GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Giulia Treossi

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Libia: il premier al-Serraj annuncia le dimissioni entro fine ottobre

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La sera del 16 settembre scorso il Primo ministro libico, nonché capo del Consiglio Presidenziale del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj, ha annunciato la volontà di dimettersi dal suo incarico entro la fine di ottobre. L’annuncio è avvenuto in occasione del discorso che il Presidente ha pronunciato per l’anniversario della morte di Omar al-Mukhtar, considerato l’eroe nazionale che guidò la resistenza anticoloniale contro l’Italia negli anni Venti.

Consapevole della situazione di instabilità in cui il Paese vive dal febbraio 2011, al-Serraj si è detto timoroso rispetto agli sviluppi successivi, primo fra tutti il percorso che porterà alla delicata designazione di una nuova “autorità esecutiva”, incaricata di guidare il Paese nel corso della transizione. Proprio per questo, l’annuncio ufficiale vi sarà, presumibilmente, al termine dei colloqui necessari per giungere alla formazione di un nuovo esecutivo e alla nomina di un nuovo primo ministro.

Notando le divergenze e i fenomeni di polarizzazione che animano il “clima politico e sociale” del Paese, il Primo ministro ha insistito sulla necessità di evitare qualsiasi “rischio di rottura”, accusando “le parti libiche ostinate” di acuire ulteriormente tali fenomeni di “schieramento”.

A questo proposito, il premier del GNA ha esortato il “comitato del dialogo”, l’organo che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, sarà responsabile della formazione del nuovo governo, ad accelerare le procedure e ad adempiere ai propri impegni e alla propria “responsabilità storica”, così da garantire una transizione “pacifica e regolare”. Parallelamente, al-Sarraj ha accolto con favore le consultazioni e gli incontri tra i delegati delle due fazioni in lotta, anch’essi promossi dall’ONU, che mirano a unificare le istituzioni prima di indire elezioni legislative e presidenziali.

Come è noto, al Serraj è stato posto a capo del GNA dal marzo 2016, a seguito di 18 mesi di negoziati che nel dicembre dell’anno precedente avevano condotto alla firma dell’accordo di Skhirat, anche noto come Libyan Political Agreement (LPA). A firmare l’accordo, concluso sotto l’egida dell’ONU, furono i 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk — città della Cirenaica attualmente sotto il controllo del generale Khalifa Haftar —, e 69 deputati del Congresso Nazionale di Tripoli – città sede dl Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serraj.

Tuttavia, i contrasti tra le due fazioni, come è noto, non sono mai cessati, rendendo ancora più difficile l’avvio di una effettiva transizione democratica. Ad oggi, dopo la conclusione nel mese scorso dell’accordo con Tobruk sul cessate il fuoco e la smilitarizzazione di Sirte e Jufra, Serraj è più che mai convinto della necessità di aprire una stagione di cambiamento: il Consiglio presidenziale ha ormai esaurito le sue funzioni, servono nuove elezioni, da indire entro il mese di marzo 2021. Una data che Serraj sarebbe disposto a spostare in avanti, qualora dai colloqui politici in corso dovesse invece emergere la preferenza per una fase transitoria in preparazione del voto. Alcuni osservatori internazionali hanno descritto come “tattiche” le dimissioni di al-Serraj, una mossa per accelerare le trattative in vista di un nuovo esecutivo già nel mese prossimo, e prima delle elezioni americane. Non a caso, è stata annunciata la convocazione, per il 5 ottobre prossimo, di un vertice internazionale sulla Libia, come naturale prosecuzione della Conferenza di Berlino del gennaio 2020.

 

Il Sudan firma uno storico accordo di pace

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Il governo del Sudan e il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), l’organizzazione che unisce gruppi ribelli degli stati sudanesi del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, hanno firmato a Giuba un accordo di pace che mette fine a diciassette anni di guerra civile. Si tratta di un accordo storico, che vede la luce dopo lunghi e complessi negoziati tra le parti in lotta, un passo importante per la transizione democratica ed economica del Sudan.

 

La guerra tra forze governative e SRF nei territori del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, era iniziata nel 2011, a seguito di conflitti non risolti durante la guerra civile sudanese del 1983-2005, mentre il conflitto in Darfur, come è noto, aveva preso avvio già nel 2003. In quest’ultima regione, le fazioni in lotta erano i miliziani arabi della tribù dei Baggara noti come i Jajawid, minoritari nell’area ma maggioritari nel resto del paese, e la popolazione non Baggara della regione, rappresentata dai gruppi ribelli del Sudan Liberation Movement e del Justice and Equality Movement; secondo dati delle Nazioni Unite, solo quest’ultimo conflitto ha portato alla morte di oltre 300mila persone.

 

Dopo quasi due decenni di guerra civile, il nuovo accordo di pace apre quindi ad un importante processo di riconciliazione. Il Comprehensive Peace Agreement cui si è giunti si compone di otto protocolli, i quali regolano aspetti cruciali delle relazioni tra lo stato centrale e i territori periferici, nel quadro di un rinnovato sistema di governo federale: nei documenti si attribuisce infatti autonomia amministrativa ai governi del Darfur Occidentale, del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan, disponendo l’integrazione delle forze militari degli ex ribelli all’interno dell’esercito sudanese entro un periodo di 39 mesi.
L’accordo prevede inoltre l’istituzione di una Commissione nazionale per la libertà religiosa, con il mandato di garantire la tutela dei diritti delle comunità cristiane nel sud del Paese.

 

Va notato che il percorso che ha portato alla firma dell’accordo è stato lungo e non certo agevole. Bisogna infatti ricordare, che già nel 2006 si era giunti ad un accordo per la pacificazione della regione del Darfur, che tuttavia finì per determinare soltanto una temporanea sospensione delle ostilità, poi riprese pochi mesi più tardi.

Ad oggi, dopo la caduta di al-Bashir nel 2019 e l’insediamento del governo presieduto dall’ex funzionario delle Nazioni Unite Abdalla Hamdok, il percorso di pacificazione sembra poter dare risultati più credibili. La pacificazione delle regioni meridionali del Kordofan meridionale e del Nilo azzurro, oltre che del Darfur, è sempre rientrata tra le priorità dell’agenda politica del Primo Ministro Hamdok, considerandola come la precondizione fondamentale per il successo della transizione democratica avviata ormai da un anno. Accogliendo la maggior parte delle richieste dei ribelli, il governo è ora finalmente riuscito a concludere un accordo storico, accolto con entusiasmo anche dai leader dei movimenti ribelli, che al momento della firma hanno alzato i pugni in segno di vittoria.

I presupposti per una pace duratura, intesa come condizione fondamentale per garantire l’assetto democratico, appaiono oggi ben più fondati che in passato. Il 3 settembre scorso, ad esempio, il Primo Ministro Hamdok e il ribelle al-Hilu hanno firmato una dichiarazione d’intenti in cui, tra le altre cose, si prevede che la separazione tra stato e religione dovrà essere posta a fondamento della nuova costituzione sudanese, così come richiesto dai pochi gruppi ribelli non firmatari dell’accordo di pace. La volontà dimostrata da questi ultimi a proseguire i negoziati, allargando la base di consenso interno attorno all’accordo, è un segnale positivo per la fine definitiva del conflitto.

 

 

 

Prima visita dell’Alto Rappresentante Borrell in Libia: “preservare l’integrità territoriale, la sovranità e l’unità nazionale” priorità dell’agenda UE

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L’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, per la prima volta dall’inizio del suo mandato, martedì primo settembre ha tenuto una visita ufficiale in Libia.

Nel corso della visita, Borrell ha incontrato il capo del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, Fayez al-Serraj, e il Presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, nell’intento di incentivare gli sforzi europei verso la ripresa del dialogo politico in Libia,  favorendo il raggiungimento di una soluzione pacifica al conflitto. Nel discutere degli ultimi sviluppi nel Paese, l’Alto Rappresentate dell’Unione ha altresì ribadito che la Libia rimane in cima all’agenda politica dell’UE, il cui obiettivo è preservare la sovranità, l’integrità territoriale, e l’unità nazionale del Paese nordafricano.

Come è noto, la visita giunge qualche giorno dopo l’accordo del 21 agosto tra al-Serraj e Saleh per l’avvio di un cessate il fuoco, il ritorno dei foreign fighters, ed il rilancio del processo politico per l’avvio di riforme strutturali giungendo ad elezioni politiche.

Nelle sue riunioni a Tripoli e ad al Qubah, Borrell ha accolto con favore l’intesa raggiunta, sottolinenando la necessità di una sua rapida ed effettiva attuazione. Già il giorno successivo alla conclusione dell’accordo l’Unione europea, per il tramite dell’Alto rappresentante, aveva dichiarato:

Questo è un primo passo avanti costruttivo, che dimostra la determinazione dei leader libici a superare l’attuale situazione di stallo e crea una nuova speranza per un terreno comune verso una soluzione politica pacifica alla crisi libica di lunga durata e la cessazione di tutte le interferenze straniere nel paese. Sosteniamo pienamente l’accordo sui principi per cessare immediatamente tutte le attività militari in Libia, richiedendo la partenza di tutti i combattenti stranieri e mercenari presenti in Libia, e riprendere il processo negoziale nel quadro del processo di Berlino”.

Anche in questa occasione, l’Alto rappresentante ha incoraggiato i partner internazionali a dare ascolto ed incoraggiare l’impegno degli interlocutori libici, intenzionati a lavorare per attuare questi principi nel quadro della Conferenza di Berlino, guidata dalle Nazioni Unite. A questo, secondo Borrell, l’unico processo capace di offrire “un’opportunità realistica per il dialogo politico, necessario per porre fine al conflitto libico”. Le discussioni del funzionario europeo con le controparti libiche hanno infine toccato il tema dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU e del ruolo svolto, in tal senso, dalla missione aerea e navale a guida europea conosciuta con il nome di Irini.

 

Durante l’incontro con il primo ministro Sarraj e i membri del suo gabinetto, l’Alto Rappresentante dell’UE ha discusso anche di altre questioni di interesse comune, come la gestione dell’immigrazione e le recenti manifestazioni antigovernative a Tripoli. Nella capitale, Borrell ha poi incontrato il Presidente della National Oil Corporation (Noc), Mustafa Sanalla, per discutere della preoccupante situazione del blocco petrolifero, la quale, a detta dell’Alto Rappresentante, richiede urgentemente una risoluzione internazionale per prevenire un collasso di un settore cruciale per l’economia e la prosperità del Paese.

Libia: al-Serraj e Saleh annunciano il cessate il fuoco, nuove elezioni a marzo

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Dopo quasi 17 mesi di guerra, il 21 agosto scorso il capo del Consiglio presidenziale libico Fayez al-Serraj e il Presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Saleh hanno annunciato la sospensione delle ostilità con un cessate-il-fuoco su tutto il territorio libico. La svolta è arrivata “alla luce della situazione attuale e dell’emergenza coronavirus”, precisando che “la tregua impone anche la demilitarizzazione di Sirte e Jufra”, come proposto recentemente dal governo di Washington.

Al Serraj si è però spinto oltre, annunciando elezioni presidenziali e parlamentari entro marzo “sulla base di un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano”. In un comunicato distinto, il Presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh – ritenuto braccio politico e burocratico del maresciallo Khalifa Haftar – ha chiesto “a tutte le parti di osservare il cessate-il-fuoco immediato [..], così da “sbarrare la strada a qualsiasi intervento militare straniero, [..] con il conseguente allontanamento dei mercenari e lo smantellamento delle milizie, ripristinando la piena sovranità nazionale“. Inoltre, Saleh ha suggerito l’istituzione di una forza di polizia ufficiale nelle varie regioni, in preparazione all’unificazione delle istituzioni statali, in attesa dell’ultimazione dei lavori della Commissione militare 5+5 sotto l’egida delle Nazioni Unite.

L’annuncio ha raccolto l’immediato sostegno di numerosi attori internazionali, a partire dalla missione dell’ONU in Libia, Unsmil, che ha chiesto “l’immediata esecuzione della coraggiose scelte attuate“. Anche l’Italia, che ha sostenuto in maniera costante e attiva gli sforzi dell’ONU nel quadro del processo di Berlino assieme ai principali partner UE, ha accolto con favore i comunicati emessi, dichiarando con un comunicato della Fernesina, che l’Italia “continuerà a svolgere il suo ruolo attivo di facilitazione per una soluzione politica alla crisi libica, esortando tutte le parti interessate a dare un seguito rapido e fattivo al percorso delineato nei comunicati del Consiglio Presidenziale e dalla Camera dei Rappresentanti“. L’iniziativa ha ricevuto il plauso anche del presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, principale sponsor del generale Khalifa Haftar.

Per quanto ci siano buone ragioni per sperare che la tregua sia duratura, l’apparente distensione tra le parti in conflitto non implica che si vada verso una soluzione politica della crisi libica, né tantomeno verso una riunificazione ed una effettiva pacificazione nei prossimi mesi, in ragione delle numerose divergenze tra i due contendenti. L’appello del Capo del Consiglio presidenziale di Tripoli allo svolgimento di elezioni presidenziali e parlamentari entro marzo, ad esempio, è assente nel comunicato di Saleh, che, al contrario, insiste nel portare avanti la Dichiarazione del Cairo, che prevede un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto” con tre membri in rappresentanza di Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. La possibilità di indire nuove elezioni non è quindi menzionata, anche perché queste porterebbero al superamento del parlamento di Tobruk in carica dal 2014. Un altro punto di contrasto è inoltre la proposta di Saleh di insediare il nuovo organo legislativo nella città di Sirte, attuale linea del fronte, possibilità che porterebbe alla fine dell’esecutivo di al-Serraj, nato con gli accordi di Shkirat del 2015.

Nei prossimi mesi sarà necessario monitorare e se e come le autorità di Tripoli e Tobruk riusciranno a rendere effettiva la tregua a cui si è giunti, convincendo le milizie a consegnare le armi per formare un esercito e delle forze di polizia unificate, primo passo per avviare un efficace processo di stabilizzazione all’interno del Paese.

Colpo di Stato in Mali: arrestati il Presidente e il Primo ministro. Arriva la condanna della Comunità internazionale

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Nella giornata di ieri, 18 agosto, il Presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta ed il suo primo ministro Boubou Cissè, sono stati arrestati a Bamako da un gruppo di soldati in rivolta.

A dare l’annuncio è stato uno dei leader dell’ammutinamento: “Possiamo dirvi che il Presidente e il Primo ministro sono sotto il nostro controllo. […] Non è un golpe, ma un’insurrezione popolare”.  La notizia dell’arresto è stata poi ufficializzata nella serata di ieri dal portavoce del governo maliano, il quale ha denunciato i conseguenti disordini interni. Secondo l’agenzia Ap, poco prima di questo annuncio, alcuni testimoni avevano visto mezzi militari circondare la residenza presidenziale, mentre alcuni soldati sparavano colpi in aria.

Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato”, annunciando per oggi una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza, su richiesta di Francia e Niger.

“Il Segretario Generale condanna fermamente queste azioni e chiede l’immediato ripristino dell’ordine costituzionale e dello stato di diritto in Mali”, si legge nella nota di un portavoce. La condanna dei due arresti è arrivata anche dall’Unione Africana e dall’Unione europea che, per il tramite dell’Alto Rappresentante Josep Borrell, ha dichiarato di condannare con forza il golpe, aggiungendo di rifiutare “ogni cambiamento anti-costituzionale”, poichè questo non potrà essere, in nessun caso, “una risposta alla profonda crisi socio-politica che sta spaccando il Paese”.

L’ammutinamento arriva infatti dopo mesi di proteste sociali e scontri mortali tra manifestanti e forze dell’ordine del Paese. Una variegata coalizione di oppositori politici, leader religiosi e membri della società civile ha da tempo intensificato le manifestazioni per chiedere le dimissioni di Keita, accusato di cattiva gestione dello Stato.

A questo si aggiunge una “situazione sociale deleteria”, denunciata dal leader sindacale Sidibè Dèdèou Ousmane. Il Movimento del 5 giugno-Raggruppamento delle forze patriottiche del Mali (M5-Rfp) -, alla guida della protesta, lo scorso 13 agosto ha rifiutato un incontro con il Presidente, ponendo come conditio sine qua non per un eventuale colloquio, la fine della “repressione” contro i suoi militanti.
Poche ore dopo l’annuncio del rapimento da parte dei militari ribelli, il Presidente Keith ha annunciato le sue dimissioni con un discorso in diretta tv. “Ho deciso di lasciare il mio incarico, […] non voglio che venga versato il sangue per restare al potere”, ha dichiarato, annunciando lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e del governo.

I militari ribelli, tramite il loro portavoce Ismael Wague, promettono intanto una transizione politica civile, che conduca ad “elezioni generali in un arco di tempo ragionevole”. Inoltre, nelle prime ore di oggi è stata annunciata l’istituzione di un Comitato nazionale per la salvezza del popolo (Cnsp), con la promessa di riportare stabilità nel Paese, gettando le basi per “un nuovo Mali”.

“Noi, forze patriottiche riunite nel Comitato nazionale per la salvezza del popolo, abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità davanti al popolo e alla storia. [..] La società civile e i movimenti socio-politici sono invitati a unirsi a noi per creare insieme le migliori condizioni per una transizione politica civile che porti a elezioni generali credibili per l’esercizio democratico”.

Egitto al voto per la prima elezione del nuovo Senato

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Nelle giornate dell’11 e del 12 agosto in Egitto si sono svolte le operazioni di voto per l’elezione dei membri del Senato, il secondo ramo del parlamento, reintrodotto dalle riforme costituzionali approvate nel giugno scorso.

Come segnala il quotidiano Al-Ahram, sono stati circa 63 milioni gli egiziani chiamati alle urne, esortati a recarsi presso i seggi delle 27 commissioni pubbliche previste, ciascuna rappresentante le diverse province del Paese.

Il Senato egiziano sarà composto da un totale di 300 membri, di cui due terzi scelti fra candidature singole e liste di partito bloccate, mentre i restanti cento saranno nominati direttamente dal Presidente al-Sisi. Va segnalato, che all’interno della decisione istitutiva nuova camera, sono state previste alcune limitazioni e requisiti con riferimento alle nomine presidenziali. In primo luogo, i cento membri nominati devono necessariamente essere individuati a elezioni concluse, tenendo conto del principio secondo cui non sia possibile scegliere più di un esponente proveniente dallo stesso partito politico. In secondo luogo, non è ammessa l’elezione di un rappresentate del partito politico di cui il Presidente era membro prima di entrare in carica. In più, la decisione istitutiva prevede che, nella formulazione delle sue nomine, il capo di Stato debba tenere conto della percentuale di “quote rosa” prevista per la composizione della Camera alta, fissata al 10% dei suoi membri.

 

Sia il governo del Cairo, che i diversi candidati e partiti politici del Paese, hanno rivolto grande attenzione all’elezione del Senato, la cui introduzione è stata letta come un primo tassello del più ampio quadro di riforme ed emendamenti costituzionali annunciati dal presidente al-Sisi nel 2019. Tra le proposte del Presidente che avevano ricevuto l’avallo del Parlamento, e successivamente della popolazione egiziana, tramite il referendum popolare dell’aprile 2019, oltre all’istituzione del Senato, si ritrova anche l’estensione del mandato presidenziale da 4 a 6 anni.

A seguito della proposta presidenziale, l’introduzione della seconda camera del Parlamento è stata poi prevista all’interno di una decisione della Camera dei deputati egiziana del 15 giugno scorso.

Il nuovo Senato è atto a sostituire il Consiglio della Shura, sciolto nel 2014, e, una volta completata l’elezione dei suoi membri, avrà il potere di presentare proposte volte a promuovere la democrazia e la pace sociale nel Paese, garantendo il rispetto dei valori e delle libertà fondamentali nella società egiziana.

La seconda camera potrà inoltre esprimere il proprio parere su eventuali emendamenti costituzionali, bozze di progetti per lo sviluppo sociale ed economico, nonché sulla conclusione di accordi di pace o alleanze. Non da ultimo, va ricordato che al Capo di Stato spetta il potere di chiedere il parere di tale organo su questioni relative agli affari esteri e alla politica interna.

Al di là di queste previsioni teoriche, tuttavia, parte della popolazione, così come alcuni analisti, ha ritenuto che il nuovo ramo del Parlamento finirà per svolgere un ruolo per lo più marginale nel sistema legislativo del Cairo. In ragione del suo ruolo puramente consultivo, ossia privo di carattere vincolante, e dell’assenza di effettivi poteri legislativi, si è definito il nuovo Senato come una mera “decorazione politica”.

Egitto-Grecia: c’è accordo sulle frontiere marittime. Immediata la reazione di Ankara

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Giovedì 6 agosto Egitto e Grecia hanno sottoscritto un accordo sulla demarcazione delle rispettive frontiere marittime, istituendo una zona economica esclusiva tra i due Paesi: l’annuncio ufficiale è successivo all’incontro a Il Cairo tra il Ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, e l’omologo ellenico, Nikos Dendias.

Entrambi hanno sottolineato, più o meno apertamente, il significato anti-turco dell’iniziativa: per Shoukry, il concordato “consente di respingere i tentativi di coloro che sostengono il terrorismo e l’estremismo“.

”Dopo la firma del nostro accordo – afferma invece Dendias – l’intesa dello scorso anno tra Turchia e Libia è finita laddove meritava sin dal primo momento: nella spazzatura.”

Tramite l’accordo, nel Mediterraneo orientale viene prevista una zona economica esclusiva tra i due Paesi, consentendo ad entrambi di massimizzare l’utilizzo delle risorse energetiche disponibili nella zona concordata, in particolare quelle di gas e petrolio. È stato chiarito da entrambe le parti che l’accordo rispetta le disposizioni del diritto internazionale e del diritto del mare, oltre che le relazioni di buon vicinato.

La stipula dell’accordo si configura come una reazione a quello concluso tra la Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli il 27 novembre 2019, finalizzato a definire le rispettive zone economiche esclusive (ZEE) per lo sfruttamento energetico dei giacimenti presenti nel Mediterraneo. Le ZEE sono definite come porzioni di mare adiacente alla acque territoriali di uno Stato costiero che possono  estendersi fino a 200 miglia marittime, e su cui suddetto Paese vanta diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione. A seguito della conclusione dell’accordo, le reazioni del resto della Comunità internazionale non si fecero attendere. Grecia e Italia, i Paesi maggiormente interessati all’accordo, lo hanno definito illegittimo, analogamente all’Unione europea che, per il tramite del Consiglio europeo, ha accusato l’intesa tra Libia e Turchia di violare i diritti di sovranità dei Paesi terzi e di non rispettare la legge del mare. Non è un caso, inoltre, che l’iniziativa turca sia stata percepita con fastidio e preoccupazione anche dall’Egitto, che vive da tempo una relazione difficile e astiosa con Ankara.

Il recente accordo tra Egitto e Grecia— di cui non sono ancora stati resi noti i dettagli, ma che arriva dopo tre anni di negoziati — influenzerà in chiave antiturca lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio scoperti recentemente nel Mediterraneo orientale, in particolare nelle aree contese da decenni fra Atene e Ankara: secondo la Turchia, le circa 6 mila isole greche non dovrebbero essere considerate nel calcolo delle zone marittime d’interesse economico, una posizione che, per Atene, violerebbe le norme diritto internazionale.

La Turchia ha quindi reagito duramente alla nuova intesa, che è intenzionata a non riconoscere. “Non c’è alcun confine marittimo tra Grecia ed Egitto. La Turchia non riconosce il valore giuridico dell’accordo firmato oggi. Mostreremo sul campo e a livello diplomatico quale è la nostra idea di questo accordo”, ha scritto in un comunicato il ministro degli Esteri turco.

Somalia: il Parlamento sfiducia il Primo ministro. Nuove ombre sul futuro del Paese

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Si aggrava la crisi politica in Somalia dopo che il Parlamento di Mogadiscio ha deposto il Primo ministro Hassan Ali Khaire con un voto di sfiducia il 25 luglio scorso.  La mozione, votata dalla Camera bassa del Parlamento somalo, è passata con 170 voti favorevoli e 8 contrari, determinando una situazione di stallo politico che potrebbe far piombare il Paese nel caos. Il premier sfiduciato, ex dirigente della compagnia petrolifera somala Oil and Gas, non ha ancora commentato la vicenda.

Il governo non è riuscito a rispettare la sua promessa di preparare un piano chiaro per le prossime elezioni”, ha dichiarato il Presidente del Parlamento Mohamed Mursal Sheikh Abdirahman a seguito della votazione.

La recente mozione di sfiducia si inserisce, infatti, nel contesto dei contrasti che da mesi coinvolgono il governo federale e gli Stati regionali in merito alla necessità di rimandare o meno le prossime elezioni generali, previste nel mese di febbraio 2021. Tuttavia, ad aver determinato la spaccatura all’interno del Paese, è stata soprattutto la controversa legge elettorale approvata lo scorso dicembre dal Parlamento somalo, poi promulgata dal Presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, e che vede la netta opposizione degli Stati regionali che accusano il capo dello Stato di voler estendere la durata del suo mandato.

In questo contesto, l’ex premier Khaire si è finora sempre schierato contro l’eventualità di un rinvio del voto, allineandosi di fatto alle posizioni degli Stati regionali e discostandosi da quelle del Presidente Farmajo. Nell’apprendere l’esito della mozione di sfiducia, il Presidente somalo ha dichiarato di aver “accolto con favore la decisione della Camera del popolo”, ribadendo “l’importanza della cooperazione tra tutti I poteri statali”, specialmente in questa fase di crisi.

Il Ministro della Sicurezza interna Mohamed Abukar Islow, alleato chiave di Khaire, ha accusato il leader del Parlamento e lo stesso capo dello Stato di aver complottato la sfiducia nei confronti del primo ministro per giungere ad un rinvio delle elezioni, violando di fatto le previsioni costituzionali in merito alla durata della legislatura, fissata a 4 anni.

È un giorno buio per la storia del Paese”, ha dichiarato Islow.

Nel frattempo, il Presidente Abdullahi ha nominato il vicepremier Mahdi Mohammed Gulaid come Primo ministro ad interim, mentre i media somali rivelano la volontà dell’ex premier Khaire di candidarsi alla presidenza del Paese.

Sudan: al via il processo contro l’ex dittatore al-Bashir

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Martedì 21 luglio a Khartoum è stato avviato il processo contro l’ex Presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato del colpo di Stato che nel 1989 lo portò al potere illegalmente, scalzando il governo democraticamente eletto del premier Sadek al-Mahdi.

Al-Bashir, deposto nel corso di una rivolta popolare lo scorso anno, è già in carcere per irregolarità finanziarie e corruzione, ma stavolta rischia la condanna alla pena di morte.

I capi d’accusa riguardano oltraggio alla Costituzione, violazione della Legge sulle Forze Armate e istigazione al colpo di Stato, tutti crimini inclusi nel Capitolo 96 del Codice penale del 1983, abolito da al-Bashir, che prevede la pena di morte per i casi in cui si verifichi un tentativo di sovversione dell’ordine costituzionale.

Il processo è dotato di un alto valore simbolico, venendosi a configurare come “un avvertimento per chiunque tenti di distruggere il sistema costituzionale in Sudan”, ha affermato Moaz Hadra, uno degli avvocati in prima linea nel richiedere che il caso fosse portato in tribunale. “Ciò salvaguarderà la democrazia sudanese. In questo modo, speriamo di porre fine all’era dei colpi di Stato”.

Al-Bashir sarà giudicato insieme ad altri 16 imputati, 10 militari e 6 civili, inclusi gli ex vicepresidenti, Ali Osman Taha e Bakri Hassan Saleh, e alcuni ex ministri e governatori. Sono tutti accusati di aver pianificato il golpe del 30 giugno 1989, durante il quale l’esercito arrestò i leader politici del Sudan, sospese il Parlamento e altri organi statali, chiuse l’aeroporto e annunciò alla radio la fine del governo legittimo.

L’uomo considerato come il vero ideatore del golpe militare, Hassan al-Turabi, appartenente al Fronte islamico nazionale, è morto nel 2016.

 

L’ex Presidente è ricercato anche dalla Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia in relazione alle stragi compiute durante il conflitto armato scoppiato nel 2003 nella regione del Darfur, per le quali è accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il nuovo governo di transizione sudanese, che ha il compito di guidare il Paese verso elezioni libere e democratiche, ha promesso nel mese di febbraio di consegnare l’imputato e alcuni suoi collaboratori alla Corte, affinché vengano processati anche per le suddette accuse.

Abbiamo concordato di sostenere pienamente la Corte Penale Internazionale accettando di consegnare al-Bashir e altri tre imputati”, ha dichiarato il portavoce del governo Mohammed Hassan al Taishi.

Tunisia: le dimissioni del Primo ministro Fakhfakh riacutizzano la crisi politica e sociale

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La disputa fra la fazione islamica e quella laica ha determinato una nuova vittima in Tunisia: il governo di coalizione guidato da Elyes Fakhfakh. Il Premier ha presentato le dimissioni il 15 luglio scorso dopo che 105 deputati, tra cui esponenti di Ennahdha, partito della coalizione di governo, hanno firmato una mozione di sfiducia, sulla base di un apparente conflitto di interessi.

Dopo una prima fase di concordia nazionale tra i partiti di governo, prevalentemente legata alla gestione della pandemia da Covid-19, nuovi contrasti interni sono emersi questo lunedì, quando il Premier ha cercato di forzare un equilibrio già precario richiedendo un nuovo rimpasto di governo, con l’intento di estromettere i sei ministri di Ennahdha dalla maggioranza.

In risposta il partito islamista ha presentato la mozione di sfiducia nei suoi confronti, dopo aver richiesto insistentemente, con esito negativo, un allargamento della coalizione di governo con l’ingresso del partito Qalb Tounes e della formazione islamista di Al Karama, partiti arrivati rispettivamente secondo e quarto nelle elezioni legislative dello scorso ottobre.

Per evitare conflitti tra le istituzioni del Paese” il Primo ministro ha quindi rassegnato le dimissioni, a seguito di un incontro con il Presidente Kais Saied, il Presidente del Parlamento ed il leader di Ennahdha Rached Ghannouchi.

La credibilità di Fakhfakh, e dell’intero esecutivo da lui guidato, hanno iniziato a vacillare alla fine di giugno, quando, dopo soli 4 mesi dall’insediamento, un membro indipendente del Parlamento aveva pubblicato una serie di documenti da cui era emerso che alcune società di cui il Premier possedeva quote e titoli azionari, avevano vinto appalti statali per un valore di circa 15 milioni di dollari. Fakhtakh ha sempre negato ogni accusa, dichiarandosi pronto ad affrontare la giustizia. 

Da quel momento, le richieste di Ennahda sono diventate sempre più incalzanti. Prima, il 12 luglio, il partito aveva preteso le dimissioni immediate del primo ministro e del suo governo. Poi, tre giorni dopo, il 15 luglio, aveva annunciato che avrebbe ritirato la fiducia all’esecutivo, provocando una crisi di governo a meno di 5 mesi dalla sua formazione.

La scelta di rassegnare le dimissioni è quindi arrivata prima di un voto di sfiducia che avrebbe fatto cadere l’esecutivo, dando automaticamente al partito islamico-moderato, il più numeroso in Parlamento, il compito di formare un nuovo governo.

In questo modo, invece, sarà il Presidente della Repubblica Kais Saied a dover indicare entro dieci giorni il nome del primo ministro incaricato. Tuttavia, non si tratterà di una scelta agevole. Le ultime legislative, infatti, hanno frammentato le correnti e i partiti presenti in Parlamento, perciò sia Ennahdha ed i suoi alleati di Al Karama, che la coalizione laica creatasi attorno a Fakhfakh potranno difficilmente raccogliere una maggioranza stabile. “Se sarà necessario – ha già affermato Saied – scioglierò il parlamento per nuove elezioni”.

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