando la condanna a priori al ricorso alla forza, è necessario esaminare il comportamento dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina.

Partiamo da lontano per aver un quadro completo. Dopo aver promesso all’Ucraina di garantire la sua sicurezza, se avesse rinunciato al possesso armi nucleari stanziate sul suo territorio all’atto dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, abbiamo accettato una situazione de facto consentendo alla Russia di annettersi la Crimea, sancendola con i famosi Accordi di Minsk, in una forma di appeasement tanto cara al nostro DNA politico. Una differente più energica reazione (che non siamo in grado di adottare se non quando l’acqua è arrivata alla gola!), condotta peraltro, in un panorama geopolitico globale non ancora ostile come quello attuale, avrebbe condizionato in modo diverso la situazione.

Contestualmente, abbiamo utilizzato l’Ucraina come uno strumento di pressione verso la Russia. Intervenendo sul piano economico, nel tentativo di privare Mosca di un favorevole e docile partner commerciale, offrendo a più riprese allettanti programmi di partnership commerciale culminanti nella chimera di un facile e veloce processo di integrazione nel club esclusivo e accogliente dell‘Unione Europea.

Incrementando sul piano militare le attività di supporto, addestrando ed equipaggiando le sue Forze Armate e sbandierando l’eventualità dell’ingresso del Paese nella NATO, cioè agitando un enorme drappo rosso in faccia all’Orso Russo, abbiamo poi stimolato rancori, attriti e fobie atavici.

Quando poi, senza rispetto per ogni forma del diritto internazionale, la Russia ha dato il via alle attuali operazioni militari, invece di imporre una situazione diplomatica che avrebbe potuto beneficiare di un consesso globale ancora poco orientato e sostanzialmente non schierato, ricorrendo agli strumenti diplomatici usati in quasi tutti gli altri conflitti degli ultimi settant’anni, ci siamo gettati a capofitto in una sorta di scontro indiretto, imponendo sanzioni a oltranza e rifornendo l’Ucraina di un fiume di materiali militari, oltraggiati dal fatto che la Russia avesse potuto farsi beffe di quell’ordine mondiale da noi considerato, non solo l’unico possibile, – e quindi condiviso da tutti – ma anche inscalfibile e immutabile. Tutto nella convinzione che in pochi giorni l’intransigenza occidentale avrebbe infiammato il consesso mondiale in una condanna unanime di Mosca, mentre le sanzioni avrebbero piegato la Russia, determinato il ritiro dell’ex Armata Rossa con la coda tra le gambe e soprattutto si sarebbe, inevitabilmente, realizzata la svolta democratica di un Paese (con DNA politico spiccatamente autocratico) che avrebbe costretto Putin all’abdicazione al trono.

E qui, non le alleanze, come nel passato, ma gli interessi degli USA – sbarazzarsi di un avversario geopolitico pericoloso ma in uno scacchiere di secondo piano – e dei Paesi dell’Europa Orientale – umiliare e sconfiggere il loro nemico storico – hanno trascinato anche il resto dell’Europa, che a malavoglia si è accodata nella condanna della Russia e nell’applicazione delle sanzioni.

E dato che condanna e sanzioni non sono state ritenute sufficienti abbiamo ripreso ad armare e ad illudere l’Ucraina, facendole credere che ci possa essere una vittoria decisiva e totale nel suo futuro.

In secondo luogo, è opportuno valutare l’efficacia e l’adeguatezza della reazione diplomatico-politica adottata dall’Occidente e le conseguenze che da essa ne sono scaturite.

L’efficacia è stata forse apprezzabile nella fase iniziale del conflitto consentendo di costruire a fatica un fronte sufficientemente compatto tale da mettere in vigore le sanzioni economico finanziarie. Se si fosse condivisa questa visione al livello globale, le sanzioni avrebbero rappresentato il concreto e reale strumento utile per risolvere la situazione, senza dover ricorre al confronto armato per interposta persona (ipocritamente stiamo usando l’Ucraina per fare la guerra alla Russia!). Il fallimento di un coinvolgimento geopolitico più ampio ha vanificato, parzialmente, la loro efficacia e non ha impedito alla Russia di procedere nelle operazioni militari.

L’adeguatezza della reazione è stata contraddistinta da una veemenza mediatica e propagandistica quasi isterica e dalla imposizione di una inflessibilità nel rigettare possibili soluzioni negoziali con inevitabili situazioni di compromesso, utili a lasciare quella cosiddetta porta aperta necessaria per favorire il dialogo consentendo ad entrambi i contendenti di poter vantare un successo.

Queste due impostazioni della risposta dell’Occidente hanno praticamente chiuso ogni porta di dialogo per una accettabile situazione negoziale, hanno alienato grande parte dell’opinione globale, incrementando e contribuendo a rafforzare quel processo di formazione di uno schieramento internazionale di Paesi che sostengono valori culturali e sociali differenti da quelli occidentali (si veda a esempio il successo dell’ultimo vertice della organizzazione della Shanghai Cooperation Organization tenutosi a Samarcanda).

L’insistere caparbiamente sulla condotta di una linea di politica morale usando una propaganda da toni apocalittici (non sono in gioco né la libertà dell’Occidente né il concetto di democrazia in quanto tale) a scapito della ricerca di soluzioni afferenti a una politica nel segno del pragmatismo, posti in atto dall’Occidente, e la mancanza di un obiettivo finale geopolitico chiaro e preciso da parte della Russia nel concepire la sua Operazione Speciale, hanno determinato una situazione di impasse dalla quale entrambe i contendenti, l’Occidente e la Russia non riescono a uscire.

L’attuale conflitto non si può concludere con un vincitore assoluto e uno sconfitto azzerato; quindi, non ci potranno essere né imposizioni di nuove costituzioni allo sconfitto, né riduzioni militari e declassamenti del suo stato geopolitico. Tantomeno tribunali internazionali o estromissioni da posizioni negli organismi internazionali (l’appello di privare la Russia del suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro con diritto di veto, formulata dal leader ucraino, è commovente nella sua ingenuità politica).

Di conseguenza se si vuole evitare che la spirale degli avvenimenti possa condurre a un confronto militare diretto tra un Occidente, il cui giudizio geopolitico è annebbiato dalle sue considerazioni morali, e una Russia, alla ricerca di una stabilità interna e di un riconoscimento internazionale, evitando che un effetto domino possa alimentare tutti quei focolai di conflitto che caratterizzano il panorama geopolitico mondiale, si deve assolutamente uscire dalla situazione di impasse che tutti abbiamo, più o meno consapevolmente, contribuito a creare, sciogliendo da parte dell’Occidente il nodo gordiano della scelta tra l’essere i protagonisti nella creazione della stabilità di un ordine mondiale, magari non perfetto ma perfettibile, o invece arroccarsi nel perseguimento di una geopolitica sterile in cui l’anteposizione a priori dell’aspetto morale impedisce il conseguimento di quei risultati pragmatici che la stabilità geopolitica impone.

Orbiting: il nuovo subdolo confine dello stalking

SOCIETA' di

Una persona interessata a noi, oppure l’ex che avete lasciato da poco, o che vi ha lasciato, oggi ha una nuova modalità di tenervi sotto controllo e monitorare la vostra vita e, grazie ai social, è la stessa vittima che mette a disposizione del suo persecutore tutti gli strumenti necessari per farlo. Si tratta di una modalità decisamente subdola, invasiva, strisciante perché, in un primo momento, difficile da individuare.

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Innovazione: Innovaway cerca più di 100 nuove risorse per la sede di Benevento. Già assunte 70 nel 2022. Inaugurata oggi la sede

ECONOMIA di

Più di 70 persone assunte nel 2022 e più di 100 nuove assunzioni entro il 2023. Sono questi alcuni numeri sulla crescita della sede di Benevento di Innovaway Consulting, società del Gruppo Innovaway, realtà che opera in un contesto globale con progetti e servizi di trasformazione digitale.
La sede è stata inaugurata oggi alla presenza del Presidente del Consorzio Asi di Ponte Valentino Luigi Barone e del Sindaco di Benevento, Clemente Mastella.
Il Gruppo Innovaway si è insediato nell’area ASI di Ponte Valentino, mettendo a disposizione del sistema delle imprese servizi e competenze per il trasferimento tecnologico.

“Siamo consapevoli di essere davanti ad una svolta epocale: la trasformazione digitale vedrà cambiare rapidamente i paradigmi dei servizi e dei modelli di business delle imprese. Dobbiamo attrezzarci per affrontare nuove sfide”, ha esordito così Antonio Giacomini, Ceo del Gruppo Innovaway.
Innovaway punta a facilitare la trasformazione digitale per la crescita della competitività delle imprese. L’interesse riscontrato da parte di stakeholder istituzionali e privati e la relazione proficua con l’Università degli Studi del Sannio possono produrre un impatto importante sul tessuto produttivo, sociale e occupazionale locale.
L’obiettivo è quello di una digitalizzazione ‘responsabile’ che metta al centro l’uomo e il territorio.

“Innovaway – ha dichiarato Antonio Burinato, General Manager di Innovaway – si occupa di servizi remoti di supporto, trasformazione digitale, offerta End- To-End dal disegno all’implementazione di soluzioni informatiche Siamo interessati sia a profili con competenze informatiche per la nostra Factory di sviluppo software e per i nostri Competence Center sia a profili con conoscenze linguistiche per i nostri servizi internazionali. Infine cerchiamo persone che vogliano affrontare con noi le sfide dei servizi remoti e di business process outsourcing in ambito bancario ed assicurativo”.
Le figure ricercate sono aggiornate costantemente sul sito di Innovaway ed è possibile inviare curriculum a  recruitment@innovaway.it

 

E’ programmata anche l’apertura di un ulteriore polo in Bulgaria, con il duplice obiettivo di supportare la crescita di Innovaway in Italia e di sviluppare nuove opportunità negli Stati Uniti e nel Centro Europa, due aree molto promettenti.

“Il Consorzio Asi di Benevento– ha dichiarato il Presidente del Consorzio Luigi Barone- è impegnato da tempo nella valorizzazione e diffusione dell’innovazione tramite il sistema locale di incubazione e accelerazione di impresa. L’Asi mira ad accrescere le prospettive di occupazione dei giovani diplomati e laureati del territorio. La presenza di Innovaway in area industriale favorirà le nostre imprese nell’affrontare la grande sfida del trasferimento tecnologico”.

“La presenza di una società come Innovaway a Benevento testimonia l’interesse che anche le aziende legate dell’innovazione tecnologica nutrono per la nostra realtà – ha detto il Sindaco di Benevento, Clemente Mastella – Abbiamo i requisiti giusti per diventare un polo dell’innovazione. Il futuro va in questa direzione, non possiamo ignorare i segnali che il mercato ci invia. C’è bisogno di una visione che costruisca nuove opportunità per i giovani. E’ fondamentale che chi governa anche una piccola città come Benevento sia capace di decifrare il presente per vivere in un futuro che possiamo dominare e non che ci domini. Le strategie di sviluppo vanno disegnate sulla base delle tendenze e dei segnali attuali, strategie utili ad anticipare il cambiamento a lungo termine per prendere decisioni migliori nel presente. Quelli che abbiamo alle spalle sono stati anni senza precedenti, in cui la connessione è diventata la linfa vitale della società e dell’economia. Anni che hanno portato enormi sfide. Ecco perché la presenza di Innovaway sul nostro territorio va accolta con grande entusiasmo: è il segnale che Benevento ha un piede nel futuro”.

 

Di Anna Tulimieri

 

Esiste un nuovo ordine mondiale

I conflitti sono sempre stati originati e condotti per ottenere risultati volti a soddisfare il conseguimento degli intendimenti strategici che le nazioni considerano essenziali per i loro obiettivi di politica nazionale.

Queste ragioni sono state, poi, immancabilmente ammantate da un pesante velo di propaganda (questo è il suo vero nome!) che le ha trasformate nell’eterna lotta tra il bene e il male dove ognuno dei contendenti è convinto che la sua fazione sia nel giusto e che la divina indulgenza ne sostenga e ne nobiliti le azioni. E l’attuale conflitto ucraino non scappa a questa regola!

Pur condannando il ricorso alla forza a prescindere, se consideriamo in modo asettico e senza condizionamenti di parte la situazione, possiamo vedere che la posta in gioco in Ucraina non è rappresentata dalla sopravvivenza della democrazia o dall’esistenza del mondo libero minacciato da una apocalisse biblica di matrice autoritaria.

Quello che è realmente in bilico è, in primis, la credibilità degli Stati Uniti nel poter gestire la sfida che rappresenta l’ascesa della Cina, quale potenza planetaria, senza il fastidio di un deuteragonista del palcoscenico mondiale (la Russia di Putin), che costringe la geopolitica americana a rimanere invischiata nell’angusto ambito euroasiatico. In stretta connessione a tale fattore è in discussione, anche, l’affidabilità degli Stati Uniti nel sostenere, militarmente ed economicamente, i propri alleati (dopo averli introdotti nella gabbia del leone!!!!!!).

Ovviamente la propaganda presenta gli USA come guida illuminata di un Occidente paladino di una visione liberale del mondo, culla e rifugio della democrazia, che lotta contro il Signore del Male di turno che, improvvisamente e senza motivo, ha attaccato il cuore pulsante dell’Europa (con tutto il rispetto per l’Ucraina, ma sino a poco tempo fa era una vaga entità ai confini del mondo sconosciuta ai più).

Dall’altra parte abbiamo, invece, una Russia che nell’ambito della sua continuità storica pretende un ruolo di potenza globale, che non accetta di essere un deuteragonista della scena mondiale e che ha radicato nel suo DNA geopolitico la sindrome dell’accerchiamento.

Questo ha come conseguenza diretta che, oltre ad essersi ripresa la Crimea (che significa l’accesso a un mare caldo e ai siti nucleari), la Russia abbia dato inizio a una seconda fase di questo conflitto per eliminare o ridurre il problema di avere alla soglia di casa un soggetto politico, considerato (non del tutto a torto, bisogna riconoscerlo) uno strumento di pressione occidentale, pericoloso perché in grado sia di condizionare le sue arterie di trasporto energetico, sia di esportare idee e tendenze poco gradite e considerate destabilizzanti per la propria stabilità interna.

Di contro, la propaganda russa presenta questo conflitto come la ineluttabile necessità di difendere la Grande Madre Patria da un nuovo attacco da parte del perverso liberalismo occidentale, che vuole privare la Russia del suo ruolo e che intende governare il mondo con le sue idee retrò di democrazia e diritti individuali.

Allargando la visione, ci troviamo di fronte, però, a un conflitto che si sviluppa su due livelli differenti: nello scenario tattico si affrontano Russi e Ucraini; nello scenario geopolitico, invece, i protagonisti sono molti di più e ciascuno ha un proprio ruolo e, ovviamente, persegue ben precisi obiettivi.

Oltre agli USA, all’Unione Europea e alla Russia, infatti, l’evoluzione della crisi ucraina interessa alla Cina in maniera diretta, mentre indirettamente ne sono coinvolti il Medio Oriente, l’India e l’Oriente Asiatico.

Se ci svincoliamo dalla visione locale eurocentrica e ci proiettiamo in un ambiente geopolitico globale, possiamo vedere che questa crisi assume significati differenti da quelli propagandistici del Davide difensore della democrazia contro il Golia neo-zarista e che la situazione stimola problematiche fondamentali per il nostro futuro, che non sono conseguenza diretta del conflitto, ma che, invece sono state ricondotte a essa come giustificazione di una impasse politica almeno ventennale dell’Occidente

Il primo aspetto da considerare è quello, composito e complesso, dello sviluppo del sistema globale delle relazioni internazionali.

Dopo l’utopia presuntuosa che la fine della Guerra Fredda avesse per sempre affermato a livello globale quei principi di democrazia e di rispetto dei diritti che sono propri del nostro patrimonio culturale di Occidentali, la crisi ucraina ha dato corpo a una realtà completamente differente che, sebbene antecedente alla crisi stessa, abbiamo sino ad ora volutamente ignorato come se non esistesse. Quello in cui viviamo, invece, è un mondo multipolare dove, giocoforza, coesistono differenti visioni e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali di democrazia, di diritti individuali e di libertà. Ciò che non ci è chiaro è che, pur non dovendo abiurare alla nostra impostazione di società basata sulla condivisione di determinati principi, l’Occidente si trova ad affrontare un nodo gordiano: l’imposizione della nostra visione morale collide con la ricerca di una stabilità di un ordine geopolitico mondiale che non si identifica nella visione da noi proposta.

Se consideriamo che l’appello a condannare l’invasione russa e a schierarsi con l’Ucraina, concorrendo nel mettere in atto risposte precise come le sanzioni, è stato accolto con favore solo da una parte del consesso mondiale, mentre in molti dei Paesi politicamente più importanti è prevalso un atteggiamento tiepido e molto distaccato, ci possiamo rendere conto della differenza culturale che esiste tra le posizioni assunte dalla Cina, dall’India, dai Paesi del Medio Oriente e dell’Africa.

Il secondo aspetto, anch’esso cruciale per il nostro futuro, è quello della crisi energetica che ha iniziato ad abbattersi sull’economia e a incidere sulla qualità della nostra vita. Anche qui non è la crisi ucraina che è responsabile di questo problema. La vera crisi ha origini molto più profonde e lontane nel tempo (il picco massimo di sfruttamento nel settore delle fonti fossili si è verificato nel 2010!), gli avvenimenti attuali sono solo un paravento dietro al quale abbiamo cercato di nasconderci cercando di negare la gravità della situazione.

Senza dimenticare che la crisi non riguarda solo la disponibilità delle fonti di energia fossile ma soprattutto la disponibilità delle risorse di materie prime fondamentali per lo sviluppo di alternative energetiche (quasi inesistenti nel nostro continente). Il possesso, il diritto allo sfruttamento e la disponibilità delle risorse tecnologiche per poterlo realizzare sono il terreno di scontro concettuale e pratico sul quale l’Occidente si troverà a combattere per poter sopravvivere. Per tutti un esempio: la tecnologia dei pannelli fotovoltaici di cui l’Occidente è inventore e fiero promotore, quale fonte energetica alternativa, è prodotta in Cina mediante impianti a carbone, utilizza materie prime africane e ritorna in Europa con vettori su ruota a combustibile fossile.

Il terzo aspetto discende direttamente dal precedente. Energia significa economia.

Senza energia il nostro sistema economico è messo alle corde e produce incertezza e disaccordo che minano la credibilità e l’affidabilità del sistema di mercato libero che l’Occidente sostiene.

Inoltre, il sistema economico ha ricercato la via più breve e meno onerosa per svilupparsi. Tutta la nostra produzione sensibile, e non, è stata delocalizzata dove era più vantaggioso economicamente, senza la ben che minima attenzione ai rischi geopolitici che avrebbero potuto metterci in crisi. La tecnologia che l’Occidente sviluppa è prodotta all’estero per convenienza, ma ci espone a qualsiasi sconvolgimento del sistema con risultati catastrofici (un esempio è lo scompiglio che è stato causato dalla pandemia che ha modificato o interrotto i nostri flussi logistico commerciali!).

La stabilità dei mercati si basa sulla stabilità di un ordine geopolitico. La ricerca di questo ordine e il suo mantenimento è un imperativo che deve passare per l’accettazione del compromesso strategico e non per l’intransigenza di una politica morale. I concetti cardine della nostra società devono essere sostenuti e devono essere offerti come alternativa di valore assoluto, ma non possono essere imposti quale conditio sine qua non.

L’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più da vicino: il futuro dell’Unione Europea.

La UE rappresenta una enorme potenza di carattere economico-finanziario perché è nata ed è stata sviluppata in quel senso, ma non esiste a livello politico semplicemente perché non ha la struttura per poterlo fare (nonostante la Presidente della Commissione Europea si sia arrogata un ruolo da Primo Ministro UE!).

Eppure, continuiamo a pretendere di avere un peso geopolitico sulla scena internazionale.

Se non fosse stato per la decisa spinta che gli USA hanno dato agli avvenimenti, la UE sarebbe ancora a discutere su cosa fare e non si sarebbe sognata di imporre sanzioni economiche al suo migliore cliente!

Infatti, l’UE non è un monolite compatto e coeso, ma un insieme di fazioni, gruppi e sottogruppi di Paesi che cercano di trarre il massimo vantaggio per sostenere la loro visione nazionale, che viene tenuto insieme per interessi prevalentemente economici, ma che non condivide gli stessi valori e gli stessi principi. L’allargamento incondizionato basato esclusivamente sul rispetto di parametri finanziario-economici, che è servito per allargare ed espandere l’Unione, ha snaturato quello che era il concetto alla base del progetto: la condivisone di valori e di una cultura comune, oltre che l’interesse a far parte di un mercato comune dispensatore di benefici e prodigo di aiuti.

Senza voler fare torto a nessuno, le differenze di valori e di cultura già adesso danno luogo a dissimili interpretazioni di quello che dovrebbe essere il sentire comune dell’Unione e un progressivo allargamento verso Est non farebbe che acuire questo allontanamento da una matrice culturale che rischia di perdere il suo riferimento all’interno del sistema comunitario.

Se invece, questo è il futuro di questa organizzazione allora, forse, dovremmo chiamarla Unione Euroasiatica.

In conclusione, la crisi ucraina ha aperto il classico vaso di Pandora mettendo in evidenza una serie di tematiche geopolitiche e di scelte geostrategiche che l’Occidente si era illuso di non dover affrontare, cullandosi nella colpevole utopia del dopo guerra fredda.

Obtorto collo l’Occidente è stato messo di fronte alla realtà: il mondo non è democratico, liberale, progressista, buonista ed ecologista come noi ce lo siamo immaginato; è diverso e, soprattutto, non ci riconosce alcun primato morale o culturale.

L’Occidente deve essere comunque fiero e orgoglioso dei propri valori e della sua visione della civiltà e deve continuare a proporre il suo modello perché lo ritiene valido e senza dubbio basato su concetti universalmente condivisibili.

Tuttavia, per poter proporre i suoi valori, questi devono risultare essere i migliori, cioè quelli in grado di assicurare il pieno rispetto dei diritti, ma anche l’assunzione dei doveri; il sostegno delle libertà dell’individuo, ma anche il suo rispetto della comunità; la democrazia intesa come espressione completa della gestione della società, dove vi sia il rispetto della volontà popolare che si può sviluppare, solamente, attraverso l’espressione della maturità civile dei cittadini stessi.

La Commissione si attiva per bandire dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato

Nella giornata del 15 settembre la Commissione Europea ha proposto di vietare i prodotti ottenuti con il lavoro forzato sul mercato dell’UE.

Il lavoro forzato include tutte quelle situazioni in cui le persone sono costrette a lavorare attraverso l’uso di violenza o intimidazioni, o con mezzi più indiretti come il debito manipolato, il mantenimento di documenti di identità o le minacce di denuncia alle autorità di immigrazione.

Dunque la proposta della Commissione riguarda tutti i prodotti, siano essi prodotti fabbricati nell’UE destinati al consumo interno e alle esportazioni o beni importati, senza concentrarsi su società o industrie specifiche. Questo approccio globale è importante perché, secondo le stime, 27,6 milioni di persone sono vittime del lavoro forzato, in molte industrie e in tutti i continenti. La maggior parte del lavoro forzato avviene nel settore privato, mentre in alcuni casi è imputabile agli Stati. La proposta si basa su definizioni e norme concordate a livello internazionale e sottolinea l’importanza di una stretta cooperazione con i partner globali. A seguito di un’indagine, le autorità nazionali avranno la facoltà di ritirare dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato. Le autorità doganali dell’UE individueranno e bloccheranno alle frontiere dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato.

Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo e Commissario per il Commercio, ha dichiarato: “Questa proposta farà davvero la differenza nella lotta contro una schiavitù moderna che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Puntiamo a eliminare dal mercato dell’UE tutti i prodotti realizzati con il lavoro forzato, indipendentemente dal luogo di fabbricazione.”

Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “Nell’attuale contesto geopolitico abbiamo bisogno di catene di approvvigionamento sicure e sostenibili. Non possiamo mantenere un modello di consumo di beni prodotti in modo non sostenibile. Il mercato unico è una risorsa formidabile per evitare che prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato circolino nell’UE e uno strumento per promuovere una maggiore sostenibilità in tutto il mondo.”

Lo strumento relativo al lavoro forzato nella pratica

Le autorità nazionali degli Stati membri attueranno il divieto attraverso un approccio di applicazione solido e basato sul rischio. In una fase preliminare valuteranno i rischi di lavoro forzato sulla base di molteplici fonti di informazione, che  dovrebbero facilitare l’individuazione dei rischi. Tra le fonti di informazione possono rientrare i contributi della società civile, una banca dati dei rischi di lavoro forzato incentrata su specifici prodotti e aree geografiche e il dovere di diligenza esercitato dalle imprese.

Le autorità avvieranno indagini sui prodotti per i quali vi sono fondati sospetti che siano stati ottenuti con il lavoro forzato. Possono chiedere informazioni alle società ed effettuare controlli e ispezioni, anche in paesi al di fuori dell’UE. Se le autorità nazionali accerteranno la presenza di lavoro forzato, ordineranno il ritiro dei prodotti già immessi sul mercato e vieteranno l’immissione sul mercato dei prodotti interessati e la loro esportazione. Di conseguenza le società dovranno smaltire i prodotti e sostenere le spese conseguenti a tale operazione.

Se le autorità nazionali non sono in grado di raccogliere tutti gli elementi di prova necessari, ad esempio a causa della mancanza di collaborazione da parte di una società o dell’autorità di uno Stato terzo, possono prendere la decisione sulla base dei dati disponibili.

Durante l’intero processo le autorità competenti applicheranno i principi di valutazione basata sul rischio e di proporzionalità. Su tale base la proposta tiene conto in particolare della situazione delle piccole e medie imprese (PMI). Senza essere esentate, le PMI saranno agevolate dall’impostazione specifica della misura: le autorità competenti infatti, prima di avviare un’indagine formale, considereranno le dimensioni e le risorse degli operatori economici interessati e l’entità del rischio di lavoro forzato. Le PMI beneficeranno inoltre di strumenti di sostegno.

 

La Commissione elabora una strategia per promuovere il lavoro dignitoso in tutto il mondo 

La proposta fa seguito all’impegno dell’UE, la quale promuove il lavoro dignitoso in tutti i settori e ambiti strategici in linea con un approccio globale rivolto ai lavoratori nei mercati nazionali, nei paesi terzi e lungo le catene di approvvigionamento globali. Ciò comprende norme fondamentali del lavoro come l’eliminazione del lavoro forzato. La comunicazione sul lavoro dignitoso in tutto il mondo, presentata nel febbraio 2022, definisce le politiche interne ed esterne che l’UE mette in campo per realizzare l’obiettivo di un lavoro dignitoso in tutto il mondo.

ll lavoro dignitoso: l’UE come leader globale responsabile

L’UE ha già intrapreso azioni risolute per promuovere il lavoro dignitoso su scala mondiale, contribuendo al miglioramento della vita delle persone in tutto il mondo. Negli ultimi decenni il numero di minori vittime del lavoro minorile è diminuito significativamente a livello mondiale (passando da 245,5 milioni nel 2000 a 151,6 milioni nel 2016). Tuttavia il numero di minori costretti a lavorare è aumentato di oltre 8 milioni tra il 2016 e il 2020, invertendo la precedente tendenza positiva. Allo stesso tempo, la pandemia mondiale di COVID-19 e le trasformazioni nel mondo del lavoro, indotte anche dai progressi tecnologici, dalla crisi climatica, dai cambiamenti demografici e dalla globalizzazione, possono avere ripercussioni sulle norme del lavoro e sulla protezione dei lavoratori.

In tale contesto l’UE è determinata a portare avanti il suo attuale impegno e a consolidare ulteriormente il suo ruolo di leader responsabile nel mondo del lavoro, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e sviluppandoli ulteriormente. I consumatori chiedono sempre più beni prodotti in modo sostenibile ed equo, che garantiscano un lavoro dignitoso a coloro che li producono.

L’UE rafforzerà le sue azioni basandosi sui quattro elementi del concetto universale del lavoro dignitoso sviluppato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e integrato negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (ONU). Tali elementi sono: 1) la promozione dell’occupazione; 2) le norme e i diritti sul lavoro, tra cui l’eliminazione del lavoro forzato e del lavoro minorile; 3) la protezione sociale; 4) il dialogo sociale e il tripartitismo. La parità di genere e la non discriminazione sono questioni trasversali in questi obiettivi.

Prossime tappe

La proposta deve ora essere discussa e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima di poter entrare in vigore e si applicherà a decorrere da 24 mesi dalla sua entrata in vigore.

Di Anna Tulimieri

NextGenerationEU: la Commissione europea mobilita ulteriori 12 miliardi di € per la ripresa dell’Europa

Ieri la Commissione europea ha emesso 12 miliardi di € in un’operazione in due tranche nell’ambito del programma NextGenerationEU, strumento di ripresa temporanea di oltre 800 miliardi di euro di prezzi correnti per sostenere la ripresa dell’Europa dalla pandemia di coronavirus e contribuire a costruire un’Europa più verde, più digitale e più resiliente. Per finanziare NextGenerationEU, la Commissione – a nome dell’UE – sta raccogliendo dai mercati dei capitali fino a circa 800 miliardi di euro da qui alla fine del 2026.

L’operazione – la 12a sindacata nell’ambito di NextGenerationEU e la settima del 2022 – consiste di una nuova obbligazione a cinque anni da 7 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2027 e di una nuova obbligazione a 30 anni da 5 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2052.

Il tasso di percentuale più alto per l’ obbligazione a 5 anni lo possiede il Regno Unito (29%), a seguire la Francia con il 16% , invece per quella di 30 anni al primo posto si colloca la Germania (26,5%) e al secondo posto il Regno Unito (15,1%). Per quanto riguarda l’Italia ha un tasso di obbligazione a cinque anni del 10%, e a 30 anni dell’8,4%.

Nonostante il difficile contesto di mercato, la domanda degli investitori è rimasta forte, con offerte combinate per oltre 114 miliardi di €, vale a dire una sottoscrizione di oltre nove volte superiore all’offerta. È interessante notare che sia per l’obbligazione a 5 anni che quella di 30 anni a offrire di più ci sono stati i gestori di fondi (37,4%-40,9%) e i tessili bancari (25,9%-21,4%).

Johannes Hahn, Commissario europeo per il Bilancio e l’amministrazione, ha dichiarato: “Il programma NextGenerationEU della Commissione continua a offrire vantaggi agli Stati membri dell’UE e ai suoi beneficiari. I fondi raccolti continueranno a sostenere la ripresa dell’Europa dopo la pandemia e le tanto necessarie trasformazioni verde e digitale.”

Con l’operazione di ieri, la Commissione ha emesso un totale di 73,75 miliardi di € in finanziamenti a lungo termine nell’ambito di NextGenerationEU nel 2022 e di 144,75 miliardi di € dall’avvio del programma nel giugno 2021. Di questo totale, 23,75 miliardi di € sono stati emessi dal luglio 2022, in linea con il piano di finanziamento elaborato dalla Commissione per il periodo luglio-dicembre 2022, presentato alla fine di giugno 2022.

Grazie ai fondi raccolti, la Commissione ha finora erogato oltre 110 miliardi di € a titolo del dispositivo per la ripresa e la resilienza e oltre 15 miliardi di € per altri programmi dell’Unione che beneficiano di finanziamenti nell’ambito di NextGenerationEU.

Parallelamente a NextGenerationEU, la Commissione gestisce diversi programmi di finanziamento consecutivi per finanziare le esigenze specifiche degli Stati membri dell’UE e dei paesi terzi. Ciò include il programma di assistenza macrofinanziaria, nell’ambito del quale la Commissione ha fornito un sostegno di 2,2 miliardi di euro all‘Ucraina dall’inizio dell’anno e ha proposto un ulteriore sostegno di 5 miliardi di euro, la seconda tranche di un pacchetto fino a 9 miliardi di euro.

 

Di Anna Tulimieri

 

Industria conciaria: Mise, 10 milioni di euro per investimenti innovativi e ecosostenibili

ECONOMIA di

Dal 15 novembre le domande per richiedere contributi a fondo perduto. A partire dalle ore 10 del 15 novembre le imprese appartenenti ad un distretto conciario sul territorio nazionale potranno richiedere contributi a fondo perduto per la realizzazione di progetti d’investimento legati all’innovazione dei prodotti e dei modelli produttivi anche in un’ottica di ecosostenibilità ed economia circolare.

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