Ci sono stagioni della storia italiana che non si chiudono mai davvero. Restano sospese, come un’eco che ritorna ogni volta che si pronunciano certe parole: tangenti, processo, responsabilità, colpa. Con Il colpevole, pubblicato da Rizzoli, Sergio Cusani torna al centro di quella stagione per raccontarla dall’interno, con una voce che è insieme confessione e rivendicazione.
“Ognuno di noi vive tante vite”, scrive Cusani. La sua è attraversata da un filo rosso che ha il nome della politica, intesa non come mestiere ma come tensione morale. È il filo che lo conduce a Milano, giovane studente alla Bocconi, dentro il Movimento studentesco del Sessantotto. È lo stesso filo che, anni dopo, lo accompagna oltre i cancelli del carcere, in quella che paradossalmente definisce una “nuova libertà”.
In mezzo c’è un’Italia che corre. Sono gli anni in cui finanza e industria sembrano parlare la stessa lingua, in cui il capitalismo nazionale si muove con audacia, tra scalate, fusioni e ambizioni internazionali. Cusani entra nello studio di Aldo Ravelli, figura centrale del sistema finanziario italiano, e viene catapultato nei mercati. Incontra Serafino Ferruzzi, fondatore del gruppo agroindustriale che segnerà il suo destino professionale. E poi arriva l’epilogo drammatico degli anni Novanta, la stagione di Mani Pulite, il processo simbolo della maxitangente Enimont.
In quell’aula di tribunale, mentre molti cercano una via di fuga, negano, si smarcano, Cusani sceglie di restare. Si definisce “testimone privilegiato” di un sistema in cui si muovono politici, finanzieri, magistrati, cronisti, potenti e aspiranti tali. Attorno a lui un Paese intero sembra interrogarsi su sé stesso. Eppure, scrive, il colpevole è uno solo. Lui.
Il colpevole non è un memoir autoassolutorio. È piuttosto un tentativo di ricomporre un mosaico incompleto. Cusani insiste su un punto che attraversa tutto il libro: per emanciparsi da quella stagione di errori e reati, bisogna conoscere con precisione il prima e il dopo. La verità non è mai un blocco compatto. È fatta di tasselli mancanti, di prospettive che si sovrappongono, di verità processuali che non coincidono sempre con la complessità dei fatti.
Con una scrittura che alterna memoria personale e riflessione pubblica, Cusani riapre una pagina che ha segnato in profondità la Repubblica. Non per riabilitare un nome, ma per interrogare un sistema. Cosa significa essere il colpevole? È una categoria giuridica, una costruzione mediatica, una necessità storica? E quanto di quella stagione continua a influenzare il nostro presente?
In un tempo in cui il rapporto tra giustizia, politica e opinione pubblica torna ciclicamente al centro del dibattito, questo libro si offre come un documento e insieme come un monito. Perché la memoria, quando è attraversata dalla responsabilità, non serve a chiudere i conti con il passato, ma a impedire che si ripetano le stesse semplificazioni.
