GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Giulia Treossi

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L’economia mondiale è donna: la nigeriana Okonjo-Iweala è la nuova direttice del WTO

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Il primo marzo scorso l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala ha assunto formalmente l’incarico di direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO nell’acronimo inglese). Il voto dei 164 Stati membri dell’Organizzazione, riuniti a Ginevra, ha dunque permesso di giungere ad una nomina storica: Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria e già numero due della Banca Mondiale, è infatti la prima donna e la prima africana a rivestire l’incarico apicale del WTO.

Dopo il voto del Consiglio Generale, nelle prime parole da direttore generale in pectore ha ribadito la necessità di garantire accesso universale “ai vaccini e alle cure” contro il Covid-19, impegnandosi a mettere l’Organizzazione al servizio della ripresa dall’emergenza economica e sanitaria.

Un WTO forte è essenziale se vogliamo riprenderci completamente e rapidamente dalla devastazione causata dalla pandemia del Covid-19. Insieme possiamo rendere il WTO più forte, più agile e più adatto alle realtà di oggi“, ha aggiunto Okonjo-Iweala, tracciando così la rotta per il suo mandato, che scadrà poi nell’agosto 2025.

Una nomina attesa da tempo

Nei giorni antecedenti al voto la sua nomina appariva già come un fait accompli, a seguito dell’annuncio del sostegno di Washington, dichiarato da parte dell’amministrazione Biden. Prima dell’endorsement degli USA, infatti, nonostante fosse sostenuta dalla maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione, la nomina di Okonjo-Iweala è rimasta bloccata per mesi a causa del veto posto dal predecessore di Joe Biden, Donard Trump, che, invece, sosteneva la candidatura di Yoo Myung-hee, attuale Ministra del Commercio della Corea del Sud. Proprio per questa ragione, la carica apicale della WTO è rimasta vacante dal mese di maggio 2020, quando l’ex direttore generale Roberto Azvedo aveva presentato le sue dimissioni, un anno prima della scadenza del suo mandato.

In questa occasione l’amministrazione Trump — da sempre critica nei confronti delle organizzazioni internazionali e in particolare della WTO, accusata di agire contro gli interessi degli Stati Uniti nella risoluzione delle dispute commerciali — impedì dunque la nomina di un direttore generale ad interim. Nelle ultime settimane è stato dunque l’endorsement di Biden a permettere di superare l’impasse, una mossa decisiva, visto che la nomina deve essere adottata per consensus, e non a maggioranza.

Nel corso della sua prima dichiarazione pubblica sotto l’Amministrazione Biden, l’Ufficio del Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti ha perciò spianato la strada per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, lodando la sua “ricchezza di conoscenze in economia e diplomazia internazionale” nonché la sua “comprovata esperienza nella gestione di una grande organizzazione internazionale”.

Lavorare per il rilanciare il WTO

Ngozi Okonjo-Iweala assume la guida del WTO nel momento più difficile della storia di questa Organizzazione simbolo della globalizzazione, in cerca di riforme e rilancio, di una nuova centralità, dopo essere stata messa all’angolo dal sovranismo di Trump.

Okonjo-Iweala punta il dito specialmente contro il meccanismo di gestione dei conflitti commerciali, paralizzato ormai da anni a causa della previsione di un voto unanime degli Stati membri per l’adozione di risoluzioni, e del conseguente sistema dei veti incrociati. E ciò, contrariamente a uno degli obiettivi primari dell’Organizzazione stessa, quello di configurarsi come il luogo preposto per la risoluzione di tali conflitti.

Negli ultimi anni, la diretta conseguenza di quanto detto, è stata quella di portare i vari Stati ad agire al di fuori del WTO, e ad optare per la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali, esonerando di fatto l’Organizzazione dal suo ruolo fondativo.

In un clima internazionale caratterizzato da nazionalismi economici e crescente protezionismo, cui si aggiungono gli squilibri macroeconomici aggravati dalla pandemia, la mission della nuova direttrice generale sarà tutt’altro che semplice: dare nuova vita ad un’Organizzazione paralizzata dai veti incrociati, conferirgli la centralità necessaria per essere in grado di accompagnare il sistema internazionale nell’era post-pandemica. E questo, tramite l’adozione di un approccio pragmatico che consenta di superare la sfiducia, lavorando per una migliore comprensione delle dinamiche socioeconomiche del continente africano e dei paesi in via di sviluppo, rilanciando, al contempo, organizzazioni e dinamiche multilaterali.

Plauso internazionale per un Curriculum d’eccezione

66 anni, doppia cittadinanza nigeriana e americana, Okonjo-Iweala ha una formazione da economista dello sviluppo e due lauree conseguite al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Harvard. È stata due volte ministro delle Finanze del suo paese, per poi trascorrere venticinque anni alla Banca Mondiale. Da anni presiede anche la Gavi, Organizzazione internazionale che garantisce accesso e distribuzione dei vaccini nei paesi in via di sviluppo, consentendo ogni anno la somministrazione di dosi vaccinali per milioni di bambini in tutto il mondo. 

Qualche mese fa, nel corso di un’intervista al Guardian, parlando della sua possibile nomina al WTO Okonjo-Iweala  aveva dichiarato: “a noi donne i ruoli di leadership vengono riconosciuti solo quando le cose vanno molto male”, aggiungendo: “Dobbiamo rompere il soffitto di cristallo sulle nostre teste”.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha parlato di un “momento storico per il mondo intero”, mentre Christine Lagarde, Presidente della BCE, nel complimentarsi con la sua collega, ha sottolineato come “la sua forte volontà e determinazione la porteranno a promuovere il libero scambio a vantaggio delle popolazioni del pianeta intero”.

Attacco in Congo, morto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio

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L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e un carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, sono morti nel corso di un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite nel parco dei Virunga, ad est del Paese africano. Tra le vittime, anche l’autista Musapha Milambo.

 

L’attacco al conguaglio delle Nazioni Unite

La delegazione era partita da Goma, in pieno parco dei Virunga, ed era diretta in visita ad un programma di alimentazione scolastica del World Food Program (WFP) a Rutshuru, come parte di un convoglio della missione di peacekeeping Onu Monusco, che dal 2010 opera per la stabilizzazione della RDC. Secondo un portavoce del Parco nazionale, l’attacco è avvenuto alle 10.15 ora locale — le 9.15 italiane — presso la località di Kanyamahoro, a pochi chilometri a nord di Goma, con l’obiettivo di sequestrare personale Onu. La strada in cui è avvenuto l’attacco era stata ritenuta “sicura” e quindi senza necessità di scorta.

Dall’inizio della missione Onu, 93 dei suoi componenti sono rimasti uccisi, a testimonianza della pericolosità del territorio in cui questa è chiamata ad agire. Appena una settimana fa, dieci civili sono stati massacrati in una località limitrofa, portando a cinquanta il numero dei civili uccisi nella provincia congolese del Nord Kivu nell’ultimo mese, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia francese AFP. Sono numerosi, infatti, i gruppi armati che operano nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda, e spesso prendono di mira i ranger del parco.

Attanasio è il secondo ambasciatore europeo ad essere ucciso nella Repubblica Democratica del Congo: nel gennaio 1993 l’ambasciatore francese Philippe Bernard perse la vita durante una rivolta nella capitale Kinshasa.

 

Chi era Luca Attanasio

Riconfermato il 31 ottobre 2019, in qualità di ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato a Kinshasa, Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, nel 1977 ed era in Congo dal 5 settembre 2017, quando fu nominato capo della missione italiana in loco. Prima dell’assunzione dell’incarico nella RDC, Attanasio aveva rappresentato lo Stato italiano in Marocco, Nigeria e Svizzera. Dopo essere rientrato alla Farnesina nel 2013, come Capo Segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato in Africa nel 2015, in qualità di primo consigliere presso l’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. 

 

«Missione pericolosa ma dare esempio»

Lo scorso ottobre era stato insignito del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020: un premio che riconosceva “il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà“. Il riconoscimento era stato condiviso con la mogle, Zabia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili della Repubblica democratica del Congo, lavorando con bambini e giovani madri. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini“, aveva spiegato in quella occasione Zakia. “È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo“.

Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Erano queste le parole che l’ambasciatore Luca Attanasio rilasciò in occasione del ricevimento del premio da parte dell’associazione culturale “Elaia”.

In Congo – proseguiva Attanasio – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”.

 

Dolore e sgomento in Italia e in Europa

In un comunicato, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di rientro in urgenza dal Consiglio Affari Esteri di Bruxelles, ha chiarito che “non sono ancora chiare le circostanze di questo brutale attacco e nessuno sforzo verrà risparmiato per fare luce su quanto accaduto”, ricordando che la procura di Roma ha aperto un’indagine per sequestro di persona e terrorismo. Seguono le parole dell’Alto Rappresentante UE Josep Borrell:”Con tutti i ministri degli Esteri Ue, abbiamo espresso la nostra vicinanza al ministro Luigi Di Maio e all’Italia, per la morte di tre persone nella Repubblica Democratica del Congo, fra cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Restiamo determinati a continuare a combattere contro ogni violenza nella regione”.

La Libia ha un nuovo Primo ministro

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Non senza destare sorpresa, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh è stato eletto come nuovo Primo ministro ad interim della Libia, al termine del “Libyan Political Dialogue Forum”, organizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite a Ginevra. La nuova compagine, nota con il nome di Consiglio presidenziale, sarà composta da altre tre personalità, ciascuno in rappresentanza di una regione storica del Paese, con il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni, previste per il prossimo 24 dicembre.
On behalf of the United Nations, I am pleased to witness this historic moment“, ha commentato l’inviata Speciale ONU in Libia, Stephanie Williams, aggiungendo: The importance of the decision that you have taken here today will grow with the passage of time in the collective memory of the Libyan people.”

Il nuovo Primo ministro avrà ora 21 giorni per formare un nuovo gabinetto di transizione, nell’ottica di “mettere in pratica le disposizioni costituzionali necessarie per indire le elezioni come stabilito nella Road Map concordata a novembre scorso nei negoziati di Tunisi“.

Mohammed Dbeibeh, Younes Menfi, al-Lafi e Musa al Kuni: un ticket vincente

Con 73 votanti su 75, numero complessivo dei delegati libici partecipanti al Libyan PDF, la lista di Mohammed Dbeibeh si è dunque imposta ottenendo un totale di 39 voti, contro i 34 di quella guidata da Aguilah Saleh, Presidente del Parlamento di Tobruk, e Fathi Bishaga, Ministro dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serraj. Alla vigilia del voto, tuttavia, erano questi ad essere considerati come super-favoriti, con Salah candidato presidente, e Bhashaga come candidato premier. Il ticket era considerato molto forte e, in effetti, nella prima tornata di votazioni era risultato primo, senza però riuscire ad ottenere, e a superare, la soglia del 60%. Con sorpresa da parte degli osservatori, a seguito del ballottaggio si sono invece affermate personalità che, finora, non hanno giocano un ruolo di primo piano nel contesto politico libico.

Chi è dunque Dbeibeh? Nato nel 1958, il nuovo premier ha lavorato con Saif al-Islam Gheddafi nel 2007, dopo il conseguimento della laurea in ingegneria in Canada.

Ma questo è il mio unico legame con l’ex regime […]”, assicurava in un’intervista del 2018, in cui si presentava come “ un’alternativa” al Presidente di Tripoli Fayez al Sarraj e al generale Khalifa Haftar. Esponente dell’imprenditoria misuratina, Dbeibeh è considerato vicino alla Russia, ma anche alla Turchia e ai Fratelli musulmani, sostenitori del Premier uscente Fayez al Sarraj. 

Gli altri membri del nuovo Consiglio presidenziale

Mohammad Younes Menfi, nuovo presidente del Consiglio presidenziale, è un diplomatico originario di Tobruk, che ha svolto il ruolo di ambasciatore in Grecia fino all’espulsione avvenuta nel 2019, a causa della conclusione, tra Ankara ed il Governo di Tripoli, del controverso accordo sulle zone economiche esclusive nel Mediterraneo.  Gli altri due membri del Consiglio, Abdullah Hussein al Lafi e Musa al Kuni, ricopriranno il ruolo di vicepresidenti, rispettivamente in rappresentanza della Tripolitania e del Fezzan. Al-Lafi, deputato della Camera dei rappresentati del Parlamento di Tobruk, è stato eletto nella circoscrizione di Zawiya, sede di un’importante raffineria petrolifera del Paese. Il politico e diplomatico al Kuni, invece, era già stato scelto come uno dei rappresentanti della regione del Fezzan all’interno del Consiglio di presidenza guidato da Fayez al Sarraj, ricoprendo, anche se per un breve periodo, l’incarico di vicepremier del Governo di Accordo Nazionale (GNA), per poi dimettersi il 2 febbraio 2017 per divergenze con al-Serraj.

Egitto e Qatar ristabiliscono le relazioni diplomatiche

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Attraverso lo scambio di note ufficiali, mercoledì 20 gennaio Doha e il Cairo hanno ufficialmente concordato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche.
In un comunicato del Ministro degli Esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si legge:
The Arab Republic of Egypt and the State of Qatar exchanged, on January 20, 2021, two official memoranda, in virtue of which the two countries agreed to resume diplomatic relations”.
 
Le origini della rottura
 
Lo strappo tra i due Paesi era avvenuto il 4 giugno 2017, nel quadro della cosiddetta “crisi del Golfo”, che ha visto l’Arab quartet composto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein accusare Doha di sostenere e finanziare gruppi terroristici, come Hamas e Hazbollah, e di intrattenere relazioni pericolose con l’Iran, il principale rivale di Riad nella regione. La diretta conseguenza di tali accuse fu l’imposizione di un embargo economico e diplomatico ai danni dell’emirato, nonché l’espulsione dei cittadini qatarioti presenti nei confini dei Paesi dell’Arab quartet. Da parte sua, Doha negò le suddette accuse, dichiarando, in più occasioni, che alla base di tali politiche ostili vi fosse il malcontento per i propri successi economici, e che l’embargo si configurasse come un attacco alla sua sovranità.
La decisione definitiva sullo strappo, in realtà, era avvenuta a seguito di un ultimatum di tredici richieste alle quali Doha avrebbe dovuto allinearsi per mettere fine all’embargo. Tra le istanze presentate dal quartetto, quella di recidere ogni legame con “organizzazioni terroristiche”, chiudere Al Jazeera e le rappresentanze diplomatiche in Iran. Richieste difficilmente accettabili e che, di fatto, minavano l’autonomia della politica estera di Doha, come pure la stabilità delle sue relazioni con Teheran e il suo sostegno ai gruppi della Fratellanza Musulmana, riallineando il Paese al blocco dei vicini sauditi ed emiratini.
Dal giugno 2017, quindi, il Qatar è rimasto in una condizione di isolamento, come risultato della chiusura dei confini aerei, marittimi e terrestri disposta dai Paesi del “Quartetto arabo”.
 
La Dichiarazione di al-Ula
 
Dopo mesi in cui era stato già segnalato un crescente disgelo delle tensioni, il 5 gennaio 2021, i Paesi fautori del blocco hanno deciso di porvi ufficialmente fine e, nella nota Dichiarazione di al-Ula, hanno affermato di voler unire i propri sforzi per far fronte alle minacce comuni, in primis quelle poste dal programma missilistico e nucleare del regime iraniano.
Suddetta dichiarazione, firmata nell’omonima città saudita in occasione del 41° vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC nell’acronimo inglese), è stata intitolata dagli stessi leader che l’hanno conclusa “Accordo di solidarietà e stabilità”, configurandosi, di fatto, come il risultato del processo di mediazione del Kuwait e degli Stati Uniti.
Il Kuwait ha svolto, infatti, un ruolo fondamentale per stabilizzare i rapporti tra i paesi del GCC, tanto durante la prima crisi diplomatica del 2014 — quando Arabia Saudita, EAU e Bahrein ritirarono i loro ambasciatori da Doha a causa del sostegno che quest’ultima aveva manifestato nei confronti della Fratellanza Musulmana in Egitto—, quanto nel successivo embargo del 2017.
 
La nuova fase di distensione 
 
Dopo una graduale riapertura delle vie di comunicazione, sia terrestri sia aeree, tra il Qatar e i Paesi fautori dell’embargo, anche l’Egitto ha recentemente riaperto le proprie porte a Doha, tramite lo scambio reciproco di due memoranda ufficiali.
La riapertura dei canali diplomatici tra Egitto e Qatar, cui farà seguito la nomina degli ambasciatori per le rispettive rappresentanze diplomatiche entro la fine del mese di marzo, è seguita alla riapertura dello spazio aereo egiziano, avvenuta il 12 gennaio scorso, che ha consentito ai voli di collegamento tra le due capitali di riprendere ad operare.

 

 

Jan Kubis è il nuovo inviato speciale ONU in Libia

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Nella sera del 15 gennaio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la nomina del diplomatico slovacco Jan Kubis come inviato speciale della Missione di Sostegno in Libia (UNSMIL), secondo quanto riferito da fonti interne al Paese. L’annuncio formale da parte delle Nazioni Unite è atteso nelle prossime ore, così da permettere l’insediamento del neonominato entro il primo febbraio prossimo.

Kubis è noto per aver ricoperto l’incarico di Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Slovacca, nonché per il ruolo di coordinatore speciale ed inviato speciale svolto in Libano, Afghanistan ed Iraq per conto delle Nazioni Unite. Il nome del diplomatico di Bratislava è stato proposto dallo stesso Segretario Generale Antonio Guterres, al fine di sostituire l’ex-inviato delle Nazioni Unite in Libia Ghassan Salamé, il quale si è dimesso dall’incarico il 2 marzo scorso, dopo circa tre anni dall’assunzione dello stesso. Le motivazioni all’origine di tale scelta riguardavano le sue condizioni di salute, aggravate dall’eccessivo carico di stress derivante dalla missione stessa, in virtù delle difficoltà riscontrate dal diplomatico libanese nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese. Da allora, Salamé è stato sostituito dalla sua vice, Stephanie Williams, che ha svolto il ruolo di inviata ad interim. La nuova nomina del Consiglio di Sicurezza è stata frutto di quasi undici mesi di estenuanti trattative, seguite alla decisione di Salamè di ritirarsi dal suo incarico. Prima di optare per la figura di Kubis al vertice della missione UNISMIL, infatti, nel mese di dicembre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva proceduto alla nomina del diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, il quale, tuttavia, pochi giorni dopo la sua designazione aveva annunciato di non poter assumere l’incarico, a causa di “motivazioni personali e familiari”.

 

La nomina di Kubis come nuovo inviato speciale nel Paese africano si colloca in un contesto piuttosto complesso ed articolato. Dal punto di vista militare, in Libia è attivo un cessate il fuoco stabilito lo scorso 23 ottobre, a seguito dell’incontro tra le delegazioni libiche dell’LNA e del GNA, riunitesi a Ginevra nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5.  Dal punto di vista politico, invece, in seguito a mesi di negoziati, il 17 dicembre scorso, è stata formata una Commissione legale e costituzionale, volta a guidare la Libia verso nuove elezioni, previste a dicembre 2021. Al momento, inoltre, è in corso a Ginevra un nuovo round di colloqui del Libyan Political Dialogue Forum, iniziato lo scorso 13 gennaio, con l’intento di raggiungere un’intesa tra le parti libiche sui meccanismi di nomina dei futuri organismi esecutivi, il Governo unitario ed il Consiglio presidenziale. Il primo Round negoziale del Forum risale al 9 novembre 2020, pochi giorni dopo la conclusione dell’accordo di cessate il fuoco da parte delle due fazioni belligeranti. Da allora, le Nazioni Unite e l’inviata speciale ad interim, Stephanie Williams, hanno promosso una serie di incontri volti a realizzare la transizione democratica auspicata all’interno del Paese africano. Nelle ultime settimane, tuttavia, il percorso politico è stato caratterizzato da una fase di stallo, che ha rischiato di compromettere lo stesso processo di transizione democratica verso nuove elezioni. 

Tale impasse è stata, dunque, all’origine del nuovo round negoziale sotto l’egida dell’Onu attualmente in corso a Ginevra, nell’auspicio che le controversie in merito ai meccanismi di nomina dei membri della futura leadership libica possano essere superate, trovando soluzioni condivisibili sulle questioni rimaste in sospeso. 

 

Dopo 13 anni termina UNAMID, la missione di pace ONU in Darfur

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La missione di pace congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, nota come UNAMID, da 13 anni attiva nella regione del Darfur, in Sudan, è stata dichiarata conclusa giovedì 31 dicembre. Dal primo gennaio 2021 è dunque iniziato il ritiro graduale dei circa 8.000 membri della missione, tra personale militare, civile e di polizia, che si protrarrà durante un arco temporale di sei mesi.

La fine della missione, originariamente avviata dal 2007, è stata decretata la scorsa settimana dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attraverso l’adozione unanime della risoluzione 2559 che, oltre a sancire il termine di UNAMID, lascia al governo di transizione del Sudan il compito di mantenere la pace e la sicurezza nel Darfur.

Dal 2003 la regione in questione è stata teatro di un sanguinoso conflitto civile che affonda le sue radici nella storica avversione tra la popolazione nera originaria della regione e quella nomade, di origine araba. Un’avversione che risale a tempi arcaici, ma che dal 1956- anno dell’indipendenza del Sudan- è andata crescendo fino ad arrivare al 2003. E’ in questo anno che nascono le milizie Janjawid, militanti islamisti reclutati tra i nomadi arabi – noti come baggara- che nel giro di poco tempo, potendo contare sul consenso non dichiarato di Khartoum, avviarono una vera e propria carneficina ai danni della popolazione nera originaria del Darfur. Si formeranno allora l’esercito di liberazione del Sudan ed il Movimento per l’Uguaglianza, le due principali forze di opposizione ai Janjawid. Dal 2003, secondo le stime dell’Onu, sono morte in combattimento oltre 300mila persone, mentre quelle sfollate sfiorano i tre milioni.

Attraverso la risoluzione 1769 del 31 luglio 2007, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò, sulla base di quanto previsto dal Capitolo VII della Carta Onu, la costituzione della missione ibrida UNAMID (African Union-United Nations Hybrid Operation in Darfur), nell’intento di sostenere il processo di pace nella regione. Nel corso di questi anni, il termine della missione è stato prorogato più volte dal Consiglio di Sicurezza, l’ultima nel giugno scorso, parallelamente alla stesura di un progetto per la creazione di una nuova missione integrata di assistenza alla transizione nel Paese. L’obiettivo è dunque quello di evitare il verificarsi di un “vuoto di sicurezza”, all’interno di una regione in cui continuano ad operare diversi gruppi di milizie.

La nuova missione, nota come  UNITAMS (United Nations Integrated Transition Assistance Mission in Sudan), è stata quindi istituita con la risoluzione 2524 per un periodo iniziale di 12 mesi, con il mandato di assistere il processo di transizione del Paese africano verso una governance democratica, sostenendo, al contempo, la protezione e la promozione dei diritti umani.

Mogadiscio rompe le relazioni diplomatiche con Nairobi

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Dopo mesi di crescenti tensioni tra Somalia e Kenya, il governo di Mogadiscio ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche con il vicino del Corno d’Africa, richiamando i diplomatici in loco e ordinando ai diplomatici kenioti in Somalia di lasciare il Paese entro sette giorni.

La decisione del governo federale somalo nasce in risposta alle “intromissioni keniote negli affari politici interni del Paese, e alle ricorrenti e palesi violazioni perpetrate contro la sovranità somala”, ha dichiarato il Ministro dell’Informazione Osman Abukar Dubbe, nel corso di una trasmissione televisiva dell’emittente statale SNTV.

A far scatenare la scintilla sarebbe stato l’incontro tenutosi a Nairobi il 13 dicembre, tra il presidente keniota, Uhuru Kenyatta, e il leader dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, Muse Bihi Abdi. Il Somaliland è la regione nord-occidentale della Somalia che, nel 1991, ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza da Mogadiscio, senza, tuttavia, ottenere il riconoscimento da parte della comunità internazionale. L’incontro tra Kenyatta e Muse Bihi Abdi è stato dunque letto da Mogadiscio come un’intromissione negli affari interni somali, tanto più in vista delle tanto attese, quanto delicate, elezioni in programma per il 2021.

Gli accordi siglati dai due leader in quell’occasione sono quindi considerati dalle autorità somale come “un’intollerabile provocazione”.

In base alle intese, il Kenya ha stabilito l’apertura di un consolato ad Hargheisa, capitale del Somaliland, entro la fine di marzo 2021, mentre le autorità dell’autoproclamata Repubblica hanno deciso di elevare al rango di consolato lo status dell’ufficio di collegamento stabilito in Kenya. Secondo quanto convenuto, inoltre, la compagnia aerea Kenya Airways dovrebbe volare direttamente, sempre entro fine marzo, da Nairobi ad Hargeisa.

“I due leader riconoscono l’impegno del Kenya per una Somalia pacifica, stabile, forte e prospera, in cui tutte le voci del popolo somalo hanno l’opportunità di esprimere la loro volontà sovrana”, si legge nel comunicato firmato al termine dell’incontro. L’annuncio ha innervosito il governo somalo e il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, altresì noto come Farmajo, che considerano il Somaliland parte integrante del territorio della Somalia.

Lo scorso 15 dicembre il portavoce del Ministero degli Esteri keniota, Cyrus Oguna, ha dichiarato che il governo di Nairobi ha istituito un comitato “per cercare una soluzione alla controversia diplomatica”, specificando che la nazione è stata “molto gentile e accomodante con i circa 200.000 somali che vivono nei vasti campi profughi situati nell’Est del Kenya”.

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Nairobi e Mogadiscio ha segnato il culmine di un progressivo deterioramento dei legami tra i due Paesi, le cui radici risiedono in una disputa sui confini terrestri e marittimi tra i due vicini del Corno d’Africa. L’istanza era stata anche presentata dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja nel 2014, dopo che le negoziazioni sui 100.000 km² di tratto di fondo marino conteso dalle due parti erano state interrotte. I toni della polemica, però, si sono riaccesi a febbraio, quando la Somalia ha accusato il Kenya di aver messo all’asta alcune aree marittime contese per l’esplorazione di gas e petrolio. Da quel momento, le relazioni tra i due Paesi africani si sono notevolmente raffreddate, fino ad arrivare alla recente rottura diplomatica. Già il 30 novembre scorso, infatti, la Somalia aveva espulso l’ambasciatore del Kenya e richiamato il proprio inviato da Nairobi, accusando il Paese di interferire nel processo elettorale nello Jubbaland, uno dei suoi cinque Stati semiautonomi confinante con il Kenya.

Anche il Marocco riconosce lo Stato di Israele, il ruolo della mediazione USA

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Il Regno del Marocco è il quarto Paese arabo, in quattro mesi, ad avviare la normalizzazione dei rapporti con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo, sponsorizzati dall’amministrazione Trump.

Lo scorso 10 dicembre, infatti, i due Paesi hanno concordato la normalizzazione delle relazioni reciproche, stipulando un accordo che prevede, tra le altre cose, il riconoscimento statunitense del territorio conteso del Sahara occidentale come parte del Marocco. Questa regione del Nord Africa, ex colonia spagnola, è contesa da decenni tra Rabat e il Fronte Polisario, movimento separatista sostenuto dalla vicina Algeria, che mira all’ottenimento dell’indipendenza per la creazione di uno Stato autonomo. Nel suo annuncio su Twitter, Trump ha parlato di “un’altra svolta storica”, definendo l’accordo come “un enorme passo avanti per la pace in Medio Oriente”.

 

Ho sempre creduto in questa pace storica, e ora sta accadendo sotto i nostri occhi. Voglio ringraziare il presidente Trump per i suoi sforzi straordinari per portare la pace in Israele e in Medio Oriente”, ha commentato il primo ministro Israeliano, Benjamin Netanyahu, assicurando che ci sarà “una pace molto calorosa” tra i Paesi. In base all’accordo,  Marocco e Israele ristabiliranno relazioni diplomatiche ufficiali, con l’immediata riapertura degli uffici di collegamento a Rabat e Tel Aviv. Nell’ottica di facilitare gli scambi economici – e non – tra i due Paesi, viene concesso agli aerei israeliani di entrare nello spazio aereo marocchino, aprendo tratte di volo dirette tra i due Paesi.

Quanto al riconoscimento della sovranità di Rabat sulla regione del Sahara occidentale, alcuni osservatori hanno ritenuto la decisione degli USA come “merce di scambio” per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha definito il Sahara Occidentale come un “territorio conteso” e da anni cerca di organizzare un referendum di autodeterminazione, invano. Il riconoscimento da parte degli Stati Uniti rafforza quindi la posizione del Marocco, come emerge dal testo della dichiarazione della Casa Bianca, in cui si legge: “gli Stati Uniti credono che uno Stato saharawi indipendente non sia un’opzione realistica per risolvere il conflitto, e che la vera autonomia sotto la sovranità marocchina sia l’unica soluzione fattibile”, esortando le parti “ad impegnarsi in discussioni senza indugio, utilizzando il piano di autonomia del Marocco come unico quadro per negoziare una soluzione reciprocamente accettabile”.

Parlando ai giornalisti, Jared Kushner, genero di Trump e suo consigliere su molte materie, compresa la politica estera, ha dichiarato che è ormai inevitabile che anche l’Arabia Saudita, principale potenza araba della regione, riconosca Israele seguendo l’esempio di EAU, Bahrein, Sudan e Marocco. L’amministrazione Trump ha esercitato numerose pressioni sul regno saudita a questo scopo, per ora senza successo. Solo la scorsa settimana il Ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha dichiarato che Riad potrebbe prendere in considerazione una tale mossa solo se un accordo di pace tra israeliani e palestinesi “prevedrà la nascita di uno stato palestinese con dignità e con una sovranità praticabile e accettabile da tutti i palestinesi”.

Come è finito il Libyan Political Dialogue Forum: le conclusioni dell’inviata ONU Williams

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Il Libyan Political Dialogue Forum, svoltosi a Tunisi dal 9 al 19 novembre, ha riunito settacinque personalità libiche sotto gli auspici della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), nell’intento di delineare il futuro assetto politico ed istituzionale del Paese. Contrariamente a quanto auspicato, il LPDF si è concluso senza un accordo sul nuovo esecutivo libico, ma ha portato, parallelamente, alla definizione di una road-map con cui il Paese nordafricano giungerà alle prossime elezioni, la cui data è stata fissata per il 24 dicembre 2021.

Ora abbiamo una chiara road-map per lo svolgimento delle elezioni il 24 dicembre 2021“, ha detto l’inviata ad interim del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, anticipando che i partecipanti al dialogo politico si riuniranno nuovamente in videoconferenza entro una settimana, per discutere di alcune questioni controverse ed ancora irrisolte.

Confidando nel fatto che il dialogo politico sia “l’unica soluzione alla crisi libica”, il nuovo incontro sarà finalizzato a limare le divergenze esistenti tra i rappresentanti delle tre regioni della Libia –Tripolitania, Fezzan e Cirnaica –, in modo da raggiungere un accordo sui meccanismi di selezione dei nuovi membri del Consiglio di presidenza, del Governo di unità nazionale e sui nomi delle personalità che assumeranno le cariche più alte nel Paese. L’obiettivo principale del Forum di Tunisi era, infatti, quello di ridisegnare i futuri assetti istituzionali del Paese, stabilendo un meccanismo per l’elezione del nuovo governo, a tre settimane dal raggiungimento dell’accordo per un cessate il fuoco permanente tra le fazioni rivali.

Al momento, tuttavia, essendo fallito il primo tentativo di nominare un governo di unità nazionale, non è possibile individuare chi avrà il compito di guidare la fase di transizione che culminerà con le elezioni presidenziali e legislative.
Secondo quanto affermato dall’inviata speciale dell’Onu Stephanie Williams, il Forum ha comunque raggiunto dei risultati soddisfacenti, ottenendo un’intesa proficua su alcuni fascicoli fondamentali. Infatti, oltre ad aver individuato una data per le elezioni del 2021, stabilendo così una “tabella di marcia verso la democrazia”, e all’accordo raggiunto sulla separazione tra il Consiglio di Presidenza e il Primo ministro, le parti si sono dette concordi sulla necessità di apportare un cambiamento storico nel Paese Nord-africano, ponendo fine al conflitto che da anni non concede tregua alla popolazione libica.

Secondo quanto dichiarato dall’inviata speciale ONU, nel corso dei dialoghi del LPDF è stato evidente che la maggior parte dei 75 delegati, rappresentanti delle circoscrizioni e delle parti politiche libiche, non accetti lo “status quo”, considerando l’attuale situazione in Libia come un’alternativa che non è più possibile sostenere.
In una conferenza stampa tenutasi nella tarda serata di domenica 15 novembre, l’inviata ONU ha invitato la classe politica libica ad aderire al movimento per il cambiamento («حركة التغيير»), sottolineando che non verrà consentita alcuna ostruzione al processo in corso, profilando, inoltre, la possibile l’individuazione di sanzioni internazionali per chi dovesse tentare di opporsi alla formazione del nuovo esecutivo.

Devono attenersi ai desideri dei libici per continuare il dialogo politico”, ha aggiunto Williams, indirizzando il suo discorso all’attuale classe politica libica.

Gli EAU sono il primo Paese arabo ad aprire un consolato nel Sahara Occidentale: significato e conseguenze di una decisione storica

AFRICA di

Gli Emirati Arabi Uniti hanno inaugurato il 5 novembre scorso un consolato generale nella contesa regione del Sahara Occidentale, precisamente nella città di Laayoune, nell’area de iure parte dell’ex colonia spagnola del Sahara e de facto attualmente governata dal Marocco. La cerimonia di inaugurazione dell’ufficio consolare è avvenuta alla presenza del Ministro degli Esteri di Rabat, Nasser Bourita, e l’ambasciatore degli UAE in Marocco, Al-Asri Saeed Ahmed Aldhaheri.

Le relazioni tra gli Emirati Arabi e il Marocco, il quale rivendica i territori del Sahara Occidentale, sono solide e stabili, come dimostra il recente incontro telefonico avvenuto tra il principe ereditario di Abu Dhabi ed il sovrano marocchino, alla vigilia dell’inaugurazione. In quest’occasione il re Mohammed VI ha espresso profonda gratitudine nei confronti degli UAE per la “storica decisione di aprire un proprio consolato nelle province meridionali del Regno”, auspicando che l’esempio emiratino venga seguito da altri Paesi arabi.

Gli UAE, infatti, sono il primo Paese arabo ad aver istituito una sede consolare nella contesa regione del Sahara Occidentale, dando così sostegno e riconoscimento internazionale al regno marocchino per l’assoluto controllo della zona contesa.

Si tratta, in effetti, di un passo fondamentale, capace di spostare “la questione del riconoscimento della sovranità marocchina nel Sahara Occidentale della dimensione africana a quella araba”, secondo le parole del Ministro degli Esteri marocchino, soprattutto in virtù del ruolo centrale giocato da Abu Dhabi nella regione del Golfo e a livello internazionale.

In totale, la regione del Sahara occidentale ha assistito all’apertura di 16 missioni diplomatiche dalla fine del 2019, perlopiù da parte di Paesi africani che hanno stabilito le proprie rappresentanze a Laayoune e a Dakhla, città portuale situata più a sud.

Come evidenziato dallo stesso Ministro degli Esteri marocchino, l’iniziativa degli Emirati Arabi è “tutt’altro che un’azione priva di significato”, ma anzi, appare “dotata di un preciso valore politico, legale e diplomatico”, in grado di rafforzare la sovranità e “l’identità marocchina” del Sahara Occidentale.

La disputa in quest’area ha avuto inizio nel 1975 quando, in seguito al ritiro del dominio spagnolo, il Marocco ha annesso una parte della regione, situata sulla costa Nord-occidentale dell’Africa. In risposta, nel 1976, il Fronte Polisario, costituitosi come movimento il 10 maggio 1973, ha annunciato la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), instaurando un governo in esilio in Algeria ed intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui venne dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, il governo di Rabat rivendica la propria sovranità sull’80% del Sahara Occidentale, mentre il Fronte Polisario, che già controlla una striscia desertica dell’area ad est delle mura di difesa del Marocco, continua a battersi affinché venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del proprio territorio, dove risiedono circa mezzo milione di individui.

Nel corso della cerimonia di inaugurazione del consolato, l’ambasciatore emiratino ha evidenziato come tale decisione di istituire un consolato in quella zona attesti la vicinanza del Paese del Golfo al Regno marocchino per le “giuste cause” in cui si batte, all’interno di fora regionali ed internazionali. Il ministro degli Esteri di Abu Dhabi, Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan, intervenuto nella cerimonia di inaugurazione, ha affermato che la mossa si fonda sulla decisione di una leadership “saggia”, che testimonia il legame storico ed il “partenariato strategico” tra i due Paesi. A tal proposito, gli UAE si sono detti desiderosi di rafforzare ulteriormente le relazioni con il partner marocchino, aprendo ulteriori canali di dialogo e di cooperazione, con il fine di promuovere lo sviluppo e la crescita di entrambi i Paesi, oltre che pace e stabilità a livello globale.

Il nuovo consolato di Laayoune svolgerà quindi un ruolo significativo nel promuovere nuove opportunità di cooperazione in aree di mutuo interesse, rafforzando i legami culturali, economici, commerciali e di investimento tra Marocco ed Emirati Arabi Uniti.

L’apertura del consolato emiratino mostra, quindi, da un lato il sostegno di Abu Dhabi all’integrità territoriale marocchina e allo sviluppo di una cooperazione reciproca più stretta, mentre, dall’altro, è indice del successo della politica adottata dal re marocchino, Mohammed VI, desideroso di instaurare legami pacifici con gli altri Paesi della regione, preservando, al contempo, la propria integrità territoriale e nazionale.

 

 

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Giulia Treossi
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