Diplomato in pianoforte, autore anche per altri interpreti e cantante in spettacoli itineranti per oltre 350 repliche in Italia, Daniel Dagrezio torna a concentrarsi sul proprio repertorio e lo fa con un lavoro “monumentale” per la grande e la sua estensione, una forma a cui non siamo tanto abituati… le sue 17 tracce la dicono lunga. Si intitola “Le mie cinque fasi” ’album, pubblicato lo scorso Marzo, arriva dopo un periodo dedicato soprattutto all’attività dal vivo e all’organizzazione musicale. La direzione artistica di Daniel Tek ci regala la solennità di un viaggio emotivo, di un pop in bilico tra suoni moderno e soluzioni che richiamano orchestrazioni di gran gala. Dentro le pieghe di rapporti affettivi, sulla separazione e sul cambiamento… la sua voce fuori campo a dirci quale strade percorrere…

Hai scelto di aprire e chiudere il disco nella stessa stanza, con lo stesso giradischi. È un modo per suggerire che il viaggio cambia chi lo compie, anche quando il luogo resta identico?
Esattamente. La stanza è la stessa, ma chi rientra in quella stanza non è più la stessa persona. Credo che molte delle trasformazioni più importanti avvengano proprio così: il mondo sembra identico, ma siamo noi ad avere uno sguardo diverso.
Che rapporto hai con le piccole cose? E qui cito anche molto la copertina del disco…
Ho sempre pensato che la nostra vita venga raccontata più dagli oggetti che dai grandi eventi. In copertina appaiono molte cose che per me hanno un significato ma forse non per chi guarda. I vinili che appaiono sono scelti per un motivo, i fiammiferi anche (ogni tanto, quando mi fermo a pensare, mi rilasso ad accendere e a spegnere fiammiferi), in copertina indosso una fede, i fogli sono quelli originali dove ho abbozzato alcuni testi … insomma mi piacciono i dettagli, e a volte li curo solo per me. Sapendo magari che altri non potrebbero sapere.
Quanto la tua carriera dentro i grandi palchi è venuta a colloquiare con questo lavoro?
Tantissimo. Fare centinaia di spettacoli ti insegna che una canzone non è soltanto musica, ma anche ritmo, pause, tensione e respiro. Credo che quell’esperienza abbia influenzato il modo in cui ho costruito il disco. Ho cercato di far vivere l’album come se fosse uno spettacolo unico.
Perché il linguaggio del pop? Oggi che scelte guida l’estetica di un’arte secondo te? Mercato, urgenza o semplice istinto?
Mah guarda, io credo che ultimamente venga associato alla parola “pop” quasi un significato come “banale”. Ma per me il pop non è una semplificazione. È una lingua. Come tutte le lingue, puoi usarla per dire cose superficiali oppure profondissime. Mi piace l’idea che una melodia accessibile possa contenere significati che continuano ad aprirsi nel tempo. Quanto all’estetica, credo che oggi convivano tutte e tre le spinte: mercato, urgenza e istinto. La sfida è fare in modo che il mercato non soffochi le altre due.
E un vinile? Hai ancora rapporti con questo tipo di passato?
Sì, perché il vinile ti obbliga a un tipo di ascolto diverso. Ti chiede tempo. Non puoi saltare continuamente da una traccia all’altra. È quasi un piccolo rito. Mi piace questa idea di dedicare attenzione a un’opera.
A chiusa, domanda filosofica forse. La memoria nel disco non è mai lineare: ritorna, cambia prospettiva, si riscrive. Pensi che ricordare significhi inevitabilmente reinventare ciò che è accaduto?
Sì. Credo che il ricordo sia uno dei narratori meno affidabili che abbiamo. Non mente, ma traduce continuamente il passato attraverso la persona che siamo diventati. Per questo due persone possono ricordare la stessa storia in modo completamente diverso, e avere entrambe ragione.
