GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Giacomo Pratali - page 30

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Montecitorio: Casini incontra il Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait

EUROPA/Medio oriente – Africa di

I due hanno parlato del legame di amicizia che lega i Paesi e hanno discusso sulla minaccia globale del terrorismo. Comune visione sulla modalità di lotta all’Isis in Medio Oriente: auspicata un’azione non solo militare, ma anche culturale ed educativa

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Giovedì 27 novembre, presso Palazzo Montecitorio a Roma, Pier Ferdinando Casini, Presidente Commissione Affari Esteri del Senato e Presidente onorario dell’Unione Interparlamentare (UIP), ha incontrato Marzouq Alì al Ghanim, Presidente dell’Assemblea Nazionale dello Stato del Kuwait. Oltre alle delegazioni parlamentari dei due Paesi, l’ambasciatore kuwatiano in Italia Sheikh Ali Khaled al Jaber.

I temi principali della discussione sono stati la minaccia del terrorismo e la radicalizzazione del conflitto in Siria e Iraq per mano dell’Isis. Durante l’incontro, al Ghanim ha ravvisato la necessità di una comune azione in Medio Oriente con i partner occidentali nella lotta al Califfato. Casini, invece, oltre a ricordare “il grande legame di amicizia che unisce Italia e Kuwait, che risale ai tempi della Prima Guerra del Golfo” e si è dimostrando concorde sugli strumenti da utilizzare nella battaglia contro il radicalismo islamico: “Non basta l’azione militare, ma serve un’importante azione sul piano culturale ed educativo”, ha affermato l’ex Presidente della Camera dei Deputati.

Giacomo Pratali

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Il retroscena storico della crisi in Ucraina

EUROPA di

Attraverso un’analisi sociologica, linguistica ed economica, la prof. Dundovich contestualizza le istanze filorusse delle regioni del Donbass e della Crimea e analizza la linea politica di Unione Europea e Stati Uniti in contrapposizione al protagonismo di Putin.

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Nel corso degli ultimi due anni l’Ucraina è divenuto il teatro di scontri su più livelli. Da quello interno tra le regioni occidentali e quelle russofone, passando dal braccio di ferro tra Kiev e Mosca, fino ad arrivare alla guerra di posizione, o addirittura fredda, tra Russia e Nato. Per approfondire meglio questi temi, abbiamo intervistato Elena Dundovich, Professoressa di Storia dell’Europa Orientale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Pisa.

Prof. Dundovich, dal punto di vista storico, quanto sono fondate le ragioni delle regioni del Donbass e della Crimea? Sono davvero zone culturalmente più vicine alla Russia?

“Il contrasto che attualmente l’Ucraina ha con la Russia, soprattutto per quanto concerne le regioni orientali, è comprensibile solo se si tiene presente la particolarità di questo Paese dal punto di vista della composizione linguistica e anche religiosa. L’Ucraina è stata a lungo soggetta al dominio di governi stranieri diversi nelle due parti del paese. La zona occidentale è stata per lungo tempo sotto il Regno di Polonia e del Granducato di Lituania, uniti a partire dal 1569 nella Confederazione polacco-lituana. Quando questa scomparve, nel 1795, parte l’Ucraina occidentale andò all’Austria. La parte orientale, viceversa, ha sempre fatto parte dell’Impero Russo: di conseguenza, è sempre stata più abitata da cittadini ucraini russofoni. Questo fatto della lingua, però, è molto complesso perché l’ucraino e il russo sono sì distinti, ma attualmente nel Paese si usano entrambi indifferentemente persino, per esempio, in tv durante la stessa trasmissione televisiva. Nella parte orientale del Paese, soprattutto nelle regioni di Donetsk e Lugansk, si arriva al 65-70% di russofoni, mentre in alcune regioni occidentali si scende al 10%. In più, dal punto di vista socio-culturale, dobbiamo tenere conto che l’unità nazionale ucraina è un fenomeno storico recente databile a metà dell’Ottocento e che ha avuto poco tempo per manifestarsi. Sicuramente nel Donbass vive la maggioranza dei cittadini ucraini di lingua russa, così come ce ne sono tanti anche in Crimea. Sono zone più legate alla Russia, vista anche la loro ricchezza mineraria sfruttata a suo tempo dalla grande industria sovietica: pertanto, oltre al legame culturale e linguistico, va aggiunto anche quello economico”.

Dalla rivoluzione arancione, passando per la deposizione di Yanukovich, fino ad arrivare al referendum in Crimea: l’Ucraina è diventato il terreno di scontro della rinnovata Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia?

“In questo momento, sicuramente l’Ucraina si presenta come un campo di battaglia per le controversie tra Stati Uniti e Russia. Quanto questo sia stato frutto di una precisa volontà da parte dei due paesi e quanto sia stato frutto del normale avvicendarsi degli eventi storici, è da appurare. Voglio dire che tutta questa situazione di tensione è nata dopo la proposta dell’Unione Europea di firmare il Trattato di Associazione con l’Ucraina. E, secondo me, è stata una scelta molto avventata perché non ha tenuto conto delle enormi difficoltà economiche e sociali sorte dopo l’indipendenza del 1991, delle istituzioni politiche molto fragili, del controllo degli oligarchi sullo Stato e sui partiti. Oltretutto, da sempre, la parte orientale viene considerata dalla Russia quasi una parte integrante del proprio territorio e la Crimea ha assunto, negli anni più recenti, un’importanza strategica e militare preponderante dopo che, con gli accordi del 1999, vi è stata dislocata la flotta della Federazione. La mossa dell’Ue non ha tenuto minimamente conto dei legami storici, politici e culturali che l’Ucraina ha sempre avuto con la Russia e non ha tenuto conto nemmeno della sua enorme fragilità. Così facendo, ha fatto di questo Paese l’oggetto di una presunta rinnovata Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, inoltre, cercano da molto tempo di allargare la Nato fino ai confini ucraini, in modo da toccare la Russia: un’opzione da sempre vista con perplessità dagli ucraini stessi perché non consona alla loro posizione geopolitica e ai loro legami con Mosca.. Teniamo infine presente un altro elemento: fino a questo momento il più importante partner commerciale dell’Ucraina è stata la Russia. Il gas russo, inoltre, venduto a prezzi scontati ha aiutato gli ucraini da quando c’è stata l’indipendenza: quindi, il fattore economico è altrettanto fondamentale”.

Come giudica la decisione dell’Unione Europea di inasprire le sanzioni nei confronti della Russia?

“A me sembra un provvedimento ridicolo perché noi dipendiamo dal gas russo in maniera preponderante. Proibire ad alcuni oligarchi dell’entourage di Putin di viaggiare in Europa e congelare i loro beni è irrilevante rispetto al contesto in cui ci muoviamo. Questo soprattutto per noi europei, visto che gli Stati Uniti non pagano il prezzo di una dipendenza così alta dal gas russo. E poi abbiamo tantissimi rapporti commerciali di varia natura con la Russia che non ha tardato a reagire bloccando l’importazione di molti prodotti europei, italiani inclusi. L’annessione della Crimea è stato un gesto molto forte ma comprensibile perché Putin non poteva lasciare la base più importante della flotta ad un governo debolissimo. Poroshenko stesso è un potente oligarca, ma gli oligarchi sono abituati a cambiare posizione politica continuamente: alcuni di essi erano e sono filoeuropeisti perché questo agevolerebbe le loro ricchezze, mentre altri sono più favorevoli ai russi per garantire maggiormente i propri patrimoni e le proprie posizioni di potere. Tutto ciò in un Paese in cui un abitante ha una pensione media di 80 euro al mese e uno stipendio di 120 euro al mese, ma il costo della vita è simile al nostro. Una reazione forte da parte dell’Europa e degli Stati Uniti avrebbe avuto un senso al momento dello scoppio del caso della Crimea, quando sono state violate le norme del diritto internazionale. Queste sanzioni mirate, invece, mi appaiono francamente senza fondamento. In più, c’è da considerare il motivo per cui agli ucraini interessava davvero associarsi all’Unione Europea: grazie al Trattato di Schengen, essi avrebbero potuto circolare liberamente in Europa senza il visto. . Era questo ciò che davvero gli interessava. Le manifestazioni di Piazza Majdan più che a favore dell’Europa, sono state contro il governo corrotto di Yanukovich. L’opinione internazionale è stata vittima di molti fraintendimenti e anche sui giornali ho visto molta approssimazione nell’analizzare la situazione ucraina”.

Qual è il suo parere sulle recenti elezioni nelle regioni di Donetsk e Lugansk? Quali sono le differenze rispetto a quanto avvenuto in precedenza in Crimea?

“A mio parere, bisogna distinguere due fasi distinte. La prima è quella che va dal 28 novembre 2013 all’annessione della Crimea, quando il rischio è stato molto sottovalutato dall’Unione Europea e Putin ha fatto la voce grossa. Nella seconda fase, invece, il gioco è un po’ scappato di mano anche a Putin stesso e, sull’onda dell’esempio della Crimea, altre regioni russofone hanno cercato di fare altrettanto. In questo caso, però, possiamo notare come l’atteggiamento del capo del Cremino sia stato molto più prudente. È vero che ha mandato soldati in incognito nell’Est Ucraina, ma è altrettanto vero che finora non ha fatto nessun passo ufficiale, ovvero non ha deciso alcuna annessione. Riassumendo, nella prima fase l’iniziativa è stata in mano all’Ue che ha combinato un danno. Poi, il gioco è passato in mano a Putin che ha reagito coerentemente con i propri interessi. Si sarebbe potuto evitare tutto ciò se solo si fosse accettato di discutere della posizione dell’Ucraina insieme alla Russia. Poiché anche se sulla carta l’Ucraina è uno stato indipendente, rimane pur sempre un paese, per tutte le ragioni che ho spiegato prima, che subisce fortemente l’influenza di di Mosca”.

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Crisi Ucraina, Obama e Putin: botta e risposta in uno scenario da Guerra Fredda

EUROPA di

L’atteggiamento di Mosca spaventa l’Europa, mentre Washington parla dell’apertura di nuove basi in Polonia e nei Paesi Baltici. Gli ultimatum di Putin e i diktat di Obama, intanto, sembrano lasciare sullo sfondo il rovente contesto mediorientale.

Il conflitto in Ucraina è sempre più sinonimo di Guerra Fredda. Il messaggio fatto recapitare da Vladimir Putin al vertice europeo riunitosi il 1° settembre a Bruxelles (“Se voglio mi prendo Kiev in due settimane”) rivela quanto Mosca si senta più che mai accerchiata dai Paesi aderenti al Patto Atlantico. E, dopo le diverse mediazioni intercorse tra Merkel e il capo del Cremino così come i colloqui del vertice di Minsk di fine agosto, ci ha pensato Barack Obama, con l’annuncio dell’apertura di basi Nato in Polonia e nei Paesi Baltici, ad acuire lo scontro.

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Due, come ormai appare evidente dall’inizio del conflitto in Ucraina, i blocchi contrapposti: Usa e Russia. Ma diverso lo scenario internazionale rispetto alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. L’espansione Nato e la riduzione dell’influenza moscovita sui paesi europei confinanti hanno fatto esplodere uno scenario di tensione, in cui il nazionalismo russo la fa da padrona.

In Europa, questa escalation di violenza ha fatto breccia negli ultimi vertici e incontri tra le massime autorità continentali. L’ultimatum di sette giorni lanciato dalla Russia, affinché rimuova i propri armamenti dall’Est dell’Ucraina, e la minaccia di nuove sanzioni, rivelano un traccheggiamento figlio della spaccatura in seno ai 28 membri dell’Unione Europea.

Dagli intransigenti e favorevoli all’istituzione di nuove basi Nato dentro i propri confini (Polonia e Paesi Baltici), a chi vorrebbe una linea morbida a causa dei numerosi interessi economici che condivide con Mosca (Cipro, Slovacchia ed Ungheria). In mezzo, Germania, Francia, Italia e Spagna guardano con irritazione all’atteggiamento di Putin non favorevole alla ricerca di una risoluzione del conflitto, ma cercano di temporeggiare per cercare una via diplomatica che risolva l’impasse e che non metta a rischio la fornitura di gas proveniente dalla Russia.

La via indicata da Putin, creazione di uno Stato nell’Ucraina Orientale e la non adesione di Kiev all’Ue, mettono a dura prova il fronte del dialogo con Cremlino, inaugurato, anche se senza successo, a fine maggio a Ginevra.

Quello che appare chiaro, comunque, è che, anche se i morti nell’est ucraino sono stati 2600 negli ultimi cinque mesi (dati Onu), la soluzione del conflitto si gioca su un tavolo composto da Nato e Russia. Occorre ricordare che, rispetto al secondo dopoguerra, lo scenario geopolitica internazionale è cambiato. Altri attori sono comparsi: vedi la Cina. Conflitti di ben altra natura sono esplosi: vedi Siria, Iraq e Libia. Ma, soprattutto, l’egemonia economica mondiale non è più solo un affare tra Washington e Mosca.

Proprio la risoluzione dei conflitti in aree come la Siria, l’Iraq e la Libia, così come la ridefinizione del ruolo dell’Occidente nello scacchiere internazionale, potrebbero essere i deterrenti per la fine delle scaramucce da guerra fredda tra Nato e Russia e per una conseguente soluzione diplomatica della crisi in Ucraina.

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Disastro aereo Ucraina: tra le responsabilità dei separatisti e l’escalation della guerra verbale tra Putin e i leader mondiali

EUROPA di

Il Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto da un missile Buk in dotazione ai filorussi. Il rimpallo di accuse fa da contraltare alle polemiche al permesso negato agli osservatori dell’Ocse di condurre le indagini sul luogo dello schianto

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“La responsabilità di quanto è accaduto è da attribuire a Putin, colpevole di aver armato i separatisti filorussi. Adesso auspico che agevoli le indagini”. È l’ennesimo richiamo ufficiale, a pochi giorni dall’abbattimento del Boeing 777 della Malaysia Airlines nei cieli dell’Ucraina orientali in cui sono morti 298 civili, rivolto dal presidente Obama al capo del Cremlino.

Il rimbalzo di responsabilità a poche ore dal disastro aereo tra Kiev e i combattenti secessionisti ha lasciato spazio alla quasi certezza che sono stati quest’ultimi ad avere abbattuto l’aereo di linea partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur. La mancanza di uno dei due radar necessari per riconoscere l’obiettivo ha fatto sì che il missile Buk (lanciato probabilmente dalla cittadina di Snizhne) abbia abbattuto il Boeing 777, nonostante questo fosse un velivolo di natura civile.

Ma l’incancrenimento del conflitto e dell’astio tra Kiev e Mosca e separatisti filorussi ha portato ad un clamoroso rallentamento delle indagini. Da subito gli Usa, l’Ue, la Nato e il premier malese Razak hanno chiesto un’indagine veloce, che faccia al più presto luce sull’accaduto. Nonostante i corpi olandesi siano sulla via del ritorno, i ribelli di Donetsk hanno cercato di ostacolare, a più riprese, le ricerche degli operatori internazionali sul luogo dello schianto.

I miliziani filorussi hanno dapprima avuto la responsabilità di aver recuperato resti e corpi e di averli messi su un camion diretto a Donetsk, senza permettere agli osservatori Ocse di poter svolgere la necessaria indagine sul campo per ricostruire in modo fedele le dinamiche dell’incidente. Oppure, di non avere consegnato subito le due scatole nere recuperate a terra. In più, gli stessi ispettori sono stati ostacolati nelle loro ricerche: ad esempio, gli è stato consentito di visionare un’area distante solo 200 metri da luogo del disastro, quando detriti e resti di cadaveri sono stati ritrovati a 20 chilometri di distanza.

Dopo la ripresa degli scontri nell’Ucraina orientale, dopo la breve tregua seguita all’incidente aereo, Putin continua ad accusare Kiev del disastro aereo. Ma la richiesta dei leader mondiali di una maggiore collaborazione nelle indagini e di un’adeguata opera di dissuasione presso il fronte filorusso, non potrà rimanere inascoltata dal Cremlino.

Questo avvenimento ha portato una nuova ventata di gelo nei rapporti tra Mosca e Kiev e continue minacce di sanzioni e provvedimenti da parte dell’Unione Europea (duro è stato il colloquio telefonico di sabato tra Cameron e Putin) e degli Stati Uniti. Ma quello che appare evidente è che l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines ha reso, se possibile, ancora più internazionale la crisi ucraina. La dotazione militare fornita ai sepatisti filorussi, rende la Russia corresponsabile di quanto avvenuto. E rende ancora più chiaro che la risoluzione diplomatica del conflitto nel paese ex sovietico passi dal dialogo tra Putin da una parte e Obama (e Nato) dall’altra.

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L’Iraq e il rischio di un’instabilità permanente

Medio oriente – Africa di

Le divisioni socio-politche in seno al Paese alla base del successo militare dell’Isis. Il premier sciita al-Maliki, rifiutando un governo di unità nazionale, sta di fatto cedendo il passo all’avanzata dei ribelli sunniti

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Il radicamento dell’Isis e delle forze sunnite nel nord-ovest unito all’intransigenza del premier al-Maliki di fronte agli appelli della comunità internazionale per la costituzione di un governo di unità nazionale, compongono il quadro di un Iraq che rischia di disgregarsi dal punto di vista politico. In più, l’annuncio della creazione del Califfato da parte del leader al-Baghdadi e il non intervento militare diretto da parte di Stati Uniti ed Iran rischiano di acuire in negativo questa situazione.

Le milizie sunnite, oltre ad avere conquistato Rawa e Al-Qaim (a 250 e 300 km a ovest di Baghdad), hanno consolidato il loro potere a Tikrit e Mosul. Questo ha consentito allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante di proclamare, dopo circa un secolo dalla sua caduta, il Califfato, che va dalla regione di Aleppo in Siria alle sopraccitate città irachene.

Questo fronte, come già visto in Siria, è tutt’altro che unito e questo è un punto a favore di al-Maliki. Isis e al-Qaeda sembrano aver seppellito temporaneamente l’ascia di guerra dopo oltre un anno, ma le varie componenti sunnite dell’Iraq, soprattutto i ba’thisti, sembrano avere degli obiettivi a medio-lungo termine differenti rispetto al gruppo jihadista guidato da al-Baghdadi.

Ma questa è l’unica nota lieta per l’attuale esecutivo iracheno. Stati Uniti, Iran ed Unione Europea hanno unanimemente auspicato, tra fine giugno ed inizio luglio, la costituzione di un governo di unità nazionale, che ponga fine alla politica divisoria e solo pro sciita che al-Maliki ha imposto nei suoi due mandati. Neanche l’irritazione crescente dell’ayatollah al-Sistani, che non vede di buon occhio l’attuale premier e favorevole ad un esecutivo che includa sunniti e curdi, sembra smuovere il fronte interno.

Intanto, il Paese rimane nel caos. Gli scontri continuano sia nelle regioni del nord-ovest conquistate dall’Isis, sia nei dintorni di Baghdad e nella raffineria di Bajii. I due maggiori alleati, Usa e Iran, hanno negato nel frattempo un aiuto militare diretto.

La visita del segretario di stato Kerry di fine giugno, che ha visto colloqui con molte personalità di rilievo irachene, intendeva sensibilizzare gli apparati politici iracheni sulla necessità della costituzione di un fronte comune: l’Amministrazione Obama si è limitata ad inviare sul posto trecento consiglieri militari, mentre ha negato di voler intervenire con i propri soldati.

L’Iran, sul cui confine si gioca una delle partite più importanti di questa crisi, ha sì inviato specialisti e veicoli di supporto all’esercito regolare iracheno, ma rifiuta un intervento militare diretto, a cui è contrario quasi l’intera opinione pubblica.

Circa 1500 sono i morti dall’inizio di questo conflitto. L’appello lanciato da al-Sistani all’intero Paese ha mobilitato 2,5 milioni di volontari che si sommano ai circa 20 mila soldati dell’esercito regolare. Queste cifre ci raccontano di una crisi trasformatasi in una guerra giocata a metà strada tra il fronte interno e quello siriano da cui. Nonostante sia stato eletto il 20 aprile, il Consiglio dei Rappresentanti non si è ancora espresso né sul presidente del parlamento né sul capo dello Stato e la formazione di nuovo esecutivo che escluda la guida di al-Maliki sembra un lontano miraggio.

Se l’aspetto politico continuasse a rimanere immutato, l’attuale conflitto potrebbe tramutarsi in instabilità permanente. Usa e Iran, così come la comunità internazionale, deve aumentare le pressioni affinchè il quadro istituzionale iracheno divenga compatto e la fazione sunnita interna si svincoli dall’Isis.

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Crisi Ucraina, la politica doppiogiochista di Poroshenko e il silenzio assordante degli Stati Uniti

EUROPA di

Il piano di pace e l’accordo con l’Ue firmato dal neo presidente dimostrano che la vera partita è tra Russia e Nato, dove il rifiuto di Putin di prolungare il cessate il fuoco chiesto si contrappone alla richiesta di Rasmussen di istituire un fondo fiduciario per Kiev

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Negli ultimi tempi la crisi in Ucraina sembra diventata un gioco di specchi tra i diversi attori in campo. Da una parte assistiamo ad un atteggiamento doppiogiochista del presidente Poroshenko, che strizza l’occhio sia all’Ue sia alla Russia. Dall’altra c’è Putin, possibilista rispetto al piano di pace proposto da Kiev, ma irritato di fronte all’accordo di associazione firmato da questi ultimi, dalla Georgia e dalla Moldova con l’Europa.

Nelle ultime due settimane, abbiamo assistito ad un atteggiamento compassato degli Stati Uniti: Obama, così come i membri della sua Amministrazione, non si sono esposti in prima persona sugli ultimi avvenimenti. Ma anche in questo caso possiamo parlare di gioco di specchi.

A fronte degli scontri che sono proseguiti malgrado il cessate il fuoco proclamato da Kiev, Poroshenko ha cercato di muovere a suo favore le pedine sullo scacchiere proponendo un piano di pace a cui, sia Putin sia i leader europei, hanno risposto favorevolmente. Disarmo dei filorussi, creazione di una zona cuscinetto al confine con la Russia, salvaguardia dei poteri locali e della lingua russa: sono questi i punti salienti proposti dal neo primo cittadino ucraino. Punti che evidenziano come il “re del cioccolato” stia giocando la sua partita su due fronti. Quello russo, il più caldo, in cui la questione più importante si chiama “guerra del gas”. Quello europeo e quello Nato, da cui l’Ucraina cerca di avere un supporto sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista militare.

E se, ancora in apparenza, i giochi sembrano essere a due tra Ucraina e Russia, questa crisi geopolitica è tornata ad acuirsi non appena Europa e Nato sono rientrare materialmente in gioco. L’adesione all’Ue di Ucraina, Georgia e Moldova, infatti, ha avuto l’effetto di irritare Putin, che a maggio aveva firmato con i paesi ex sovietici l’accordo sull’Unione Euroasiatica. L’Amministrazione russa ha in più denunciato il possibile aggravarsi della spaccatura in due della società ucraina.

E se non bastasse il piano economico varato dall’Ue per aiutare Kiev nel pagamento delle forniture di gas, abbiamo assistito pure ad una escalation verbale tra Russia e Nato. Le migliaia di soldati russi schierate al confine ucraino hanno spinto il segretario generale Rasmussen a minacciare nuove sanzioni e a spingere questo organismo internazionale a creare “un fondo fiduciario a sostegno dell’esercito dell’Ucraina”.

Di contro, il rifiuto della richiesta di Putin di prolungare il cessate il fuoco da parte di Poroshenko ha scatenato la dura reazione di Mosca. Il ministro degli Affari Esteri Lavrov ha accusato gli Usa di aver influenzato questa scelta e di muovere i fili della politica estera ucraina. Malgrado gli accordi tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sull’istituzione di guardie di frontiera ucraine e sull’impiego degli osservatori Ocse al confine, l’ultimo ping pong di dichiarazioni evidenzia che la vera partita si gioca tra l’ex Unione Sovietica da una parte e gli Usa e la Nato dall’altra. Il silenzio di Obama delle ultime settimane è stato apparente, assordante. E la riedizione della politica dei blocchi contrapposti è già in atto.

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Dalla Russia alla Cina: quando un atteggiamento unilaterale fa giurisprudenza nel diritto internazionale

Asia/Sud Asia di

L’atteggiamento aggressivo di Pechino non nuoce solo ai vicini asiatici. In Estremo Oriente si apre un nuovo fronte geopolitico, in cui Stati Uniti e Unione Europea dovranno mettere in campo un atteggiamento non pregiudiziale.

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Non solo la politica aggressiva della Russia nei confronti dell’Ucraina, con l’istituzione unilaterale di un referendum che ha portato alla secessione della Crimea, può avere ripercussioni sul diritto internazionale. Nel mese di maggio, infatti, si è aperto un altro fronte geopolitico caldo: quello relativo al Mar Cinese. In questo caso, l’attore principale è la Cina.

Forte del suo sviluppo economico impetuoso, Pechino ha messo in campo un atteggiamento aggressivo nei confronti dei paesi limitrofi. Mira, attraverso la politica dell’appropriazione de facto, ad appropriarsi di porzioni di spazi aerei e marittimi degli stati confinanti.

In primis, è il caso del Vietnam. Il governo cinese ha infatti installato una piattaforma petrolifera a circa 200 chilometri dalla costa vietnamita (vicino alle contese Isole Paracel), in acque rivendicate da Hanoi, dando una dimostrazione di forza. Attraverso un atteggiamento unilaterale e approfittando del fatto che questo stato non ha potenze protettrici alle sue spalle, la Repubblica Popolare ha attuato la politica del “fatto compiuto”, conquistando una porzione territoriale non sua.

Questo ha provocato violenti scontri in Vietnam e ha costretto il governo di Pechino a riportare molti connazionali a casa. I dimostranti, nonostante l’atteggiamento contrario delle autorità, si sono riversati nelle piazze di tutto il Paese e hanno dato fuoco ad alcune fabbriche appartenenti a proprietari cinesi, provocando diversi morti.

Ma quello che rischia di verificarsi in Estremo Oriente è un effetto a macchia d’olio. A differenza degli altri stati che si affacciano sul Mar Cinese, la Cina non ha aderito alla Zee (Zona Economica Esclusiva) sancita dall’Onu e firmata non solo dal Vietnam, ma anche da Malesia, Brunei, Filippine e Taiwan. Ed è questo il motivo per cui Pechino si è arrogato il diritto di costruire una piattaforma petrolifera in acque territoriale di non sua appartenenza.

Una dimostrazione di forza che potrebbe ripetersi in futuro sia in Asia sia nel resto del mondo e che potrebbe dare seguito a pericolosi precedenti nel campo del diritto internazionale. Così come il referendum sulla secessione della Crimea è stato riconosciuto unilateralmente dalla Russia, la stessa cosa, sebbene con modalità diverse rispetto ad un plebiscito, si potrebbe ripetere con la Cina.

In entrambi i casi, infatti, il fatto avvenuto e, seppur contestato, potrebbe influire sulla giurisprudenza internazionale e moltiplicare in tutto il mondo atteggiamenti violenti e rivendicazioni unilaterali.

La protezione da parte degli Usa di cui godono Giappone e Filippine sembrano, per il momento, aver frenato in parte la sete di espansionismo cinese. Ma la questione è tutt’altro che chiusa. E spetta all’Occidente e alla comunità internazionale riportare il dialogo al centro delle relazioni e dispute internazionali.

Tuttavia, come nei casi delle crisi che hanno coinvolto i paesi del Nord Africa, la Siria e l’Ucraina, Stati Uniti ed Europa devono mettere in campo un atteggiamento non frutto dei pregiudizi tipico del XX secolo, ma aperto e contestualizzato nei nuovi scenari globali che si sono venuti a creare all’inizio del Nuovo Millennio.

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Giacomo Pratali
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