“La ragazza dei fiori”di Chiara Maggi: uno sbocciar di vita che ha il colore e la morbidezza dei petali.

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“La ragazza dei fiori” è una delle novità che ci sono state regalate nell’aprile 2022 dall’editore CTL Livorno, con una resa fino ad oggi straordinaria. Esordisce così Chiara Maggi che mai si sarebbe immaginata di essere, di lì ad un mese, già tra gli espositori del Salone del Libro di Torino, Festival Internazionale che le ha permesso di presentare il suo libro, preludio di una fortunata e rosea, carriera da scrittrice.

<<Scrivere un libro>>, era questa l’idea che albergava dentro di lei fin dall’infanzia, come un ritornello. Una voce ascoltata ma messa a tacere anno dopo anno dalle vicissitudini della vita: impegni, momenti no, periodi tutti sbagliati e da rifare, un matrimonio frettoloso da cui tornare indietro… fino al momento in cui, finalmente, il bisogno di realizzare la sua volontà fu incontrastabile.

“Devo provare, mi sono detta. Una sera, semplicemente, mi sono seduta al computer, ho iniziato a scrivere il primo capitolo e non mi sono più fermata. Ho continuato, giorno dopo giorno, fino ad arrivare ad oggi”, ci ha raccontato durante l’intervista.

Un esordio viscerale che non ha lasciato campo libero ad alcun tipo di limitazione, senza precludersi nessuna emozione e senza alcuna remora, Chiara Maggi ha continuato ancora e ancora vedendo il numero delle pagine aumentare, fino ad andare oltre le 400 unità. Un preludio che già di per sé dunque ha tutte le caratteristiche del professionista, di chi gioca nel campo della scrittura già da tempo e non ha paura della lunghezza del romanzo, difficile spesso da gestire per chi è alle prime armi.

“Il mio esordio è di 458 pagine e, dirò la verità, non sono mai riuscita a tagliarlo. Sentivo che mi occorrevano tante parole per esprimere la mia sensibilità e ciò che avevo dentro. Mi avevano caldamente sconsigliato di fare un esordio così lungo ma non mi pento della mia scelta e neanche di aver seguito il mio istinto: sto avendo davvero un bel riscontro e la cosa non mi sembra neanche vera”.

Quando l’anima ribolle così intensamente, dev’esserci per forza qualcosa da esternare ed è questo che ha sentito l’Autrice “volevo esprimere ciò che avevo dentro nel migliore dei modi” e con tutte le parole del caso, quelle necessarie, quelle che ha voluto e che si sono prese il diritto di esistere nell’impossibilità di esser tagliate fuori, omesse, perfino cambiate.

Una Chiara dal passato difficile quella del libro omonima della scrittrice ma della quale non ha niente di biografico, niente conclusioni affrettate per questo romanzo ricco di colpi di scena, di colpi al cuore, di tuffi nel passato e nel futuro, di ostacoli e di incidenti. Di scelte sbagliate, di vita e di morte, di fiori e di terra.

“C’è un po’ della mia impronta e della mia anima, ma Chiara non sono io: questa non è la mia vita in senso integrale. Ci sono cose mie, ma molto romanzate. Anche io ad esempio lavoro come fioraia e anche il mio matrimonio prematuro è finito, lei mi somiglia semplicemente e il resto è tutto di fantasia”.

C’è spazio anche per l’amore in Chiara – quella del romanzo, stavolta –. Un amore travagliato che è un po’ di tutti, un po’ del mondo, un po’ di lei che non era mai riuscita a scappare fino a quando, alla fine del suo matrimonio decide di andar via stabilendosi in un paesino raccolto, incipit di una nuova vita, diverso ambiente che le avrebbe permesso di pensare ancora alla suo vissuto, di ricominciare in piccolo per poi pensare in grande. Trova lavoro nel negozio di fiori sotto casa e inizia a fare nuove amicizie. Questo l’inizio, non della serenità ma di un’ulteriore messa in discussione, di ulteriori prove e sfide, in un paese che di tranquillità aveva solo l’apparenza.

“I rapporti che Chiara instaura con le persone circostanti le cambiano la vita. Affacciandosi alla finestra, vedendo delle ombre muoversi dietro le tende, riesce ad affezionarsi, e inizia ad amare tutti considerando ogni anima di quel piccolo paese membro di una vera e propria famiglia. Con la Mirella, ad esempio instaura un rapporto particolare che le ricorda la sua infanzia: anche questa con un padre violento, anche lei a ricordarle  disaffezione da un genitore ostile. Grazie al ruolo speculum che assume questa piccola donna, Chiara riuscirà a superare gli scogli che l’avevano arenata”.

Rapporti di crescita, di specchi, di parole e di confronti. Rapporti di fiori che maturano, che a volte appassiscono o perdono vigore per poi ringiovanire con quel poco d’acqua che basta. In questo caso quella fonte di vita sono le interazioni, le relazioni e gli scambi, senza i quali crescere, mettersi in discussione e guardarsi dentro sarebbe impossibile. Cosa siamo senza il confronto con l’altro?

Ad interagire con Chiara ci sarà anche AnnaMaria , con una sorella in casa di riposo, Lucia, con cui instaura un bellissimo rapporto. Lei non sa comunicare ma con Chiara riuscirà a farlo. Quest’ultima infatti ha una caratteristica peculiare: ama e accoglie la fragilità, desidera farla sua e se ne nutre; che sebbene sia anche lei  estremamente fragile riesce, in un modo o nell’altro a trovare la forza dentro di sé e a trasmetterla all’esterno. Lucia quando la vede inizia ad aprirsi. Ma qual è il punto di congiunzione tra queste due anime?

“Chiara le parla tanto e Lucia stava sempre sulle sue guardando fuori dalla finestra, proiettata nel mondo di fuori. Ma è in questo che Chiara capisce qualcosa di lei: intuisce che Lucia guarda <<il fuori>> semplicemente perché non lo conosce, per questo inizierà a raccontarle della bellezza della natura, dei tramonti… le porterà dei fiori e da lì comincerà ad aprirsi una breccia in lei”.

Così sboccia un’altra amicizia, così sboccia un’altra anima nell’aprirsi agli altri nonostante la paura di tutto ciò che le gravitava intorno.

Fino all’arrivo di Aldo che le stravolge la vita che le fa rivivere l’idea di quell’amore accidentato e pieno di ostacoli del padre. Quello per Aldo lo era davvero: un po’ per le contingenze, un po’ per le scelte, per le priorità o per quel disamore che ritorna e che porta Chiara a capire, poi, di non voler essere la seconda scelta, di non voler essere l’amante, la seconda, il ripiego.

Tanto che vivere ancora l’abbandono si fa labirintico, in virtù di tutti quegli imprevisti che Chiara e Aldo saranno costretti ad attraversare fino ad un epilogo fatale, fine di un tira e molla trainato dalla passionalità, dall’istintualità senza respiro che forse poteva aver fine sono così: nessuna volontà, a volte, è tanto forte.

“L’abbandono rimane dentro anche se si cresce e si cambia vita: Aldo in un certo senso abbandonerà sempre la protagonista, come fece il padre prima di lui. Aldo non era estraneo a questo modo di fare: aveva già abbandonato la madre la quale doveva lottare per ricevere sue notizie, ha molte donne nonostante sia in stato civile da matrimonio. Sì, in lui rivede il padre: una persona mai presente, ma capace comunque di sabotare ogni sua iniziativa anche quelle di cui probabilmente sarebbe stato fiero”.

E poi l’arrivo di Domenico che senza cavallo bianco porta a Chiara un legame sereno, quello tenero, tranquillo e maturo. Non quello di cui, ad un certo punto della vita ci si accontenta, ma quello che fa vedere l’altra parte di quest’erma bifronte che è l’amore . Chiara non si interfaccerà più col viso della passione, ma con quello dell’equilibrio e della sensibilità; della compatibilità delle anime, della complementarietà dell’abbracciare sensazioni comuni, di gioire di attività condivise. Di godere finalmente di quella compagnia di chi c’è sempre. Un amore tutto per sé nel senso più puro e sano del termine e che non sarà mai da condividere con qualcun altro per mancanza di rispetto, di coraggio o di volontà.

“Vorrei far comprendere una verità fondamentale: la vita può cambiare in meglio un po’ come ha fatto la <<mia>> Chiara. Partita come anima fragile, è riuscita in un modo o nell’altro a trovare la sua felicità e a perdonare il padre. Atto che libera la vita e il cuore, ma di difficile compimento. Per cui Chiara deciderà di andare al cimitero chiedendosi quali fiori portargli per sugellare quel perdono. Non le rose, no, perché sono fiori che lui odiava. Perché non scegliere, invece, dei gladioli?”.

Dei fiori stupendi, ma ritti come spade. Steli duri di rigore che si ergono uno ad uno nella propria solitudine, ma che, se uniti insieme agli altri formano una parete di colori armoniosa e giocosamente felice. E il fine è proprio questo: siamo belli e soli; belli, ma abbandonati. Cosa accadrebbe se invece ci componessimo ad altri gambi rigidi come noi per valorizzarci nell’interdipendenza? Quanta bellezza scaturirebbe poi dai nostri giardini di fiori?

                                            Di Ginevra Lupo

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