I Patagarri accendono Roma: una festa ribelle alla Cavea tra jazz, politica e Bella Ciao

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Roma, 29 luglio – Certe notti d’estate non si dimenticano. E quella di ieri alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, con i Patagarri

in versione fuochi d’artificio, è una di quelle. Non solo per la musica – una miscela esplosiva di jazz anarchico, swing da baraccone e teatro canzone – ma per la carica emotiva, politica e umana che ha travolto il pubblico in una serata che sembrava più una festa gioiosa che un semplice concerto.

Chi conosce i Patagarri sa che ogni loro live è un’esperienza più che una scaletta. Ma ieri sera hanno alzato l’asticella: due ore abbondanti di delirio orchestrale, ironia pungente e momenti di vera commozione, tra pezzi inediti, standard reinventati e una presa di posizione politica che ha acceso la platea come una miccia in un deposito di esplosivi.


Il set parte a razzo con Moliendo Café, che trasforma subito la Cavea in una balera swing, e poi scivola in Alleluia/Tutti Quanti Voglion Fare Jazz, dove i fiati impazziscono e la voce – ora crooner, ora istrione – tiene le redini di un caos perfettamente orchestrato. È chiaro fin da subito: questa è una celebrazione. Di cosa, esattamente? Della musica, certo. Ma anche della resistenza, del dubbio, della bellezza che nasce dalla dissonanza.

Tra gli inediti spiccano Il Diavolo – un pezzo infernale che pare uscito da un cabaret post-apocalittico – e Willie, ballata ubriaca e struggente che sembra suonata su un tram in corsa. C’è anche Pollo, che con ogni probabilità diventerà un tormentone per chi ha il cuore punk e l’anima da clown: un funk storto con ritornello da stadio e strofe da psicanalisi collettiva.

È con Occhi Neri che arriva la prima virata emozionale: la rilettura malinconica di questo classico diventa un ponte verso qualcosa di più grande. Ed è qui che succede l’imprevisto (un imprevisto fortemente calcolato): la band attacca Hava Nagila, classico della tradizione ebraica, ma lo fa al grido – scandito dal palco con voce chiara e decisa – di “Palestina libera!”. Una scelta coraggiosa, dissonante, volutamente provocatoria come già accadde al concerto del Primo Maggio di quest’anno a Roma. Eppure, il pubblico non si ritrae: applaude, si alza, canta. Non è propaganda, è presa di posizione. Una dichiarazione d’amore per la giustizia, anche quando brucia.

Il viaggio continua con St. James Infirmary, ballata nera che diventa un requiem jazz per un mondo che arranca, e poi con Scimmia, altro inedito che pare scritto da Tom Waits in gita a Cinecittà. La banca in pieno centro – con il suo sarcasmo tagliente e groove alla Zappa – riporta tutti con i piedi per terra: i Patagarri non predicano, ma sanno dove puntare il dito. E lo fanno sorridendo, che fa ancora più male.

Quando, in chiusura, parte Bella Ciao, il tempo si ferma. Nessuna retorica, solo un canto che diventa abbraccio. Tutti in piedi a ballare e cantare. Mani al cielo. Non è solo un concerto. È un’assemblea, un carnevale, un funerale e una festa insieme. È l’Italia che non si arrende, che suona, che sogna.

I Patagarri se ne vanno senza bis. Ma il loro passaggio ha lasciato il segno. La musica, ancora una volta, ha fatto il suo mestiere: ci ha unito, ci ha scossi, ci ha ricordato chi siamo. E chi dobbiamo ancora, testardamente, combattere per rimane.

Si ringraziano OTR Live Ufficio Stampa, Roma Summer Fest e Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.

Qui sotto la gallery della serata a cura di Chiara Lucarelli.

 

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