Il valore politico dell’interpretazione cinese della sicurezza alimentare

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È difficile redigere un quadro complessivo degli effetti di medio periodo che produrrà la guerra in Ucraina, ma è stato già largamente fatto presente che colpiranno l’economia alimentare globale. Come molti hanno avvertito, le attuali difficoltà che oggi esportatori agricoli russi e ucraini devono affrontare, unite alla parziale interruzione della stagione della semina, causeranno catastrofi umanitarie nei paesi più poveri e shock economici in quelli più ricchi. Diversi paesi hanno già iniziato ad agire per resistere all’impatto, ma è chiaro che stiamo andando incontro a quella tempesta perfetta che già prima del conflitto intravedevamo.

Tuttavia, questo articolo non intende trattare le possibili strategie dei paesi occidentali o dell’UE nel suo insieme per far fronte alle terribili conseguenze sull’economia alimentare globale, ma rappresenta una digressione su un paese che si è spesso distinto per il suo peculiare approccio alla questione della food security, la Cina.

Nonostante le scene della fine del 2021 della città di Xi’an raffigurata come una città affamata – che comprensibilmente hanno catturato l’interesse di molti – la sicurezza alimentare è un aspetto su cui il Partito Comunista Cinese ha investito le sue energie e i suoi sforzi per decenni, e lo fa ancora oggi. I leader cinesi non sono insensibili a questo tipo di questioni, anzi, data la rilevanza politica e simbolica, il focus è in realtà particolarmente centrato.

Nel novembre 2021, il capo dell’Amministrazione Nazionale per l’Alimentazione e le Riserve Strategiche, Qin Yuyun, ha dichiarato che le riserve cinesi di riso e grano saranno sufficienti per soddisfare la domanda interna per un anno e mezzo. Come mostra il Nikkei Asia, questo è il risultato di un’aggressiva strategia di acquisto da parte dello Stato cinese che nell’ultimo anno ha fatto scorta. Nello stesso periodo il ministero del Commercio ha addirittura incoraggiato le persone a fare scorta di cibo in caso di emergenza per l’inverno, alludendo alla situazione pandemica, ma esortando a non cadere nel panic-buying. Quindi, se da un lato, l’import di cereali da parte del governo aumenta, dall’altro rassicura la popolazione di non farsi prendere dal panico, in quanto questa strategia è unicamente volta a far fronte ad alcune avversità dell’inverno. Una mossa, questa, che mostra che il PCC sa che il problema dell’approvvigionamento alimentare è fondamentale per la stabilità politica.

Questa peculiare linea di azione non è certamente diffusa nei paesi occidentali, la cui gerarchia delle priorità è molto diversa. In effetti, il PCC vede ancora la food security come una condizione vitale per il benessere della Cina, sia in senso pratico che storico. Mentre la food security (liangshi anquan – “grain security” in cinese) non è l’obiettivo più urgente dei paesi occidentali(perlomeno in tempi di pace), il punto di vista dei legislatori cinesi è in realtà quasi l’opposto. Gli eventi terribili della storia recente, come la Grande Carestia del 1958-62, aleggiano ancora nella mente degli anziani. Per spiegare perché il governo cinese stia attuando tali politiche, bisogna considerare la questione adottandola sua prospettiva.

Grazie al progresso tecnologico degli ultimi decenni, la produzione di cereali in suolo cinese ha assistito ad un aumento, raggiungendo quasi le 682,9 milioni di tonnellate nel 2021, dalle273 milioni di tonnellate del 1978. Il tutto con appena il 12,7% diterre coltivabili sulla sua massa totale, e 75 milioni di ettari irrigati sui 120 milioni di ettari di terre coltivabili. Cifre notevoli per un paese che nel 1995 ha preoccupato molti esperti come Lester R. Brown il quale, a quasi vent’anni dal periodo di “riforme e apertura”, credeva che la domanda cinese avrebbe portato alla crisi dell’economia alimentare mondiale.

Ma nonostante questa rapida crescita, alcuni fattori potrebbero mettere seriamente in pericolo la sicurezza alimentare. Con lo sviluppo e l’espansione delle sue città, la Cina ha inevitabilmente incontrato una serie di problemi. La scarsità dell’acqua e il degrado del suolo in importanti zone del paese (soprattutto nel nord) assieme ad un’urbanizzazione diffusa contribuiscono a sconvolgere la stabilità dell’agricoltura cinese. In sintesi, la situazione attuale è il risultato di una dinamica tra due forze: la prima è il motore che spinge i migranti interni dalle aree rurali alle città, determinando così un aumento della superficie delle aree urbane; la seconda è la crescente domanda di alimenti da parte degli abitanti delle città, ma a fronte di una popolazione rurale ridotta. Non solo l’agricoltura perde dunque terra e lavoratori, ma deve soddisfare una domanda maggiore.

La ragione chiave per capire perché questo è un problema è data dalla loro specifica concezione della food security, che sfugge alla corrispondente definizione della FAO. Quello che ha fatto, infatti, il governo cinese è unificare il concetto di autarchia, caro a Mao, e quello di food security, facendone derivare così l’idea di “autosufficienza alimentare”. Inoltre, come è evidente dalla traduzione cinese di food security, ciò che il governo cinese considera centrale è il grano. Seppure la domanda e l’offerta di carne stanno crescendo incessantemente a causa dello sviluppo economico, la produzione di cereali è ancora la priorità. Da ciò consegue dunque il concetto di autosufficienza cerealicola.

In poche parole, quando si tratta di questa idea molto precisa di food security, il PCC ritiene che la Cina non possa e non debbafare affidamento sugli altri paesi: eredità culturale e storica di un impero contemporaneo diffidente di ciò che avveniva al di fuori.

Nel contesto odierno di incertezza sul futuro della globalizzazione come la conosciamo, l’interconnessione della filiera alimentare rivela i suoi punti deboli. Le azioni della Cina nell’accumulare riserve di grano si fanno sentire in tutto il mondo e la guerra russo-ucraina ha aggravato la situazione. Gli eventi stanno mettendo in pericolo la produzione delle principali colture e la Cina, nonostante sia quasi autosufficiente nel settore del grano e del riso, guarda con preoccupazione al mercato dei fertilizzanti. La natura fondamentalmente autarchica di queste politiche trova eco nelle parole di Larry Fink, CEO di BlackRock, che afferma che stiamo assistendo al terzo e ultimo atto della globalizzazione. Ma è necessario ricordare come ci siano alcuni che in qualche misura sono sempre stati scettici al riguardo.

Di Alessandro Russo

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