Mi sono fatto preda e strumento di questo libro per un vivere decisamente più attento. “Un Matto di Paese” per la penna di Francesco Cinelli, trasforma l’esperienza personale del disagio psichico in una riflessione su stigma, ascolto, scuola e inclusione. Un dialogo sulla necessità di superare le etichette e tornare a riconoscere la persona prima della diagnosi. Un libro che diviene anche manifesto e provocazione per questo tempo dentro cui il “matto” sembra essere qualsiasi espressione fuori dal cliché omologante della massa. Una lettura che, nel suo profondo, oltre che sociale e filosofica, la inquadro molto politica… nel senso alto e culturale di questa parola.

Quanto è stato difficile trasformare una parte così intima della tua vita in una storia destinata agli altri?
Il tabù caduto con me stesso, parlarne nel quotidiano, mi ha dato quella spinta pratica di riportare su delle pagine l’esperienza intima. Non nascondo difficoltà soprattutto nel trovare un equilibrio tra le varie figure presenti nel libro, tra le varie pagine intime e nell’allargare lo sguardo con riflessioni personali e risposte sociali. Un punto di vista non presuntuoso, a mio avviso, ma lascerei la parola soprattutto ai lettori.
Che rapporto hai oggi con la “diversità”? E come la racconti e la coniughi nel vivere con gli altri?
Sulla diversità, le mie riflessioni non sono più quelle di anni fa. Vivendo il quotidiano, mi confronto con altre cosiddette diversità: sessuali, religiose, … Ho la presunzione di ritenere che queste diversità stiano compiendo passi avanti nella loro affermazione sociale, ma la salute mentale appartiene a tutti, anche a chi, dall’inclusione, si trova a dover passare verso un’integrazione.
C’è ancora da insegnarla nelle scuole penso io… siamo davvero lontani da una evoluzione, da una emancipazione?
Mi chiedo se le due ore che si vorrebbero introdurre, per il momento, nelle scuole superiori servano davvero. O sarebbe più utile investire in risorse umane e spazi che facilitino la creazione di rapporti di fiducia tra studenti, insegnanti e genitori? Personalmente, da studente, avrei visto come una forzatura anche un’ora di psicologia a scuola, un intervento che non evolve e non emancipa. Ciò che farebbe davvero evolvere la situazione sarebbe aiutare a superare i pregiudizi tra gli studenti. Chi si reca a uno sportello scolastico, infatti, può essere etichettato dai compagni di classe, come dimostrato da molte testimonianze.
Quando hai cominciato a sentire che la parola “normalità” poteva diventare una gabbia?
Soprattutto quando mi sono conformato troppo, ad esempio dal parlare al vestire, fino a fare scelte che mi hanno portato a una falsa sicurezza, a un’omologazione che mi ha fatto sentire in gabbia, una gabbia in cui oggi entro, ancora, a volte per conformità e paura di esclusione
E con il giudizio? Che rapporto hai?
Il giudizio per me oggi non è tanto nella singola parola, piuttosto quando capita di dovermi giustificare di fronte a consigli dati con spontaneità, in un confronto che, per me, si rivela sterile.
Che ruolo dovrebbe avere la scuola nel riconoscere il disagio prima che diventi isolamento?
FONDAMENTALE!!! Ma i progetti di prevenzione e gestione del disagio a scuola dovrebbero essere più strutturati. Da quarantaduenne, posso osservare che oggi, nella scuola, ci sono insegnanti anche della mia età che hanno a cuore questo tema, ma non devono trovarsi a gestire da soli aspetti legati anche al disagio, nonostante non siano stati chiamati a scuola per questo compito e spesso sono precari, poco valorizzati e anche poco riconosciuti economicamente.
Una fotografia della società di oggi… pensando a questo libro ovviamente…
Una società che va veloce. Sempre più veloce, tra tensioni e altri sentimenti che spesso alimentano il malessere mentale, in costante aumento, come ci dicono gli esperti e i numeri.
