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Mario Draghi: il retaggio dell’esperienza europea al servizio del nuovo incarico

EUROPA di

Economista di formazione, ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, considerato il salvatore dell’euro, ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per provare a formare un nuovo governo. Si tratta di uno degli italiani più noti e probabilmente stimati nel mondo che ha avuto un ruolo cruciale nel determinare la politica economica e finanziaria dell’Italia, come governatore della Banca d’Italia, e poi dell’Europa, come presidente della BCE. In quest’ultimo ruolo, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano che aveva messo a rischio la moneta unica dell’UE, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro: divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. “Whatever it takes” è l’emblema dello spirito con cui Draghi ha accettato l’incarico conferito dal Presidente della Repubblica: è fondamentale fare tutto il necessario affinché l’attuale crisi di governo si risolva e l’Italia possa presentare un piano di investimenti strategici per usufruire dei fondi europei del Recovery Fund. Politica italiana e politica europea si intrecciano dunque proprio nella figura di Mario Draghi.

Chi è Mario Draghi

Nato nel 1947 a Roma da una famiglia benestante – il padre era un dirigente della Banca d’Italia, la madre una farmacista – orfano di entrambi i genitori da quando aveva 15 anni, Mario Draghi si laureò in Economia nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma avendo come relatore Federico Caffè, uno dei più importanti e influenti economisti italiani. Si trasferì poi negli Stati Uniti per frequentare il Massachusetts Institute of Technology (MIT), una delle università più prestigiose del mondo, dove nel 1977 ottenne un dottorato sotto la supervisione dei due premi Nobel Franco Modigliani e Robert Solow. Dopo aver insegnato economia in alcune università italiane, Draghi iniziò una brillante carriera pubblica: divenne Direttore generale del Tesoro nel 1991 e fu protagonista di un lungo periodo di manovre economiche di grande impatto; a lui si deve, infatti, tra le altre cose, la norma che regola il funzionamento del mercato finanziario italiano, e che ancora oggi è conosciuta come “Legge Draghi”. Dopo una parentesi di impiego nel settore privato in cui ricoprì la carica di vicepresidenza per l’Europa di una delle più prestigiose banche d’affari al mondo, la Goldman Sachs, nel 2005 fu nominato governatore della Banca d’Italia, riformandola e modernizzandola. Da governatore Draghi si mantenne piuttosto aderente all’ortodossia economica e questa sua peculiarità lo rese benvoluto in gran parte dei circoli finanziari europei, favorendo la sua ascesa a Presidente della BCE, avvenuta nel 2011.

Draghi nell’UE

Sin dall’inizio della sua Presidenza della Banca Centrale Europea, Mario Draghi si trovò a fronteggiare un’emergenza gravissima: la crisi finanziaria del 2008 aveva provocato nell’Unione Europea una grave recessione e, a partire dal 2010, la cosiddetta crisi del debito sovrano. Queste difficoltà avevano fatto temere che l’Eurozona rischiasse una serie di default a catena e che l’unione monetaria si sarebbe potuta spezzare, innescando una grave speculazione sui mercati. Fu in questo contesto che, nel 2012, nel momento peggiore della grande crisi del debito sovrano, Mario Draghi pronunciò il discorso più importante ed emblematico della sua carriera, nonché uno dei più importanti della storia recente dell’Unione europea. Durante un forum di investitori a Londra, il Presidente della BCE, invero, dichiarò che avrebbe fatto “whatever it takes”, vale a dire tutto il necessario, per salvare l’euro, aggiungendo “E credetemi, sarà abbastanza”. “Whatever it takes” divenne la frase più famosa di Mario Draghi nonché il simbolo della sua presidenza e di tutta la politica economica europea a sostegno dei paesi dell’eurozona perseguita negli anni successivi. Le sue parole ebbero un effetto immediato: gli spread iniziarono a calare e da allora non sono più tornati ai livelli che avevano raggiunto in quei giorni di crisi. Christine Lagarde, succeduta a Draghi alla presidenza della BCE, ha definito quelle parole come “le più potenti nella storia delle banche centrali”.

Draghi mantenne fede alla sua promessa attuando una serie di misure per dare forza al suo «whatever it takes»: ridusse in maniera massiccia i tassi d’interesse, approvò un piano di rifinanziamento a basso costo delle banche europee (LTRO) e soprattutto, nel 2014 annunciò un piano di “Quantitative Easing” (QE) – ribattezzato dai giornalisti economici come “bazooka”- vale a dire un piano, non privo di critiche, di acquisto di titoli di stato e di altro tipo dalle banche per immettere nuovo denaro nell’economia europea, incentivare i prestiti bancari verso le imprese e stimolare l’economia.

È proprio grazie al “whatever it takes” e a tutte le misure impiegate in seguito per dare consistenza alle sue parole che Draghi è considerato oggi come il salvatore dell’euro.

Il legame tra politica italiana ed europea

In seguito al conferimento da parte del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, dell’incarico di formare un nuovo governo e mettere fine alla crisi in corso, non sono tardate ad arrivare le reazioni da parte delle istituzioni europee che accolgono con buon auspicio la possibilità di un Governo Draghi, nella cui figura si intrecciano politica italiana ed europea. “Sta al governo italiano e alle istituzioni democratiche decidere ma non è una grande sorpresa se dico che Mario Draghi è rispettato e ammirato in questa città e oltre” queste le parole del Vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas.

L’interesse europeo delle vicende italiane è chiaro anche al Financial Times: per il quotidiano economico britannico “se Draghi riuscirà a creare un governo di unità nazionale, diventerà premier in un momento in cui l’Italia affronta la più grande crisi economica dalla Seconda guerra mondiale e deve elaborare dei progetti decisivi per spendere 200 miliardi di euro dell’Unione europea per affrontare i danni causati dalla pandemia”.

Francesca Scalpelli
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