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Diario di un ragazzo invisibile: la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.

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Hélène Vignal, nata nel 1968 a Parigi, dal 2005 è tra gli autori più prolifici della letteratura francese per bambini e ragazzi. Camelozampa fa conoscere questa autrice al pubblico italiano con il romanzo Troppa Fortuna, finalista al Premio Andersen 2012 e selezionato per l’Ibby Honour List 2012, e successivamente pubblica un secondo romanzo breve, Passare col rosso, selezionato tra i primi 100 titoli per la Biblioteca della Legalità di IBBY Italia.

Dopo il bestseller Passare col rosso, torna con un romanzo spiritoso e frizzante, su un ragazzino che ha il dono dell’invisibilità… o almeno crede! 

Sentirsi invisibili, trascurati, l’esatto opposto dell’essere centro dell’attenzione: una sensazione che può essere vissuta da molti giovani. Ma Vivien non ne fa un dramma, anzi. Il diario di un ragazzo invisibile è un resoconto delle osservazioni rigorose che fa per dimostrare la sua tesi, un record che in realtà possiede un dono invisibile. Un romanzo insolito e interessante di un’autrice di successo come Hélène Vignal, nota fino ad oggi per i suoi temi frenetici.

Vivien vive in una famiglia molto numerosa, il più delle volte passa inosservato, spesso viene dimenticato, quasi trascurato. Ma questa non è negligenza… forse Vivien ha il dono dell’invisibilità! In quanto aspirante scienziato, decide di scrivere ogni episodio della sua vita per sostanziare le sue tesi, le sue impressioni con precisione scientifica. Fino al momento in cui due occhi profondi, solitamente indifferenti, lo fissarono fissi… Un ritratto umoristico di un ragazzo anticonformista e pieno di risorse, una storia spiritosa, ma attuale, sulla difficoltà di trovare il suo posto in famiglia, nel mondo.

Diario di un ragazzo invisibile è stato illustrato da Luca Tagliafico e tradotto da Mirella Piacentini.

Scuola Macondo propone “Parole e inchiostro”: il laboratorio di scrittura e creatività, con il sostegno della Fondazione Pescarabruzzo.

CULTURA/EVENTI by

Il progetto ” Parole e inchiostro. Laboratorio di Scrittura e Creatività” della Scuola di Macondo, fondato e diretto dall’autore abruzzese Peppe Millanta, mira a coinvolgere le scuole in un percorso formativo di 3 mesi, Frontiers and Labs, che si terrà negli anni 2022 e affidato a professionisti ed esperti del settore. La Società per l’Avanzamento Sociale (APS) Macondo intende donare 7 borse di studio a 7 ragazze candidate al progetto, coprendo l’intero percorso educativo, per affrontare il disagio e la povertà educativa, migliorando le competenze spesso punite da svantaggio economico.

Il Presidente Nicola Mattoscio ha asserito che la Fondazione Pescara Bruzzo è lieta di contribuire, attraverso Bando Erogazione Settori Rilevanti 2021, a un progetto di utilità sociale così vicino alle difficoltà quotidiane delle giovani generazioni della città di Pescara, con l’auspicio di offrire anche una sola opportunità in più a coloro che hanno percepito dalla collettività o dalla condizione familiare di non averne affatto. Nell’ambito della campagna per lo sradicamento della povertà nell’istruzione, l’impegno di Scuola Macondo è concreto. Impegno che può essere realizzato immediatamente e ha un impatto consapevole, duraturo sulla vita degli studenti coinvolti. Nell’ambito della campagna, la fondazione ha anche deciso di recente di fare un’importante donazione al Fondo nazionale di confronto sulla povertà per l’educazione dei bambini, che quest’anno è stato gestito anche quest’anno dall’ associazione “Con i bambini” a tutti i livelli, dal locale al nazionale”.

Oltre a lezioni e workshop, il corso si concentrerà su alcuni dei ruoli femminili più rilevanti nella storia: dalla letteratura all’arte, dalla scienza al mito e alla conoscenza di sé. Agli studenti verrà chiesto di creare un’antologia di racconti ad essi ispirati; verranno quindi affrontati anche i temi della riscrittura e della trasposizione, stimolando la creatività e fornendo modelli ispiratori per i percorsi di vita dei partecipanti.

Tra finzione e realtà, che Scoop!

LIBRI by

E se all’improvviso ci rendessimo conto di vivere in una grande fake news? Se il mondo fosse come appare perché c’è qualcuno che lo inventa e lo crea come faceva il Demiurgo platonico? Chissà se Evelyn Waugh aveva in mente di instillarci questi dubbi quando, nel 1938, usciva con la sua nuova pubblicazione L’inviato speciale (il titolo inglese originale è Scoop: A Novel About Journalists).

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Chiese chiuse di Tomaso Montanari.

AUTORI/CULTURA/EVENTI/LIBRI by

Migliaia di chiese sono oggi inaccessibili, saccheggiate, pericolanti. Altre sono trasformate in attrazioni turistiche a pagamento. Oggi non sappiamo cosa farcene, di tutto questo «ben di Dio», e bene pubblico: mancano visione, prospettiva, ispirazione. Ma è anche lí che si potrebbe costruire un futuro diverso. Umano.

Lo scorso 26 maggio Tomaso Montanari ha presentato la sua nuova opera “Chiese chiuse” presso l’Aula di Paleografia dell’Università “La Sapienza” di Roma, hanno dialogato con l’autore Gaetano Lettieri (Professore Ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese) e Ludovico Battista (Ricercatore). 

Ludovico Battista ha evidenziato come ciò che colpisce dell’opera è che nella sua trasparente poeticità centra una serie di problemi culturalmente giganteschi, non limitabili in alcun senso. L’opera denuncia la retorica culturale della gestione del patrimonio artistico italiano partendo da tre presupposti distinti:

  • Abbandono fisico, chiusura fisica, ma anche simbolica, morte e cancellazione di un passato che viene rimosso, un passato che, invece, invoca cura.
  • Riadattamento all’interno dell’industria culturale, mercificando, commercializzando luoghi che sarebbero pubblici, sacri.
  • Capitalizzazione del patrimonio culturale mediate la strumentalizzazione di simboli religiosi e culturali condivisi. 

Battista risulta colpito dalla triplice natura della chiusura, queste tipologie attanagliano, provocano affanno, malessere. Dunque, oltre a portare avanti una polemica contro la gestione delle chiese, emerge anche una tesi di natura democratica: non c’è spazio pubblico senza apertura al passato, non c’è spazio pubblico senza interruzione del circuito economico, non c’è spazio pubblico senza ospitalità.

Gaetano Lettieri si sofferma sulla prospettiva cristiana, se Montanari non avesse avuto un vissuto da cristiano, la tesi da lui stesso condotta sarebbe stata difficile da sostenere. Già il fatto di partire dalla nozione di chiesa chiusa, violata, morta, si inserisce nella dialettica cristologia di un corpo morto, un corpo patiens che aspetta un redentore, uno uomo che di nuovo surga. La chiesa è un luogo di rottura, di provocazione, di sospensione del meccanismo economico, allora non resta che chiedersi: se la deriva è di tipo economico, come si può resistere a questa deriva, con quale forza? Quale è l’identità culturale capace di auto-decostruzione? Il rilancio, l’utilizzazione delle chiese chiuse si basa sul fatto che le stesse devono essere riaperte a tutto, il problema, però, è come sia possibile portare avanti una dialettica tra memoria laica e spazi di rottura. La battaglia civile e culturale, se privata della visione apocalittica, non è appartiene essa stessa al mondo culturale? Non c’è, allora, simonia più elegante e raffinata di questa. 

Montanari risponde a questi interrogativi, evidenziando come sia difficile portare avanti un discorso sul patrimonio culturale, discorso che non si sofferma sulla sacralità dell’arte, perchè l’arte non è sacra in sé, non esiste in sé. Il punto non è la sacralità degli oggetti o dei luoghi, il punto è la dignità e la centralità delle persone, bisogna passare dalla metafora albertiana per cui l’arte è la finestra attraverso cui si vede il mondo, all’idea narcisistica per cui il patrimonio culturale rispecchia lo specchio del presente. 

Convergono, allora, la riflessione sul patrimonio cultuale e sulla cristianità.

Le chiese vuote in cui non si può più re-inserire il culto possono diventare il luogo di culto di ciò che resta umano dell’uomo: il patrimonio culturale diventa un luogo di sospensione. Le chiese sconsacrate non sono contenitori da riempire, ma dei vuoti necessari che possono ricostruire un senso, un senso funzionale in un disegno di sopravvivenza dell’umano nell’uomo.

Orwell affermava la necessità di conservare lo sguardo ingenuo, bisogna difendere sempre una parte infantile, essere nel mondo significa non essere completamente adulto, conservare una parte in cui si conservano i desideri infantili come giustizia e uguaglianza.

Le antiche chiese italiane ci chiedono di cambiare i nostri pensieri. Con il loro silenzio secolare, offrono una pausa al nostro caos. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura a tutti, contraddicono la nostra paura delle diversità. Con la loro dimensione collettiva, mettono in crisi il nostro egoismo. Con il loro essere luoghi essenzialmente pubblici sventano la privatizzazione di ogni momento della nostra vita individuale e sociale. Con la loro viva compresenza dei tempi, smascherano la dittatura del presente. Con la loro povertà, con il loro abbandono, testimoniano contro la religione del successo. Possiamo decidere che anche questi luoghi speciali che arrivano dal passato devono chinare il capo di fronte all’omologazione del pensiero unico del nostro tempo. O invece possiamo decidere di farli vivere: per aiutarci a vivere in un altro modo.

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