GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Andrea Elifani - page 2

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Gotico Americano di Arianna Farinelli, una foto della crisi identitaria degli Stati Uniti

BIOGRAFIE/BOOKREPORTER di
“Ci accoglie tra le ovattate moquette dell’élite occidentale, poi spalanca sotto i nostri piedi la voragine delle ipocrisie che la mettono in pericolo.”

Gotico Americano, questo è il titolo del romanzo d’esordio di Arianna Farinelli, uscito nelle librerie questa settimana. Edito dalla Bompiani, il racconto fa parte della collana Munizioni (a cura di Roberto Saviano), espressione tramite cui, in senso metaforico, si vuole accostare la serie di racconti a degli strumenti d’interpretazione per difendersi dalla realtà di oggi.

Lungo la linea tra narrativa e saggistica, l’autrice intende descrivere e criticare la realtà americana in cui lei stessa vive, ossia il panorama urbano di una grande metropoli come New York segnata da due eventi, il primo la crisi economica del 2008 e il secondo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti nel 2016.

Proprio da questo avvenimento ha inizio la trama; la protagonista, Bruna, una professoressa di Scienze Politiche presso l’università di New York, riflette sulla sua vita e quella dei propri cari, a partire dal marito Tom i cui genitori sono figli di immigrati italiani che, una volta conseguito l’american dream, sono entrati nel tessuto americano borghese e conservatore, e con i quali Bruna ha un pessimo rapporto. Così la vita della professoressa s’intreccia con quella dell’altro protagonista del libro, Yunus, un suo alunno afro-americano con cui lei ha ritrovato la passione. La vita del ragazzo certamente non è facile e alcuni eventi, come la morte in carcere del padre, lo hanno portato a provare un forte senso di estraniazione verso la società di oggi; Bruna prova a capire questo rancore ma Yunus trova progressivamente riparo nella religione islamica poiché è l’unica capace di rispondere alle sue domande.

L’intento di Arianna Farinelli è quello di scattare una sorta d’istantanea della Grande Mela, città in cui si intrecciano vite differenti fra loro, ma che hanno come comune denominatore la disillusione verso la vita, l’insofferenza per i ruoli che essa ci impone e la crisi identitaria che ne scaturisce; è questo il filo rosso della narrazione, a cui fa da sfondo l’America post crisi, una società che sembra aver perso i valori che l’hanno resa grande e che, alla globalizzazione, epoca contraddistinta dall’intensificazione delle relazioni sociali e dall’avvicinamento dei modelli culurali, risponde in maniera divisiva, inconsapevole dell’ineluttabilità.

Gotico Americano è un romanzo che affronta a viso aperto le questioni politiche e sociologiche del tempo, ed è proprio dalla lente con cui l’autrice analizza gli Stati Uniti di oggi, che prende significato il titolo. American Gothic come il quadro di Grant Wood in cui viene rappresentata una coppia di fronte a una fattoria americana, presumibilmente la propria casa, con lui che impugna un forcone quasi a proteggerla; questi individui così austeri vogliono salvaguardare un qualcosa che ormai è diventato passato, come la loro posizione nella società di oggi, inconsapevoli che presto diverranno, spiega Arianna Farinelli durante la presentazione del libro, “la più grande delle minoranze”.

Nel romanzo il piano personale dei protagonisti si mescola a quello collettivo, in quanto legati da una forte crisi d’identità, perché in fondo non c’è salvezza dell’individuo che prescinda dalla comunità in cui si vive, anche in una grande metropoli come New York. Certi aspetti del libro, ci tiene a precisare Farinelli, rispecchiano fedelmente la realtà, come il carcere dove ingiustamente muore il padre di Yunus, Rikers Island ora prossimo alla chiusura; la scrittrice riprende delle storie veramente vissute come quella di Kalief Browder, ragazzo che appena sedicenne si tolse la vita una volta uscito dal carcere a causa delle numerose violenze di cui era stata vittima in quei tre anni di incarcerazione senza processo; o come la radicalizzazione di Yunus stesso, che per molti aspetti richiama le storie di quei tanti ragazzi che sentendosi emarginati sono arrivati, come il protagonista, a compiere la più tragica delle scelte, partire per combattere con il Califfato Islamico.

Di cosa abbiamo bisogno allora per affrontare queste situazioni? Risponde Bruna, di amore incondizionato per il prossimo, ma anche della consapevolezza che la propria libertà non può neppure iniziare se coloro che ci stanno accanto non sono liberi, poiché la libertà altrui è una responsabilità comune.

La visita di Mattarella in Qatar e in Israele

MEDIO ORIENTE/POLITICA di

La settimana appena trascorsa è stata per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricca di appuntamenti istituzionali per lo più centrati sui nodi del Medio Oriente e della questione libica. 

 

IL SUMMIT IN QATAR
Il Capo di Stato dopo aver ricevuto nel 2018 al Quirinale il sovrano del Qatar, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, si è recato a Doha lunedì 20 gennaio per sostenere dei colloqui assieme a quest’ultimo. Nei due giorni di permanenza sono stati toccati numerosi temi, dai problemi che affliggono la comunità internazionale e la stabilità della regione fino alle fruttuose relazioni economiche tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno registrato 2 miliardi di euro in interscambio, ovvero nell’insieme di importazioni ed esportazioni, di cui uno per le esportazioni italiane; a testimonianza del rapporto saldo in materia economica tra Italia e Qatar erano presenti al vertice gli amministratori delegati di numerose aziende italiane, tra cui Eni, Fincantieri, Leonardo e Cassa depositi e prestiti.

Il rapporto tra i due paesi non è solo di cooperazione economica, difatti sia l’Italia che il Qatar nella questione libica appoggiano il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, nell’ultimo periodo sotto l’attacco del Generale Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico, che sta conducendo una grave offensiva sulla capitale nonostante le richieste di tregua avanzate sia dalla Conferenza di Berlino che dalla Russia e la Turchia, principali alleati delle rispettive compagini libiche.
Il presidente Mattarella non ha nascosto all’emiro al-Thani la sua preoccupazione per questa grave escalation di violenze, soprattutto alla luce dell’invio da parte del presidente turco Erdogan di un contingente militare in supporto di Tripoli sulla base di un accordo trovato tra Anakara e il Governo di Accordo Nazionale libico lo scorso 27 novembre. Tra i paesi che hanno condannato quest’intromissione, che sembra aver colpito l’intera comunità internazionale, c’è l’Italia. Il Presidente Mattarella ha definito la situazione preoccupante ed ha auspicato una maggiore saggezza; la crisi libica deve essere risolta tramite la mediazione poiché un ulteriore conflitto sarebbe devastante per un paese che dal 2011 ha perso la propria stabilità; è per questo che l’Italia, ha continuato il Capo di Stato, appoggia l’azione multilaterale dell’ONU e del suo alto rappresentante Ghassan Salamé.
Da parte sua l’emiro qatariota al-Thani supporta il governo di al-Serraj ed è al contempo stretto alleato di Ankara, da quando nel 2017 Erdogan supportò il Qatar a fronte di un blocco commerciale che altri Stati vicini come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, lo Yemen e il Barhein gli imposero a seguito di accuse di finanziamento allo Stato Islamico; aiuto per cui la Turchia sta ora beneficiando di un piano d’investimenti pari a 15 bilioni di dollari da parte di Doha per contrastare la forte svalutazione della lira turca. L’incontro di Doha è stato quindi salutato con esito positivo,nonostante restino alcuni interrogativi circa il futuro della Libia; il multilateralismo e le richieste di tregua restano al contempo strumenti tanto solenni quanto poco efficaci, tant’è che il generale Haftar oltre a violare la tregua auspicata a Berlino sta limitando fortemente la produzione di greggio negli impianti sotto suo controllo, recando danni ingenti a compagnie come la NOC e l’Eni.

 

LA VISITA IN ISRAELE
Dopo gli incontri tenuti in Qatar per il Presidente Mattarella è stata la volta di Gerusalemme, invitato lì il 24 gennaio assieme agli altri capi di stato dal Presidente israeliano Reuven Rivlin per commemorare il 75imo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau al memoriale della Shoah Yad Vashem. Il Presidente Rivlin per l’occasione si è voluto congratulare con l’Italia per il suo impegno in prima fila nella lotta contro l’antisemitismo, testimoniato anche dalla nomina di Liliana Segre a senatrice a vita nel 2018, a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. L’evento di commemorazione si è svolto linearmente; hanno preso parola molti capi di stato tra cui il Presidente russo Vladimir Putin, che anche se con un leggero ritardo ha voluto ringraziare Israele per conservare tutt’oggi la memoria dei tragici eventi legati al nazismo, eventi che uniscono il popolo russo a quello ebraico, e Mike Pence, vice-presidente statunitense, il quale ha rivolto l’attenzione dei partecipanti verso gli attuali nemici del popolo ebraico, prima fra tutti Teheran.
IL VICE USA AL QUIRINALE

All’indomani della commemorazione che si è svolta a Gerusalemme il Presidente Mattarella ha accolto venerdì 24 gennaio, presso il Quirinale, proprio il vice-presidente USA Mike Pence. Le buone relazioni che intercorrono fra Stati Uniti e Italia sono dato certo; le situazioni di crisi nella politica internazionale non ne hanno scalfito l’intesa sebbene l’Italia, come confermato dalle parole dello stesso Presidente, sia preoccupata dal graduale disimpegno americano in Siria e in Libia, oltre che dall’applicazione di dazi nei confronti del nostro paese.

A tal proposito Mattarella ha esortato gli Stati Uniti ad applicare il proprio peso poltico specialmente in Libia, dove l’Italia conserva numerosi interessi, al fine di dare efficacia alla tregua chiesta dalla Conferenza di Berlino. Sulla questione dazi il Presidente ha richiamato il concetto di alleanza come “comunità di valori”, la stessa che lega i due paesi nell’alleanza trans-atlantica, e che rischia però di essere indebolita dall’intromissione di strumenti commerciali nocivi come i dazi commerciali. Dopo il colloquio avuto al Quirinale il vice USA Mike Pence si è diretto a Palazzo Chigi dal premier Conte ma, prima di lasciare il Colle, questo si è voluto complimentare con il Presidente Mattarella per la sua forte leadership.

La depressione della politica israeliana

MEDIO ORIENTE di
La crisi politica che Israele sta vivendo da ormai molti mesi non sembra destinata a finire, e la possibilità di vedere la nascita del 35imo governo della sua storia entro i risultati delle elezioni del 17 settembre è sempre meno concreta. Quest’ultime, le seconde in un anno dopo le precedenti del 9 aprile, erano culminate con un vantaggio irrisorio del partito di centro-sinistra Blu e Bianco sul Likud di Netanyahu, per 33 seggi a 32; ciononostante il presidente Rivlin, dopo le consultazioni per designare chi tra i due fosse più idoneo a formare una maggioranza, aveva affidato la prima mano al leader di Likud, ex-premier nonché abile politico.

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Il futuro del terrorismo di matrice jihadista

SICUREZZA di

Il 29 ottobre si è tenuto a Palazzo Montecitorio, nella Sala della Regina, il convegno “Il futuro del terrorismo di matrice jihadista”. L’evento, promosso dall’Associazione culturale Europa Atlantica, dal Centro Studi Internazionali, dalla rivista Formiche e dall’Osservatorio ReaCT, ha posto al centro del proprio dibattito tre diversi temi che hanno però come filo conduttore la lotta al terrorismo jihadista, ovvero l’evoluzione del fenomeno, gli strumenti di contrasto e le possibili strategie di prevenzione contro quest’ultimo. Il senso generale che gli ospiti hanno voluto imprimere durante il convegno è stato, anche alla luce di quanto è accaduto la scorsa settimana, ossia la morte del leader di DAESH al-Baghdadi, quello di tenere alta l’allerta su un fenomeno che proprio per la sua fisionomia non è destinato a finire solo per l’uccisione di uno dei suoi capi.

Su questo aspetto si è concentrato l’On. Pagani, membro della Commissione di Difesa, nel suo intervento introduttivo alla prima sessione; la lotta al terrorismo, sostiene Pagani, ha avuto inizio nel 2001 dopo la caduta delle Torri Gemelle e da quel momento non c’è stata una fine, in quanto il terrorismo ha sì dei connotati politici, ma non una localizzazione precisa. E soprattutto, come ogni cosa figlia del proprio tempo, ha saputo evolversi in contesti differenti: basti pensare al fatto che gli ultimi attacchi in Europa sono stati frutto dell’operato di un singolo individuo che non ha bisogno di una vera pianificazione. Avendo quindi base ideologica, il terrorismo deve essere soprattutto contrastato tramite la promozione del modello culturale delle società occidentali, poiché prolifera dove l’individuo si sente escluso dalla propria comunità e accresce tramite la percezione di sé come un combattente rispetto ai valori della società liberale. E’ uno scontro ideologico cercato fortuitamente dalle menti jihadiste, e questa strategia deve essere combattuta a tale livello non tramite il distacco ma attraverso la coesione, poiché non è il grado di fede alla religione il problema.
Dopo l’intervento introduttivo è seguita poi un’analisi di Claudio Bertolotti, Direttore di ReaCT, che si è prevalentemente concentrato sulla dimensione quantitativa degli attacchi terroristici e sugli effetti multi-livello di questi. Dalla proclamazione del Califfato Islamico, nel 2014, in Europa si sono registrati ben 116 attentati per un totale di 388 vittime per terrorismo jihadista; dati rilevanti su cui è occorsa una riflessione. Dividendo gli episodi in tre categorie (ad ampia, media e bassa intensità) emerge che solo 11 di questi sono classificati nella prima categoria per il bilancio delle vittime e la visibilità che hanno avuto dai media; il restante è diviso tra la media (36%) e la bassa intensità (34%), mentre nel 24% dei casi essi si sono rivelati fallimentari. Gli episodi più rilevanti hanno avuto come effetto il blocco funzionale, ovvero il blocco dei trasporti, specialmente quello del traffico aereo, il dispiegamento delle forze militari nel luogo colpito e l’attenzione consistente dei media. Proprio quest’ultimo effetto, l’attenzione mediatica, ha il ruolo di attivatore per altri episodi, considerando che il 27% degli attacchi è avvenuto in un breve lasso di tempo dopo quest’ultimo. Stando ai dati che quest’analisi statistica offre, bisognerebbe porre l’accento sull’ultima percentuale poiché la maggior parte di questi attentatori è stata in qualche modo convinta ad operare solo dopo un episodio più importante, confermando così il pensiero secondo cui questi non abbiano avuto reale contatto con le organizzazioni terroristiche fino al momento dell’attacco; pertanto esso risulta poco prevedibile se non si agisce tramite la prevenzione.
Hanno preso parola al convegno anche Matteo Bressan, analista e membro del Comitato scientifico NATO, e il Gen. Luciano Portolano, attualmente comandante del COI, Comando Operativo di vertice Interforze. Il primo ha messo in evidenza il fattore di rischio che corrono gli stati europei nella gestione del ritorno dei foreign fighters, ovvero i combattenti del jihadismo che possiedono cittadinanza europea e che quindi non sono soggetti a controlli nell’area Schengen; in Italia si sono registrate più di 6.000 partenze tutt’ora sotto controllo, alcune di queste nel 2011, ancor prima dell’avvento del Califfato, giusto per tener conto della complessità all’interno del fenomeno jihadista. Tuttavia il monitoraggio dei foreign fighters comunitari non è l’unico problema di cui l’Unione Europea, tramite la cooperazione dei singoli, si deve far carico; interrogandosi sugli scenari futuri del fenomeno integralista infatti, Bressan sostiene che in zone a noi vicine dove mancano le risorse istituzionali per fermarlo, come i Balcani, esiste la concreta possibilità che si sviluppi un focolare jihadista, un rischio peraltro avvalorato dal numero di partenze dal Kosovo, circa 350, dalla Macedonia e dal Montenegro. Sulla stessa linea è il Gen. Portolano, e come Bressan afferma che un’altra area di crisi è l’Africa che, se non presa per tempo, rischia di avere ricadute ben più gravi per via della mancanza di istituzioni in grado di contrastare l’attività terroristica. Il continente africano, diviso in più macroregioni come il Maghreb, il Sahel, il Corno d’Africa e l’Africa Centrale, ha già dei focolai in Somalia e in Nigeria, e l’attività di proselitismo jihadista su questi territori può estendersi per via dell’organizzazione sociale africana basata sulle tribù e i clan e, in una sorta di dipendenza tra le macroregioni, stressate già per il cambiamento climatico, può attecchire facilmente se viene lasciata come unico interlocutore.
La seconda sessione del convegno si è focalizzata invece sugli strumenti di contrasto al terrorismo di cui l’Italia è dotata, sia sul piano tecnologico, ovvero sulla rete, che sul piano legislativo. Il Comandante della Divisione Antiterrorismo, il Col. Marco Rosi, sulla scia di quanto precedentemente detto dal Direttore del servizio di contrasto al terrorismo esterno, Claudio Galzerano, ha ribadito la necessità di tenere il passo con gli sviluppi fatti dall’attività jihadista in Europa. Su questi sviluppi vanno fatte due considerazioni: la prima è che si è passati dal monolite qaedista alla fluidità del nuovo jihadismo, la seconda è che l’attività di quest’ultimo ha trovato un terreno estremamente fertile sulla rete. Prendendo ad esempio l’operato svolto in Italia, le forze dell’ordine erano riuscite a individuare il maggior centro operativo di DAESH in viale Jenner a Milano nel 2016, ma ciononostante l’attività di coordinamento dei jihadisti è continuata e continua grazie all’uso della rete. Sempre su questa, continua il Gen. della Guardia di Finanza Cosimo Di Gesù, avviene la maggior parte dei finanziamenti alle attività terroristiche; in un breve quadro diacronico Di Gesù spiega come siano cambiati i canali di finanziamento delle attività terroristiche nel corso degli anni fino ad arrivare ai fondi acquisiti dall’ISIS grazie alla vendita dei beni sotto il proprio controllo, come il petrolio e le opere d’arte. Il ciclo di finanziamento di Daesh ha un percorso inverso e più sottile rispetto agli altri tipi di criminalità poiché parte dalla vendita di un bene lecito e, tramite l’occultamento dei proventi, viene finanziata l’attività illecita; lo strumento principale per contrastare queste operazioni risiede nelle norme anti-riciclaggio, e in un futuro, auspica Di Gesù, un maggior controllo su sistemi ancora poco disciplinati come quello delle criptovalute. Sul piano legislativo, segue il magistrato Stefano Dambruoso, l’ordinamento dal 2015 ha ampliato i casi di punibilità tramite l’istituzione di norme, richieste dall’Unione Europea, per prevenire la radicalizzazione dei singoli. La sfida futura, afferma sempre Dambruoso, è rafforzare la cultura giuridica della prevenzione e del recupero di luoghi di socializzazione primaria e socialmente rilevanti.
La terza e ultima sessione del convegno ha sempre seguito il tema della prevenzione dalla radicalizzazione, e delle linee guida per il piano legislativo italiano, che secondo Lorenzo Vidino ha, per via della mancanza di attentati terroristici e di una forte comunità arabo musulmana, dei ritardi rispetto a partner europei come Olanda e Danimarca, i quali si sono attivati già da molto tempo per contrastare il fenomeno dell’home-grown terrorism. In tal senso la strategia italiana per prevenire fenomeni di radicalizzazione potrebbe essere quella di replicare, con accortezza alle differenze di contesto, modelli che sono stati efficaci all’estero. Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I., ha sottolineato come di per sé l’acquisizione di informazioni non basti se non è poi accompagnata da un’analisi su questi, e che per massimizzare l’efficacia legislativa lo Stato dovrebbe soffermarsi maggiormente sulla solidarietà locale. La parola è poi passata ad Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e relatore della norma di cui porta il nome sul contrasto preventivo per i casi di radicalizzazione, la legge Dambruoso-Manciulli del 2016. Il presidente di Europa Atlantica, in un’analisi sul momento che sta vivendo il mondo rispetto al terrorismo, ha ricordato che la fase attuale era stata già predetta nel 2004 da Osama Bin Laden poiché nella sua dottrina il jihadismo avrebbe vinto solo in seguito alla proliferazione di ricettacoli in Occidente, un fatto che stando ad oggi viene confermato: la panoramica del terrorismo islamico sul mondo nel 2019 vede accesi suoi focolai in Cina, Malesia, Filippine, Medio Oriente, Africa e Balcani. Per tale motivo la guerra al terrorismo non può considerarsi terminata. Il convegno si è concluso con l’intervento di Lorenzo Guerini, Ministro della Difesa, il quale ha auspicato una condivisione bipartisan di intenti per combattere il terrorismo di matrice jihadista.

 

E’ iniziata una nuova fase nel conflitto in Siria, protagonista Ankara

MEDIO ORIENTE di

In data 9 ottobre 2019 la Turchia ha dato via all’operazione militare “Primavera di Pace”, annunciata sul profilo Twitter del presidente Recep Tayyip Erdogan come missione volta a contrastare il terrorismo sia sul confine turco-siriano, lungo 911 chilometri, che nel nord-est della Siria. 

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Mike Pompeo a Roma incontra il nuovo governo

POLITICA di

Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo è atterrato il 1 ottobre a Roma per una visita ai vertici dello Stato italiano e del Vaticano; il soggiorno in Italia è la prima tappa del suo viaggio in Europa che lo vedrà poi impegnato in Montenegro, in Macedonia del Nord e ad Atene come ultima tappa. Nonostante Pompeo sul suo profilo Twitter abbia inaugurato questo tour europeo con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione economica fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, al centro delle attenzioni ci sono molti argomenti, primo fra tutti l’ombra dell’imposizione dei dazi USA sui beni agroalimentari made in Italy come conseguenza della guerra legale fra le industrie aeree Boeing e Airbus, la prima statunitense e la seconda europea. Continue reading “Mike Pompeo a Roma incontra il nuovo governo” »

Elezioni in Israele, nuovo stallo tra il Likud e Blu e Bianco

MEDIO ORIENTE di

Il 17 settembre 2019 Israele è tornata al voto per la seconda volta in un anno, dopo che le precedenti elezioni del 9 aprile avevano dato vita a una legislatura fragile che non è mai riuscita a trovare un’intesa di maggioranza; motivo per cui il parlamento israeliano, la Knesset, il 30 maggio aveva deciso mediante votazione di sciogliersi e indire nuove elezioni. 

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La Turchia di Erdogan tra crisi e protagonismo internazionale

EUROPA di

La Turchia ad oggi conta una popolazione di 82 milioni di persone; nel 2017 ha modificato tramite referendum costituzionale la sua forma di governo da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale, così allontanando ulteriormente la sua possibile adesione nell’Unione Europea, peraltro già bloccata sia da alcuni Stati dell’Unione tramite veto che dall’incompatibilità sui parametri d’ingresso ritenuti fondamentali dalla UE, parametri perlopiù riguardanti lo stato di diritto. Continue reading “La Turchia di Erdogan tra crisi e protagonismo internazionale” »

Photo Credit: Valentin Muriaru

Putin a Roma incontra Papa Francesco e il Presidente Mattarella, tra i temi la crisi libica

POLITICA di

Il 4 luglio il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin è venuto in Italia, a Roma, per incontrare le alte cariche dello Stato, il premier Conte e il presidente Mattarella, nonché il Papa in Vaticano. Il presidente russo è arrivato su invito delle autorità italiane, in risposta alle visite in Russia del presidente Mattarella nell’aprile 2017 e poi del premier Conte lo scorso ottobre.

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Haifa, proteste per la morte del giovane Tekah

MEDIO ORIENTE di

Durante questi giorni, la comunità ebraica etiope, sta tenendo numerose proteste per le strade delle città più importanti di Israele. L’evento scatenante è stata l’uccisione di un ragazzo di 19 anni di origini etiopi, Solomon Tekah, il quale è stato ferito a morte da un proiettile partito da un poliziotto fuori servizio nella notte del 30 giugno nel quartiere di Haifa, a Kyriat Haim. Continue reading “Haifa, proteste per la morte del giovane Tekah” »

Andrea Elifani
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