Il Myanmar nel caos: gli scontri sfociano in violenze

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Il 1 ° febbraio il Myanmar, anche noto come Birmania, è stato sconvolto dalla presa del potere dei militari, dopo la vittoria elettorale della Lega nazionale per la democrazia (NLD) della leader Aung San Suu Kyi.  

Da allora tutto il paese è stato attraversato da proteste di massa, con molti che chiedevano un ritorno alla democrazia. Giovedì 25 febbraio nella città principale di Yangon si sono svolte altre proteste contro il colpo di stato. Nel pomeriggio la manifestazione è precipitata nel caos, con scontri sempre più violenti tra i sostenitori dei militari e gli oppositori. Almeno tre manifestanti e un poliziotto sono stati uccisi nelle violenze durante le manifestazioni contro il colpo di stato.  

 

Breve riepilogo degli eventi 

L’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha infatti contestato la legittimità dei risultati elettorali sulla base di presunte frodi, nonostante la Commissione elettorale avesse smentito qualsiasi fondamento di irregolarità.  

Il colpo di stato è avvenuto quando si stava per aprire una nuova sessione del parlamento. Suu Kyi, è stata scortata agli arresti domiciliari, accusata di essere in possesso di walkie-talkie illegali e di aver violato la legge del paese sui disastri naturali. Al suo arresto hanno fatto seguito quelli di molti altri funzionari del partito democratico. I militari hanno successivamente imposto lo stato di emergenza nazionale per un anno.  

Dopo quasi 5 anni di governo democratico il Myanmar torna quindi sotto il controllo di un regime militare. 

   

Chi governa il paese ora? 

Il comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, ha esercitato a lungo una significativa influenza politica, mantenendo con successo il potere del Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – sebbene il paese si stava avvicinando ad un governo democratico. 

 

Nei suoi primi commenti pubblici dopo il colpo di stato, il generale Hlaing ha cercato di giustificare l’acquisizione, sostenendo che i militari erano dalla parte del popolo e avrebbero formato una “democrazia vera e disciplinata”, indicendo nuove elezioni “libere ed eque” una volta che lo stato di emergenza sarà finito. 

Elezioni libere ed eque che coinvolgano anche le minoranze etniche non sembra essere però una promessa attendibile, dal momento che il generale ha già ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo negli attacchi militari ai musulmani Rohingya.  

 Chi è Aung San Suu Kyi? 

Aung San Suu Kyi è diventata famosa in tutto il mondo negli anni ’90 per la campagna per il ripristino della democrazia in Myanmar. 

Il paese infatti dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, è stato governato dalle forze armate dal 1962 al 2011, anno in cui un nuovo governo ha iniziato a introdurre un ritorno al governo civile.  

Suu Kyi ha trascorso 15 anni in detenzione tra il 1989 e il 2010, dopo aver organizzato manifestazioni che chiedevano riforme democratiche e libere elezioni. È stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1991 mentre era ancora agli arresti domiciliari. 

 Nel 2015, ha guidato la Lega nazionale alla vittoria nelle prime elezioni libere tenutesi in Myanmar in 25 anni. 

 

Nonostante sia stata spesso ritenuta un’icona per la democrazia in Myanmar, la sua reputazione internazionale ha sofferto molto a causa del trattamento riservato dal Myanmar alla minoranza Rohingya. Il Myanmar li considera immigrati illegali e nega loro la cittadinanza. Nel corso di decenni, molti sono fuggiti dal paese a causa delle persecuzioni. 

Migliaia di Rohingya sono stati uccisi e più di 700.000 sono fuggiti in Bangladesh a seguito di una repressione dell’esercito nel 2017. Suu Kyi, chiamata dinanzi alla Corte internazionale di giustizia nel 2019 per rispondere delle accuse, ha preso le difese dei militari e dei crimini di genocidio loro rivolti. 

 Qual è stata la reazione internazionale al colpo di stato? 

Numerosi paesi hanno condannato la conquista militare. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha detto che si tratta di un “grave colpo alle riforme democratiche”. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già provveduto all’imposizione di sanzioni per i funzionari militari. 

Pechino, che in precedenza si era opposta all’intervento internazionale in Myanmar, ha esortato tutte le parti a “risolvere le divergenze”. I paesi vicini, tra cui Cambogia, Thailandia e Filippine, hanno affermato che si tratta di una “questione interna”, ed è bene che la risolvano autonomamente. 

Roberta Ciampo è una giornalista freelance con un Master in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ottenuto all’università di Roma La Sapienza. Ha conseguito un progetto di ricerca post-laurea in Cina in analisi e sviluppo delle politiche economiche volte alla sostenibilità, e ha collaborato con l’università di Aalborg, Danimarca, ad attività di analisi e monitoraggio delle pratiche di sviluppo nei paesi emergenti. Lavora a stretto contatto con diverse agenzie delle Nazioni Unite, Unione Europea, ONG e istituti di ricerca su temi di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario.

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