GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Flaminia Maturilli

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Europe Day 2021, al via la Conferenza sul futuro dell’Europa

EUROPA di

Il 9 maggio, Europe Day, il Parlamento europeo di Strasburgo ha ospitato l’evento di inaugurazione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un’occasione di consultazione importante in quanto coinvolge i cittadini, i rappresentanti eletti e le organizzazioni della società, ed ha come obiettivo ripensare e riformare l’Unione europea a seguito delle difficoltà degli ultimi anni. La crisi economica, finanziaria e dei migranti prima, la Brexit poi ed infine il Covid-19 con tutto ciò che ne consegue: l’UE ha bisogno di concentrarsi sulla propria ripresa e resilienza, e intende farlo con il supporto di quanti vivono l’Unione europea. La Conferenza è uno spazio pubblico di dibattito per i cittadini europei che prevede diversi eventi, fisici e online, su una piattaforma digitale, multilingue e interattiva. Prevista inizialmente per il 2020, ha avuto inizio un anno dopo a causa del Covid-19 ma anche per la difficoltà di organizzazione dal punto di vista della governance istituzionale.

L’avvio dei lavori

L’istituzione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata proposta nel marzo 2019 dal Presidente francese Emmanuel Macron, nell’ambito del suo contributo “Per un Rinascimento europeo”. L’idea è stata molto apprezzata dalle istituzioni dell’UE e, una volta eletta Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen ha formalmente avanzato tale proposta all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’UE.

Nel luglio 2019, con l’inizio della pianificazione, la Conferenza era stata pensata per svolgersi nel 2020, con una durata di due anni e con il coinvolgimento di cittadini, società civile e istituzioni europee. Seppur proposta formalmente dalla Commissione europea, infatti, il Parlamento europeo ha subito approvato tale progetto, considerando fondamentale la discussione di temi quali i valori europei, diritti e libertà fondamentali, aspetti democratici e istituzionali dell’integrazione europea, sfide ambientali e crisi climatiche, giustizia sociale e uguaglianza, e così via. Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha ritardato l’inizio della Conferenza, senza però alterarne il contenuto, se non per quanto concerne l’aumento dell’importanza dei temi quali ripresa e resilienza.

L’Europe Day

Il 9 maggio 1950 Robert Schuman fece un’importante Dichiarazione che portò all’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il primo passo verso l’Unione europea che conosciamo oggi. Il 9 maggio 2021, nella giornata dedicata all’Europa e con un anno di ritardo, ha preso il via la Conferenza sul futuro dell’Europa. In parte riuniti a Strasburgo, in parte connessi da ogni punto d’Europa, i partecipanti hanno preso parte alla celebrazione dell’Europe Day, tenutasi in forma ibrida, e al lancio della Conferenza. Il Presidente francese Macron ha aperto l’evento con un discorso di benvenuto, i Presidenti delle istituzioni europee Von der Leyen, Sassoli, Michel e Costa hanno tenuto dei discorsi sulla loro visione dell’Europa, i ministri degli affari europei e i deputati nazionali ed europei hanno partecipato a distanza ed i copresidenti del Comitato esecutivo hanno risposto alle domande poste dai cittadini europei. Sono stati proprio i cittadini ad essere al centro dell’evento: in parte erano fisicamente presenti, nei limiti della situazione attuale e nel rispetto delle norme sanitarie, con tanto di partecipazione da parte degli studenti erasmus; più di 500 cittadini, tuttavia, hanno partecipato a distanza vista la situazione da Covid-19.

Come funziona la Conferenza

Non senza dibattiti tra le istituzioni e difficoltà decisionali, la gestione della Conferenza sul futuro dell’Europa è stata affidata ad un comitato esecutivo formato da 9 membri rappresentanti delle istituzioni coinvolte, con anche 4 membri osservatori. Anche la durata della Conferenza è stata oggetto di dibattiti: la chiusura dei lavori è prevista per la primavera del 2022, con la presidenza di turno francese del Consiglio; tuttavia, per il Parlamento europeo si tratta di un tempo insufficiente, preferendo la chiusura nel 2024.

Per organizzare la Conferenza, il Comitato esecutivo ha dato il via ai suoi lavori il 24 marzo 2021 e, fino al 9 maggio, si è lavorato sul regolamento della Conferenza, il metodo di lavoro, la Carta dei principi e dei valori della Conferenza e la piattaforma digitale multilingue. Tale piattaforma, inaugurata il 19 aprile, è considerata “il perno centrale” dell’esercizio democratico che rappresenta la Conferenza, in quanto consente ai cittadini di assumere un ruolo guida nei dibattiti centrali per l’UE. In particolare, la piattaforma raccoglie tutti i contributi dei cittadini, online e raccolti agli eventi, massimizzando la loro partecipazione, stimolando il dibattito e garantendo accessibilità e trasparenza della Conferenza, in quanto prevede 24 lingue ed accesso libero. Per questo, servirà per permettere a tutti di rimanere informati sulle iniziative della Conferenza, condividere idee e partecipare attivamente. Tuttavia, i partecipanti dovranno rispettare la Carta della Conferenza sul futuro dell’Europa e garantire la riuscita di un dibattito rispettoso dei valori e dei diritti europei.

Le prossime tappe

Il Comitato esecutivo, dopo aver organizzato l’apertura della Conferenza, ha il compito di gestire anche gli eventi futuri. In primo luogo, dovrà essere fissata la data della prima riunione plenaria della Conferenza. Dopodiché, l’attività principale sarà la preparazione degli incontri tra i cittadini, la gestione degli eventi sulla Piattaforma digitale e la promozione della stessa. L’obiettivo è dunque dare quanto più spazio possibile ai giovani nel dibattito pubblico sul futuro europeo, in quanto saranno loro ad essere i protagonisti del domani.

UE – Russia, le sanzioni russe ai funzionari europei nell’ambito dello scontro diplomatico

EUROPA di

Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato otto cariche pubbliche europee, tra le quali figura il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, imponendo un divieto di accesso ai suoi territori. Le sanzioni russe sono giunte in risposta a quelle che l’UE ha imposto a sei cittadini russi in violazione dei diritti umani, il 2 e il 22 marzo. La reazione russa si inserisce in un più ampio contesto di “guerra diplomatica” che da tempo viene portata avanti tra la Russia e l’Occidente, in particolar modo per le violazioni dei diritti umani, per quanto accaduto ad Alexei Navalny e per la disputa con i paesi occidentali. Nell’ultimo periodo, oltre alla controversia con la Repubblica Ceca, la Russia ha infatti dichiarato “persona non grata” un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca ed ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania.

Le sanzioni russe

Venerdì 30 aprile la Russia ha sanzionato 8 funzionari europei, impedendo loro l’accesso al Paese, in risposta alle misure limitative che l’UE ha introdotto il 2 e il 22 marzo 2021 nei confronti di sei cittadini russi. È stato il Ministero degli Esteri a rilasciare tale notizia, specificando anche chi sono i diretti interessati. In particolare, la “lista nera” si compone di 8 funzionari europei di diversa provenienza e con diverso ruolo. È stato sanzionato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, la vicepresidente per i valori e la trasparenza presso la Commissione europea, Vera Jourova, un membro della delegazione francese all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Jacques Maire, il pubblico ministero di Berlino, Jorg Raupach, e un funzionario dell’Agenzia svedese per la ricerca sulla difesa, Asa Scott. A questi cinque, si aggiungono tre funzionari delle repubbliche baltiche: Ilmar Tomusk, capo dell’Ispettorato Nazionale sulla Lingua estone, Ivars Abolins, presidente dell’Ente regolatore dei media della Lettonia e Maris Baltins, direttore del Centro linguistico statale della Lettonia.

“L’Unione Europea continua a perseguire la sua politica di misure restrittive illegittime e unilaterali contro i cittadini e le organizzazioni russe”, ha affermato il Ministero degli Esteri con un comunicato, motivando così le sanzioni. In aggiunta, ha accusato l’Unione europea di “minare apertamente e deliberatamente l’indipendenza della politica interna ed estera della Russia”. Quest’ultimo punto si riferisce alle sanzioni che l’UE ha imposto a marzo contro due cittadini russi accusati di persecuzione omofoba nella regione della Cecenia e contro quattro alti funzionari russi vicini a Putin. Infine, nel comunicato figura un’accusa più ampia all’Occidente, dato che quanto accusato all’UE avviene “con l’incoraggiamento degli USA, che non nascondono l’interesse di trasformare l’Europa in un’arena di aspro confronto geopolitico”.

Le reazioni in UE e le future relazioni con la Russia

Non appena appresa la notizia, non sono mancate le reazioni dei leader europei. “Condanniamo con la massima fermezza la decisione odierna delle autorità russe di vietare l’ingresso nel territorio russo a otto cittadini dell’Ue. Questa azione è inaccettabile, priva di qualsiasi giustificazione giuridica e di fondamento. Si rivolge direttamente all’Ue, non solo alle persone interessate”. Così in una nota congiunta i presidenti dell’UE Ursula Von der Leyen, Charles Michel e David Sassoli, aggiungendo che “l’UE si riserva il diritto di adottare misure appropriate in risposta alla decisione delle autorità russe”. Infine, è stato sottolineato come la decisione russa sia “l’ultima e sorprendente dimostrazione di come la Federazione russa abbia scelto di scontrarsi con l’UE invece di accettare di correggere la traiettoria negativa delle relazioni bilaterali”.

A tal proposito, anche l’Alto rappresentante dell’UE, Josep Borrell, ha evidenziato come “le relazioni tra l’Ue e la Russia continuano a deteriorarsi e sono ai minimi”, citando gli ultimi casi di “guerra diplomatica”, quali la concentrazione delle forze militari russe alle frontiere con l’Ucraina, il caso Navalny, la crisi diplomatica con la Repubblica Ceca e con gli altri paesi. Basti pensare che, di recente, la Russia ha espulso sette diplomatici da Estonia, Slovacchia, Lettonia e Lituania, nonché un dipendente dell’Ambasciata italiana a Mosca, invitato a lasciare il paese in quanto “persona non grata”, lunedì 26 aprile. Allo stesso modo, sono diversi i paesi in cui si è reagito con l’espulsione di diplomatici russi, avvenuta in Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Ucraina e anche negli Stati Uniti.

“Dobbiamo essere pronti ad un lungo e difficile periodo nelle nostre relazioni con la Russia. Vedo una tendenza preoccupante delle autorità russe che sembrano scegliere di approfondire il conflitto in modo deliberato, anche con la disinformazione ed altre attività” ha concluso Josep Borrell.

L’intervento del Parlamento europeo

Appena un giorno prima dalla notizia delle sanzioni, anche il Parlamento europeo si è espresso condannando le operazioni russe intorno all’Ucraina e gli attacchi in Repubblica Ceca. In particolare, è stato dato pieno sostegno alla Repubblica Ceca nella disputa diplomatica con la Russia per le esplosioni avvenute nel 2014 nei depositi di munizioni di Vrbetice. Poi, è stata riconosciuta la gravità che comporterebbe un’invasione in Ucraina da parte della Russia e, infine, le autorità russe sono state individuate quali pienamente responsabili per le sorti di Navalny, al pari del presidente Putin. La risoluzione dell’Eurocamera è stata approvata con 569 voti favorevoli, 67 contrari e 46 astenuti: la direzione degli eurodeputati è, senza ombra di dubbio, di accusa verso le attività russe.

La questione rimane, dunque, aperta a possibili scenari: da una escalation della “guerra diplomatica” ad un ritorno sui propri passi da parte della Russia per proseguire nell’ambito della cooperazione.

Criminalità organizzata, la nuova strategia dell’UE per rafforzare la lotta e la cooperazione

EUROPA di

La Commissione europea non rallenta la sua lotta alla criminalità organizzata: il 12 aprile, la Commissaria per gli Affari interni ha partecipato all’evento di presentazione dell’ultima relazione dell’Europol sulla valutazione della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme di criminalità nell’UE. Contestualmente, il 14 aprile, la Commissione ha pubblicato una nuova strategia quinquennale per rafforzare la cooperazione nell’UE e per potenziare gli strumenti digitali nelle indagini. La strategia pubblicata dalla Commissione UE si basa proprio sulla relazione dell’Europol, copre il periodo 2021-2025 e fa parte del lavoro dell’UE per rafforzare la sicurezza europea.

La relazione dell’Europol

L’Ufficio europeo di polizia (Europol) è l’agenzia di contrasto dell’Unione europea che aiuta gli Stati membri dell’UE a combattere le forme gravi di criminalità internazionale e terrorismo. Ogni quattro anni, si analizza la minaccia delle reti criminali, in particolare quelle che commettono atti di violenza, corruzione e riciclo, e si prepara una relazione che guiderà l’attività congiunta delle autorità di contrasto europee nel quadro della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità fino al 2025.

In particolare, la relazione pubblicata dedica attenzione agli attacchi informatici, ai reati contro le persone – dalla tratta di essere umani a fini di sfruttamento lavorativo al traffico dei migranti e la criminalità ambientale – e si concentra anche sull’impatto della pandemia di Covid-19 sul panorama criminale europeo. Si tratta di una valutazione che segue un’analisi dettagliata della minaccia di criminalità organizzata che affronta l’UE e fornisce importanti informazioni agli operatori, ai responsabili delle decisioni e agli Stati membri in generale. È un documento lungimirante che valuta i cambiamenti a medio-lungo termine nel panorama della criminalità organizzata, identifica i principali gruppi criminali e descrive quali fattori danno forma alla criminalità grave. In definitiva, fornisce una panoramica dello stato attuale delle conoscenze sulle reti criminali e sulle loro operazioni sulla base dei dati forniti all’Europol dagli Stati membri.

La strategia della Commissione europea

Il lavoro pubblicato dalla Commissione europea parte dal presupposto che la criminalità organizzata e le forme gravi di criminalità sono una grave e persistente minaccia alla sicurezza dei cittadini europei. La strategia presentata dalla Commissione europea è volta a definire gli strumenti e le misure da adottare nei prossimi anni per smantellare i modelli economici e le strutture delle organizzazioni criminali a livello transfrontaliero. In particolare, si mira a rafforzare la cooperazione tra le autorità di contrasto e le autorità giudiziarie per combattere le strutture della criminalità organizzata, eliminare i proventi di reato e rispondere prontamente agli sviluppi tecnologici.

Dallo studio dell’Europol emerge come i gruppi della criminalità organizzata presenti in Europa siano coinvolti in attività quali il traffico di stupefacenti, i reati organizzati contro il patrimonio, frodi, traffico di migranti e tratta di esseri umani. La strategia della Commissione definisce gli strumenti e le misure da sviluppare entro il 2025 per smantellare il modello operativo delle organizzazioni anche a livello transfrontaliero.

Gli obiettivi previsti

La strategia della Commissione UE prevede molteplici importanti obiettivi. In primo luogo, rafforzare la cooperazione tra autorità di contrasto e autorità giudiziarie: il 65% dei gruppi criminali attivi nell’UE è composto da varie cittadinanze e questo rende necessario avere una cooperazione più efficace, disporre di uno scambio effettivo d’informazioni tra le varie autorità degli Stati membri e garantire una lotta europea e non più solo nazionale. A tal fine, è previsto l’ampliamento della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità aggiungendo anche lo scambio di informazioni su DNA, impronte digitali e immatricolazione dei veicoli. In aggiunta, la Commissione proporrà un codice europeo di cooperazione di polizia che sostituirà i numerosi codici attuali, con l’obiettivo di rendere interoperabili i sistemi per la gestione della sicurezza. In secondo luogo, la Commissione intende sostenere indagini più efficaci per smantellare le strutture della criminalità organizzata concentrandosi su reati specifici e prioritari. In questo periodo, dunque, la Commissione intende agire contro i reati ambientali, contro la contraffazione dei dispositivi medici e contro il commercio illecito di beni culturali. Tra le priorità rientra, inoltre, la tratta degli esseri umani: questione centrale che ha richiesto una strategia ad hoc. Poi, altro obiettivo della Commissione europea è assicurarsi che il crimine non paghi: basti pensare che nel 2019 i proventi da attività illecite nei principali mercati criminali rappresentavano l’1 % del PIL dell’UE, pari a 139 miliardi di euro. Si vuole riesaminare il quadro UE sulla confisca dei proventi di reato, sviluppare le norme antiriciclaggio dell’UE, velocizzare le indagini finanziarie e valutare la regolamentazione dell’anticorruzione dell’UE. Infine, un obiettivo fondamentale: garantire la prontezza per l’era digitale. Le prove digitali acquistano sempre maggior importanza nel panorama attuale, con comunicazioni online e un’alta componente digitale dei reati. È fondamentale riuscire a sfruttare le moderne tecnologie e gli strumenti a disposizione per contrastare la criminalità online.

Le dichiarazioni

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “Le organizzazioni criminali usano sempre più le nuove tecnologie e colgono ogni occasione utile per ampliare le loro attività illegali online o offline. La strategia presentata oggi aiuterà a colpire duramente i criminali smantellandone il modello operativo che approfitta della mancanza di coordinamento tra Stati”.

Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha aggiunto: “La nostra strategia è un programma quinquennale per rafforzare le attività di contrasto europee nell’ambiente fisico e digitale. Con le misure presentate oggi passeremo da una cooperazione di polizia occasionale a partenariati di polizia permanenti e seguiremo le tracce del denaro per identificare i criminali nelle indagini finanziarie”.

UE – Turchia, dall’agenda positiva all’incidente diplomatico

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Il 6 aprile il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si sono recati ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdogan e discutere delle relazioni tra Unione europea e Turchia. Al centro dell’incontro vi sono stati lo stato di diritto e i diritti umani, nonché la Convenzione di Istanbul e le relazioni economiche tra le parti. Dopo gli ultimi passi falsi della Turchia in tali ambiti, il Consiglio europeo ha voluto rilanciare i rapporti tra Ankara e Bruxelles con un’agenda positiva, ma non sono mancati incidenti diplomatici che hanno dato luogo a dibattiti: nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera.

Le relazioni tra Unione europea e Turchia

Le relazioni tra UE e Turchia sono da sempre altalenanti, con periodi più tesi e periodi più favorevoli alle relazioni tra le parti. Nell’ultimo anno, vi sono stati notevoli momenti di tensione per vari motivi, dalla questione delle esplorazioni delle navi di Ankara nelle acque greche e cipriote, frutto delle ambizioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale, alla questione migratoria e all’uscita dalla Convenzione di Istanbul, ulteriore schiaffo ai diritti umani. Per questo motivo, in occasione della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 25 marzo, è stato programmato l’incontro tenutosi il 6 aprile scorso: Charles Michel ha riconosciuto l’interesse strategico dell’Unione europea ad avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché relazioni positive e vantaggiose con la Turchia. Anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato più volte la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con la Turchia.

Obiettivi e risultati

Al centro del bilaterale vi sono state le principali questioni del rapporto tra UE e Turchia: Convenzione di Istanbul, lo stato di diritto, i diritti umani, i legami economici e le relazioni commerciali e, non da ultimo, la questione migratoria ed il rinnovo dell’accordo di marzo 2016 sui rifugiati siriani. Quest’ultimo punto era la vera priorità dell’UE: l’accordo è volto a bloccare il flusso migratorio di rifugiati siriani in Europa e prevede l’impegno europeo per circa sei miliardi di euro. Ankara, in questi anni, ha accolto circa quattro milioni di rifugiati siriani e continuerà a farlo, ma ha chiesto alle istituzioni europee un aumento dei fondi previsti. L’Unione europea ha risposto positivamente, dunque ha finanziato e finanzierà l’assistenza ai profughi bloccati in Turchia anche con un aumento dei fondi; in aggiunta, vuole puntare sui progetti di cooperazione e assistenza anche per i rifugiati siriani presenti in Libano e Giordania.

In seguito, è stato affrontato il tema dei diritti umani: la decisione del governo turco di fare un passo indietro ed abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha dato luogo a molte critiche in Europa e non solo. I leader europei hanno mostrato la loro “profonda inquietudine” per gli ultimi sviluppi in Turchia, anche per quanto concerne la libertà di parola, gli attacchi ai partiti politici di opposizione e ai media. “Lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono valori fondamentali dell’UE” ha affermato Michel.

In definitiva, il confronto è stato definito “franco e aperto”: è emersa la volontà di costruire con Ankara un’agenda positiva e rafforzare i rapporti economici. I leader europei ritengono di fondamentale importanza la recente distensione delle relazioni che va sostenuta e rafforzata attraverso un percorso comune, basato su cooperazione economica, immigrazione, contatti interpersonali e mobilità. Charles Michel e Ursula Von der Leyen hanno fatto importanti passi in avanti verso la Turchia di Erdogan, con l’auspicio che il presidente turco colga questa opportunità.

Per dar seguito a quanto affermato, al Consiglio europeo di giugno verranno valutati i progressi fatti e i passi avanti compiuti dalla Turchia, al fine di monitorare le relazioni passo dopo passo.

L’incidente diplomatico

Nella stanza dove si è tenuto l’incontro, non è stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera, portando alla luce diverse questioni: il sessismo e la mancanza di rispetto nei confronti della leader Von der Leyen, la scarsa attenzione nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte dei leader stranieri, la difficoltà di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione europea. Se è vero che lo staff del presidente turco non ha predisposto la sedia per la Von der Leyen, è altrettanto vero che Charles Michel non ha agito in favore della Presidente della Commissione, lasciando che si sedesse in disparte, di fronte al ministro degli Esteri turco. Secondo il protocollo ufficiale, il presidente del Consiglio Michel ricopre una carica più alta rispetto a quella della Commissione nell’ambito della rappresentanza esterna, tuttavia, per prassi, nessun leader ha mai trattato la Von der Leyen come se fosse di grado inferiore.

Agli occhi di chi ha osservato questa scena, quindi, tale incidente diplomatico non è stato altro che un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono in politica ad ogni livello: sessismo così grave ed evidente che ha in parte oscurato il contenuto del vertice. Il portavoce della Von der Leyen ha affermato che la presidente “chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo”, per poi aggiungere “Non so se Erdogan abbia voluto far passare un messaggio di qualche tipo ieri, ma quello che a noi interessa è stato far passare il nostro messaggio”: vale a dire fare avanzare un processo politico fra l’Ue e la Turchia, sul rispetto dei diritti umani.

Il caso AstraZeneca

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AstraZeneca, azienda biofarmaceutica britannico-svedese, sin dall’inizio della campagna vaccinale è stata al centro dell’attenzione: in un primo momento l’azienda ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19, contrariamente agli accordi presi con la Commissione europea nei mesi scorsi. In questi giorni è tornata a far parlare di sé dopo che diversi paesi europei hanno deciso di interrompere, in via precauzionale, le somministrazioni del vaccino prodotto dall’azienda a causa di timori legati a possibili controindicazioni, quali problemi circolatori e trombosi. Tuttavia, sia l’Agenzia europea per i medicinali che l’Agenzia italiana del Farmaco hanno chiarito che non vi è nessun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e quanto accaduto, invitando i paesi a riprendere al più presto le vaccinazioni con AstraZeneca.

I primi controlli e la sospensione del lotto

Nel pieno della campagna vaccinale e dell’emergenza da Covid-19, la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica AstraZeneca ha destato i primi sospetti. La prima settimana di marzo, l’Austria ha deciso di interrompere l’utilizzo di un lotto di AstraZeneca per alcuni casi di trombosi. L’11 marzo scorso, la Danimarca ha sospeso l’utilizzo di tale vaccino in quanto sono stati riscontrati problemi circolatori su persone vaccinate da poco. A tal punto, l’EMA – Agenzia europea per i medicinali – ha diffuso un comunicato stampa sostenendo l’assenza di una casualità diretta tra vaccino e trombosi, affermando che i benefici superano i rischi.

Tuttavia, onde evitare alcun peggioramento della situazione, anche l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco – ha disposto, in via precauzionale, un divieto di utilizzo su un lotto di vaccini AstraZeneca (ABV2856) per farlo analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità e verificare se effettivamente vi fossero eventuali anomalie. In questo primo momento, è stata disposta la sospensione soltanto per questo preciso lotto di AstraZeneca, decidendo dunque di non incidere sull’intera campagna vaccinale per non rallentare ulteriormente la distribuzione di vaccini. In particolare, il processo di consegna dei vaccini prevede numerosi controlli da parte del produttore, con verifiche incrociate e mantenendo la tracciabilità di ogni dose, assicurandosi che ogni vaccino fosse sicuro. La stessa AIFA, nel primo rapporto emesso, non aveva riscontrato alcuna anomalia nei vaccini.

Le notizie di cronaca con decessi e trombosi a persone vaccinate, la confusione mediatica della campagna vaccinale e l’influenza degli altri paesi europei hanno senz’altro reso la situazione più complessa ed hanno comportato l’aumento di controlli e verifiche ulteriori rispetto a quelle effettuate in fase di produzione del vaccino, fino a deciderne la sospensione temporanea.

La sospensione di AstraZeneca

Il 15 marzo il governo Draghi ha deciso per la sospensione della somministrazione dei vaccini prodotti da AstraZeneca, bloccando non più un singolo lotto ma l’intera produzione. L’annuncio è stato un po’ una sorpresa perché soltanto il giorno prima l’AIFA aveva parlato di allarme ingiustificato nei confronti del vaccino, invitando tutti a non allarmarsi. Tuttavia, la decisione di sospendere la somministrazione del vaccino è giunta dal governo italiano in coordinamento con gli altri paesi europei. Oltre alla Danimarca, anche la Francia e la Germania hanno deciso di sospendere l’uso di AstraZeneca per procedere con verifiche e controlli, così come Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Portogallo.

In risposta alla decisione dei paesi europei, l’EMA ha avviato una revisione dei dati degli affetti avversi che si è conclusa il 18 marzo. Dunque, pur ribadendo la propria posizione e perciò l’assenza di problemi e di correlazione con quanto accaduto, l’EMA si è impegnata in un controllo più approfondito per far riprendere quanto prima le vaccinazioni.

La conferenza stampa dell’EMA

Nel pomeriggio del 18 marzo, dopo i tre giorni di controllo approfondito dei vaccini AstraZeneca, l’agenzia europea per i medicinali ha tenuto una conferenza stampa per esporre quanto emerso dall’indagine. Come anticipato, per l’EMA il vaccino prodotto da AstraZeneca è sicuro e dunque si può riprendere a vaccinare poiché in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, i benefici superano di gran lunga i rischi. Non è emerso alcun nesso causale tra i casi di trombosi e l’utilizzo del vaccino contro il Covid-19, e si è consigliato caldamente ai paesi europei di ripristinare le vaccinazioni e procedere con la campagna. Infatti, la sospensione in Italia delle dosi di AstraZeneca ha comportato un ritardo di circa 200.000 dosi.

Tuttavia, considerando che vi sono degli aspetti da approfondire sui casi di trombosi cerebrale, anche se molto rari, l’EMA ha consigliato di aggiungere una nuova avvertenza al vaccino. In particolare, su circa 20 milioni di dosi somministrate, ci sono stati 18 casi di trombosi cerebrale, per cui l’EMA ha dichiarato che “Un nesso causale con la vaccinazione non è stato provato, ma è possibile e richiederà ulteriori analisi”. Ad ogni modo, vi sono molti più rischi nelle complicazioni del Covid-19 che nei vaccini, e soprattutto i rischi da Covid-19 sono molto più frequenti di quanto non siano quelli da vaccino.

L’Unione europea è stata dichiarata una “zona di libertà LGBTIQ”

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Il Parlamento europeo ha dichiarato l’Unione europea una “zona di libertà LGBTIQ”. La risoluzione adottata dagli eurodeputati giovedì 11 marzo è una importante risposta all’arretramento sui diritti LGBTIQ in alcuni Stati membri dell’Unione, tra cui Polonia e Ungheria. In particolare, la dichiarazione del Parlamento europeo vuole contrastare le oltre 100 zone esenti dalla comunità in questione presenti in Polonia, tutelandola dalle crescenti discriminazioni e dagli attacchi che si trova a subire. Infine, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione UE ad usare tutti gli strumenti in suo potere per porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali delle persone LGBT+, perché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, hanno il diritto di vedere rispettati e protetti i propri diritti fondamentali.

La Polonia e le “zone libere da LGBTI”

Nel corso del 2019 le misure di discriminazione nei confronti della comunità di gay, lesbiche, trans e queer sono notevolmente aumentate in Polonia, fino ad arrivare al proprio apice: decine di città, circa 80 amministrazioni comunali, si sono proclamate città libere dall’ideologia LGBTI. Tramite delle circolari, i governi locali sono stati invitati ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso tale comunità, evitando anche di fornire assistenza finanziaria a tutte quelle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti.

In risposta a tale politica vi sono state numerose manifestazioni e marce in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, trans e queer: le crescenti intimidazioni contro la comunità non hanno certo fermato quella parte di popolazione pronta a riconoscere, tutelare e rispettare i diritti altrui. Tuttavia, sono numerose le città che hanno aderito a questa campagna, tanto da destare una forte preoccupazione nelle istituzioni europee. Già nel 2019 il Parlamento europeo si era espresso con una risoluzione esortando le autorità polacche a revocare gli atti che attaccano i diritti delle persone LGBTIQ, monitorando anche in che modo vengono utilizzati i finanziamenti comunitari.

La risoluzione del Parlamento europeo

492 voti favorevoli, 141 contrari (tra cui vi è un alto numero di eurodeputati italiani) e 46 astensioni: questi i numeri dell’Eurocamera giovedì 11 marzo. Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione con una larga maggioranza, dichiarando l’Unione europea una zona di libertà LGBTIQ in risposta alle misure polacche contro la comunità di persone gay, lesbiche, trans e queer. Gli eurodeputati hanno infatti dichiarato che le zone franche istituite dai governatori locali polacchi rientrano comunque nel contesto nazionale, nel quale la comunità LGBTIQ è sempre più soggetta ad un aumento di attacchi discriminatori e ad un odio crescente da parte delle autorità pubbliche e dei media filogovernativi. A dimostrazione di ciò, tra le altre cose, ci sono anche i numerosi arresti avvenuti proprio durante le marce del Pride.

Il Parlamento europeo ha anche invitato la Commissione europea ad agire in tal senso. La Commissione, in primo luogo, ha respinto le domande di finanziamento europeo nell’ambito del suo programma di gemellaggio tra le città polacche che hanno dichiarato le zone franche. Tuttavia, secondo i membri del Parlamento, la Commissione dovrebbe attivare le procedure di infrazione con l’articolo 7 del trattato sull’UE, nonché il regolamento adottato sulla protezione del bilancio UE e il rispetto dello stato di diritto. L’obiettivo è, dunque, porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali della comunità di gay, lesbiche, trans, queer nell’Unione europea.

La decisione dell’11 marzo del Parlamento europeo è fortemente simbolica anche perché segue di poche ore l’ennesima decisione del governo polacco in contrasto alla comunità in questione. Il governo polacco ha infatti proposto di vietare l’adozione per le coppie omosessuali: formalmente è già vietato, ma rimane possibile per i genitori single. Se venisse approvata tale legge, le autorità polacche potrebbero indagare sulla vita privata delle persone single per accertarsi che non siano coinvolte in una relazione omosessuale: se così fosse, le autorità potrebbero perseguire penalmente le persone coinvolte. Si tratta di una ulteriore misura che viola i diritti e le libertà fondamentali di numerose persone, rimesse al giudizio delle autorità locali senza poter essere libere di essere ciò che si vuole.

Oltre alla Polonia, viene fatta una menzione anche all’Ungheria: nel novembre 2020, la città ungherese di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ. Dopo qualche settimana, il parlamento ungherese ha adottato degli emendamenti costituzionali volti a limitare i diritti di tali persone, limitando il loro diritto ad una vita familiare e non tenendo conto dell’esistenza di diverse categorie di persone, quali le persone transgender.

Per gli eurodeputati, “chiunque dovrebbe godere delle libertà di vivere e mostrare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere senza temere intolleranza, discriminazione o persecuzione”. In particolare, il compito delle autorità non è di fomentare tali pratiche, ma di proteggere e promuovere l’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti, senza discriminazioni.

Giornata internazionale della donna, le celebrazioni delle istituzioni UE e la nuova proposta per la parità salariale

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L’8 marzo è la giornata internazionale della donna: ogni anno, si celebrano i progressi in ambito economico, culturale e politico raggiunti dalle donne di tutto il mondo e ci si interroga su cosa ancora è necessario fare. Ogni anno, si riconosce che la strada per raggiungere la parità di genere è ancora molto lunga e nient’affatto semplice. È prezioso, dunque, il lavoro delle istituzioni europee proprio in tal senso. Il Parlamento europeo, in questi giorni, sta portando avanti molteplici iniziative volte a celebrare la giornata della donna affrontando temi quali i diritti, il divario retributivo di genere, pari al 14% in UE, e l’impatto della pandemia sulle donne. La Commissione europea, con la sua prima presidente donna Von der Leyen, ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini europei ricevano le stesse retribuzioni per lo stesso lavoro: i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti dovranno rendere pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione.

Le iniziative del Parlamento europeo

In occasione della Giornata Internazionale della donna 2021, il Parlamento europeo ha deciso di celebrare le donne rendendo omaggio a quelle che lavorano in prima linea e che sono state colpite dalla pandemia. In particolare, si riconosce che le donne sono state in prima linea contro la pandemia di Covid-19 soprattutto perché vi è una presenza consistente nel settore sanitario, con 49 milioni di donne. Poi, anche perché molte sono le donne impiegate in lavori poco sicuri o precari, che hanno sofferto maggiormente la chiusura delle attività nell’ambito del lockdown. Sono 47 milioni le donne e ragazze in tutto il mondo che rischiano di cadere sotto la soglia della povertà: l’epidemia da coronavirus ha avuto e continua ad avere ricadute sociali, economiche e culturali non da poco conto. Da ultimo, ma non per importanza, va senz’altro menzionata anche la crescita dei fenomeni di violenza contro le donne che hanno avuto luogo nell’ultimo anno. Durante le chiusure, con le restrizioni, per le donne è stato ancora più difficile fuggire da certe situazioni o denunciare per ottenere aiuto.

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, il Parlamento europeo dedicherà a questo tema parte della sessione plenaria, celebrando le donne e la parità di genere. Per tale occasione, verrà trasmesso il video messaggio della prima ministra neozelandese, Jacinda Arden. Inoltre, il Parlamento europeo ha attivamente contribuito anche all’iniziativa della Commissione europea che si è svolta il 4 marzo – “Noi siamo forti: Le donne che guidano la lotta contro la pandemia di Covid-19” – volta a riaffermare la parità di genere.

Le iniziative della Commissione europea

Il 4 marzo, la Commissione europea ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini nell’UE ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. Si tratta di un’iniziativa che rientra tra le priorità della Commissione Von der Leyen: l’attuale presidente, infatti, è la prima donna a ricoprire tale carica, e intende continuare a lavorare duramente proprio per ottenere la parità di genere. Sulla stessa lunghezza d’onda del Parlamento europeo, le misure previste dalla Commissione UE considerano anche l’impatto della pandemia di Covid-19 sui datori di lavoro e sulle donne, e sono volte a sensibilizzare di più sulle condizioni salariali all’interno dell’impresa e a fornire maggiori strumenti per affrontare la discriminazione retributiva sul lavoro.

La proposta della Commissione europea

La proposta legislativa consta di due elementi fondamentali nell’ambito della parità retributiva: misure volte a garantire la trasparenza retributiva per i lavoratori e i datori di lavoro; un migliore accesso alla giustizia per le vittime di discriminazioni retributive.

Per il primo punto, si prevedono una serie di misure da dover essere rispettate: i datori di lavoro dovranno garantire una trasparenza retributiva sin dal momento di selezione del personale e della ricerca del lavoro, fornendo in sede di annuncio o di colloquio già il livello di retribuzione; i lavoratori avranno diritto di chiedere informazioni al proprio datore di lavoro sul loro livello di retribuzione individuali e sui livelli medi; si prevede che i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti rendano pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione tra i dipendenti di sesso femminile e i dipendenti di sesso maschile per categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Infine, in caso di divario retributivo di almeno il 5%, ingiustificabile in base a fattori oggettivi neutri, i datori di lavoro dovranno effettuare una valutazione delle retribuzioni collaborando con i rappresentanti dei lavoratori.

Quanto al secondo punto, si richiede di fornire indennizzi per i lavoratori che hanno subito discriminazioni retributive di genere e l’onere della prova a carico del datore di lavoro. Questi ultimi potranno incorrere a sanzioni e ammende, mentre gli organismi per la parità e i rappresentanti dei lavoratori possono agire in procedimenti giudiziari.

Le prossime tappe

Il diritto alla parità di retribuzione rientra tra i diritti fondanti dell’Unione europea ma, ad oggi, non risulta sufficientemente applicato. Per questo, è necessario portare avanti tale proposta della Commissione europea: la proposta dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio e poi passerà agli Stati membri che ne dovranno discutere al fine di inserirla nel proprio ordinamento giuridico. “Dare potere alle donne andrà a vantaggio di tutti noi. Continuerò a lavorare per un’Europa dove sia garantito l’equilibrio di genere fra i sessi” perché “lo stesso lavoro merita la stessa retribuzione, e per la parità di retribuzione è necessaria la trasparenza”, ha affermato la Von der Leyen.

Cambiamenti climatici, la nuova strategia di adattamento dell’Unione europea

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Il 24 febbraio 2021 la Commissione europea ha adottato una nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici per garantire la capacità degli Stati di saper reagire e di sapersi adattare con resilienza ai loro effetti. L’azione dell’UE in materia di cambiamenti climatici è volta, infatti, sia alla riduzione e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, sia a migliorare le capacità di adattamento degli Stati membri, considerando le conseguenze che già vi sono e che causano all’economia danni per 12 miliardi di euro l’anno. “La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili”. Queste le parole di Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo.

Continua la lotta ai cambiamenti climatici

L’Unione europea è divenuta un leader nel settore della lotta ai cambiamenti climatici e, anno dopo anno, non sono mancate nuove strategie e novità per far fronte ad uno dei principali problemi del 21° secolo. Ciononostante, anche se si riuscisse a mettere fine a tutte le emissioni di gas a effetto serra, per anni dovremo avere a che fare, ancora, con gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Gli eventi climatici e metereologici estremi, dovuti all’emissione di gas a effetto serra, sono sempre più frequenti ed hanno un impatto diretto sulla società. Gli incendi boschivi, le ondate di calore e la siccità, gli uragani, le carenze idriche: sono tutti fenomeni causati dai cambiamenti climatici e che incidono direttamente sull’economia europea con perdite di circa 12 miliardi di euro l’anno. A risentirne sono, principalmente, l’agricoltura, l’acquacoltura, il turismo, il trasporto merci sui fiumi e così via.

È importante, dunque, garantire un continuo aggiornamento delle strategie europee in materia di cambiamenti climatici e, soprattutto, garantire la capacità di adattamento e resilienza degli Stati membri, che mentre promuovono politiche volte al contrasto del climate change, devono imparare a convivere con i suoi effetti.

La nuova strategia

La strategia adottata dalla Commissione europea il 24 febbraio va di pari passo con l’impegno dell’UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050. Tuttavia, come detto, oltre ad agire per contrastare i cambiamenti climatici, l’UE considera fondamentale anche agire per garantire una miglior capacità di adattamento degli Stati membri, vista l’inevitabilità degli effetti. La strategia mira, dunque, ad intensificare l’azione in tutti i settori dell’economia e della società con un adattamento più intelligente, rapido e sistemico. In linea con quanto previsto dal Green Deal europeo, particolare importanza è rivolta alla modalità di raggiungimento di un buon livello di resilienza: è essenziale che, anche in questo caso, si faccia fede ad un modo giusto ed equo di azione.

Particolare attenzione è rivolta, poi, all’azione internazionale: l’UE intende continuare a cooperare con gli altri paesi, in particolar modo i paesi parte dell’accordo di Parigi, garantendo tre azioni. In primo luogo, aumentare il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici a livello internazionale. Poi, aumentare i finanziamenti internazionali per rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici, arrivati alla cifra di 21,9 miliardi di euro. Infine, rafforzare l’impegno e gli scambi a livello mondiale.

Gli obiettivi

La strategia persegue tre obiettivi: rendere l’adattamento più intelligente; rendere l’adattamento più sistemico; accelerare l’adattamento trasversale. La Commissione, nel perseguire questi obiettivi, continuerà a fornire orientamenti, capacità tecnica e opportunità di finanziamento per aiutare gli Stati membri, le regioni e le amministrazioni locali nell’attuazione delle strategie di adattamento. Inoltre, verrà potenziata la piattaforma europea Climate-ADAPT, realizzata per far ampliare le conoscenze in materia di adattamento, collegandola ad altri portali e fonti di informazioni e rendendole accessibili ai cittadini. In particolare, si possono approfondire con molteplici dati gli effetti dei cambiamenti climatici, gli aspetti socioeconomici connessi e i costi, ma anche i benefici, dell’adattamento. Si tratta di uno strumento alla portata di tutti che aiuterà nell’implementazione di politiche di resilienza.

L’intervento di Timmermans

Parlando della strategia europea sul tema, il vicepresidente della Commissione UE, nonché responsabile per il Green Deal europeo, ha riconosciuto l’importanza della strategia anche per le questioni legate al mediterraneo. In particolare, si è affermato che nel Mediterraneo “c’è un problema gigantesco” per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Ci sarà anche una pressione migratoria enorme se non riusciamo a evitare conflitti per esempio sull’acqua, e mi sembra logico e necessario un dialogo con tutti i paesi del Mediterraneo” ha poi aggiunto.

Infine, richiamando la situazione attuale, il Vicepresidente ha affermato che “la pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea”. “Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”, ha concluso Timmermans.

Commissione europea, al via una politica commerciale più sostenibile

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Il rapporto tra commercio e sostenibilità è al centro dell’agenda europea da diverso tempo, sia per l’importanza che ricopre il commercio come strumento di diffusione dei valori europei, sia per il modo in cui incide su ambiente e clima. A tal fine, il 18 febbraio la Commissione europea ha presentato la sua strategia commerciale per una politica aperta, sostenibile e assertiva, volta a riformare l’OMC con regole più eque e sostenibili. I prossimi anni, dunque, saranno caratterizzati da una apertura dell’UE per contribuire alla ripresa economica sostenendo anche la trasformazione verde e digitale e procedendo verso una riforma delle norme commerciali globali. La strategia lanciata dalla Commissione europea si basa su una consultazione pubblica ampia e inclusiva, lavorando a contatto con gli Stati membri, il Parlamento europeo, le imprese e la società civile.

Commercio e sviluppo sostenibile

L’Unione europea ha dimostrato il proprio impegno in materia di clima e ambiente sin da subito, diventando un attore di primo piano nella promozione del rispetto dell’ambiente e delle norme ambientali internazionali. In questa attività, è centrale la politica commerciale europea, sia come mezzo di diffusione dei valori, degli standard e dei principi dell’UE, sia perché se non gestita bene, è suscettibile di incidere negativamente su ambiente e clima, comportando ingenti scambi tra l’UE e i Paesi terzi. Negli ultimi anni, l’UE ha, dunque, sviluppato una serie di regole e strategie commerciali volte ad assicurare un commercio sostenibile ed equo sia negli accordi commerciali bilaterali, sia nei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

In particolare, tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea contengono un capitolo apposito dedicato al rapporto tra Commercio e Sviluppo Sostenibile – Trade and Sustainable Development Chapter – con impegni specifici volti a ratificare ed attuare gli accordi multilaterali ambientali, tra cui l’Accordo di Parigi. Tale capitolo, generalmente, contiene norme sul clima, la biodiversità, la gestione delle foreste, la gestione dei rifiuti, la condotta aziendale responsabile e il rispetto dei diritti dei lavoratori. L’impegno dell’Unione europea in materia di sostenibilità, clima e protezione ambientale è presente da diversi anni e andrà via via aumentando e consolidandosi, fino a garantire effettivi meccanismi di applicazione e azioni efficaci in caso di mancato rispetto di tali capitoli.

La nuova strategia

Le sfide che ha dovuto affrontare l’Unione europea nell’ultimo anno sono molteplici e si aggiungono a quelle che dovranno essere affrontate prossimamente: la ripresa economica, i cambiamenti climatici e il degrado ambientale, le tensioni internazionali anche per la corsa ai vaccini e la difesa del multilateralismo. La nuova strategia pubblicata dalla Commissione europea si inserisce proprio in questo contesto: andrà ad intensificare l’integrazione della politica commerciale dell’UE nelle priorità economiche dell’UE, così come previsto dal Green Deal europeo, e affermerà il ruolo della politica commerciale dell’UE nell’ambito della ripresa economica post-Covid. Avere un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici e nella protezione ambientale fa sì che l’UE debba integrare questi aspetti in ogni politica portata avanti e, per di più, la posizione di leader dell’UE nel commercio mondiale fa sì che si garantisca un commercio equo e sostenibile.

Gli obiettivi previsti

La nuova strategia ha come scopo la creazione di una politica commerciale aperta, sostenibile e assertiva. Queste tre caratteristiche figurano proprio come gli obiettivi fondamentali da portare a termine nell’ambito della strategia. In primo luogo, la politica commerciale dell’UE è volta al sostegno della ripresa e della trasformazione verde e digitale dell’economia; poi, definisce le norme per una globalizzazione più sostenibile ed equa; infine, vuole aumentare la capacità dell’UE di perseguire i propri interessi e far valere i propri diritti.

Questi tre obiettivi verranno conseguiti nell’ambito della riforma dell’OMC, sostenendo la transizione verde con catene del valore responsabili, rafforzando l’impatto normativo dell’UE, sviluppando ulteriori partenariati con i paesi vicini e l’Africa, e rafforzando la fase di applicazione degli accordi commerciali a parità di condizioni con gli altri Paesi. L’Unione europea investe molto sull’importanza del commercio con i Paesi terzi e si ritiene che il modo migliore per garantire la prosperità dell’UE sia proprio continuare con gli scambi commerciali globali. La novità principale della strategia è nel concetto di “autonomia strategica aperta”: l’UE vuole inserirsi e rimanere nella scena mondiale collaborando con quanti più partner possibili, e intensificando la cooperazione transatlantica ma, allo stesso tempo, rimanendo autonoma e affermandosi come attore principale, senza trovarsi ad essere indifesa. In particolare, si ritiene che l’apertura e l’impegno rappresentino una scelta strategica che favorisce la prosperità, la competitività e il dinamismo.

A tal proposito, il Vicepresidente esecutivo, nonché Commissario per il Commercio, Dombrovskis, ha dichiarato, presentando la strategia, “Adottiamo un approccio aperto, strategico e assertivo, che sottolinea la capacità dell’UE di compiere le proprie scelte e di plasmare il mondo che la circonda attraverso la leadership e l’impegno, e che rispecchia i nostri interessi strategici e i nostri valori”.

Recovery Fund, i presidenti UE firmano il regolamento del dispositivo di ripresa e resilienza

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Il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE a metà dicembre hanno approvato il testo del Recovery Fund, il principale strumento previsto per bilanciare la crisi economica provocata dalla diffusione del Covid-19 in Europa. Dopo oltre un mese, è arrivata l’approvazione definitiva: il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato e adottato il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. Si tratta dello strumento centrale, nonché della parte più cospicua, del Next Generation EU, il piano concordato lo scorso luglio dai leader europei. La presidente della Commissione Von der Leyen, il presidente del Parlamento Sassoli e il presidente di turno del Consiglio Costa, lasciano ora la palla in mano agli Stati membri, invitandoli a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse proprie, sbloccando i fondi del Recovery Fund nel rispetto dei requisiti previsti.

L’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio

Il 10 febbraio 2020, riunito in sessione plenaria, il Parlamento europeo ha dato il via libera al dispositivo per la ripresa e la resilienza da 672,5 miliardi di euro. In particolare, il regolamento sugli obiettivi, il finanziamento e le regole di accesso al Recovery and Resilience Facility, è stato approvato con 582 voti favorevoli, 40 contrari e 69 astensioni, dunque la larga maggioranza dell’Eurocamera si è espressa a favore. Il giorno seguente, l’11 febbraio, anche il Consiglio dell’Unione europea, con presidenza portoghese, ha adottato il regolamento in questione, garantendo agli Stati membri la possibilità di attuare investimenti pubblici e riforme e, dunque, aiutandoli ad affrontare l’impatto della pandemia.

672,5 miliardi di euro, concessi con sovvenzioni e prestiti, verranno messi a disposizione degli Stati membri dell’UE per finanziare le misure nazionali necessarie a far fronte alla crisi economica, sociale e sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19. I finanziamenti saranno disponibili per tre anni e i governi europei potranno richiedere fino al 13% di prefinanziamento per i loro piani di ripresa e resilienza, che assumono ora un ruolo centrale.

Requisiti di ammissibilità e misure previste

Gli Stati membri avranno accesso allo strumento di ripresa e resilienza solo se i piani nazionali previsti garantiranno il rispetto dei requisiti. In primo luogo, i piani nazionali si dovranno incentrare sulle politiche chiave dell’Unione europea: transizione verde, biodiversità, trasformazione digitale, coesione economica e competitività, coesione sociale e territoriale, occupazione e crescita intelligente, nonché politiche per la prossima generazione. Inoltre, potranno ricevere i fondi previsti da questo dispositivo solamente quei paesi membri impegnati nel rispetto dello Stato di diritto e dei valori fondamentali dell’Unione europea. A tali requisiti base, verranno aggiunte di volta in volta nuove raccomandazioni a seconda delle priorità individuate nell’ambito del semestre europeo.

Tra i requisiti fondamentali, come detto, risultano gli obiettivi verdi e digitali. Considerati delle priorità, nel regolamento è stato specificato che almeno il 37% della dotazione di ciascun piano deve sostenere la transizione verde e almeno il 20% deve essere a supporto della trasformazione digitale. Più in generale, poi, tutte le misure incluse nei piani degli Stati membri dovrebbero rispettare il principio “non arrecare un danno significativo”, al fine di rispettare in toto gli obiettivi ambientali europei. A tal fine, il 12 febbraio la Commissione ha presentato le sue linee guida sull’attuazione di tale principio, con l’obiettivo di sostenere gli Stati membri nel garantire che tutti gli investimenti e le riforme previste dallo strumento di ripresa e resilienza non danneggino gli obiettivi ambientali europei, delineando i principi chiave e una metodologia ben precisa in materia. Il rispetto di questo principio è considerato una condizione preliminare per l’approvazione dei piani da parte della Commissione europea e del Consiglio.

Da ultimo, vista l’ingente quantità di denaro che verrà fornita agli Stati, è importante garantire l’impegno anche per adeguati sistemi di controllo volti a prevenire, individuare e correggere casi di corruzione, frode e conflitto di interessi.

La cerimonia della firma e la procedura di approvazione

Il 12 febbraio si è svolta la cerimonia della firma del regolamento sul dispositivo di ripresa e resilienza. “I cittadini e le imprese non possono aspettare, per questo lanciamo un appello ai parlamenti nazionali che possono accelerare e dare subito il via libera allo strumento che inietterà nelle economie dei 27 Stati Ue 750 miliardi di euro, e assicurerà che ci sia una ripresa europea, di tutti”. Queste le parole del presidente del PE Sassoli. Antonio Costa ha invece ricordato che l’ambizione è far approvare dalla Commissione Ue i piani nazionali definitivi entro fine aprile. All’appello dei due leader si è aggiunta anche la Von der Leyen, invitando gli Stati membri a ratificare quanto prima la decisione sulle risorse per dare il via libera al Next Generation EU. La presidente poi, ha sottolineato come questo sia “davvero un momento storico” e come nessuno stato membro da solo sarebbe stato in grado di gestire questa crisi economica.

Gli Stati membri, per presentare alla Commissione i loro piani per la ripresa e la resilienza, hanno tempo fino al 30 aprile 2021. Dopodiché, per i due mesi successivi, la Commissione valuterà i piani e il Consiglio, in un mese circa, dovrà adottare la sua decisione in merito all’approvazione di ciascun piano. Ad ogni modo, affinché i fondi possano diventare disponibili, i 27 Stati membri dovranno ratificare la decisione sulle risorse europee: è la decisione stessa ad autorizzare la Commissione a contrarre prestiti sui mercati dei capitali e sbloccare le risorse. Una volta terminati questi primi passaggi, ogni Stato membro otterrà un anticipo del 13% della cifra totale – per l’Italia circa 27 miliardi sui 209 totali – mentre le successive tranche saranno erogate ogni sei mesi a seguito delle valutazioni della Commissione europea sugli obiettivi stabiliti nel piano nazionale.

L’appello lanciato dai tre presidenti delle istituzioni europee è spinto dal fatto che, al momento, nessun paese europeo ha consegnato il proprio piano. 18 paesi membri hanno mandato una bozza definitiva che verrà analizzata dalla Commissione europea, ma la strada per ottenere le risorse è ancora lunga per tutti i 27 paesi dell’UE.

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Flaminia Maturilli
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