Umberto Maria Giardini: dentro un “Olimpo Diverso”

Torna Umberto Maria Giardini, torna con un disco nuovo dal titolo “Olimpo Diverso” dentro cui il suono ha quella capacità di farsi “casuale” nella sua attenta geometria artigianale. Un disco dentro cui la parola non è mai estetica, mai utilizzata per uno scopo di mera narrazione. I suoi dischi, le sue scritture, i suoi modi di renderci visibile il reale, è qualcosa che va oltre lo stupido compromesso di bellezza. Nonostante questo disco regali anche appigli comodi di forme conosciute (rare e sempre ben misurate). È anarchico, di un “post-rock” d’autore che – forse, a mia lettura – è al suono che affida la responsabilità di mostrarci l’ennesima intelligente e velenosa critica sociale. Anche se, saggezza vuole, ormai la sua diviene – come in questo caso – contemplazione presente, attiva, mai resiliente…

Con te si torna ad illuminare i vertici di una certa musica indipendente italiana. A te rimando sempre la figura di un “contestatore”, anzi di un vertice “resistente” a tante politiche nonostante tu abbia messo grandemente piede nel mercato main stream. Oggi come vedi la musica che gira intorno – socialmente e culturalmente parlando?
Per prima cosa tengo molto a precisare che, io non sono assolutamente un contestatore. Probabilmente a differenza della maggior parte dei musicisti, che, o per convenienza o per timore di diventare degli esclusi, girano la faccia dall’altra parte, io faccio tutt’altro. Non sono mai stato un ipocrita, credo sia questa la fondamentale ragione per la quale, dico quel che penso, evitando di far intendere che tutto invece va a gonfie vele. Anche mi venisse chiesto, non riuscirei a fare o dichiarare diversamente, sia per coerenza di carattere, sia perchè dico sempre la verità. Per verità di cronaca, debbo anche segnalare che, quasi mai mi vengono rivolte domande riferite allo sfacelo “reale” che oggi stiamo vivendo musicalmente in Italia; quasi tutti, sottovoce, si lamentano, ma alla fine pochissimi prendono posizione, tipico dell’ipocrisia popolare nostrana. D’altra parte le mie verità sono le verità di chiunque, anche se parziali. Se dovessi davvero raccontare tutto quello che penso, tutto quello che so, tutto quello che prevedo, sarebbe come scoperchiare un calderone dove da molti anni la melma del nostro mercato discografico cuoce a fuoco lento, sarebbe allo stesso tempo imbarazzante quanto inutile. Oggi (lo sanno tutti) nel nostro paese il livello culturale si è abbassato notevolmente a tal punto che, chi è in torto è convinto di essere nel giusto, esattamente come coloro che in ambito politico criticano le classi dirigenti al potere, che si invertono di legislatura in legislatura. In Italia chi critica l’altro è sempre pronto nonchè capace di fare peggio. Tuttavia e contestualmente al discorso iniziale, il male non è costituito dal pubblico in se. Il pubblico è, e di fatto deve rimanere totalmente giustificato, circoscritto nelle sue libere scelte, legittimate dai cambiamenti della società e della cultura stessa di cui siamo parte. I veri colpevoli sono tutti gli altri, tutto il comparto musica fa schifo, dai primi agli ultimi livelli della piramide discografica, compresi gli stessi musicisti.

Dentro ”Vipera blu” poi ritrovo quel Moltheni che ormai possiamo solo citare nel passato. Ma in fondo ho come l’impressione che quel passato sia tutt’altro che archiviato. Cosa ne pensi? Che rapporto hai con quel passato?
Io vivo di passato, pur confessando che, il mio mi è sempre interessato davvero molto poco, specie artisticamente. Gli episodi in cui le mie produzioni ricordano o sfiorano il mio passato, vanno interpretate semplicemente alla base del fatto che, sono sempre io. Il metodo di scrittura è rimasto più o meno immutato, non tanto per il fatto che Moltheni ero io, ma quanto per l’oggettiva condizione che mi vede inevitabilmente testimone di me stesso, specie nelle modalità applicate al lavoro. Quello è, ne più e ne meno.

Parliamo di “Mega estate”: una traccia strumentale… perché questa scelta? È una scrittura che non aveva bisogno di parole?
“Mega Estete” è un brano scritto e arrangiato da Marco Marzo, non è farina del mio sacco. Ho sempre dato molto spazio al lavoro dei miei collaboratori, forse perchè qualsiasi mio progetto è stato sempre inteso come band e non come progetto solista a mio nome, dove decido tutto io. Il brano in questione avrebbe dovuto avere un testo, poi nei mesi non fui mai in grado di applicarlo, tant’è che alla fine, complici, decidemmo di lasciarlo e di produrlo così, nudo e crudo senza testo. La sua efficacia probabilmente sta in questo, lasciare che la musica parli meglio di qualsiasi parola.

Il disco si chiude con “Acquaforte” e qui c’è il misticismo che arriva dalle primissime note… mi piace leggerla così: la natura di ognuno alla fine parla più di qualsiasi maschera che mettiamo? Sei d’accordo con questa mia lettura?
Ognuno di noi vive e consuma la propria breve vita così come si sente e come la coscienza gli detta quotidianamente di fare, di agire, di interpretare i suoi significati. La natura degli esseri umani è complessa, capace di nutrirsi del suo stesso eterno conflitto, oggi più che mai all’interno di un ciclo storico esausto, forse in reale esaurimento. Le guerre e gli eventi sono la più nitida conseguenza dell’inefficacia dei valori tramandati nel tempo da noi stessi. Il nostro percorso nella storia è deviato e sta dando i suoi frutti. Avete mai pensato o semplicemente immaginato come potrebbe essere un mondo in totale armonia e senza conflitti? La risposta è no, poiché non fa parte della nostra natura; Il male siamo noi perchè nasce da noi.

Restando sempre su questo brano: ha senso dirti che questo disco trova proprio in questo brano il suo scopo, letterario e di suono?
Non lo so, ognuno deve interpretare quello che percepisce e poi tradurlo in maniera personale. Potrebbe tranquillamente essere così, con me incapace di comprenderlo.

Pensando alle immagini di copertina ma anche al video: sei sempre stato molto attento a questa direzione dell’espressione, vero? Un disco che ha un suono e una parola così visionaria e severa si contorna di immagini tenui e quasi primaverili. Sei d’0accordo? Che scelta estetica è stata?
Per la copertina, da molto tempo avevo un’idea in testa molto semplice. Desideravo un’immagine che potesse raffigurare me che nel tempo fa sempre più difficoltà nel riconoscersi. Servivano quindi due immagini della mia stessa persona; una presente che guarda chi guarda e suggerisce i contenuti del disco. L’altra che invece guarda altrove, perchè musicalmente è là che sto andando.

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