Sud Sudan: ombre sul medio-lungo periodo

L’accordo per il governo di unità nazionale siglato il 26 aprile non può lasciare tranquilli. I tre anni di guerra civile hanno lasciato lunghi strascichi in Sud Sudan. Il ripetersi delle violenze del passato è un pericolo effettivo, vista soprattutto l’imponente militarizzazione della capitale Juba.

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16 ministri appartenenti all’etnia Dinka, 10 alla Nuer e 4 dai restanti gruppi del Paese. Sono questi i termini numerici dell’accordo per il governo di unità nazionale siglato lo scorso 26 aprile, sotto l’egida degli Stati Uniti. I negoziati per gli accordi di pace iniziati lo scorso agosto, che ha riportato al suo posto l’ex vicepresidente Machar al fianco del presidente Kiir, sono giunti ad una conclusione.

Tre gli anni di guerra civile, da quando, nel 2013, Kiir accusò Machar di golpe. Tre anni forieri di scontri tribali, interetnici, sfociati perfino nella vicina Etiopia, come il 17 aprile scorso, presso un campo profughi a maggioranza Nuer. Un accordo che prevede la coabitazione tra i due ingombranti leader per i prossimi 30 mesi, almeno fino alle prossime elezioni.

Ma le drammatiche cifre prodotte da questi tre anni di guerra civile rendono molti osservatori internazionali scettici di fronte alla durata sul medio-lungo periodo di questo esecutivo. Dal punto di vista economico, l’inflazione è salita fino al 240%, mentre il PIL nel 2015 ha registrato un -5,3%.

Dal punto di vista militare, come denunciato dal magazine Afk Insider, il Paese è ancora ben lontano da quella smilitarizzazione prevista dall’accordo tra le parti. Ben 1,500 ribelli combattenti, infatti, sono tuttora presenti nella capitale Juba, mentre addirittura 30,000 sono le truppe dell’esercito governativo.

Infine, il punto di vista umanitario. Come denunciato da Nazioni Unite e organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere, la situazione sanitaria, come prevedibile, è gravemente precaria. Lo scontro tra le fazioni del Sud Sudan ha raddoppiato, quando siamo giunti alle porte dell’estate, le persone senza cibo né acqua, arrivate a 5,3 milioni. Mentre, come sottolineato dall’ultimo report ONU, 1,69 milioni di persone sono sfollate dentro i confini, mentre 712 mila negli Stati confinanti.

Ma la crisi umanitaria riguarda anche i bambini-soldato e le donne vittime di stupro. Come denunciato nella conferenza al termine della quattro-giorni dell’United Nations Special Representative on Sexual Violence in Conflict a Juba, la violenza sessuale in Sud Sudan deve essere combattuta con gli strumenti giudiziari opportuni: “I positivi accordi di pace richiedono che i crimini di violenza sessuale siano monitorati, tracciati e riportati e che siano giudicati da un organo giuridico tradizionale”, ha sottolineato la rappresentanti ONU Zainab Hawa Bangura. “La mia istituzione continuerà il suo sostegno al SPLM e SPLM-IO per sviluppare piani d’azione, per fornire un quadro strutturato e completo attraverso il quale per affrontare i reati di violenza sessuale”, conclude.

In definitiva, il quadro politico, economico, sociale e umanitario rendono la crisi del Sud Sudan ancora viva. Il compito della comunità internazionale è di assicurare che il neonato Paese africano riesca a giungere alle nuove elezioni, previste tra 30 mesi, e che, attraverso anche un supporto di tipo economico, riescano a ripristinare tutte le quelle anomalie responsabili dello scoppio della guerra civile nel 2013.
Giacomo Pratali

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