Un uomo saluta il vicino, ma non riceve risposta. Potrebbe finire tutto lì, nel breve fastidio provocato da una cortesia ignorata. Invece quel “buongiorno” rimasto sospeso diventa un’ossessione, genera regolamenti, classificazioni e diffide morali, fino a incrinare il rapporto del protagonista con la realtà. È il movimento che apre Racconti orali per sordi e altre storie assurde di Federico Maria Monti, pubblicato da Officine Zephiro Editore nella collana “Ombre sulla Costa”: venti racconti nei quali un dettaglio comune viene spinto oltre il limite della ragione.
Aspazo Cariota, protagonista di Buongiorno!, trasforma il saluto in uno strumento per misurare l’esistenza degli altri. Quando l’inquilino del piano di sopra gli chiede se abiti nello stesso palazzo, il mancato riconoscimento assume le proporzioni di una catastrofe. Monti costruisce così la propria macchina narrativa: parte da una situazione minima, introduce una crepa e lascia che il pensiero del personaggio vi precipiti dentro. La comicità nasce dall’eccesso di logica, non dalla sua assenza.
Accade anche ne Il quadro in salotto, uno dei testi più compatti della raccolta. Leucasio, contabile poco interessato all’arte, acquista un dipinto e decide di valorizzarlo. Cambia il colore della parete, elimina la poltrona, modifica il pavimento, interviene sul soffitto. Ogni soluzione produce un nuovo difetto. Per consentire al quadro di esistere nella sua presunta perfezione, l’uomo finisce per cancellare l’appartamento e sé stesso. Rimane l’opera, finalmente libera dallo sguardo che pretendeva di esaltarla.
I personaggi di Monti sono vittime delle proprie idee. Un uomo fin troppo educato, in Prego, passi pure, cede il turno al supermercato a chiunque abbia comprato meno di lui, arretrando fino a lasciar passare l’intera umanità. Un collezionista scopre un album di figurine capace di anticipare il suo futuro. Un grafomane riempie scaffali di libri per contrastare la perdita della memoria. Due ascensori diventano forze contrapposte, uno benevolo e l’altro ostile, mentre un impiegato cerca l’occasione per avvicinare la collega di cui è innamorato.
Il mondo descritto nel libro conserva l’aspetto delle nostre città: condomini, uffici, supermercati, bar e semafori. Sono però luoghi sottoposti a regole instabili. L’omino luminoso di un semaforo decide quando permettere a un passante di attraversare. Un fisionomista, capace di ricordare ogni volto incontrato, attende il diavolo sulla soglia di casa e scopre che l’unico viso ormai irriconoscibile è il proprio. In Attenuanti, alcuni conigli bianchi liquidati come allucinazioni cominciano a invadere lo spazio condiviso, fino a rendere incerto il confine tra disturbo individuale e realtà collettiva.
Dietro l’umorismo nero agisce una domanda ricorrente: quanto controllo esercitiamo davvero sulle immagini che produciamo? Monti prende sul serio le metafore e le costringe a diventare fatti. Le parole acquistano un corpo, le ossessioni modificano gli ambienti, i pensieri tornano indietro come oggetti lanciati nello spazio. Nel racconto Il Diplocaulo, l’incontro con un anfibio preistorico dalla testa a boomerang condanna un filosofo a subire il ritorno deformato di ogni intenzione. Il principio compare già nell’epigrafe del volume: ciò che viene lanciato nel mondo torna per ricordarci chi siamo.
La scrittura alterna immagini felici, digressioni colte, lessico medico e deformazioni linguistiche. Monti mostra gusto per l’enumerazione e per l’accumulo, qualità che in alcuni racconti produce un ritmo incalzante. Altrove il meccanismo insiste oltre il necessario. Barzellette, costruito attorno a battute capaci di provocare conseguenze reali e continuare a risuonare nei cadaveri, possiede un’intuizione notevole, ma la moltiplicazione delle variazioni ne attenua progressivamente l’effetto. Anche Via Orlando Furioso, 12 prolunga il gioco sulla metamorfosi delle parole quando il lettore ne ha già afferrato la chiave.
La raccolta raggiunge una diversa intensità quando il grottesco incontra la memoria personale. Il nonno viola racconta la prima esperienza del protagonista davanti a un cadavere. Da bambino aveva tentato di imitare i morti, trattenendo il respiro e componendo le mani sul ventre. Di fronte al corpo del nonno comprende che la differenza tra morte e sonno non risiede nell’immobilità, ma nella “mancanza di collaborazione” della materia. Il viola della pelle si diffonde allora sugli oggetti, nei riflessi e sulle persone, fino a trasformare il narratore nel drappo funebre che copre il defunto. La trovata surreale non cancella il lutto: gli assegna una forma visibile.
È ancora il rapporto con i morti a sostenere Code a tratti sul Raccordo, il racconto finale e uno dei risultati migliori del volume. Durante una coda sul Grande Raccordo Anulare, un automobilista osserva le vite racchiuse nelle vetture vicine. Poi il traffico cambia epoca: compaiono un’Autobianchi A112, una Lancia Beta, una Renault 5. Alla guida ci sono parenti scomparsi, portatori di vecchi rancori e parole rimaste in sospeso. Più avanti si apre una voragine. Quando l’uomo riconosce l’automobile del padre, il percorso quotidiano verso l’ufficio si rivela una strada preparata da anni per condurlo dentro i propri ricordi.
Monti si muove nella tradizione italiana del racconto paradossale, con richiami alla precisione comica di Achille Campanile, alle architetture verbali di Giorgio Manganelli e alle inquietudini del fantastico novecentesco. La sua voce emerge soprattutto quando riduce il compiacimento linguistico e permette all’assurdo di toccare una ferita reale. È in quel passaggio, dal gioco intellettuale alla paura della perdita, che questi racconti smettono di essere semplici esercizi grotteschi e cominciano a mostrare il futuro possibile della scrittura di Federico Maria Monti.
