La missione di Trump nel continente asiatico

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Ad un anno dalla sua elezione il presidente americano affronta un viaggio cruciale per la politica estera statunitense.

Il 3 novembre scorso ha avuto inizio la visita ufficiale del presidente Trump nel continente asiatico. Secondo la nota rilasciata dalla Casa Bianca il giorno della partenza, questa visita: «sottolineerà il suo impegno nelle partnership e nelle alleanze di lunga durata degli Stati uniti, ribadendo la leadership degli Stati uniti nel promuovere una regione dell’Indo-Pacifico libera e aperta». La numerosa delegazione partita dagli Stati Uniti, ricca di investitori interessati al mercato asiatico, ha fatto tappa in Giappone, per poi spostarsi in Corea del Sud, in Cina, in Vietnam e infine visiterà le Filippine del tanto discusso presidente Duterte.

Il primo a ricevere Trump è stato il presidente Shinzo Abe, forte della sua recente riconferma a capo del governo giapponese. In primo piano naturalmente la questione Corea del Nord. Il presidente americano ha rinnovato il sostegno militare al paese alleato, d’accordo con le perentorie affermazioni di Shinzo Abe che vorrebbe una linea più dura e decisa contro la dittatura di Kim Jong un. “ È finito il tempo della pazienza strategica” ha affermato Trump, e ancora “Alcuni dicono che il mio linguaggio è forte ma guardate cos’è successo col linguaggio debole degli ultimi 25 anni. Guardate dove siamo ora”. I due presidenti hanno concordato l’invio in territorio nipponico di nuove forniture militari, principalmente scudi anti missili ma anche nuovi F- 35. La visita a Tokyo è stata anche l’occasione per siglare nuovi accordi commerciali, sui quali il presidente Trump ha voluto insistere visto il grosso attivo commerciale che il Giappone vanta sugli Usa.

Seul è stata la seconda tappa del viaggio. Anche in questo caso, una visita di due giorni per garantire sostegno e partecipazione all’alleato sudcoreano. Negli incontri con il presidente Moon Jae in, Donald Trump ha usato toni più pacati, dichiarando che gli Stati Uniti non hanno alcuna voglia di usare la forza per risolvere la questione Corea del Nord, e richiedendo, ancora una volta, un concreto intervento della Cina, ma anche della Russia, per fermare i piani nucleari di Kim Jong un. La visita Seoul è stata preceduta da numerose manifestazioni pro e contro il governo statunitense. I sostenitori chiedono maggiore fermezza e un intervento militare deciso contro la temuta Corea del Nord, i contestatori invece, chiedono che sia mantenuta la pace nel continente e che sia raggiunto un accordo attraverso la diplomazia.

La visita in Cina (denominata “state visit plus” per i grandi onori riservati agli ospiti americani) era la più attesa, certamente la più ricca di spunti politici. Il primo incontro tra Trump e Xi Jinping è avvenuto nella “Città Proibita”, lo storico palazzo degli imperatori, nel quale il presidente cinese, mai cosi saldamente al potere, ha fatto da anfitrione. Si è parlato di Corea del Nord ma anche di scambi commerciali. Per quanto riguarda la minaccia nucleare, Trump ha tentato di strappare alla Cina un impegno concreto per fermare le ambizioni nordcoreane. È chiaro che su questa questione gli Stati Uniti si giocano tutto in termini di credibilità di fronte agli alleati asiatici.

Per quanto riguarda invece gli scambi commerciali, il presidente americano ha ribadito con insistenza la necessità di diminuire il deficit nei confronti della Cina. Sono stati annunciati accordi per circa 250 miliardi di dollari, soprattutto nel settore energetico e in quello tecnologico. Novità anche nel settore degli investimenti finanziari sui quali, specialmente Goldman Sachs, puntava molto. Al termine della visita, nel suo discorso finale, Trump ha riservato parole di stima per il presidente Xi Jimping definendolo “un uomo veramente speciale” ringraziandolo della grande accoglienza riservatagli. Parole concilianti anche sugli scambi commerciali, per cancellare le precedenti accuse alla Cina di agire in modo scorretto sul mercato: “Questa situazione sbilanciata? Colpa di chi mi ha preceduto, non di Pechino”.

Due giorni fa, il presidente degli Stati Uniti ha raggiunto il Vietnam per la quarta tappa del suo viaggio asiatico. Trump ha preso parte al vertice  Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), insieme agli altri leader regionali, tra cui anche il cinese Xi Jinping e il russo Putin.

Proprio l’accordo di libero scambio firmato dai paesi Apec ( il cosiddetto Trans Pacific Partnership) è lo stesso dal quale Trump ha dichiarato di voler svincolare gli Stati Uniti, poco dopo il suo insediamento. Il TPP andrà avanti con la leadership del Giappone, ma il summit tenutosi a Da Nang, è stato per Trump, l’occasione di ribadire la partecipazione attiva degli Stati Uniti alle vicende del continente asiatico, usando una nuova retorica capace al tempo stesso di far risuonare il suo slogan più conosciuto “America First”e di evitare che la scena venisse completamente rubata dal presidente Xi Jinping che proponeva in alternativa al protezionismo americano, un globalismo a guida cinese in grado di portare prosperità e pace, e soprattutto di assicurare alla Cina una posizione di potenza preminente dell’intero continente.

Come riportava la nota pubblicata dalla Casa Bianca, lo scopo del viaggio era quello di promuovere la libera e aperta regione dell’ Indo Pacifico”. Questo concetto, ribadito molte volte nei discorsi di Trump, è al centro della retorica americana che tenta di rassicurare i paesi asiatici tradizionalmente vicini agli Usa. Il continente viene appunto definito come “Indo Pacifico” per sottolineare l’asse strategico che gli Stati Uniti hanno in mente di fortificare con l’ausilio dell’India, primo concorrente della Cina in termini di crescita economica, e del Giappone da sempre stretto alleato militare. Questo asse strategico che potrebbe facilmente coinvolgere paesi come la Corea del Sud, le Filippine e l’Australia, dovrebbe rallentare l’ascesa cinese sia da un punto di vista economico commerciale che da un punto di vista politico militare. Ad esempio, va letto in questa ottica, il sostegno all’India in seguito alle tensioni sul confine indo – cinese.

Dunque, alleati più forti economicamente e militarmente, in modo da poter fronteggiare questioni come la Corea del Nord e i grandi piani commerciali cinesi, il Belt and Road su tutti. Sarà interessante capire quanta fiducia i paesi asiatici riserveranno a Trump, viste anche le beghe interne (calo dei consensi, “Russiagate) e quelle di politica estera che il governo deve affrontare.

Per concludere, il tanto atteso incontro tra Putin e Trump si è trasformato in una breve chiacchierata in cui i due presidenti hanno firmato una nota congiunta sulla Siria. Il documento concordato afferma la necessità di continuare la lotta contro l’Isis e la necessità di una soluzione diplomatica per la Siria attraverso i negoziati di Ginevra, in modo da incentivare la fine degli scontri militari. Inoltre è di poche ore fa, la notizia che tre portaerei nucleari americane hanno iniziato nuove esercitazioni al largo delle coste del Giappone.

 

 

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