Ottodix: contro l’omologazione dello sciame

I dischi di OTTODIX sono sempre esperienze visive e concettuali sulla società moderna. Suoni e installazioni visive sono il suo marchio di fabbrica

I dischi e le opere visive di Ottodix sono sempre rivolte ad un risveglio della coscienza critica. Il vivere quotidiano dentro regole, format, scatole… cosa ci muove, cosa ci fa decidere e sentire, quale impero armato muove i nostri neuroni per condurci al futuro distopico che lui stesso come tanti hanno sempre immaginato? E a latere di questi concetti, poi, possiamo allontanarci fino a perdita d’occhio. Ecco: vive tutto questo dentro il nuovo disco dal titolo “Cerebro_Mundi” uscito per Gelo Dischi e con la co-produzione artistica di Flavio Ferri, un lavoro che per molti aspetti sembra recuperare più una forma canzone “standard” in luogo di quel sapore new-wave tout court che tanto ha condito la sua carriera. E come sempre, i dischi di Ottodix sono esperienze immersive da cui non si esce uguali a come ci siamo entrati. Fidatevi…

Un nuovo disco, un nuovo manifesto sociale di Ottodix. Ora navighiamo nei meandri del cervello… delle percezioni… della luce… siamo davvero consegnati ad un naturale decadentismo sotto tutti i punti di vista?
Se guardiamo al trend dei dati statistici ambientali, sull’istruzione, sull’analfabetismo funzionale in crescita, sulla disparità sociale e sull’escalation di conflitti globali, sembra proprio di sì, poco da fare. Certi scenari parlano ben oltre i pareri politici o personali, direi. Tuttavia “Cerebro_Mundi” non è affatto e soltanto un deprimente sfogo o una denuncia senza appello, ma un invito a riflettere, spero, sull’origine delle grandi crisi sociali, climatiche, belliche, energetiche che ci circondano; un’origine che parte dal di dentro, dalla testa di ogni singolo e dall’incapacità di capire fino in fondo il concetto di interdipendenza con altre specie e con l’habitat che ci sostiene. L’analisi dei meccanismi cerebrali e delle pulsioni antiche che generano reazioni e istinti animali o irrazionali può aiutare a comprendere come tenerle a freno. Perché poi tutto si riverbera sul cervello planetario e sugli habitat che ci circondano. L’intero disco e tutta l’operazione omonima (che comprende anche mostre d’arte, conferenze e talk con le università e nelle università) è un elogio alla sinergia, all’interdipendenza, al dialogo tra specie, tra regni (vegetali, animali, batterici, fungini), tra società, usando la cultura come collante. Ci sono canzoni che esaltano i consorzi di microrganismi nel nostro corpo, le comunità vegetali e il loro “wood wide web” di scambi sotterranei, ma anche le reti artificiali delle strade del mondo, diramazioni simili a sistemi neurali che gli uomini hanno disegnato in millenni di spostamenti dalla Cina all’Alaska all’Argentina, disegnando un gigantesco reticolo di sinapsi geografiche. Un invito a guardare al reciproco rispetto, allo scambio e al dialogo.

E questo disco che ha il suono forgiato con la direzione artistica di Flavio Ferri, rappresenta esteticamente tutto questo decadentismo o in qualche modo è un abbellimento, una sorta di edulcorazione?
Premettendo che molti degli arrangiamenti e dei “vestiti” che si sentono sono farina del mio sacco e che Flavio stavolta ha fatto principalmente uno straordinario lavoro sul suono, direi che, come sottolineavo prima, Cerebro Mundi è un disco che esalta la bellezza della complessità e degli intrecci di correlazioni degli habitat con la presenza umana. Artificio e natura vengono visti come un tutt’uno e potenzialmente una cosa positiva, se solo utilizzassimo la tecnologia che abbiamo a scopi benefici e nel rispetto delle altre forme di vita a cui siamo collegati. Nessuna edulcorazione, quando descrivo “Il ciclo dell’acqua” utilizzo volutamente un’orchestra classica, quasi da music hall, per esaltarne la bellezza e la varietà delle fasi, dall’evaporazione alla condensa alla precipitazione all’infiltrazione. Mantengo una visione potenzialmente neutrale (se pur critica-preoccupata) sull’intelligenza artificiale, definendola un frutto dell’ingegno umano, come la diga per il castoro. Nulla è artificiale, è un concetto relativo e forviante. Tutto in natura è frutto di stratagemmi per sopravvivere. Alcuni funzionano e fanno evolvere e sopravvivere la specie, altri no e la estinguono. la natura è assolutamente indifferente a ciò. Anche la copertina del disco descrive la complessità della natura in tutta la sua bellezza anche inquietante e la bellezza analoga del nostro cervello. I temi sono drammatici, ma contemporaneamente tento di mettere in scena la bellezza, la ricchezza e il fascino fragilissimo degli habitat che ci permettono di vivere.

E restando su Ferri: come mai questa connessione? Non siete per niente nuovi a connessioni… ma questa volta come mai avete legato così intimamente i vostri percorsi musicali?
Ci conosciamo da, mamma mia, da trent’anni ormai. Abbiamo iniziato a collaborare su suo invito al mio sesto album (“Micromega”) giusto quando facevo la mia svolta “scientifico/filosofica”, ma con alle spalle una reciproca stima e concerti condivisi con i DeltaV quando erano all’apice della loro fama. Diciamo che l’amicizia aiuta tantissimo a dirsele tutte in faccia, a prendersi in giro, a scherzare e a lavorare sodo, uscendo da confronti anche tosti con un solido risultato. Flavio poi ha una preparazione a 360° davvero rara in Italia come produttore, infatti vive in Spagna e collabora con artisti internazionali come Tricky. Lui sa benissimo il mio mondo sonoro di riferimento perché lui stesso viene da quella stagione, quindi il sodalizio è fisiologico.

Ad Ottodix è inevitabile associare al suono anche l’immagine. Dal video di “Amigdala” fino alle grafiche del disco. Come si traduce in visione questo lavoro?
Beh, la copertina del disco e le immagini del video, quelle interazioni biologiche tra uomo, cervello, botanica e elementi tecnologici è la visione a mio giudizio più efficace e completa dei contenuti di questo album colorato e variegato. Hai presente quando associ alle lettere e ai numeri un colore? Ecco, la tracklist me la figuro per la prima volta come un caleidoscopio di colori dai più cupi ai più sgargianti. Quindi una copertina opulenta, barocca e direi, “rigogliosa” e anche d’impatto, mi sembrava fosse il miglior biglietto da visita per questo progetto. È un disco che amo, cambia genere, suoni, umore e tipologia di canzone in continuazione.

Cos’è accaduto dentro “Escalation><Involution” e cosa accadrà in futuro?
“Escalation><Involution” è stata una grandissima installazione immersiva che il M9 Museo del ‘900 di Venezia mi ha invitato a fare nel 2025 come ospite della grande mostra sui capolavori Impressionisti salvati dal bombardamento di Le Havre. Ho esposto, per così dire, con Braque, Gauguin, Renoir, Monet (!). Era un lavoro sui danni subiti dal patrimonio culturale dell’umanità nei secoli. Ne è uscito un kolossal audiovideo di 10 minuti con 13 proiettori sul decadimento culturale dell’occidente e l’aumento in parallelo delle problematiche ambientali e climatiche, con dati statistici a cascata e immagini di un sistema mondo e quello cerebrale umano accostati, in un collasso via via sempre più rapido fino a un crash finale. Tutto questo mentre scrivevo l’album, ha portato a dare un aspetto definitivo anche al progetto musicale per forza di cose. Ho infatti deciso di inserire quasi in coda nella tracklist il brano “Escalation”, che è una sorta di invettiva, o arringa accusatoria definitiva nei confronti del sistema in cui siamo immersi, declamata, più che cantata, sopra al sonoro utilizzato per la video installazione. Quel suono spaventoso ascendente che parte dal basso e sale, sale fino allo scoppio, supporta tutto il climax dell’album portandolo a un finale post-apocalisse (“Cosmopsiche”) che chiude tutto nel silenzio e nel buio, come se i detriti del nostro mondo tornassero atomi dispersi nel cosmo. Questi sono i contenuti che svilupperò in futuro tra spettacoli e mostre

Che forme darai a questo disco?
Per restare nel tema darò vita e forma a un’importante serie di opere digitali e fisiche, anche di grandi dimensioni, tra Italia e Cina, se tutte le tessere del puzzle andranno al loro posto. Sto lavorando con un team curatoriale davvero fantastico ed entusiasta delle mie idee, quindi sono molto positivo. Parliamo di operazioni dalla pianificazione almeno biennale come arco.

Parlando di live? Perché un concerto di Ottodix è anche tanto altro oltre al suono… cosa accadrà in scena?
Innanzitutto una serie di concerti e presentazioni anche nelle università, già in corso (il 30 maggio al Cinema Fronte del Porto a Padova e il 13 giugno a Berlino al Lab der Musik) poi dal 2 ottobre il vero e proprio spettacolo multimediale con l’Ottodix Ensemble, che debutterà proprio al Teatro di Ca’Foscari a Venezia, a proposito di università. Con me in palco la band composta da Giovanni Landolina alla chitarra e Stefano Petterson alle percussioni, capitanata dal pianista Loris Sovernigo, pilastro di ogni set di Ottodix, ma anche il quartetto d’archi coordinato da Nicola Casellato, mio storico collaboratore e infine i visuals tra arte, scienza e divulgazione che ho personalmente montato e non da ultima l’arma segreta: le animazioni su lavagna luminosa di Laura Marini e le registrazioni di letture e approfondimenti sui singoli temi registrate con la voce di Laura stessa.

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