Orchestra Erotica Italiana: il suono di quel cinema “proibito”

È inevitabile venir colpiti da dardi infuocati della nostalgia… per noi che negli anni ’90 eravamo almeno adolescenti. Il cinema erotico, non pornografico, li dove il limite tra vedo e non vedo era sottile (ma neanche tanto), pellicole in bilico tra trash e grandi firme d’autore… li dove regnava un suono e una colonna sonora che ancora oggi fa scuola. Tobia Lamare ricerca strumenti vintage e modi e scrive in stile, lo fa di suo pugno per quella che potrebbe essere una colonna sonora d’autore per un cinema erotico all’italiana ormai in disuso, buono solo per le teche dei collezionisti. Registra tutto come sempre nella sua Lobello Records e fa il matser agli Sage Audio di Nashville. Ma soprattutto firma questo progetto come Orchestra Erotica Italiana. Il disco si apre con “I Ritornauti” e qui, pescando a piena mani dalla cartella stampa, c’è da sottolineare una chicca interessante:

«”I Ritornauti” è il titolo di un cortometraggio opera di Michele Gentile e di Maria Luisa Santella . Lui è un artista impegnato sia con la pittura che con i video e lei è un’attrice che molti ricordano per il suo celebre ruolo di Iside in “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola. Michele e Maria Luisa però negli Anni ’80 fanno girare il mappamondo e puntano il dito su Perth in Australia, dove decidono di trasferirsi e dove aprono un centro culturale culla del loro progetto Dream’s Theory che li porta ad esplorare e sperimentare tra teatro e video. Nel 2000 tornano a Napoli con un nuovo progetto e così nasce “I Ritornauti”. L’Orchestra Erotica Italiana remixa in parte il video ma soprattutto riscrive la colonna sonora che vuole essere una dedica più estesa alla vita avventurosa e visionaria di questi due artisti».

Hai parlato di un’Italia che si liberava di notte, attraverso i film trasmessi dopo le ventitré. Che tipo di “liberazione” era secondo te?
Facendo una citazione rispondo: dal comune senso del pudore. In Italia era scabroso avvicinarsi ad alcuni argomenti, figuriamoci poi a certe immagini. Però alla fine della giornata si arrivava alle ventitré: orario in cui si dormiva o in cui si poteva dire di aver dormito. Un momento in cui si potevano liberare i desideri anche grazie all’aiuto dei film erotici, che per la televisione erano soggetti a una seconda censura. Così di tutte quelle ambite nudità rimaneva poco e niente. In compenso a volte rimaneva la trama accompagnata da un’evocativa colonna sonora.

Credi che oggi, nella trasparenza ostentata dei social, esista ancora uno spazio per l’immaginazione erotica? Oppure abbiamo smesso di sognare proprio perché raccontiamo troppo?
Credo che l’immaginazione e il sogno sia peculiarità solo di una parte dell’umanità. Il suo utilizzo forzato è quasi sempre fallimentare, e così anche l’utilizzo dei social. Alla fine la democrazia della creatività ha svelato che l’esibizionismo può essere un bel gioco ma che il suo valore estetico e narrativo è nella maggior parte delle volte nullo. E’ un atteggiamento compulsivo in cui si rimane incastrati e da cui a volte è necessario disintossicarsi. Perché si può essere anche famosi per quindici minuti nella vita, ma questo non ti farà mai essere né Andy Warhol né tantomeno Nadia Cassini.

In “Orchestra Erotica Italiana” sembra di vedere scorrere un film in pellicola, con le sue imperfezioni, i tagli, la grana. È come se il suono volesse restaurare non solo un’estetica, ma anche un modo di vivere e guardare il mondo. Cos’è per te oggi un’immagine “erotica”?
Se rimaniamo nel cinema un’immagine erotica è una messa in scena, un’interpretazione. Anche se un’immagine può essere decodificata come erotica senza nessuna intenzione iniziale. Non credo che l’erotismo abbia un movimento univoco. Non è sempre una proposta e spesso può essere anche solo una suggestione. I film di quell’epoca riuscivano ad aprirti scenari improbabili perché la bellissima finzione della pellicola correggeva quello che adesso è l’iper realismo dell’ultra definizione digitale. Le scenografie artigianali rendevano più teatrale qualcosa che oggi più che finto è ingannevole. Una truffa sulla sfera delle emozioni con la complicità di una simulazione senz’anima.

Molte delle figure che evochi – da Giò Stajano a Laura Antonelli, da Gabriella Giorgelli ad Alvaro Vitali – sembrano portare con sé una bellezza imperfetta, a volte grottesca, spesso tragica. Che tipo di nostalgia ti muove quando suoni per loro? È più una forma di gratitudine o di rivincita?
Magari poter essere in grado di dare una rivincita. La mia è pura ammirazione. La notorietà ha il peso dei tuoi errori, del tempo che passa, del corpo che cambia e delle cicatrici che rimangono indelebili. Sarebbe bello fare riemergere qualcosa di dimenticato per aiutare ad avere una prospettiva diversa. Gabriella Giorgelli è ad esempio ancora esplosiva e piena di voglia di cinema. Vorrebbe poter girare con Tarantino e secondo me merita un ruolo da protagonista. Parlando di Giò Stajano non tutti sanno che il bagno nella fontana di Anita Ekberg ne “La Dolce Vita” è ispirato proprio a lei. Alvaro Vitali non è mai stato perdonato dai suoi errori, come se li avesse fatti solo lui. Laura Antonelli viene ricordata sempre più spesso per il suo tragico epilogo dimenticando la sua lunga carriera.

Parlaci della ricerca del suono che è il centro di questo disco… avevi tutti gli strumenti nel tuo studio o qualcosa lo hai riprodotto o addirittura inseguito?
È un disco con una componente empirica predominante. Ho operato come se stessi registrando in quegli anni scegliendo i suoni e gli effetti in fase di registrazione e non in post produzione. Quindi mi sono ritrovato con equalizzazioni e riverberi difficili o impossibili da cambiare, linee di basso riprese in diversi ambienti e synth plasticoni modulati sempre in fase di registrazione. Questo ha allungato il processo di registrazione ma anche il divertimento. E’ stato tutto registrato nel mio studio, fatta eccezione per qualche batteria acustica. Il suono bisogna sempre inseguirlo specialmente con le soluzioni analogiche. Eravamo più abituati a questo quando i musicisti suonavano con gli ampli e non con gli emulatori e quando l’intenzione e il groove contava più del sync. Dobbiamo riprenderci quello spazio creativo che una canzone permette di avere e gustarne ogni attimo fino all’ultimo beat.

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